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La truffa semantica delle armi leggere e pesanti. Grazie a qualche provvidenziale cavillo burocratico i carri armati sono equiparati ai fucili

I più esagitati del Partito Unico Bellicista esultano: la Germania dopo aver negato l’invio di “armi pesanti” in Ucraina per “evitare una terza guerra mondiale” (così aveva detto il cancelliere Scholz) sta annunciando l’invio dei blindati antiaerei Gepard. Per i testosteronici difensori della guerra sarebbe la dimostrazione dell’ineluttabilità del conflitto, una sorta di resa da parte dei tedeschi che negli ultimi giorni hanno messo in dubbio la retorica interventista.

La Germania, dopo aver negato l’invio di “armi pesanti” in Ucraina, sta spendendo a Kiev i blindati antiaerei Gepard

Le cose però non stanno esattamente così: pur presentandosi come carri armati il Gepard svolge un ruolo “difensivo” e rientra nella facile truffa linguistica di chi vorrebbe categoricamente dividere le armi tra buone e cattive, da difesa e da attacco. Essendo carri antiaerei infatti viene comodo presentarli come utili alla difesa dei civili e delle città.

Il dibattito sulle armi “pesanti” e sulla armi “leggere” da settimane tiene banco nel dibattito politico dei Paesi dell’Ue nonostante in pochi si siano presi la briga di spiegare che non esiste un vera e propria definizione militare per distinguere le due categorie.

È vero che fucili, mitragliatrici, pistole o lanciamissili vengono universalmente considerate armi “leggere” poiché utilizzabili da una singola persona ma come è facile immaginare un Gepard, soprattutto se utilizzato in contesti urbani, può colpire un aereo o, peggio, potrebbe tranquillamente colpire un palazzo.

La differenza tra armi pesanti o leggere è una questione meramente semantica, per questo la politica può serenamente giostrare le parole per ammantare le proprie scelte secondo la prospettiva che gli torna più utile. Non solo: la mancanza di una chiara convergenza sull’identificazione delle armi a livello internazionale permette agli Stati di non trovare un coordinamento tra le diverse legislazioni e godere quindi di una certa libertà sulla produzione e il commercio dei prodotto dell’industria bellica.

Perfino i dati di vendita e di produzione non sono verificabili visto che i numeri non risultano omogenei tra loro. Le cosiddette “armi leggere”, così rassicuranti nella loro definizione, sarebbero nel mondo tra i 100 e 500 milioni, secondo Amnesty International e Onu: nella migliore delle ipotesi si tratterebbe di una per ogni 20 abitanti.

Proliferano nella son Balcanica, nel Medio Oriente e in Africa (ma gli analisti giurano che il conflitto in Ucraina ne porterà presto ingenti quantità anche nel cuore dell’Europa) e negli ultimi 10 anni hanno causato la morte di più di 5 milioni di persone e del 90% delle vittime di guerre (per il 25% si tratta di bambini).

Nel 1994 circa 300 imprese in 52 paesi del mondo erano coinvolte nella fabbricazione di armi leggere, l’Unione Europea e gli Stati Uniti assieme sono responsabili dell’80% del commercio mondiale di armi che ammonta a 4 miliardi di dollari l’anno.

Nel 2001 le Nazioni Unite avevano convocato una Conferenza internazionale sul disarmo in cui era stato posto il problema del traffico di armi leggere, legale e illegale, per provare a porre un freno. Tra le molte truffe che ogni guerra propone oltre alla verità che ne è la prima vittima c’è anche l’imbroglio linguistico di parole che appaiono lievi e invece sono mortali. Non c’è nulla di “leggero” nei territori in cui un proiettile può uccidere o mutilare civili innocenti.

(da La Notizia)

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