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Caterina Giancotti, la prima donna boss in lombardia

«Vuoi che divento cattiva ed io divento cattiva…vuoi fare lo stronzo, ok farò la stronza anche io». E ancora: «stasera devi portare i soldi delle fatture…ha detto che devi portare tutto, non me ne frega un c…, sennò ti taglio la testa».

«Devi saldare… le regole le faccio uguali per tutti, fino ad oggi ho avuto pazienza, ieri ti avevo avvisato». Per la prima volta in Lombardia si registra un’inchiesta antimafia in cui le donne hanno un ruolo organizzativo apicale.

Alla lombarda “doc” Caterina Giancotti, 45enne nata a Triggiano, nel Barese, e residente a Rho, nel Milanese, il boss Gaetano Bandiera, 74enne originario di Cropani, aveva delegato il recupero dei crediti nei confronti dei clienti “insolventi”, essendo persona di fiducia del figlio Cristian Leonardo Bandiera, tant’è che avrebbe avuto un ruolo di decisione e pianificazione delle strategie del clan in assenza di quest’ultimo, al quale non era sentimentalmente legata e che coadiuvava nelle intimidazioni, nelle estorsioni, nel traffico di stupefacenti, ma anche nella spartizione dei proventi illeciti tra gli affiliati.

Una vera e propria “donna d’onore”, con ruolo di promotore e organizzatore, ma sono in tutto cinque le donne coinvolte nell’indagine. Ed è forse questo il tratto caratterizzante dell’operazione condotta dalla Squadra Mobile della Questura e dalla Dda di Milano, che hanno eseguito 49 misure cautelari nei confronti del clan capeggiato da Bandiera, che appena uscito dal carcere, nel luglio 2021, in seguito all’aggravamento delle condizioni fisiche (invalido al 100 per cento, avrebbe bisogno di una carrozzina per deambulare), per il differimento di esecuzione di una pena definitiva di 13 anni e 5 mesi inflittagli in quanto capo del “locale” di ‘ndrangheta di Rho, disposta nei suoi confronti nell’ambito del processo “Infinito”, avrebbe riorganizzato le fila del clan, rimettendosi all’opera con estorsioni, traffici di droga e false fatturazioni senza, a quanto pare, adottare particolari precauzioni quando parlava al telefono.

«È tornata la legge, è tornata la ‘ndrangheta», diceva. Non a caso il prefetto Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato, ha osservato che i vertici delle organizzazioni mafiose «quando escono dal carcere, dopo essere stati detenuti modello, ricominciano con più forza. O pentimento o morte – ha aggiunto – dalle organizzazioni mafiose non si esce in altra maniera. Questo è un tema importante, tanto più che ci troviamo a giocare una partita delicatissima sul 41 bis e l’ergastolo ostativo». Ma la vera novità è il ruolo delle donne, per la prima volta con posizione apicale in Lombardia. «Abbiamo cinque donne e soprattutto abbiamo una donna nel ruolo di capo organizzatrice dell’associazione mafiosa», ha sottolineato la pm Alessandra Cerreti, che ha coordinato le indagini insieme al procuratore aggiunto Alessandra Dolci.

Caterina Giancotti, infatti, era «il braccio destro di Christian Bandiera, figlio del boss Gaetano Bandiera. Questa donna – ha spiegato la pm – ha un ruolo fondamentale ed è ancora più spietata degli uomini». Nonostante il codice ‘ndranghetistico non preveda l’affiliazione formale delle donne, che non sono “punciute”, con riferimento al rituale del “battesimo”, il “salto di qualità” è evidente. «Assistiamo – ha concluso la pm – ad un cambio di mentalità all’interno dell’organizzazione. Le indagini hanno mostrato un ruolo delle donne attivo, spesso sono messaggere dal carcere. Questa volta abbiamo visto di più».

Con la scarcerazione del boss si era, quindi, ricostituito il “locale” di Rho, sgominato, insieme ad altri in Lombardia, con l’operazione Infinito. Almeno una decina di estorsioni e cinque di minacce, senza che nessuno abbia mai denunciato. Ai vertici del clan ci si rivolgeva pure per beghe condominiali e liti banali, per questo è “allarmante” – ha sostenuto sempre la pm Cerreti – quando emerso dall’ordinanza firmata del gip Stefania Donadeo. Eppure «non siamo a Platì o Rosarno, siamo in Lombardia» ma «c’è un’omertà assoluta, la gente ha paura a parlare».

Sequenze meno sofisticate di quelle cristallizzate dalle inchieste più recenti, ma la cappa mafiosa sul territorio era asfissiante. Il clima di minacce è restituito dalle intercettazioni. «Gli dobbiamo fare trovare qualcosa dietro la porta…vengo io di notte e la metto…vado dal macellaio prendo una testa di un agnello, di capretto, sì che è un segno e gli mettiamo un biglietto in bocca». E ancora: «La prossima testa è di vostro figlio…gliela fate trovare là che mi sono rotto i c….oni».

«La narrazione, talvolta sostenuta, di una ndrangheta evolutasi al punto da abbandonare l’aspetto militare in favore di strategie criminali più sofisticate non è del tutto precisa. A Milano la Polizia di Stato e la magistratura continuano ad affrontare la minaccia mafiosa ben consapevoli che il contrasto dell’ala militare della ndrangheta deve continuare ancora a lungo e deve essere affiancato da una sistematica aggressione all’accumulo dei patrimoni illeciti, che ne costituiscono la linfa vitale», ha sostenuto  il prefetto Messina. I tentacoli erano anche sull’economia locale. Il procuratore Marcello Viola ha sottolineato che gli arresti hanno «disarticolato anche una imponente attività di commercio di stupefacenti» legata a «sistemi complessi che portano alla ripulitura del denaro». La vocazione imprenditoriale del clan sarebbe attestata dalla gestione di locali e dall’acquisto di immobili intestati a prestanome.

Sullo sfondo, rispunta la truffa del reddito di cittadinanza. Il nucleo familiare dei Bandiera, ossia il vertice della ‘ndrangheta di Rho, aveva richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza. In particolare, Cristian Bandiera,  figlio del boss Gaetano, aveva fatto domanda il 17 luglio 2020 poi accolta il 14 agosto. Bandiera aveva dichiarato di non aver prodotto alcun reddito. La sua fonte di guadagno principale era, secondo l’accusa, il denaro ottenuto dallo spaccio di sostanze stupefacenti da lui direttamente gestito. Anche altri presunti sodali del clan, come Alessandro Furno e la stessa Caterina Giancotti, erano percettori di Rdc mentre un altro indagato, Antonio Procopio, aveva richiesto l’indennizzo allo Stato per il covid-19 in quanto titolare di impresa  edile ottenendo un rimborso di 1.000 euro.

Le radici non si dimenticano mai. L’ indagine avrebbe consentito di documentare l’affiliazione di nuovi membri. Sarebbe stata accertata, stando a quanto riferito dagli indagati nelle intercettazioni, quella di Cristian Leonardo Bandiera, figlio di Gaetano del quale ha ereditato la posizione di vertice e la dote di “santa”, e per la quale pretenderebbe il dovuto rispetto, e di Antonio Procopio, ritenuto l’azionista del clan mafioso e affiliato con il grado di “picciotto” concessogli da Cesare Rossi, condannato per mafia quale partecipe del “locale” di Rho e figura carismatica nel consesso mafioso. Era intestata fittiziamente proprio a Procopio un’abitazione all’interno della quale erano stati sequestrati, tra l’altro, due documenti contraffatti su cui erano state apposte le foto dell’allora latitante Francesco Nirta,  all’epoca inserito nell’elenco dei dieci latitanti di massima pericolosità, esponente di spicco della famiglia Nirta-Strangio anche se non coinvolto direttamente nella  strage di Duisburg.

(fonte)

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