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La lobby delle armi pretende pure il bollino Green. Dietro la favoletta della difesa della democrazia l’industria militare chiede la patente di sostenibilità

Benvenuti nella transizione ecologica armata, ultima frontiera di un mercato delle armi che vive il suo momento di splendore puntando addirittura a ottenere il bollino verde riservato alle aziende ecologicamente e eticamente sostenibili. Le società di armamenti negli ultimi anni sono state escluse da alcuni fondi pensione e fondi di investimento poiché i criteri ambientali e sociali, con il rendimento finanziario, sono caratteristiche richieste dal mercato.

I signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg

Anche la Commissione Ue insiste su questa strada preparando da alcuni mesi un regolamento che dovrebbe definire quali attività economiche possano essere considerate “buone”. Sembrava ovvio che l’industria militare e aerospaziale non potessero rientrare nella lista delle aziende sostenibili ma, complice anche l’onda emotiva della guerra in Ucraina, i signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg (Environmental, Social and Governance) poiché, come spiegano ad esempio due analisti Usa, il contributo dei produttori di armi a “difendere i valori delle democrazie liberali e creare un deterrente, che preservi la pace e la stabilità globale” è un prerequisito per affrontare altre questioni sociali.

Qualcuno sembra perfino disposto a crederci se è vero che la banca svedese Seb ha già adeguato la propria politica di sostenibilità per consentire ai suoi fondi di investire nel settore della difesa. “L’invasione dell’Ucraina dimostra quanto sia importante avere una forte difesa nazionale”, ha detto a Bloomberg Hans Christoph Atzpodien (nella foto), capo del Bdsv, un gruppo di lobby dell’industria della difesa tedesca. “Faccio appello all’Ue affinché riconosca l’industria della difesa come un contributo positivo alla ‘sostenibilità sociale’ nell’ambito della tassonomia Esg”.

Del resto anche in Italia il greenwashing dell’industria militare (ovvero l’ecologismo di facciata utile per non perdere posizioni acquisite) sembra essere all’ordine del giorno se è vero che già lo scorso 20 dicembre Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo, aveva osservato che “se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ponendo l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”. Al di là della narrazione il tema vero, ovviamente, sono i soldi.

Mentre si spreca fiato per raccontare la finanza sostenibile molti investitori notano che i fondi Esg dall’inizio dell’anno hanno perso in media il 9% del loro valore mentre l’industria bellica sta crescendo smisuratamente. Ipotizzare l’inclusione dei produttori di armi (con la favola della “difesa della democrazia”) significherebbe riuscire ad attutire il colpo, anche in previsione di un aumento del valore dei combustibili fossili causato dalla crisi energetica.

Siamo insomma di fronte al varco perfetto per i lobbysti in grado di costruire una spinta emotiva che ci insegni che non c’è niente di meglio che aiutare le aziende che garantiscono al popolo ucraino di combattere l’aggressore. Il copione è già pronto, la guerra green è l’obiettivo e c’è da scommetterci che non si faticherà nemmeno a trovare qualche politico pronto a immolarsi per i signori della guerra. O forse, pensandoci bene, sta già accadendo.

(per La Notizia)

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