Vai al contenuto

L’unità di misura della tregua a Gaza è lo spazio sottratto

Nella Striscia di Gaza la tregua si misura in spazio sottratto. Lunedì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il coordinatore speciale ad interim per il processo di pace in Medio Oriente, Ramiz Alakbarov, ha letto le osservazioni del segretario generale António Guterres: le autorità israeliane hanno confinato la popolazione di Gaza in circa il 30 per cento del territorio, mentre le uccisioni di civili continuano.

Sull’altro lato della Linea Gialla, secondo un’analisi di immagini satellitari del New York Times, l’esercito israeliano ha costruito almeno una dozzina di avamposti, si è spinto oltre la linea di ritiro concordata e ha steso pavimentazione nuova dove prima della tregua c’erano le macerie. Il 2 settembre il primo ministro Benjamin Netanyahu era lì: «restiamo su questa linea». Di là, le macerie diventano asfalto. Di qua restano dove sono: il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha spiegato al Guardian che per rimuoverle serviranno dai sette ai dieci anni e che le autorità israeliane limitano l’ingresso dei macchinari, considerando parte delle attrezzature utilizzabili anche da Hamas.

Il ministero della Salute di Gaza conta 1.421 palestinesi uccisi dall’inizio della tregua e 74.022 dall’ottobre 2023. Nel dicembre 2024 Amnesty International ha concluso che Israele commette un genocidio anche imponendo ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per distruggerli fisicamente. A Tunisi quattordici persone arrestate dopo il corteo del 19 settembre per i quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla sono finite in custodia cautelare, come ha confermato ad Al Jazeera un avvocato della difesa, e tre dei quattro restano in sciopero della fame. Alakbarov ha chiuso così il capitolo su Gaza: «lo spazio per la ripresa» finora è stato negato.

L’articolo L’unità di misura della tregua a Gaza è lo spazio sottratto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tajani dice cose. E non fa ridere

«Peraltro prevista». Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha archiviato la condanna a 10 anni di tre ufficiali della National Security egiziana per il sequestro di Giulio Regeni, aggiungendo che «non cambiano i rapporti con l’Egitto» perché a essere colpevole non è «l’Egitto in quanto tale». Che la responsabilità penale sia personale lo sa anche una matricola di Giurisprudenza, solo che quei tre erano uomini degli apparati di Abdel Fattah al-Sisi, processati in contumacia perché il Cairo per anni ha negato all’Italia perfino i loro indirizzi.

Noi su Tajani continuiamo a sbagliare, anzi addirittura a divertirci. Collezioniamo le sue frasi come figurine: la moglie da scegliere con «la gonna più lunga, meno appariscente, che non ti tradisce», con le scuse poi spedite da Washington, e il diritto che «è importante fino a un certo punto», detto a Porta a Porta mentre Israele bloccava la Flotilla. Nel 2019, da presidente del Parlamento europeo, trovò in Mussolini «cose positive» e poi a Repubblica si giustificò così: «Ho sbagliato con l’italiano forse». Ridiamo. E mentre disegniamo la macchietta perdiamo di vista il ministro.

Solo che un ministro degli Esteri parla per lo Stato, e al Cairo le sue parole si pesano come atti. Il 3 settembre Tajani era da al-Sisi con due ministri e un Business Forum al seguito, a rafforzare il partenariato, parola della Farnesina; ora ha fatto sapere al regime che la sentenza di una Corte d’assise della Repubblica resta una faccenda fra tre imputati irreperibili. La legale della famiglia Regeni chiede al governo di rompere con l’Egitto: il capo della diplomazia ha già messo agli atti che i rapporti restano quelli. E il sovranismo rivendicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come linea politica del governo? Vaporizzato appena si varca il portone della Farnesina.

Sono tempi così cupi che per liberare il ministero degli Esteri tocca confidare in Marina Berlusconi, che con il fratello Pier Silvio finanzia Forza Italia e da marzo ne chiede il rinnovamento. Non resta che sperare che i figli del suo dante causa gli indichino l’uscita. Possibilmente prima del prossimo volo per il Cairo.

L’articolo Tajani dice cose. E non fa ridere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La sentenza Regeni ci sta comoda in valigia, e al-Sisi ha già invitato Meloni al Cairo

Una sentenza non restituisce un figlio, è solo un alito dentro il dolore, eppure ieri sera a Roma ha rimesso in piedi la verità giudiziaria. La Corte d’Assise ha condannato a 10 anni tre ufficiali della National Security egiziana per il sequestro di Giulio Regeni, 3.890 giorni dopo il ritrovamento del suo corpo torturato. L’omicidio è caduto, il sequestro resta e porta la divisa di un altro Stato.

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Processo Hydra, la pm Cerreti sotto scorta e la politica guarda altrove: se la mafia non uccide non fa notizia

Tre segni sul finestrino blindato lasciati da un corpo contundente sull’auto di scorta della pm Alessandra Cerreti, un’auto che era parcheggiata nel cortile del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio lì dove lo Stato dovrebbe sentirsi a casa, e che aveva i giubbotti antiproiettile della scorta chiusi dentro.

Cerreti è la pm della Direzione distrettuale antimafia(Dda) di Milano che con Rosario Ferracane ha portato a processo Hydra, l’inchiesta sul consorzio fra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia, arrivata il 12 gennaio a 62 condanne in rito abbreviato. Lunedì scorso l’informativa è partita verso la Procura di Brescia, che è competente sui magistrati del distretto di Milano. Da allora il caso viaggia come una pratica qualsiasi fra due uffici.

Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, sabato al convegno di Libera Non è altrove l’ha detto chiaro: dell’attacco a Cerreti “si è parlato molto poco”. Poi ha aggiunto, e lei stessa l’ha detto maliziosamente, che forse con un magistrato in servizio “a sud di Roma”, o con un uomo, la risonanza sarebbe stata maggiore. Il sospetto di Musti ha precedenti. Un anno fa le auto di scorta della pm sono state divise da un Suv nero in autostrada e seguite da vicino fin dentro Milano, gli accertamenti su quel Suv sono caduti nel vuoto e l’episodio si è saputo solo adesso.

Non solo Hydra e Cerreti: una minaccia ogni 28 ore

I numeri danno ragione al sospetto di Musti. Il sedicesimo rapporto “Amministratori sotto tiro” di Avviso Pubblico ha contato 309 intimidazioni contro amministratori e dipendenti degli enti locali nel 2025, una ogni 28 ore, il 6 per cento in meno dell’anno prima, solo che intanto la geografia si sposta: il Nord-Ovest sale a 44 casi e la Lombardia, con 30 episodi e un aumento del 58 per cento sul 2024, è la regione più colpita del Centro-Nord. Lei lo chiama “terrore silente”, quello che in Piemonte e in Emilia-Romagna ha fatto credere per decenni alla «favoletta» dell’assenza delle mafie, visto che per strada non si sparava col kalashnikov.

Il silenzio si misura anche fuori dalle aule. Nell’indagine Ipsos Doxa diffusa a luglio il 50 per cento degli italiani mette le mafie fra i problemi più urgenti del Paese, contro il 62 del 2022. Luca Tescaroli, procuratore di Prato, a giugno ha spiegato alla rivista La Magistratura che l’attenzione sulle mafie è caduta, probabilmente anche per una strategia delle mafie stesse, pensata per non destare allarme sociale. Il giornalista di Report Giorgio Mottola, come ha riportato Antimafia Duemila, a maggio alla Bicocca aveva detto la stessa cosa in modo più semplice: “Hydra non interessa perché non si ammazza”. Insomma raccontiamo le mafie solo quando lasciano un corpo sull’asfalto, e le mafie, che lo sanno da anni, hanno imparato a non lasciarlo più.

Sovraesposti e poco protetti

Paolo Borsellino questo esatto meccanismo l’aveva descritto il 26 gennaio 1989, in una lezione agli studenti dell’istituto Remondini di Bassano del Grappa. Parlava di una “delega inammissibile” a magistrati e polizia, lasciati a occuparsi da soli della mafia, e ne indicava il prezzo: chi indaga si ritrova “estremamente sovraesposto e poco protetto”, perché per il criminale eliminare quel magistrato significa eliminare l’unico nemico che ha. Pochi mesi prima la sua denuncia sulla smobilitazione del pool antimafia di Palermo, affidata a Repubblica e all’Unità, aveva acceso sui giornali una polemica durata tutto l’agosto del 1988. Trentotto anni dopo la smobilitazione costa molto meno. Basta che nessuno ne parli.

La nota con tutti gli episodi di minacce contro Cerreti, compreso l’inseguimento in autostrada, è stata trasmessa alla Commissione parlamentare antimafia. Sta lì, agli atti. Tre segni su un vetro blindato che ha retto, e intorno un silenzio che regge ancora meglio, tenuto in piedi ogni giorno da giornali e partiti.

L’articolo Processo Hydra, la pm Cerreti sotto scorta e la politica guarda altrove: se la mafia non uccide non fa notizia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

In Cisgiordania come a Gaza, parla Smotrich e non promette bene

«Lo abbiamo già fatto». Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich risponde così nel podcast di Ynet del 27 settembre a chi gli chiede che cosa voglia dire la sua proposta di fare in Cisgiordania quello che Israele ha fatto a Gaza: ci sono tre campi profughi vuoti e la popolazione è stata evacuata «per la sua protezione». Tre giorni prima, all’Onu, il primo ministro Benjamin Netanyahu chiamava l’accusa di genocidio la più grande menzogna del secolo.

Il 4 settembre l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha descritto i tre campi, Jenin, Nur Shams e Tulkarem, con altre parole: le forze di Israele sono passate porta a porta, la popolazione è stata cacciata per intero con la forza e gli sfollati raccontano di ufficiali che dicevano di andarsene tutti in Giordania. L’Onu vi legge serie preoccupazioni di crimine contro l’umanità per trasferimento forzato. A luglio l’Unrwa contava 33.362 profughi ancora fuori dai campi.

Quello che Israele ha fatto a Gaza ha il nome che gli dava Oxfam l’11 giugno: genocidio, con una pulizia etnica in corso in Cisgiordania. Intanto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir pubblica su X il video in cui dice a Hassan Salameh, detenuto dal 1996, di volerlo giustiziare, e prospetta, se sarà ministro della Difesa, esecuzioni per i prigionieri come lui ed emigrazione per i palestinesi. In Israele si vota il 27 ottobre. A Tunisi i quattro della Global Sumud Flotilla restano a Mornaguia, e Al Jazeera racconta che la figlia più piccola di Wael Naouar ha quattro anni, si chiama Sumud e a chi le domanda dove sia il padre risponde «Palestina».

La protezione di cui parla Smotrich ha perfino una scadenza: il 24 settembre, secondo Haaretz, l’esercito ha prorogato fino al 30 novembre la chiusura di Nur Shams, che sarebbe finita il 30 settembre.

L’articolo In Cisgiordania come a Gaza, parla Smotrich e non promette bene sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Quando il teatro diventa verità: “A Casa Loro” conquista e scuote l’Auditorium di Santa Scolastica

Pomeriggio di grande intensità e profonda riflessione ieri a Rieti. L’Auditorium di Santa Scolastica ha registrato una partecipazione numerosa e partecipe per lo spettacolo “A Casa Loro” il monologo scritto da Giulio Cavalli e Nello Scavo, portato in scena dallo stesso Cavalli in occasione della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.

Un appuntamento che ha portato sul palcoscenico le storie e le vicende di uomini, donne e bambini che affrontano le rotte migratorie, attraverso il linguaggio del teatro civile e il lavoro giornalistico di Nello Scavo, reporter internazionale e firma di Avvenire. Sul palco, Giulio Cavalli ha portato in scena un’interpretazione magistrale, capace di restituire con chiarezza, rigore ed estrema durezza la realtà cruda delle rotte migratorie, dei diritti negati e delle responsabilità collettive. A rendere l’esperienza ancora più toccante e immersiva sono state le musiche di Ivan Merlini, perfettamente calate nel dramma umano di migranti e rifugiati, capaci di accompagnare il racconto con forte carica emotiva.

Un pubblico attento e silenzioso ha seguito ogni passaggio di un’opera d’inchiesta che non concede sconti, dimostrando quanto la comunità senta il bisogno di narrazioni vive, autentiche e necessarie. Un ringraziamento a chi ha partecipato e a chi ha reso possibile questo prezioso momento di teatro civile in città: promosso nell’ambito del progetto SAI del Comune di Rieti, gestito dall’Odv Il Samaritano, insieme all’Ufficio Migrantes della Diocesi di Rieti e alla Caritas di Rieti, con il contributo della Fondazione Varrone.

È possibile rivedere la diretta FORMAT dello spettacolo.

ph M. D’Alessandro

fonte

Il ponte sullo Stretto è il ritratto dell’immarcescimento politico di Salvini

«Sto lavorando giorno e notte insieme a una schiera di tecnici, di ingegneri e di docenti universitari», giurava venerdì Matteo Salvini, collegato con Fiuggi. Sabato la schiera ha perso il suo generale. Valerio Mele, direttore tecnico della Stretto di Messina dal 2023, dal 1° ottobre fa il direttore operativo di Anas e la società giura che era deciso da tempo Bah, sarà pure vero: resta il fatto…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Aiuti umanitari a Gaza, entra solo il 30%

Trenta per cento. È la quota di aiuti umanitari su ciò che entra a Gaza secondo la stima data all’AFP da Christian Saunders, commissario generale ad interim dell’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi: il resto è merce commerciale a volte di lusso, mentre Israele rende difficilissimo far entrare l’olio motore dei soccorsi. Per Saunders la Nutella è superflua. Mercoledì a New York il Board of Peace del presidente statunitense Donald Trump ha presentato il suo piano, e nel documento visionato da Axios ci sono 275 milioni di dollari per una base fortificata da 5.000 uomini della forza internazionale a Rafah, zona che Israele controlla, e altrettanti per macerie e ordigni inesplosi. Secondo Axios Israele impedisce ai palestinesi già selezionati per la nuova polizia di addestrarsi in Egitto, e il comitato tecnocratico che dovrebbe governare Gaza lavora dal Cairo e deve ancora entrarci, scrive l’agenzia Nova.

La Commissione d’inchiesta Onu, che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, elencava fra le prove il blocco degli aiuti, carburante compreso, e l’agenzia che quegli aiuti li distribuisce dovrà tagliare i servizi ai rifugiati se entro due mesi non inizia a coprire un buco di 100 milioni, ha avvertito Saunders. Mercoledì la Corte d’appello di Tunisi ha confermato altri quattro mesi di detenzione ai quattro dirigenti tunisini della Global Sumud Flotilla, la missione che provava a entrare a Gaza dal mare, e Wael Naouar ha sospeso lo sciopero della fame dopo 38 giorni.

Nel pomeriggio, a chi gli chiedeva se fosse ora di entrare nel Board of Peace, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) aveva risposto che l’Italia resta osservatrice. In serata, dal podio dell’Assemblea generale, ha detto che gli aiuti a Gaza «devono entrare senza ostacoli».

L’articolo Aiuti umanitari a Gaza, entra solo il 30% sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Morti sul lavoro, vent’anni di leggi non fermano le stragi. Dopo il Colosseo, le proposte Fillea: dai processi ai subappalti

Nella notte fra martedì e mercoledì Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni arrivato dal Teramano, lavorava alla nuova illuminazione del Colosseo quando è caduto da una decina di metri dal secondo ordine dell’anfiteatro. Secondo l’Ansa l’accensione delle luci era fissata per il 9 ottobre e il ragazzo è stato trovato con l’imbracatura non agganciata alla fune.

La Procura di Roma indaga per omicidio colposo e il Colosseo è rimasto chiuso per lutto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto sapere che “morire a 22 anni è inaccettabile” e che il governo continuerà “a fare la nostra parte”, e allora conviene controllare con calma che cosa sia stata finora questa parte.

Vent’anni di decreti dopo le stragi

La legge migliore è anche la più vecchia e la meno applicata. Il Testo unico sulla sicurezza, il decreto legislativo 81 del 2008, fu approvato in quattro mesi dopo il rogo della ThyssenKrupp di Torino che nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 uccise sette operai, e riordinò le regole in un solo testo. Il calo dei morti era già cominciato e l’Inail, l’istituto che assicura i lavoratori contro gli infortuni, passò dai 1.341 morti del 2006 ai 1.120 del 2008, eppure dieci anni dopo, secondo l’associazione dei mutilati e invalidi del lavoro Anmil, mancavano ancora almeno una ventina di decreti attuativi. Poi la curva si è piantata. Nella relazione annuale presentata questa settimana alla Camera i morti sul lavoro denunciati nel 2025 sono 1.198, più di tre al giorno, esattamente come allora.

Da lì in avanti le norme sul lavoro arrivano a rate, spesso a lutto fresco. Dopo il crollo del cantiere di via Mariti a Firenze, dove il 16 febbraio 2024 morirono cinque operai, il governo ha infilato nel decreto-legge 19 la patente a crediti, obbligatoria nei cantieri dal 1° ottobre 2024: secondo la Fillea Cgil, il sindacato degli edili, ne sono state rilasciate circa 400 mila contro 800 mila imprese attese, e chi ha l’attestazione Soa per gli appalti pubblici dalla terza classe in su ne è esentato.

Un anno prima il nuovo Codice degli appalti, il decreto legislativo 36 del 2023, aveva riaperto la porta al subappalto a cascata che le regole precedenti vietavano e che Bruxelles contestava. L’ultimo intervento, il decreto-legge 159 dell’ottobre 2025, ha aggiunto un badge di cantiere che dice chi entra e tace su chi comanda il lavoro. Anche Andrea Moretti, secondo Sky Tg24, lavorava in subappalto.

Tredici proposte sul tavolo

La Fillea ha messo in fila le sue richieste il giorno stesso a Quinto di Treviso, con i dati provvisori dell’Inail in mano: almeno 86 morti nell’edilizia fra gennaio e luglio 2026. Si parte dalla giustizia, perché nei procedimenti seguiti dal sindacato il processo comincia in media dopo tre anni, e il sindacato chiede una Procura nazionale del lavoro con competenze specialistiche e il gratuito patrocinio per i familiari delle vittime a prescindere dal reddito, come prevede la proposta di legge 2904 presentata ad aprile.

Sugli appalti il sindacato vuole fermare il subappalto al primo livello e alle sole lavorazioni specialistiche, sostituire la patente con un sistema vero di qualificazione delle imprese, avere più ispettori e abrogare le norme sul preavviso delle ispezioni. Poi il caldo, con lo stop del lavoro quando si superano i 35 gradi percepiti. E l’amianto, a cui l’Istituto superiore di sanità, Iss, attribuisce circa 4.400 morti l’anno. Sono misure da manutenzione ordinaria e il loro costo è la fatica di scriverle prima del prossimo morto sul lavoro.

Al Colosseo il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha voluto precisare che una corona di fiori come quella deposta per Andrea Moretti «non si improvvisa in pochi minuti». Ha ragione. Vale anche per la sicurezza sul lavoro.

L’articolo Morti sul lavoro, vent’anni di leggi non fermano le stragi. Dopo il Colosseo, le proposte Fillea: dai processi ai subappalti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Mirafiori in cassa integrazione da quasi un ventennio, Stellantis promette e il governo applaude

Diciannove anni consecutivi di cassa integrazione, secondo il conto della Fiom, e il diciannovesimo prende la forma di due settimane di stop: dal 19 al 30 ottobre le Carrozzerie di Mirafiori fermano la linea dell’unica auto che producono, la Fiat 500 elettrica e ibrida, e mandano a casa 1.074 lavoratori tra 934 operai e 140 impiegati.

Stellantis parla di «situazione complessa» nonostante il raddoppio della produzione, e intanto sembra aver dimenticato la versione che dava ai delegati il 1° settembre, quando fermò la stessa linea per tre giorni di fila spiegando che la domanda di ibride superava la produzione. Troppi ordini a inizio mese e cassa integrazione annunciata tre settimane dopo: la coerenza aziendale a Torino dura meno di un turno di notte.

I centomila di Imparato

Le promesse hanno una data. Il 17 dicembre 2024, al tavolo del ministero delle Imprese e del made in Italy, l’allora responsabile Europa del gruppo Jean-Philippe Imparato presentava il Piano Italia con 2 miliardi di investimenti negli stabilimenti per il 2025 e 6 miliardi di acquisti dai fornitori più la salvaguardia dei livelli occupazionali, e per Torino si sbilanciava: con la 500 ibrida si aspettava 100mila vetture in più all’anno, dentro un 2026 da più 50 per cento per tutta la produzione italiana.

Nel primo semestre di quest’anno, secondo il report della Fim-Cisl, da Mirafiori ne sono uscite 36.048 e la produzione nazionale del gruppo è cresciuta solo del 13,7 per cento. A luglio il suo successore Emanuele Cappellano ammetteva che centrare le centomila a Torino sarebbe stato complicato.

Il conto nazionale fa ancora più male. Nel 2025, sempre secondo la Fim-Cisl, gli stabilimenti italiani hanno prodotto 379.706 veicoli, la metà dei 751.384 del 2023, mentre ai tavoli ministeriali circolava l’obiettivo del milione. Il bilancio del gruppo, intanto, si è chiuso con una perdita netta di 22,3 miliardi e il dividendo sospeso. Il piano FaSTLAne 2030 che l’amministratore delegato Antonio Filosa ha presentato a maggio, 60 miliardi di investimenti e sessanta nuovi modelli nel mondo, a Mirafiori promette la prossima generazione della 500 tra il 2030 e il 2031.

Il ministro della vetrina

Poi c’è il governo, che con Stellantis alterna il broncio all’applauso e sull’applauso, puntualmente, si ferma. Nel 2023 il ministro delle Imprese Adolfo Urso fissava l’obiettivo del milione di veicoli, nell’agosto 2024 accusava l’azienda di essere venuta meno agli impegni dopo aver concesso gli incentivi che l’allora amministratore delegato gli aveva chiesto, e nella manovra di quell’autunno tagliava 4,6 miliardi dal fondo automotive per poi restituirne una frazione.

Quattro mesi dopo il suo ministero battezzava il piano di Imparato con un comunicato intitolato “al via il Piano Italia” e il governo annunciava 1,6 miliardi per la filiera fra il 2025 e il 2027: una lista di intenzioni aziendali accolta come se fosse già una fabbrica. Il 16 settembre, sei giorni prima dell’annuncio della cassa integrazione, Urso ha accolto al ministero la Lancia Gamma, costruita a Melfi, e l’ha presentata come il simbolo del rilancio dell’auto italiana, con Cappellano al suo fianco a ribadire che Mirafiori quest’anno produrrà il doppio del 2025.

Solo che la stessa Stellantis, per giustificare lo stop di Mirafiori, ha fatto sapere che il dialogo con le istituzioni sul costo dell’energia le ha portato zero benefici concreti, e cioè ha girato una parte del conto a chi siede ai tavoli, a cominciare dal ministro. A questo ritmo anche il ventesimo anno di cassa integrazione a Torino sarà accolto, come la Gamma, con un applauso e un comunicato?

L’articolo Mirafiori in cassa integrazione da quasi un ventennio, Stellantis promette e il governo applaude sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui