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Giulia, «mia»

«Non accettavo che lei non fosse più mia». Altro che i biscotti, altro che il padre in tivù per lamentarsi che suo figlio venga diffamato perché indicato come assassino reo confesso com’è, altro che le lacrime, altro che gli articoli per sapere che libri vorrebbe in cella, altro che i rabdomanti di sangue sui marciapiedi, altro che la piscomagia del raptus: se c’è una frase su cui dibattere dell’interrogatorio di Filippo Turetta che ha ammazzato Giulia Cecchettin è questa: «non accettavo che lei non fosse più mia»

«Mia» come lo sono le cose che teniamo nel cassetto porta oggetti dell’auto. «Mia» perché possesso. «Mia» perché l’autonomia delle donne è un tradimento all’atavico patto che le donne debbano stare al loro posto, che spesso non è loro ma di qualche uomo che glielo concede. 

Quali siano gli strascichi giudiziari del processo sul femminicidio di Giulia Cecchettin, a quanto ammonterà la condanna e che forma avrà la strategia difensiva è una piega della vicenda che ha poco a che vedere con quello che dovrebbe interessarci sui femminicidi come danni collaterali del patriarcato legittimato.

La discussione politica (già sopita come accade agli emendamenti di una legge di Bilancio) e la discussione culturale (egemonia di maschi impauriti) dovrebbe convergere su quel «mia» esalato dalla bocca di quasi tutti i femminicidi. Ma è una riflessione che non accadrà perché smentisce le radici delle scemenze ascoltate in queste settimane. Ogni femminicidio è premeditato perché sedimentato da una cultura che opprime e sopprime anche quando non uccide. Altro che biscotti. 

Buon lunedì. 

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