Vai al contenuto

Otto miliardi di tassa invisibile mentre il governo ci parla di centesimi alla pompa

Ormai l’abbiamo letto tutti dappertutto: 17 centesimi al litro, circa 8,5 euro su un pieno da 50 litri, è il tetto che Eni ha messo da lunedì su benzina e gasolio. Ci abbiamo costruito sopra titoli e mappe dei distributori, il governo ha sculettato. Poi ieri l’Istat ha stimato l’inflazione di settembre al 4,2%, il livello più alto dal 2023, e l’Unione nazionale consumatori l’ha tradotta in 1.108…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Curriculum scartati dall’Intelligenza artificiale: per assunzioni e licenziamenti non si può fare, nella fase preliminare alla selezione sì

Il curriculum, ormai, si scrive per un presunto lettore che non lo leggerà perché non esiste. Lo dice un sondaggio di MyPerfectResume, rilanciato in Italia da ilCVperfetto, su 1.000 responsabili delle assunzioni negli Stati Uniti interpellati a marzo: per il 65% di loro l’intelligenza artificiale scarta candidature prima che le guardi una persona, e il 14% racconta che ne elimina più della metà. Il 47% ammette che la macchina può aver scartato proprio le persone che avrebbe voluto incontrare a un colloquio. Lo sanno, insomma.

Il 51% la usa anche per individuare i candidati “a rischio”, cioè chi cambia spesso lavoro o ha un periodo di inattività nel curriculum, e così un buco nel percorso diventa un indizio di inaffidabilità. Il sondaggio lo firma chi vende curriculum costruiti per superare questi filtri e va letto con prudenza, solo che i numeri somigliano a quelli di Harvard di cinque anni fa. E il tema è molto più politico di quanto sembri di primo acchito.

Curriculum scartati: un iter che in magazzino nessuno accetterebbe

Nel 2021 la Harvard Business School e la società di consulenza Accenture hanno interrogato oltre 2.250 dirigenti di Stati Uniti, Regno Unito e Germania sui software che filtrano le candidature.

L’88% ammetteva che quei programmi scartano candidati qualificati per i ruoli di alto profilo, il 94% per le mansioni intermedie, e il meccanismo è elementare: il software confronta le parole del curriculum con quelle dell’annuncio, e chi descrive le stesse competenze con parole diverse sparisce. Il 48% di chi li usava scartava in automatico, per le mansioni intermedie, chi aveva un buco di oltre sei mesi, anche se dietro c’era una gravidanza difficile o un familiare da accudire.

Nel rapporto, firmato fra gli altri da Joseph Fuller, si legge una frase che andrebbe appesa in ogni ufficio del personale: nessuna azienda tollererebbe un tasso d’errore simile nella logistica o nella catena di fornitura. Invece sulle persone sì. Del resto, spiegano gli autori, quei software nascono per risparmiare tempo e denaro.

La precisazione del 4 agosto

Qui da noi il divieto, sulla carta, c’è. Il decreto attuativo della legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale, approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni il 4 agosto, vieta di affidare soltanto a un software le decisioni sul rapporto di lavoro, dall’assunzione al licenziamento, e rende nullo il licenziamento deciso così.

Solo che nel testo finale il governo ha aggiunto una precisazione: la ricerca e la selezione delle candidature “non rientrano” fra le decisioni finali, “anche quando comportino la mancata ammissione alle fasi successive”. Tradotto: il software che ti scarta prima del colloquio resta fuori dal divieto.

La precisazione ha un precedente. Il 24 luglio lo studio legale Hogan Lovells Cadwalader, che assiste aziende che usano l’intelligenza artificiale per gestire il personale, aveva scritto alle commissioni di Camera e Senato con l’obiettivo dichiarato di “preservare l’efficienza organizzativa dell’impresa”, allegando un emendamento con la stessa formula. Undici giorni dopo la formula compare nel comunicato del governo quasi alla lettera: mancano solo due parole, “screening” e “classificazione”.

Eppure il regolamento europeo sui dati personali, il Gdpr, cita proprio la selezione online senza intervento umano come esempio di decisione automatizzata a cui ogni persona ha diritto di sottrarsi, e intanto l’Unione europea ha rinviato al 2 dicembre 2027 gli obblighi per l’intelligenza artificiale ad alto rischio, selezione del personale compresa. Fino ad allora a decidere chi arriva al colloquio resta il software. Chi viene scartato lo scopre dal silenzio.

L’articolo Curriculum scartati dall’Intelligenza artificiale: per assunzioni e licenziamenti non si può fare, nella fase preliminare alla selezione sì sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra primarie e Statuto Pd, Schlein verso l’Assemblea del partito: i riformisti puntano su Gori, ma Elly chiude la porta

Primarie sì, sfidanti no: è la formula con cui la maggioranza di Elly Schlein si prepara a mettere mano allo Statuto del Partito democratico nell’Assemblea nazionale attesa fra fine ottobre e i primi di novembre. Lì si voterà la proroga del mandato della segretaria, che scade a marzo in piena campagna per le politiche, e lì si discute di infilare anche quella che i giornali hanno già battezzato norma anti-Gori, cioè il divieto di altre candidature dem ai gazebo della coalizione. La porta che vogliono murare esiste già. L’articolo 5 affida all’Assemblea, in caso di primarie di coalizione, le modalità per “eventuali altre candidature” oltre a quella del segretario: nel 2012 servì una deroga per far correre Matteo Renzi contro Pier Luigi Bersani, oggi la regola c’è e si lavora per toglierla.

Il bersaglio ha un nome. Sabato scorso alla Casa del Popolo di Coiano, a Prato, l’assemblea dei riformisti dem intitolata “Cambiare!” ha trattato Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo, da candidato in pectore. Lui ha lasciato fare con un «Non se ne parlerà qui, oggi» che in molti già leggono come un’apertura. Le condizioni le hanno messe in fila gli ex ministri Lorenzo Guerini e Graziano Delrio: primarie in presenza, niente voto online e soprattutto il doppio turno, esattamente l’opposto di quel che chiede il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, che spinge per turno unico e consultazione ibrida.

Tra primarie e Statuto Pd, la calcolatrice di Coiano

Il conto vero i riformisti lo fanno a microfoni spenti ed è istruttivo. A Open un “riformista di rango” ha spiegato che l’area dovrebbe raccogliere con tutti i suoi candidati “il 15% per dire” e poi far confluire quei voti al secondo turno su Schlein o su Conte. Per ammissione della stessa minoranza il suo candidato servirebbe insomma ad arrivare terzo. Si vuole contare. E il ballottaggio è lo strumento per farlo, perché con il turno unico Gori sottrarrebbe voti alla segretaria a tutto vantaggio del leader dei 5 Stelle e una coalizione guidata da Conte, ha detto un riformista all’Agi, “sarebbe una tragedia”.

Al Nazareno la replica è arrivata a inizio settimana da Igor Taruffi, responsabile Organizzazione e braccio destro della segretaria, che su SkyTg24 ha ridotto lo Statuto a una riga: il candidato a Palazzo Chigi è la segretaria, anche se il costituzionalista Stefano Ceccanti ha ricordato a Open che la norma dice altro e che decide l’Assemblea. Solo che nel Pd vince l’aritmetica. All’Assemblea del 14 dicembre 2025, quella in cui il presidente del partito Stefano Bonaccini ha portato la sua Energia popolare in maggioranza, la relazione di Schlein è passata con 225 voti favorevoli e 36 astenuti. Con numeri così una porta si chiude senza nemmeno sbatterla.

Il silenzio di Roma

E ai gazebo? La segretaria del avrebbe poco da temere, secondo il sondaggio YouTrend per SkyTg24 condotto fra il 18 e il 22 settembre che la dà davanti a Conte con qualunque affluenza, al 38,6 per cento se ai gazebo va un terzo della base e al 31 se ne va la maggioranza. Uno scenario ribaltato, però, nell’ultima rilevazione Ipsos del 19 settembre scorso, che dà invece in vantaggio il leader M5S. La paura ha la forma delle liste: la proroga va votata in Assemblea e secondo Il Riformista le correnti puntano a farsela pagare con un direttorio sulle candidature, e ogni sfidante diventa un gettone da giocare al tavolo dove si compilano le liste.

Poi c’è chi a Coiano guardava più lontano del ballottaggio. Il ragionamento riferito all’Agi da un esponente della minoranza riguarda Roberto Gualtieri, sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia del secondo governo Conte, che se a Schlein le cose andassero male avrebbe margine e sponsor per prendersi la segreteria. Venerdì la direzione dovrebbe avviare il percorso della proroga. Il partito dei gazebo ci arriva così con una segretaria che non vuole sfidanti e una minoranza che si candida per contarsi, e a votare per ora sono soltanto le correnti.

L’articolo Tra primarie e Statuto Pd, Schlein verso l’Assemblea del partito: i riformisti puntano su Gori, ma Elly chiude la porta sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Congresso della Lega: diciotto mesi dopo, stessi delegati e nessun avversario. L’Assise fotocopia di Salvini

Matteo Salvini, lo sappiamo, ha convocato un congresso straordinario per chiedere la fiducia a chi gliel’ha già data per acclamazione diciotto mesi fa. E a concedergliela saranno con ogni probabilità le stesse persone. Martedì la Commissione statuto e regolamento della Lega ha chiuso all’unanimità la proposta di regolamento dell’assise, 24 e 25 ottobre a Milano, come ha annunciato il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli: manca solo il via libera del Consiglio federale e il risultato lo conosce già proprio chi l’ha organizzato.

Undici giorni fa dal palco di Pontida il vicepremier l’aveva detto senza pudore: chiederà alla sua «famiglia» la fiducia «per alzata di mano». Secondo Avvenire la mossa non l’aveva condivisa con nessuno. Il giorno dopo, nelle quattro ore di Consiglio federale in via Bellerio, è andata in scena la prova generale raccontata dal Post: il senatore Marco Dreosto ha proposto di chiudere la pratica lì con una mano alzata ed è partita una breve acclamazione senza un solo contrario dichiarato. Il congresso si fa lo stesso, a favore di telecamera.

Congresso della Lega, stessi delegati di Firenze

Al congresso votano i dirigenti. Segretario, Consiglio federale, segretari regionali e delle principali province, sindaci dei capoluoghi, parlamentari e consiglieri regionali, più i delegati ordinari che il Consiglio distribuisce di norma dopo i congressi territoriali: nel 2025, ha ricostruito il Post, furono 725, 400 dei quali ordinari. Con un mese di preavviso quella trafila dal basso diventa impossibile e a Milano siederanno gli eletti di Firenze, la platea che lo aveva incoronato senza nemmeno votare. Lo sanno bene anche i dissidenti: a microfoni spenti, secondo l’Ansa, spiegano che con un congresso elettivo il segretario dispone di un tesoretto di delegati suoi e ogni nome alternativo avrebbe vita difficile.

Il copione è quello del 6 aprile 2025 alla Fortezza da Basso: candidato unico, rielezione per acclamazione, mandato allungato da tre a quattro anni e fino al 2029. Quel giorno Salvini si disse sicuro che al congresso successivo sarebbe tornato «da delegato» e intanto consegnava sul palco la tessera a Roberto Vannacci, che poi fece vicesegretario e che il 3 febbraio 2026 se n’è andato a fondare Futuro Nazionale. Il congresso successivo è arrivato con due anni e mezzo d’anticipo. Il delegato promesso si prepara, come riporta ancora l’Ansa, a una corsa in solitaria.

Il Nord resta a casa

Il capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo ha bocciato il regolamento prima ancora che fosse scritto: al Corriere della Sera l’ha chiamato «trappolone» e a Un giorno da pecora su Radio1 ha spiegato che con i delegati della volta precedente chiunque si candidasse non avrebbe «nessuna chance». Lui non ci sarà. Concede a Salvini di restare segretario accanto a una squadra con «poteri reali» e agita i numeri: l’ultima rilevazione Ipsos Doxa che lui cita dà la Lega al 4,7 per cento, con una perdita di 0,2 punti al mese e il rischio di scendere sotto il 4 se si votasse a maggio. In questa fase i nordisti considererebbero inutile una candidatura che farebbe il gioco del segretario.

La risposta di Salvini, riportata dal Giorno, è un elenco di bandierine: l’emendamento per abolire il canone Rai, lo stop al blocco dei diesel Euro 5, il tetto del 30 per cento di alunni stranieri in classe, il divieto di burqa e niqab a scuola e in coda il vittimismo di sempre, perché sono i 30 anni, dice, che qualcuno celebra il funerale della Lega. A un partito in caduta risponde con il bollettino del Consiglio dei ministri, come se i decreti bastassero a riempire le urne.

A Milano fra poco più di tre settimane si alzeranno le mani di Firenze e Salvini uscirà confermato da una platea che in diciotto mesi ha visto andarsene il vicesegretario e scivolare il partito sotto il 5 per cento. La chiamano fiducia: è un’autocertificazione firmata dal segretario e controfirmata dai suoi delegati.

L’articolo Congresso della Lega: diciotto mesi dopo, stessi delegati e nessun avversario. L’Assise fotocopia di Salvini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ben-Givr risponde a Bono Vox, non c’è futuro per Gaza

Bambini generati al computer cantano a Bono di aiutarli a emigrare in Irlanda e gli chiedono di ascoltare Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit): è “Gaza to Ireland”, il video con cui il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, secondo il Jerusalem Post, ha risposto su X al cantante degli U2, che lunedì su Rolling Stone aveva paragonato la sua retorica a quella di Heinrich Himmler. Bono si riferiva a quanto Ben-Gvir disse ad agosto all’ex ostaggio Rom Braslavski: a Gaza ci sono persone che non meritano di vivere, «non sono nemmeno persone». Il ministro ha aggiunto la proposta, “aiutateli a trasferirsi in Irlanda”, e a chi parte ha promesso “un futuro meraviglioso”.

Il futuro, a Gaza, si seppellisce. Martedì nel campo profughi di Nuseirat si è tenuto un funerale collettivo per i resti di quasi 50 persone, estratti dalle macerie di edifici distrutti quasi tre anni fa, e Areej Farajallah ha raccontato all’Associated Press che la settimana prima erano state ritrovate due ossa del marito. E seppelliva anche suo figlio. Israele del resto tiene fuori i mezzi pesanti per scavare. L’International Association of Genocide Scholars, che il 31 agosto 2025 ha stabilito che le politiche di Israele a Gaza rientrano nella definizione giuridica di genocidio, contava già allora migliaia di sepolti sotto le macerie.

A Tunisi Ghassan Boughdiri, uno dei quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla detenuti a Mornaguia, è in sciopero della fame da tre settimane e da domenica rifiuta anche l’acqua. È svenuto prima di vedere la madre, riferiscono la Flotilla e The New Arab.

L’Irlanda ha già deciso: il 5 giugno ha vietato l’ingresso a Ben-Gvir e a Bezalel Smotrich, perché le loro dichiarazioni, disse il primo ministro Micheál Martin, equivalgono in sostanza al desiderio di vedere eliminati i palestinesi dalla Palestina.

L’articolo Ben-Givr risponde a Bono Vox, non c’è futuro per Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riarmo Ue, ma a Stelle e Strisce: 800 miliardi per affrancare la difesa europea dagli Usa. Ma comprando da loro

Riarmo Ue per l’indipendenza militare europea Leggete qua. Il primo F-35 della Germania è stato consegnato dodici giorni fa a Fort Worth, in Texas, nello stabilimento della Lockheed Martin, e resterà in America: insieme ad altri sette aerei finirà alla base di Ebbing, in Arkansas, dove si addestreranno i piloti della Luftwaffe, mentre i primi caccia arriveranno alla base di Büchel solo dal 2027. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha salutato «l’inizio di una nuova era». Nuova era, fornitore di sempre. A Büchel quei 35 aerei porteranno le bombe nucleari B61 fornite dagli Stati Uniti.

È questo il riarmo che Bruxelles vende come autonomia strategica. Il piano ReArm Europe da 800 miliardi, ribattezzato Readiness 2030 per suonare meno bellicoso, si scontra con i dati che lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ha pubblicato a marzo: fra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 58 per cento dei grandi sistemi d’arma importati dai 29 Paesi europei della Nato e a fine anno 12 Stati europei avevano 466 F-35 ordinati o in preselezione. Del resto l’Unione lo aveva messo per iscritto il 21 agosto 2025, nella dichiarazione congiunta con Washington sui dazi americani al 15 per cento: al punto 7 l’Ue “pianifica di aumentare in modo sostanziale” gli acquisti di equipaggiamento militare dagli Stati Uniti.

Riarmo Ue, i conti di Lussemburgo

Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha pubblicato la sua analisi sulla politica di difesa dell’Unione, e fra gli ostacoli alla prontezza entro il 2030 ha messo, accanto ai sistemi nazionali frammentati e alle strozzature industriali, la “continua dipendenza dagli Stati Uniti“. Sulla base di uno studio esterno i revisori hanno ricordato che dall’invasione russa dell’Ucraina a giugno 2023 il 78 per cento degli acquisti militari dei Paesi Ue è avvenuto fuori dall’Unione e il 63 per cento negli Stati Uniti, cioè proprio dal fornitore da cui il riarmo doveva affrancare il continente.

Lunedì l’inchiesta di Investigate Europe, realizzata con Arte e Rtp, ha messo in fila il resto: gli eserciti europei usano 178 sistemi d’arma contro i 30 delle forze armate statunitensi. Il Servizio di ricerca del Parlamento europeo stima che per l’assenza di un approccio europeo integrato si perdano 44 centesimi per ogni euro investito in equipaggiamenti. Poi c’è Safe, il fondo da 150 miliardi di prestiti garantiti dal bilancio Ue a cui hanno aderito 19 Paesi, Italia compresa, che sulla carta impone di tenere in Europa almeno il 65 per cento del valore dei componenti. Solo che, come ha scoperto Investigate Europe, i contratti firmati prima di giugno 2026 possono usare quei prestiti anche per comprare dalle aziende americane. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius l’ha liquidata così con Investigate Europe: «era il modo per arrivare a quello che potremmo chiamare un compromesso». Con chi, è facile indovinarlo.

L’Italia non fa eccezione

Qui da noi il conto è ancora più sbilanciato. Secondo il Sipri, fra il 2021 e il 2025 il 93 per cento delle armi importate dall’Italia è arrivato dagli Stati Uniti, e il Documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026 ha portato la flotta di F-35 da 90 a 115 aerei, 25 in più per 7 miliardi, motori e supporto fino al 2035 compresi. Intanto, come ha scritto Investigate Europe, il governo ha deciso di portare la spesa militare da 45 a 61 miliardi nei prossimi due anni, con il debito pubblico al 138 per cento del Pil a marzo. Un governo di “patrioti”, che compra americano più di nove volte su dieci.

A Washington, almeno, la chiamano con il suo nome. Il 6 febbraio Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14383, che istituisce una “America First Arms Transfer Strategy”. A Bruxelles lo stesso flusso di denaro continuano a chiamarlo autonomia strategica, mentre i piloti del primo caccia tedesco impareranno a pilotarlo in Arkansas.

L’articolo Riarmo Ue, ma a Stelle e Strisce: 800 miliardi per affrancare la difesa europea dagli Usa. Ma comprando da loro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Da Pirandello a Wanna Marchi: ce l’hanno portata le classi dirigenti

Stefania Nobile ha ragione, e fa pure un po’ rabbia doverlo ammettere. Nel video in cui risponde a chi si indigna per il “Premio internazionale della cultura” ritirato con la madre Wanna Marchi nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, liquida Pirandello e recita la sua definizione dei manuali: la cultura è ciò che un gruppo umano apprende e trasmette. Appunto. E chi ce l’ha insegnata…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Vendemmia 2026: tra cantine piene, vigne a secco. E il ministro Lollobrigida guarda più ai mercati che al clima

A Barolo, quasi tre settimane fa, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha tagliato il primo grappolo di Nebbiolo della vendemmia 2026 e, stando alle frasi riportate dall’Adige, ha spiegato che il vino italiano attraversa una «fase di assestamento» da affrontare aprendo nuovi mercati «a partire dall’Asia». Il clima, in quelle frasi, manca. Ed è un’assenza che pesa: un’annata stravolta dal caldo, in bocca al ministro, è diventata una pratica da ufficio export.

Eppure quell’estate sta scritta tutta nei registri delle cantine. In Franciacorta la raccolta è cominciata il 30 luglio per la prima volta nella storia del territorio. Secondo il Post a Montefalco l’hanno chiamata l’annata dei tre dieci, con 10 giorni di anticipo, il 10 per cento di uva in meno e 10 litri di vino persi ogni quintale, mentre in provincia di Chieti dopo oltre 120 giorni senza pioggia la produzione è calata fra il 25 e il 40 per cento rispetto alla media. Con condizioni così variabili Assoenologi, l’istituto pubblico per il mercato agricolo Ismea e l’Unione italiana vini quest’anno hanno rinunciato alla tradizionale stima prima della raccolta: i conti rischiavano di saltare. Contare l’uva è diventato un azzardo.

Quello che finisce nel bicchiere

Nell’acino succede quello che una revisione della letteratura guidata da Cornelis van Leeuwen dell’Università di Bordeaux, uscita nel 2024 su Nature Reviews Earth & Environment, aveva messo in fila: in 40 anni le vendemmie si sono anticipate di due o tre settimane, alcol e pH salgono, l’acidità scende, i vini perdono stabilità microbiologica e col caldo eccessivo gli aromi di frutta fresca lasciano il posto a quelli di frutta cotta. La stessa rassegna stima che circa il 90 per cento delle regioni vinicole tradizionali di pianura e di costa di Italia, Spagna e Grecia rischi di sparire entro la fine del secolo, e l’istituto francese Inrae, coautore dello studio, precisa che il conto vale con un riscaldamento globale oltre i 2 gradi. Perfino il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, che rivendica per gli enologi il compito di «evitare che sia il clima a decidere» quale vino produrre, come ha riportato Italia a Tavola, ammette che il caldo può accelerare gli zuccheri e abbassare l’acidità.

Per chi beve significa più gradi e meno freschezza, proprio mentre il mercato chiede vini più leggeri. E il bicchiere arriva presto. Dal 30 ottobre per legge si può vendere il novello, il primo vino dell’annata, e da lì il 2026 entrerà nelle case per anni, quando il dibattito pubblico avrà già archiviato il caldo fino alla prossima ondata di luglio. Michele Antonio Fino, docente all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, al Post ha detto che «non si tornerà alla normalità climatica a cui siamo abituati».

Il ministro guarda all’Asia

Le contromisure esistono ma costano e chiedono tempo. Stefano Poni dell’Università Cattolica ha spiegato al Post che la quota di aziende viticole italiane con acqua per irrigare «non supera il 20 per cento», e sempre secondo il Post in Campania si irriga appena l’1,17 per cento dei vigneti. Intanto il report Cantina Italia dell’Icqrf, l’ispettorato antifrodi del ministero, al 31 luglio contava ancora 42,6 milioni di ettolitri di vino in giacenza.

Davanti a vigne a secco e cantine piene il ministro ha visto una «fase di assestamento» da curare aprendo mercati in Asia, cioè un problema di vendite dove c’è un clima che nessun mercato orientale abbassa di un grado. Quel Nebbiolo tagliato a Barolo, del resto, diventerà Barolo solo dopo almeno 38 mesi di invecchiamento, quanti ne chiede il disciplinare, e arriverà sulle tavole quando del caldo del 2026 si sarà smesso di parlare da un pezzo. Dentro la bottiglia però ci sarà l’estate che il ministro ha lasciato fuori dal discorso di Barolo.

L’articolo Vendemmia 2026: tra cantine piene, vigne a secco. E il ministro Lollobrigida guarda più ai mercati che al clima sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Emergenza casa, la Spagna di Sánchez prova a fermare gli sfratti che l’Italia di Meloni vuole accelerare

Ottantasette anni, più di settanta passati nella stessa casa di Madrid, e mercoledì scorso una barella per uscirne, perché il fondo d’investimento che aveva comprato l’appartamento aveva ottenuto lo sfratto e la polizia, quando è entrata, l’ha portata fuori così. Maricarmen Abascal è finita in ospedale e la Spagna in piazza. Sabato, secondo Reuters, circa 30mila persone hanno attraversato la capitale agitando le chiavi di casa, e da allora centinaia di tende riempiono la Puerta del Sol, sotto gli uffici della presidente di centrodestra della regione Isabel Díaz Ayuso. Ieri l’avvocata di Abascal ha annunciato un accordo con il proprietario che la farà tornare a casa: una donna salvata dalle telecamere, insomma, e un sistema rimasto dov’era.

Casa, l’emergenza spagnola in numeri

La Banca di Spagna calcola un deficit di 750mila abitazioni, destinato a superare il milione entro il 2028, e in dieci anni i canoni sono raddoppiati, più in fretta dei salari. Il Consiglio della gioventù di Spagna ha calcolato che l’affitto medio, 1.176 euro, vale il 98,7 per cento dello stipendio medio mensile. Ayuso da parte sua ha liquidato la piazza come un tentativo di cambiare le regole dei contratti in corso, chiedendo ai manifestanti se per caso vogliono un limite d’età per pagare l’affitto. Ottantasette anni, appunto.

Oggi il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez porta in Consiglio dei ministri il decreto che i sindacati degli inquilini chiamano già “decreto Maricarmen”. Solo che il testo dovrà passare dal Congresso entro 30 giorni, e lì i catalani di Junts, che a febbraio avevano già contribuito ad affondare una prima legge, hanno fatto sapere di voler colpire soltanto i cosiddetti fondi avvoltoio. Tradotto: gli avvoltoi sì, il mercato no.

Roma accorcia i tempi

Qui da noi manca la barella davanti alle telecamere, mentre i numeri ci sono tutti. Gli ultimi dati del ministero dell’Interno, riferiti al 2024, contano 40.158 provvedimenti di sfratto e 21.337 sfratti eseguiti con l’ufficiale giudiziario, una media di 58 al giorno, e oltre 10mila provvedimenti, ha calcolato il Sicet, il sindacato inquilini della Cisl, sono arrivati perché il contratto era finito o perché il proprietario rivoleva la casa. La morosità, lì, non c’entra niente.

Il governo italiano ha preso esattamente la strada opposta a quella che Sánchez prova a imboccare. Il fondo nazionale per l’affitto, che aveva toccato 330 milioni, non è stato rifinanziato dalla prima legge di bilancio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e il 30 aprile, accanto al Piano casa, il Consiglio dei ministri ha approvato con dichiarazione d’urgenza un disegno di legge proposto insieme al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che vale anche per la morosità e i contratti scaduti: decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso e penale dell’1 per cento del canone per ogni giorno in casa oltre il termine. «Tagliamo i tempi per le esecuzioni», ha rivendicato Meloni.

La tenda è già passata da Milano

Le tende, qui, si sono già viste. Nel maggio del 2023 la studentessa Ilaria Lamera piantò la sua davanti al Politecnico di Milano e nei mesi successivi gli accampamenti arrivarono davanti a più di 25 atenei. Tre anni dopo i canoni, secondo il portale idealista, hanno toccato 15,4 euro al metro quadro, il livello più alto da quando li misura, e la dichiarazione d’urgenza di Palazzo Chigi è andata ai tempi degli sfratti.

A Madrid è bastata un’anziana su una barella per riempire una piazza e portare un decreto sul tavolo del governo. In Italia una Maricarmen, se il Parlamento approverà il testo di Nordio, si troverebbe davanti un decreto di rilascio firmato entro quindici giorni dal ricorso e l’1 per cento del canone da pagare per ogni giorno in più passato nella propria cucina.

L’articolo Emergenza casa, la Spagna di Sánchez prova a fermare gli sfratti che l’Italia di Meloni vuole accelerare sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Guerra ibrida da Mosca: l’Europa (Italia compresa) accusa, ma ammette software realizzati in Russia in uso alle polizie Ue

Sta scritto in un documento tecnico della Procura di Sassari datato aprile 2026: fra gli strumenti che la polizia giudiziaria può usare per estrarre e analizzare i dati dei dispositivi mobili, accanto a Cellebrite e GrayKey, c’è anche Oxygen Forensics. Il 23 settembre il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato l’arresto del suo amministratore delegato Lee Reiber e del russo Oleg Sergeyevich Davydov, accusati di aver nascosto al governo degli Stati Uniti che Oxygen, con sede in Virginia, era controllata da cinque cittadini russi e che il suo software veniva scritto in Russia. L’Europa che ogni giorno si allarma per la guerra ibrida, insomma, la Russia se l’era già portata in laboratorio.

Guerra ibrida, il software scritto in Russia

Secondo la denuncia gli stessi cinque proprietari controllavano MKO Systems, società russa che fino al 2022 si chiamava Oxygen Software e che vendeva in patria lo stesso software sotto altri nomi a clienti che avrebbero incluso il Servizio federale di sicurezza (Fsb) e il ministero dell’Interno russi. Davydov, che dirigeva gli sviluppatori in Russia, è stato fermato domenica 20 settembre a Heathrow mentre stava per imbarcarsi per Istanbul. Washington conta di chiederne l’estradizione. La denuncia non contesta al software codice malevolo né accessi abusivi ai dati dei clienti e le accuse andranno provate in aula. Solo che un software che apre i telefoni degli indagati, scritto in Russia dalla stessa squadra che scriveva il software che sarebbe finito all’Fsb, era un problema di sicurezza nazionale ben prima dell’arresto.

Secondo Politico, che ha pubblicato l’inchiesta il 27 settembre, Oxygen compare in due progetti finanziati dall’Unione europea sulle prove digitali: EVIDENCE, sostenuto con oltre 1,9 milioni di euro fra il 2014 e il 2016, consultava Oxygen in una rete che comprendeva Europol ed Eurojust, le agenzie europee di polizia e di cooperazione giudiziaria, mentre INSPECTr, finanziato da Horizon 2020 e attivo fino al 2023, ha costruito un software per rendere le prove estratte con Oxygen accessibili agli investigatori che usano altri software. La Commissione europea precisa che l’azienda era fuori dai consorzi e non ha ricevuto fondi per quei progetti. Sul suo sito, sequestrato il 20 settembre, Oxygen elencava però la Commissione fra i clienti, scrive ancora Politico.

Software dalla Russia: chi lo comprava

Secondo gli avvisi della banca dati europea degli appalti consultati da Politico, il software Oxygen è stato accreditato o acquistato dalle polizie di Germania, Spagna, Italia e Polonia; in Ungheria la polizia ha firmato a dicembre 2024 un contratto da 10,14 milioni di fiorini (circa 27mila euro) e le polizie di Romania e Lettonia lo hanno comprato ancora a settembre. Nessuna polizia nazionale ha risposto alle domande di Politico.

Il 2 settembre a Wicklow il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto di non escludere tentativi russi di condizionare le prossime elezioni italiane, aggiungendo che «per questo bisogna intervenire in anticipo». In anticipo. Del resto la guerra ibrida qui da noi è diventata soprattutto un’etichetta da incollare addosso a chi dissente, pronunciata con leggerezza nei comizi, mentre il controllo di chi vende software alle polizie, quello noioso fatto di visure e certificazioni, resta roba da uffici acquisti.

L’organizzazione per i diritti digitali Access Now chiede all’Ue e ai governi di sospendere quegli strumenti e di indagare su come un’azienda di proprietà russa abbia passato un decennio dentro le forze dell’ordine occidentali, riferisce Politico. Per sapere se i telefoni degli indagati italiani sono passati da un software scritto in Russia, il governo che voleva intervenire in anticipo ci ha lasciato un’unica strada: leggere un giornale di Bruxelles.

L’articolo Guerra ibrida da Mosca: l’Europa (Italia compresa) accusa, ma ammette software realizzati in Russia in uso alle polizie Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui