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Un governo in carica solo per gli affari ricorrenti

Figurarsi se il ministro della guerra non rientra nell’ordinaria amministrazione di un governo che formalmente dovrebbe limitarsi solo agli “affari correnti”. O forse è una confessione: che Guerini aumenti le spese militari è una scena già vista così tante volte che ormai dalle parti del Parlamento (e della stampa) non ci fa più caso nessuno.

Così tra gli affari ricorrenti rientra anche un miliardo e duecento milioni in più che l’Italia spenderà per le sue Forze armate. Il Documento programmatico triennale firmato dal ministro Lorenzo Guerini porta la spesa per il 2022 a 18 miliardi, contro i 16,8 dello scorso anno. Come racconta Floriana Bulfon su Repubblica «la lista della spesa vede imporsi il futuro caccia Tempest, realizzato con la Gran Bretagna e la Svezia: un velivolo chiamato di sesta generazione a cui vengono destinati subito 200 milioni in più. C’è poi il piano per una serie di veicoli corazzati che vede crescere la dote di oltre un miliardo e mezzo: si prevede un investimento di 3,74 miliardi in tredici anni. Questo programma è presentato in chiave di collaborazione europea e influenzerà le trattative per la vendita di Oto Melara: nel Documento si specifica che le risorse serviranno pure per gli studi del nuovo “carro armato europeo”. Un altro elemento chiave è la task force navale per gli interventi dei “marines” italiani: la brigata San Marco della Marina e i Lagunari dell’Esercito. C’è uno stanziamento di 1.200 milioni per costruire due navi anfibie per le operazioni di sbarco. Le altre voci più rilevanti riguardano le quote annuali per i sottomarini U-212 (510 milioni), gli intercettori Eurofighter (1,4 miliardi) e i caccia invisibili F35 (1.270 milioni)».

Ma nel pieno della crisi climatica e di una guerra finanziata dai proventi di gas e petrolio, il governo italiano ha aumentato la spesa per le missioni militari a protezione delle fonti fossili. Lo denuncia Greenpeace: in un nuovo rapporto pubblicato ieri, Greenpeace Italia svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più  rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022.

La relazione governativa sulle missioni in corso, approvata ieri dalle commissioni Esteri e Difesa della Camera e ancora all’esame del Senato insieme alla delibera sulle nuove missioni, rimanda ripetutamente alla sicurezza dei nostri approvvigionamenti di fonti fossili. Anche i due ministri competenti, Lorenzo Guerini (Difesa) e Luigi Di Maio (Esteri), nella loro audizione davanti alle commissioni riunite del 26 luglio hanno citato più volte la questione energetica. In particolare, Guerini ha dichiarato che «l’impiego delle Forze armate nelle missioni internazionali» punta anche a prevenire e gestire «scenari di crisi conseguenti tanto alle minacce convenzionali, quanto a quelle ibride», come «le restrizioni all’approvvigionamento energetico».

Che l’Italia intendesse rispondere alla guerra in Ucraina puntando su una militarizzazione della diversificazione energetica era già stato anticipato da Guerini in occasione della sua comunicazione sul conflitto del 5 maggio: «Il dovere di rimodulare una situazione di dipendenza dalle forniture russe non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità di quelle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche a tutela della sicurezza energetica nazionale ed europea».

Oltre alle missioni militari che Greenpeace aveva già etichettato come “fossili” in un rapporto diffuso a dicembre (dallo Stretto di Hormuz all’Iraq, dalla Libia al Golfo di Guinea, fino al Mediterraneo orientale e al Corno d’Africa), quest’anno il governo ne ha aggiunte tre nuove, di cui due legate allo sfruttamento di fonti fossili: la missione bilaterale di supporto alle Forze armate del Qatar in occasione dei “Mondiali di calcio 2022” e la missione Eu in Mozambico. In audizione, Di Maio e Guerini hanno ricordato «gli importanti accordi in ambito energetico» stretti di recente con il Qatar. Già nel luglio scorso, inoltre, il ministro della Difesa aveva sottolineato che le violenze in corso nella provincia nord del Mozambico avevano causato «le interruzioni dell’attività estrattiva». Inoltre, le operazioni Gabinia nel Golfo di Guinea e Mare sicuro al largo della costa libica continuano ad avere come primo compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI».

Mentre sempre più studi internazionali, compresi quelli dell’Onu e dell’Unione europea, segnalano che le disuguaglianze economiche e il deterioramento ambientale connessi all’attività estrattive sono tra le cause profonde di molte crisi che la comunità internazionale e l’Italia stanno tentando di risolvere con le loro missioni militari (dalla pirateria nel Golfo di Guinea all’instabilità dell’Iraq) il nostro governo continua a difendere asset fossili che alimentano quelle stesse crisi in un drammatico circolo vizioso che Greenpeace chiede di interrompere al più presto.

«Il nostro Paese deve smettere di proteggere militarmente gli asset e gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Solo così potremo assicurarci una maggiore indipendenza energetica e tutelare davvero l’ambiente e la pace», dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Buon venerdì.

Nella foto: il ministro degli Esteri Di Maio, il presidente del Consiglio Draghi e il ministro della Difesa Guerini, Roma, 20 luglio 2022

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