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Salvini commissariato dai governatori. Avviso di sfratto da Zaia

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Dal tweet subito dopo i primi exit poll per ringraziare gli elettori del Centrodestra, al grande silenzio figlio della débâcle del Carroccio che poco a poco prendeva corpo. Che queste elezioni non siano andate nel modo in cui Matteo Salvini sperava è chiaro e non lo nega lo stesso segretario della Lega che ieri mattina ha interrotto il suo personalissimo – nonché stranissimo – silenzio post elettorale.

Nonostante la sonora débâcle, Matteo Salvini non intende cede la poltrona

“Ieri sera sono andato a letto incazzato ma stamattina mi sono svegliato carico” ha spiegato il Capitano, aggiungendo che “commentiamo un dato, il 9 per cento che non mi convince ma con il nove per cento saremo in un governo che mi soddisfa”.

Insomma se qualcuno si aspettava un passo indietro o almeno una qualche forma di mea culpa, è rimasto piuttosto deluso. Anzi a sentire il Capitano sembra quasi che il peggio sia alle spalle e che il futuro non potrà che essere roseo. Pure a chi gli chiedeva lumi sul disastro nei territori del Nord, ormai ex roccaforti che sono state espugnate dagli alleati-rivali di Fratelli d’Italia, Salvini sembra avere una teoria tutta sua con cui vuole dipingersi un po’ come un martire e un po’ come un patriota che ha sacrificato consensi per il bene del Paese dando vita ai governi gialloverde e successivamente a quello di Mario Draghi.

Parole che a ben vedere sembrano essere anche una stoccata indiretta a Giorgia Meloni che invece ha scelto una strada diametralmente opposta, nonché più remunerativa alle urne, mettendosi all’opposizione per l’intera legislatura. In altre parole le cause del tracollo del Carroccio che non è arrivato al 9 per cento, secondo il segretario, andrebbero ricercate soprattutto nella partecipazione al governo di larghe intese guidato dal premier Draghi.

“Lo rifarei? Sì. Ci è costato? Si” ma quel che conta è che “ora gli italiani avranno un governo scelto da loro e con la maggioranza di Centrodestra”. A chi gli chiede se intenda rassegnare le dimissioni, Matteo risponde secco: “Non ho mai avuto così tanta voglia di lavorare per disegnare la linea della Lega per i prossimi cinque anni. Io già domani (oggi per chi legge, ndr) ho convocato il Consiglio federale della lega, ascolteremo tutti. E farò un giro di ascolto provincia per provincia di tutta la Lega” perché, spiega, “il mio incarico è in mano ai militanti, non a due o tre dirigenti di partito. Chi è militante della Lega da trent’anni, è stato abituato da Umberto Bossi – ed è sano – a ragionare nelle sedi opportune, non al vento”.

Peccato che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anzi il Nord Italia. Già perché a chiedere la testa di Salvini non sono prezzolati commentatori ma gli stessi big del partito che non hanno digerito la linea politica del segretario. Del resto si è vociferato a lungo dei mal di pancia interni al Carroccio e che fino ad ora sono stati tenuti – con non poca difficoltà – a bada ma che sembrano destinati ad esplodere a breve.

A lasciarlo intendere in modo piuttosto chiaro è il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, che da tempo è in rotta di collisione con Salvini e ieri commentando i risultati ha spiegato che “il voto degli elettori va rispettato, perché, come diceva Rousseau nel suo contratto sociale, ‘il popolo ti delega a rappresentarlo, quando non lo rappresenti più ti toglie la delega’. È innegabile come il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente”.

Un’analisi schietta e in cui non manca una risposta a distanza a Salvini che ha provato a dare la colpa del flop della Lega alla sua partecipazione al governo Draghi. Secondo Zaia, infatti, “non ci possiamo omologare a questo risultato elettorale trovando semplici giustificazioni” perché, questa è la tesi del governatore, il problema è molto più radicato.

E che si stia andando verso una resa dei conti che in via Bellerio è stata rimandata per troppo tempo, appare evidente anche da altri leghisti come l’europarlamentare trevigiano, Gianantonio Da Re, che senza girarci intorno ha spiegato che “questa disfatta ha un nome e cognome, Matteo Salvini” che “dal Papeete in poi ha sbagliato tutto, ha nominato nelle segreterie delle persone che hanno solo ed esclusivamente salvaguardato il proprio sedere. Quindi si dimetta, passi la mano a Massimiliano Fedriga e fissi in anticipo i congressi per la ricostruzione del partito”.

L’ex Segretario Maroni ha già in mente il sostituto

Sui risultati della Lega alle elezioni è intervenuto anche l’ex segretario Roberto Maroni che in un contributo pubblicato sul Foglio ha dichiarato di avere già in mente il possibile sostituto di Salvini alla segreteria: “Il congresso straordinario della Lega ci vuole. Io saprei chi eleggere come nuovo segretario. Ma, per adesso, non faccio nomi. Stay tuned”.

Insomma, la rivoluzione nella Lega è pronta così come i suoi rappresentanti. “Le avvisaglie c’erano tutte: destrutturazione del partito sui territori, abbandono frettoloso dei temi sui quali la Lega è nata e cresciuta per andare in cerca di un facile consenso a latitudini in cui l’alta volatilità del voto è da sempre cosa nota”, ha scritto in un duro post su Facebook il deputato varesino Matteo Bianchi, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti. “Non si può pensare di ricondurre le responsabilità del disastro a Draghi e un partito non può reggersi sulla fede, sui commissariamenti e sulla criminalizzazione del dissenso. Noi siamo nati per far crescere i nostri territori: per questo invito i militanti a chiedere la convocazione immediata dei congressi tramite i propri segretari/commissari di sezione”.

 

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