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Quando comincia il congresso del Pd?

Nella lingua italiana si definisce congresso un «raduno di diplomatici o di uomini politici o di affari, di cultura o di scienze per la messa a punto o la risoluzione di questioni importanti o di comune interesse». Nel caso del Partito democratico (ma vale per tutti i partiti) il congresso deve decidere quali siano le priorità dell’agenda politica italiana, come interpretarle e come farsene carico. Ce ne sono a bizzeffe.

In queste settimane di congresso del Partito democratico il governo a cui si oppongono ha deciso le misure finanziarie per il 2023 su fisco, sanità, scuola, cultura. Il ministro dell’inferno Piantedosi ha messo nero su bianco l’atteggiamento che l’Italia vuole avere nei prossimi anni nei confronti della violenza, della fame e della disperazione che innescano le migrazioni (perché sono le persone il tema principale, prima delle migrazioni). Il ministro Valditara sta disegnando un modello di scuola che divide i giovani in vincitori e sconfitti. La ministra Santanchè sta progettando un turismo come cerchia solo per gli altospendenti. Il ministro della Guerra, Guido Crosetto, sta intendendo la Difesa come rifocillamento di armamenti. Poi ci sono i poveri, i soliti poveri sempre più poveri a cui si aggiungono i nuovi poveri, che continuano a essere nemici. Ci sarebbe anche il ministro del Cemento Salvini che cerca l’immortalità in mausolei autostradali e ponti smisurati.

Il congresso così non va. Lo sanno dentro il Partito democratico, lo dicono i numeri di un partito in picchiata per cui non vale nemmeno l’antico adagio del “è facile aumentare il consenso mentre si sta all’opposizione”. C’è l’opposizione di base, ci mancherebbe, quella tiritera del non essere mai d’accordo ma manca la politica. Scorrendo le agenzie di stampa degli ultimi giorni si ritrovano lanci su Bonaccini che ci spiega come quello con Pina Picerno non sia “un ticket” ma “un tandem”. C’è la notizia di una “diaspora” in Areadem che “andrebbe verso Bonaccini”. C’è chi annuncia di appoggiare qualcuno per “un Pd più riformista, rigoroso e radicale”. C’è una diatriba sul numero degli iscritti. C’è Boccia che definisce Schlein “sinistra occidentale moderna e ambientalista”. C’è Ricci che avvisa che “il congresso non è un talent show”. Ci sono armamentari retorici che appaiono – a essere buoni – piuttosto vetusti.

Manca la politica comprensibile qui fuori. Tra la gente che non ha il tempo di seguire ogni giorno le sfumature politiche, le differenze tra i vari candidati si riducono nella maggioranza dei casi a una simpatia/antipatia o a una presunta appartenenza. Il congresso del Pd finora non ha prodotto un solo spunto di discussione tangibile su qualcosa che si dovrebbe fare urgentemente. La gente non sa cosa farebbero i candidati del congresso al posto di Piantedosi, di Salvini, di Valditara, di Nordio. In realtà non si è nemmeno capito quali siano gli errori – dico concretamente, elencandoli – che avrebbe compiuto Letta.

Questo non è un congresso finora: è una resa dei conti tra bande che hanno sempre meno peso nella politica nazionale, un’orchestra che suona mentre perfino il Movimento 5 Stelle gli sfila i temi storici. Quando comincia il congresso del Pd?

Buon giovedì.

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