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La lealtà secondo Carlo Calenda. Il leader più infedele che ci sia

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Ciò che è accaduto in questi ultimi giorni tra Carlo Calenda e il resto del mondo va tenuto a memoria, stampato e appeso nelle segreterie dei partiti che si definiscono progressisti e va insegnato a tutti coloro che nel corso della loro carriera politica potrebbero incrociarlo. Calenda è uno di quei politici che lucra sulla dimenticanza facile degli italiani.

Nel giro di pochi giorni Carlo Calenda ha fatto e disfatto patti e accordi. E ora lo sbocco più naturale è tra le braccia di Renzi

Il primo modo per disinnescarlo è esercitare la memoria. Era il 2 agosto quando Calenda aveva firmato l’accordo con il segretario del Pd Enrico Letta e il segretario di Più Europa (con cui Azione aveva già un accordo che gli permetteva di saltare la raccolta delle firme). I tre partiti si erano impegnati a presentarsi insieme alle elezioni convenendo su alcuni punti programmatici (tra cui la fantomatica “Agenda Draghi” che lo stesso Draghi moneta qualche ora dopo) e una spartizione dei seggi uninominali finale con un rapporto di 70/30 con i democratici come soci di maggioranza.

In quella stessa conferenza stampa Letta aveva chiarito che al di là dell’accordo appena siglato con Azione il Pd avrebbe allargato la coalizione coinvolgendo altre forze politiche. Chiunque, anche l’osservatore meno accorto, sapeva che Sinistra italiana e Europa Verde (guidati, rispettivamente, da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli) sarebbero stati in quell’alveo. Anzi, volendo essere ancora più precisi: basterebbe scorrere le pagine di politica per accorgersi che il patto tra Letta, Fratoianni e Bonelli fosse di molto precedente rispetto a quello con Carlo Calenda.

“Abbiamo siglato un patto elettorale che sta all’interno di un accordo più largo, con altre componenti che a nostro avviso sono fondamentali”, disse Letta. Per questo il 6 agosto il Partito democratico ha formalizzato gli accordi con Sinistra italiana e Europa Verde. Sempre nello stesso giorno sono entrati nell’alleanza elettorale (che Letta non ha mai chiamato “coalizione” proprio per chiarire come fosse un insieme di partiti che avevano punti programmatici perfino configgenti ma che dovevano adattarsi a questa pessima legge elettorale) il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il leader del Centro Democratico Bruno Tabacci (a cui Di Maio si è attaccato per avere in tasca il simbolo che gli permette di evitare la raccolta delle firme).

Ovviamente anche in questo caso Letta ha firmato una spartizione di seggi per i collegi uninominali e alcuni punti programmatici su cui convergere. Qui inizia lo show di Carlo Calenda, qui le calendiadi diventano un genere letterario. Calenda mira soprattutto contro Di Maio (accusato di essere un ex rappresentate del M5S) e Fratoianni (perché all’opposizione nel governo Draghi) ma ne ha anche per Bonelli che è – ovviamente – contro il nucleare che invece il prode Calenda indica nel suo programma come soluzione della crisi energetica (dimenticandosi di spiegare i costi e i tempi, ma questo evidentemente è un dettaglio).

Siamo al 7 agosto quando Calenda annuncia l’intenzione di uscire dall’alleanza. Lo fa a modo suo, in diretta televisiva ospite di Mezz’ora in più. “Se andiamo così dal Paese, ci facciamo ridere dietro”, ha detto. Letta finalmente dice quello che tutti pensano: “Ho ascoltato Carlo Calenda. Mi pare da tutto quel che ha detto che l’unico alleato possibile per Calenda sia Calenda Noi andiamo avanti nell’interesse dell’Italia”.

Il senso della lealtà di Calenda lo spiegano molto bene due voci che contatto in questa storia. Giordano Masini è coordinatore della segreteria di +Europa (che a differenza di Calenda ha confermato il suo patto con il Pd) e racconta dal suo profilo twitter: “Avremmo voluto confrontarci con @Azione_it sulla strada migliore da intraprendere, invece @CarloCalenda ha preferito comunicarci, via whattsapp, una decisione già presa ovvero la rottura unilaterale dell’accordo sottoscritto pochi giorni fa con il Pd, e la conseguente rottura del nostro patto di federazione se noi di @PiùEuropa non lo avessimo seguito. Prendere o lasciare, via whattsapp. Oggi dice ai giornali che ci aveva informati, fingendo di non capire la differenza tra una ‘informazione’ e una discussione. Gli abbiamo risposto che per prenderci la responsabilità del genere avremmo dovuto quantomeno riunire i nostri organismi dirigenti – segreteria, direzione – e confrontarci con i vertici di Azione attorno a un tavolo, lui ci ha risposto salutandoci e uscendo dalla chat”.

Anche il presidente di +Europa Riccardo Magi mette in fila gli eventi: “1. Carlo Calenda scrive una bozza di accordo con il Pd in cui pone a Letta tutte le condizioni tanto di Azione quanto di +Europa. 2. Enrico Letta accetta tutte quelle condizioni (tra cui il fatto che Fratoianni, Bonelli e Di Maio – che tutti sapevano sarebbero stati nella coalizione – non fossero candidati nei collegi uninominali). 3. Calenda, +Europa e il Pd firmano un patto davanti alle telecamere, baci e abbracci. 4. Letta, come concordato nel patto, sigla un accordo elettorale con altri partiti ma ribadisce che l’accordo programmatico e di Governo è quello con noi. 5. Calenda attacca Renzi per la sua idea di andare solo, dice che così favorirà solo la destra. 6. Passano solo 4 giorni e Calenda cambia idea. 7. Chiediamo a Calenda un incontro e ci dice che è inutile. Gli chiediamo di fare una riunione congiunta delle segreterie di +Europa/Azione per decidere tutti assieme. Ci dice di no. 8. Calenda dice di lasciare il patto con il Pd in diretta tv su Raitre. 9. Mentre noi convochiamo una direzione di +Europa per prendere una decisione lui avvisa i suoi che il patto di Federazione con +Europa è saltato (peccato scoprirlo cosi). 10. Non so se domani Calenda cambierà di nuovo idea. Un commento? Se la parola non ha valore la politica non ha valore. È una citazione di Carlo Calenda”.

Non serve aggiungere molto, le voci dei protagonisti restituiscono lo spessore di Calenda, la sua lealtà, il suo “onore”. Ora Calenda probabilmente finirà tra le braccia di Matteo Renzi. Immaginate i due peggiori egotici del panorama politico nazionale (e della storia politica recente) mettersi d’accordo su dichiarazioni, posizione e suddivisione dei collegi. Accadrà perché Carlo Calenda si evita i banchetti per la raccolta firme ma poi Carlo, com’è nella sua natura, dividerà per esistere. Finché la lezione non sarà imparata e ricordata.

La sirena di Renzi: “Carlo Calenda e i suoi devono decidere se fare o no l’accordo con noi”

“Carlo Calenda e i suoi devono decidere se fare o no l’accordo con noi, se fare una lista unica. Noi siamo disponibili a stare in squadra perché il Terzo polo sarebbe la grande sorpresa delle elezioni e solo con un terzo Polo forte si potrà chiedere a Draghi di rimanere a Palazzo Chigi” ha mandato a dire a Calenda e ai suoi, questa mattina a Omnibus, il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

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