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Amnesty international: dal 2020 meno diritti e più conflitti

No, non è solo la guerra in Ucraina. Per fortuna Amnesty international ci ricorda che bisogna fare i conti con la delusione generale per le false speranze riposte nel cambiamento di rotta sperato che in un momento difficile come quello della pandemia globale, avrebbe potuto spingere tutti i paesi del mondo e i potenti a puntare alla collaborazione, all’aiuto nei confronti dei paesi più poveri.

Nel suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si legge chiaro e tondo. «Gli Stati ad alto reddito hanno colluso coi giganti aziendali ingannando le persone con slogan vuoti e false promesse su un’equa ripresa dalla pandemia da Covid-19, in quello che è risultato uno dei più grandi tradimenti dei nostri tempi». E ancora: «Il rapido sviluppo dei vaccini contro il  Covid-19 era apparso come la perfetta soluzione scientifica e aveva  alimentato la speranza nella fine della pandemia per tutte e per  tutti. Invece, nonostante fossero state prodotte sufficienti dosi per vaccinare tutta la popolazione mondiale entro l’anno, il 2021 si è chiuso con meno del 4% della popolazione degli Stati a basso reddito completamente vaccinata».

«Sui palcoscenici globali del G7, del G20 e della Cop26 – ha commentato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international – i leader politici ed economici hanno dedicato scarsa attenzione alle politiche che avrebbero potuto generare un’inversione di rotta nell’accesso ai vaccini, aumentare gli investimenti nella protezione sociale e affrontare l’impatto del cambiamento climatico. I capi di Big Pharma e Big Tech ci hanno raccontato storie sulla responsabilità d’impresa.  Poteva essere il momento spartiacque per la ripresa, per un cambiamento genuino e importante, per un mondo più giusto. Invece l’opportunità è andata persa e si è tornati a quel tipo di politiche che alimentano la disuguaglianza. I soci del ‘Club dei ragazzi ricchi’ hanno fatto promesse in pubblico che si sono rimangiati in privato».

Nel 2021 scrive inoltre Amnesty international a proposito dei danni collaterali per le popolazioni civili, «sono scoppiati o sono proseguiti conflitti in Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Territori palestinesi occupati, Libia, Myanmar e Yemen. Tutti gli attori sul terreno hanno violato il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani». Detto in estrema sintesi, milioni di persone sfollate, migliaia uccise, centinaia sottoposte a violenza sessuale e sistemi economici e sanitari già fragili collassati a causa di nuovi o irrisolti conflitti. «Il fatto che il mondo non sia stato in grado di affrontare questo moltiplicarsi dei conflitti ha prodotto ulteriori instabilità e devastazione. Questa vergognosa mancanza d’azione, la costante paralisi degli organismi multilaterali e la mancata assunzione di responsabilità delle potenze hanno contribuito a spalancare la porta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha violato nel modo più evidente il diritto internazionale».

E poi c’è la libertà. Nel 2021 – spiega Amnesty international -, in almeno 67 Paesi sono state introdotte nuove leggi per limitare le libertà di espressione, di associazione o di manifestazione. Almeno 36 Stati degli Usa hanno approvato un’ottantina di provvedimenti per restringere la libertà di manifestazione, mentre il governo del Regno Unito ha proposto una legge che penalizzerebbe gravemente la libertà di riunione pacifica, anche attraverso l’ampliamento dei poteri di polizia. È aumentato anche il ricorso a forme nascoste di sorveglianza digitale. «In Russia – specifica l’organizzazione umanitaria – il governo si è basato sul riconoscimento facciale per eseguire arresti di massa di manifestanti pacifici. In Cina le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di non consentire l’accesso a portali “che mettono in pericolo la sicurezza nazionale” e hanno bloccato applicazioni in cui si discuteva di temi sensibili come lo Xinjiang e Hong Kong. Le autorità di Cuba, Eswatini, Iran, Myanmar, Niger, Senegal, Sudan e Sud Sudan hanno bloccato o limitato Internet per impedire la condivisione di informazioni e l’organizzazione di proteste».

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

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