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Quell’irresistibile voglia del carcere per i giornalisti

Eccola, di nuovo, quell’irresistibile voglia di Fratelli d’Italia di imbavagliare il giornalismo. Il capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia nonché relatore del ddl diffamazione Gianni Berrino cede all’incontinenza criminogena e presenta un emendamento che prevede il carcere fino a 3 anni e la multa fino a 120mila euro per “condotte reiterate e coordinate” di diffusione di notizie false. L’emendamento aggiunge un comma al ddl Balboni, punendo la “diffusione di notizie false con il mezzo della stampa”. Prevista anche la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista per un periodo da tre mesi a tre anni. Inoltre, quando le condotte “consistono nell’attribuzione, a taluno che si sa innocente, di fatti costituenti reato, la pena è aumentata da un terzo alla metà”.

Dubbi di Fi e Lega sulla proposta di FdI, che prevede fino a 4 anni e mezzo di carcere per i giornalisti

È l’esatto opposto di ciò che aveva chiesto la Consulta a giugno nel 2021 quando una sentenza – relatore il giudice Francesco Viganò – l’articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che finora faceva scattare, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa compiuta mediante l’attribuzione di un fatto determinato, la reclusione da uno a sei anni. Dalle parti di Fratelli d’Italia hanno avuto la gran pensata di introdurre un nuovo articolo – il 13 bis – alla legge sulla stampa, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 13 della legge sulla stampa proprio perché prevedeva pene detentive, in contrasto con la giurisprudenza della Cedu. 

Fnsi: “Misura incivile”

“Nessuno ha diritto di inventarsi fatti falsi e precisi per ledere l’onore delle persone. Quello non è diritto di informazione ma orchestrata macchina del fango, che lede anche il diritto alla corretta e veritiera informazione”, spiega il meloniano nel tentativo di rendere potabile una norma che fa a pugni con la Costituzione italiana e con il diritto internazionale. E a dimostrazione di quanto sia avventata la sua incursione in commissione giustizia ci sono le reazione dei suoi compagni di maggioranza, tutt’altro che felici di dover smussare l’ennesima spinta autoritaria proprio a ridosso delle elezioni europee. Il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin spiega che non c’è stato il tempo per “approfondire il contenuto degli emendamenti” e rimanda alla sentenza della Consulta, affossando di fatto l’iniziativa del suo collega. Dal canto suo, la presidente della Commissione Giustizia al Senato Giulia Bongiorno (Lega), non entra nel merito ma annuncia una riunione di maggioranza, sottolineando però che il Carroccio “tiene soprattutto a focalizzare l’attenzione sul tema del titolo degli articoli e delle rettifiche”. E pensare che quella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo si riferiva al caso di Alessandro Sallusti, voce autorevole di questa destra che lambicca Orbàn, condannato dal giudice italiano alla pena di 14 mesi di reclusione e salvato dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. 

Inevitabile lo sdegno delle opposizioni, con il Movimento 5 Stelle che attraverso la senatrice Dolores Bevilacqua sottolinea i “troppi campanelli d’allarme per la libera informazione con questo governo” e con il dem Filippo Sensi che parla di “un conto aperto con la libertà di informazione” da parte di questa maggioranza. Di “posizioni inaccettabili frutto di pulsioni autoritarie“ parla il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli mentre Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi intravede “un altro salto indietro nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione”. 

Oggi l’ordine di scuderia è di abbassare i toni, seppellire la polemica e fingere che gli emendamenti siano un’iniziativa personale di Berrino, che si aggira con il cerino in mano e la nomea di Orbàn di questa settimana. Ma intanto l’avvertimento è arrivato. 

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