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Il tramonto di Salvini e la malsana idea di un viaggio in Russia

Non è tutta colpa di Salvini se gli è balenata la malsana idea di andare a farsi un viaggetto in Russia, annunciandolo prima di valutare se farlo per davvero: a Salvini l’esperienza e qualche pessimo consigliere hanno insegnato che l’importante è essere sempre “al centro” della notizia per non scomparire dai radar dell’attenzione pubblica. Lui, basico, deve avere ragionato che se c’è una guerra tra Ucraina e Russia (e se in Ucraina di certo non lo vorrebbero per la sua amicizia passata con Putin) non c’è niente di meglio che volare fino a Mosca, scattarsi un bel selfie con un buon filtro e concimare così l’idea che sia sempre lui l’uomo “del fare” che compie gesti più riconoscibili della complicata democrazia tra Stati.

Salvini funziona solo quando la politica è succedanea al campionato di calcio

Solo che Salvini ormai è fuori fuoco da mesi, incastrato tra l’essere di lotta e di governo, soffocato da un pezzo del suo partito che l’ha mollato da un bel po’ poiché gli si riconosceva come unica qualità il saper riempire le piazze e ora le piazze lentamente si svuotano. Salvini senza claque risulta per quello che è, annacquato in una malinconica solitudine che ne sottolinea i difetti strutturali che prima rimanevano nascosti dalla montagna di like e di retweet: propone come unica soluzione, sempre, la sua manifesta volontà di trovare una soluzione. Funzionava Sì, certo. Funzionava quando gli italiani avevano da parte ancora un po’ di speranza, quando non c’era di mezzo una pandemia (con la conseguente paura di morire), quando non c’era poi il disastro economico causato dalla pandemia e quando non c’era alle porte dell’Europa una guerra mai sentita così vicina. La politica di Salvini funziona nelle epoche senza preoccupazioni, quando la politica è succedanea al campionato di calcio, semplicemente un altro campo in cui esercitare il proprio tifo e mimare qualche scontro.

salvini in crisi e la malsana idea di un viaggio in Russia
Matteo Salvini, segretario della Lega (Getty Images).

Pure Di Maio ora di fronte a Salvini pare un lucido statista

Ora a Salvini non resta che immolarsi nella causa delle concessione balneari, si ritrova a elemosinare un’amicizia salda a Berlusconi che tiene per niente saldamente insieme il suo partito. È un Salvini che dopo anni in cui si è rivenduto come cavaliere senza macchia e senza paura balbetta ogni volta che si ritrova di fronte Giorgia Meloni e che sospetta le sue idi per mano dei maggiorenti della Lega. Perfino nel pieno dei festeggiamenti per lo scudetto del Milan non è riuscito a schivare gli sfottò per strada. Ha la malinconia del cantante neomelodico che in giovinezza riempiva le balere e ora deve fare i conti con la scomparsa del suo genere musicale. Per questo il Pierrot della politica italiana spulcia convulsamente la cronaca e i social per scovare un pertugio in cui infilarsi e il viaggio a Mosca gli deve essere apparso un’occasione intelligentissima. Peccato che nel giro di qualche ora sia riuscito a essere deriso praticamente da tutti, non abbia fatto tesoro della figura barbina mondiale del suo precedente viaggio in Polonia e sia riuscito a prendere lezioni di politica da quel Di Maio che di fronte a lui appare un lucido statista.

Il segretario della Lega è un influencer che non esercita più alcuna influenza

Così l’influencer che ormai non esercita più alcuna influenza ora non può che piagnucolare di avere tutti contro (in politica è l’avvisaglia della fine) e rispondere infantilmente piccato che «allora me ne starò con i miei genitori e con i miei figli», certificando la sua incapacità di uscire dalla dimensione del proprio ego e, al massimo, del suo piccolo cortile. Intanto le elezioni si avvicinano e non saranno foriere di buon notizie.

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