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L’Ue divisa sulla richiesta d’arresto per Netanyahu. L’Italia in linea con la posizione Usa

La richiesta d’arresto di Netanyahu  spacca l’Unione europea. Che la politica israeliana reagisse rabbiosamente alla richiesta del procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi) di emettere un mandato di arresto nei confronti del primo ministro di Israele, in quanto “ci sono ragionevoli elementi per credere che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia compiuto crimini di guerra e contro l’umanità” era facilmente prevedibile.

Le reazioni degli Stati membri dell’Unione europea sono la plastica rappresentazione dell’eterogeneità. Ognuno per conto suo. Per il Belgio “i crimini commessi a Gaza devono essere perseguiti al più alto livello, indipendentemente dai colpevoli”. Lo ha scritto il ministro degli Esteri belga, Hadja Lahbib, in una dichiarazione su X, sottolineando il sostegno del Belgio al lavoro della Cpi.

Posizione simile anche per il ministro degli Esteri sloveno secondo cui i crimini di guerra e contro l’umanità sul territorio palestinese “devono essere perseguiti in modo indipendente e imparziale indipendentemente dagli autori”. “La responsabilità è fondamentale per prevenire le atrocità e per garantire la pace”, ha scritto il ministero sui suoi canali ufficiali. 

Biden detta la linea: “Non c’è equivalenza tra Hamas e Israele”. Molti Paesi Ue lo seguono. Ma il procuratore della Cpi chiede di non “applicare la legge in modo selettivo”

Di posizione opposta il primo ministro ceco Petr Fiala che parla di una “decisione spaventosa e completamente inaccettabile” sostenendo che la proposta del procuratore capo della Cpi ha il difetto di mettere insieme “i rappresentanti di un governo democraticamente eletto insieme ai leader di un’organizzazione terroristica islamista”.

È la stessa linea tenuta dal cancelliere austriaco Karl Nehammer: “Rispettiamo pienamente l’indipendenza della Cpi. – scrive il capo del governo di Vienna -. Tuttavia, il fatto che il leader dell’organizzazione terroristica Hamas il cui obiettivo dichiarato è l’estinzione dello Stato di Israele venga menzionato contemporaneamente ai rappresentanti democraticamente eletti di quello stesso Stato non è comprensibile”.

Critica anche la posizione del Regno Unito. Il primo ministro Rishi Sunak attraverso il suo portavoce ha spiegato che “questa azione non fa nulla per aiutare a raggiungere una pausa nei combattimenti, far uscire gli ostaggi o ottenere aiuti umanitari e fare progressi verso un cessate il fuoco sostenibile che vogliamo vedere”.

Dalla Germania alla Francia: ognun per sé. L’Italia in linea con la posizione degli Stati Uniti

La Germania ieri in tarda serata ha emesso un comunicato con un lungo preambolo in cui afferma di rispettare la Cpi, importante perno della comunità internazionale, ma sottolinea come “la domanda simultanea di mandati di arresto contro i leader di Hamas da un lato e i due funzionari israeliani dall’altro ha dato la falsa impressione di un’equazione”.

Anche dall’altra parte dell’oceano il presidente Usa Joe Biden critica “l’equivalenza” tra il governo di Israele e Hamas. “Lasciatemi essere chiaro”, ha detto Biden, “rifiutiamo la domanda della Cpi per i mandati di arresto contro i leader israeliani. Qualunque cosa possano implicare questi mandati, non c’è equivalenza tra Israele e Hamas.

Oggi sulla questione è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Con una dichiarazione allineata alla posizione Usa: “Mi pare veramente singolare – dice il leader di Forza Italia -, direi inaccettabile, che si equipari un governo legittimamente eletto dal popolo a una organizzazione terroristica che è la causa di tutto ciò che sta accadendo in Medio Oriente”.

La Francia invece “sostiene la Corte Penale Internazionale (Cpi), la sua indipendenza, e la lotta contro l’impunità in tutte le situazioni”: lo ha fatto sapere ieri uno dei portavoce del ministero dell’Europa e degli Affari esteri francese in merito alla richiesta di mandati d’arresto internazionali nei confronti di dirigenti israeliani e di Hamas. 

Il procuratore capo della Cpi ieri ha voluto essere chiaro “su una questione fondamentale: se non dimostriamo la nostra volontà – ha detto Karim Khan – di applicare la legge allo stesso modo, se è vista come applicata in modo selettivo, creeremo le condizioni per il suo collasso”. 

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