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Asili nido, tutte le promesse mancate del governo Meloni: ecco la fotografia dei numeri

Nei nidi ci sono 31,6 posti ogni cento bambini. È la fotografia dell’Istat sull’anno educativo 2023/2024, pubblicata il 2 febbraio 2026: 14.570 servizi attivi, quasi 378.500 posti autorizzati, e un divario che si accorcia perché i bambini spariscono, visto che nel 2025 ne sono nati 355 mila, minimo dal dopoguerra, come ha contato la Fondazione per la Natalità con l’Istat. La copertura sale mentre le culle si svuotano. Un traguardo per sottrazione.

Il 25 ottobre 2022, chiedendo la fiducia alla Camera, Giorgia Meloni si impegnava a sostenere i Comuni perché garantissero «asili nido gratuiti e aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici», promessa scritta anche nel programma di Fratelli d’Italia. Della gratuità è avanzato un rimborso che arriva, ovviamente, solo a chi il posto lo ha già trovato.

Il taglio che si chiama rimodulazione

Il Pnrr prometteva 4,6 miliardi e 264.480 nuovi posti fra nidi e scuole dell’infanzia entro dicembre 2025. La revisione concordata con la Commissione europea alla fine del 2023 ha portato i posti a 150.480 e le risorse a 3,8 miliardi, mentre la scadenza slittava a giugno 2026: oltre centomila posti in meno, spiegati con il rincaro delle materie prime. Al 26 febbraio 2026, ultimo aggiornamento pubblicato su Italia Domani, il comparto istruzione aveva speso il 45,6 per cento delle risorse contro il 55,6 dell’intero Piano, e il 62 per cento dei fondi assegnati stava ancora su progetti in affidamento o in esecuzione, come ha calcolato la Fondazione Agnelli. Quattro mesi prima del collaudo.

La legge 234/2021, ultima manovra della legislatura precedente, aveva fatto dei nidi un livello essenziale delle prestazioni: 33 posti ogni cento bambini entro il 2027, con risorse che salivano dai 120 milioni del 2022 a 1,1 miliardi l’anno. Poi, in un allegato del Piano strutturale di bilancio spedito a Bruxelles nell’autunno 2024, è comparso un obiettivo diverso: copertura minima del 15 per cento su base regionale. La sottosegretaria Paola Frassinetti, riferisce Orizzonte Scuola, ha assicurato che il 33 per cento nazionale resta intatto. Peccato che sotto il 15, contano su lavoce.info, restassero ormai i comuni di aree come la provincia di Enna. Un obiettivo che si centra stando fermi.

I soldi finiti dentro le rette

Il bonus nido è la misura su cui il governo ha puntato davvero: come ricostruisce il rapporto Cgil sui nidi, la legge 213/2023 lo ha portato a 3.600 euro l’anno per i nati dal 2024 con Isee fino a 40 mila euro, se in casa c’era un altro figlio sotto i dieci anni, requisito cancellato solo con la legge 207/2024 nel Paese dei figli unici. Nel 2023 il bonus erogato dall’Inps valeva 662 milioni, dice l’Istat, mentre il fondo per attivare posti nuovi nei Comuni ne valeva 175. Si finanzia la retta e si lascia scoperto il servizio, che è il modo più elegante di spingere i bambini verso il privato.

E i Comuni restano soli con il conto. Il terzo bando, che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato il 17 marzo 2025 con 819 milioni, è stato riaperto tre volte fino al 29 luglio, come ha scritto Edilportale, e il Piano paga i muri mentre educatrici, bollette e manutenzione restano ai sindaci. L’Istat conta il resto: il 78,4 per cento dei posti aggiunti nel 2023/2024 è finito al privato, e il 59,5 per cento delle strutture non riesce ad accogliere tutte le iscrizioni, contro il 49,1 di due anni prima.

Il risultato ha una geografia: 40,4 posti ogni cento bambini al Centro, 39,1 al Nord Est, 19,5 nelle Isole, 19,0 al Sud. A Interris la ministra per la famiglia e la natalità Eugenia Roccella dice che il governo sta costruendo nidi “per raggiungere i parametri richiesti dall’Europa”. I parametri europei chiedono il 45 per cento entro il 2030. Il ministero della natalità ne ha messi per iscritto 15. E a settembre le liste d’attesa riaprono puntuali, con dentro le stesse famiglie di sempre.

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Islanda, no all’Ue: il voto della pesca e gli alibi italiani

Il 40 per cento del valore delle merci che l’Islanda ha venduto all’estero nei dodici mesi fino a luglio 2026 è pesce (lo scrive l’istituto di statistica islandese) e quella cifra spiega il referendum di sabato meglio delle analisi sull’irrazionalità degli elettori islandesi. Il 52,8 per cento ha detto no alla ripresa dei negoziati con l’Unione europea, il 47,2 ha detto sì. Alle urne è andato l’82,5 per cento degli aventi diritto: 225.031 persone su meno di quattrocentomila abitanti, 118.040 schede contrarie e 105.399 favorevoli. Un’affluenza che qui ce la sogniamo.

Il sì ha vinto in due circoscrizioni su sei, tutte e due dentro Reykjavík, mentre fuori dalla capitale il no ha superato il 60 per cento nelle aree rurali. La solita frattura fra città e campagna, si è detto subito. Solo che le campagne islandesi sono i moli dove si scarica il merluzzo, e chi ci lavora sapeva benissimo su che cosa stesse votando. Il fronte del no lo guidava Guðrún Hafsteinsdóttir, del Partito dell’indipendenza.

Il paese che le regole le applica senza votarle

L’Islanda sta nello Spazio economico europeo dal 1994 e dentro Schengen, cioè applica il grosso del diritto del mercato interno restando fuori dalle stanze in cui viene scritto, senza un seggio al Consiglio né al Parlamento europeo: l’Efta, che l’accordo lo amministra, conta oltre 9.500 atti europei entrati nell’accordo negli anni, di cui circa 5.000 ancora in vigore. La sovranità in discussione sabato era già ceduta per la parte più corposa, e ceduta senza voto. Restava aperta l’unica materia pesante che l’accordo lascia fuori, la politica comune della pesca, e gli islandesi si sono tenuti quella. È aritmetica pura: si conservano le quote e ci si tiene le regole altrui.

Poi è arrivato il coro italiano, che il referendum l’ha letto senza aprire un dato. “In Islanda il popolo ha scelto: questa si chiama Democrazia”, ha scritto la Lega sui social, “se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?”. Come ha registrato l’Ansa, l’eurodeputato Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, ha spiegato che gli islandesi rifiutano di “dire addio alla loro identità” e di farsi dire da Bruxelles quale energia usare, in un paese che l’energia se la produce in casa, da acqua e geotermia, mentre Carlo Fidanza (FdI), capodelegazione al Parlamento europeo, ha attribuito il voto degli islandesi alle “politiche scellerate” europee sulla pesca, proprio quelle che l’Italia scrive da dentro, sedendo al tavolo che gli islandesi hanno evitato. Sulla pesca, appunto: la sola materia su cui gli islandesi potevano davvero votare.

La colpa, insomma, è degli islandesi

La spiegazione più sbrigativa, del resto, l’hanno data i suoi avversari. Bernard Guetta, eurodeputato francese di Renew, alla Stampa ha detto che l’isola ha deciso di “rimanere in disparte dal mondo e dalle sue sfide” e che la sconfitta riguarda gli islandesi prima di Bruxelles. Sandro Gozi, di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo, sul Corriere della Sera ha archiviato gli argomenti vincenti come “tutti molto emotivi, poco razionali, poco corrispondenti alla realtà, in alcuni casi notizie false”. Il senatore Filippo Sensi (Pd) è stato più spiccio: “mi fanno pena”. L’Europa ha perso un referendum e il colpevole l’ha trovato in mezz’ora, cioè chi ci ha votato.

La premier Kristrún Frostadóttir, che quel voto l’aveva voluto e per il sì si era spesa, ha definito il risultato «una vittoria per la democrazia» e ha chiuso la questione fino al 2028: la domanda di adesione era del 2009, i negoziati si erano congelati nel 2013, e adesso restano lì. Il 16 settembre Ursula von der Leyen terrà il discorso sullo stato dell’Unione. Difficilmente citerà il merluzzo degli islandesi. Peccato che le percentuali si contino sui moli, e non nelle sale dove si spiega alla gente che ha votato male.

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Il petrolio del Venezuela e la lista di chi chiamò democrazia una rapina

Sarebbe bastato ascoltarlo. «We’re going to run the country», il Paese lo gestiamo noi, disse Donald Trump il 3 gennaio, poche ore dopo che i suoi avevano rapito Nicolás Maduro dal letto. Ora sappiamo che cosa voleva dire, perché venerdì Washington si è presa il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili venezuelani, “il più grande accordo petrolifero della storia”…

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Zuwara, 73 dispersi al largo della Libia. Intanto il soccorso (e la sorte degli scomparsi) è un segreto militare

Da Zuwara, in Libia, la sera del 26 agosto 2025 è salpata un’imbarcazione con almeno 73 persone a bordo, in prevalenza somali, e l’ultimo segnale è della mattina dopo, quando un familiare ha ricevuto la posizione: 64 miglia a nord di Zuwara, 95 a sud-ovest di Lampedusa. Poi il silenzio.

Nessuna autorità libica, tunisina, maltese o italiana ha soccorso quel gruppo, nessuna lo ha intercettato, e le ong che incrociavano lì hanno escluso di averlo visto, ricostruiscono ASGI Medea e Alarm Phone. Quando le famiglie hanno chiesto allo Stato italiano cosa sia stato fatto in quelle ore, si sono sentite rispondere che le carte riguardano attività operative.

Le istanze di accesso sono due, depositate a febbraio e a maggio 2026 all’Italian Maritime Rescue Coordination Centre, la centrale romana del soccorso in mare, e respinte con la stessa motivazione: i documenti riguardano la pianificazione, la programmazione, la condotta e l’analisi di attività operative, e mostrarli pregiudicherebbe sicurezza nazionale e relazioni internazionali. Il secondo diniego è finito davanti al Tribunale amministrativo di Roma, che discute il caso il 7 ottobre. Tradotto: le ore che seguono una chiamata di soccorso sono materia riservata, gli annegati sono un segreto di Stato.

La lingua del regolamento militare

Quelle parole hanno un indirizzo. Stanno nell’articolo 1048 del dpr 90 del 2010, alla lettera q, dove «programmazione, pianificazione, condotta e analisi di attività operative-esercitazioni Nato e nazionali» resta invisibile per cinquant’anni, cioè per sempre. Nella lingua di quel regolamento una barca sparita con settantatré persone dentro e una manovra dell’Alleanza atlantica stanno sotto la stessa voce, e il travestimento lo consente l’ordinamento: la Guardia costiera che coordina i soccorsi è un corpo della Marina Militare, articoli 132 e seguenti del Codice dell’ordinamento militare. Chi salva porta una divisa.

Il soccorso diventa operazione, e l’operazione diventa segreto.

Poi c’è la beffa. Il diritto alla verità su cui poggia il ricorso sta scritto proprio nel diritto di guerra: l’articolo 32 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, ratificato dall’Italia con la legge 762 del 1985, impegna gli Stati a muoversi anzitutto in base al diritto che hanno le famiglie di conoscere la sorte dei loro membri.

Vale nei conflitti armati, cioè nel posto più buio che il diritto conosca. L’Italia quel testo lo ha firmato, e a una madre somala che chiede dove sia finito suo figlio Ayuub lo Stato italiano risponde con il lessico delle esercitazioni militari.

Venti corpi a cinquanta miglia da Zuwara

Intanto quel mare restituisce quello che nessuno va a prendere: dal 14 agosto gli aerei di Sos Méditerranée e Sea-Watch e la barca di Resqship hanno contato venti corpi alla deriva a circa cinquanta miglia da Zuwara, e la Guardia costiera ha spiegato a Domani di avere girato la segnalazione ai libici, «non siamo noi competenti su quell’area». Un anno esatto, lo stesso mare, la stessa formula. Della competenza si discute parecchio, dei morti in mare meno.

E i numeri crescono in fretta: secondo l’Oim il 19 agosto, dall’inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale si contano 872 fra morti e dispersi, il 24 per cento in più dello stesso periodo del 2025, e oltre due terzi di chi muore in quel mare resta senza nome.

Qui la questione precede qualunque opinione sull’immigrazione, ed è la pietà, quella cosa elementare che vale da vivi e pure da morti. Settantatré uomini e donne sono spariti in mare senza lasciare un atto, e le loro madri chiedono un foglio, un orario, il segno che quella notte qualcuno abbia almeno guardato lo schermo. Lo Stato italiano, pur di tacere, ha messo il soccorso in mare fra le attività operative. Il 7 ottobre un giudice dirà se annegare sia un segreto militare, e che lo si debba domandare a un giudice amministrativo è già una risposta.

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Un cimitero palestinese spianato, per un campo di addestramento

A Shujaiyeh l’esercito israeliano ha spianato un grande cimitero palestinese e ci ha costruito un campo di addestramento, che serve alla milizia armata palestinese la cui base sta lì accanto. Lo scrive Haaretz. L’inchiesta è del 26 agosto, su testimonianze di soldati israeliani, dati delle Nazioni Unite e immagini satellitari.

I gruppi armati sono cinque, a Beit Hanoun, Deir al-Balah, Khan Younis, Rafah e Shujaiyeh, ciascuno in un’area che l’esercito israeliano controlla. Hanno un nominativo sulla rete radio militare, compaiono sulle mappe di briefing, i loro uomini sono segnati nei sistemi di comando e controllo, e quando escono in operazione l’esercito che ha costruito i loro presìdi li copre con artiglieria e droni.

Poi c’è quello che fanno ai civili. Un ufficiale dell’Aeronautica ha raccontato a Haaretz i pick-up che arrivano, gli uomini che sparano sulla gente, le case svuotate e poi bruciate, mentre un altro militare ha riassunto così il compito che gli tocca: lo Stato, l’esercito e lo Shin Bet mandano «milizie addestrate a commettere crimini di guerra, e io sono quello che deve proteggerle durante le operazioni perché non si facciano male».

Il 27 agosto quattro palestinesi sono morti sotto i colpi israeliani, secondo i sanitari di Shifa e Nasser citati dall’Associated Press. Lo stesso giorno Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno smentito per iscritto ogni ordine di riaprire il valico di Erez alle merci: “Non ci sarà alcuna ricostruzione prima dello smantellamento dell’organizzazione terroristica Hamas e della completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza”. Fonti di Hamas hanno intanto detto a Haaretz che le armi non verranno consegnate finché quelle milizie restano armate e protette. Il campo di addestramento sul cimitero di Shujaiyeh sta dentro quella Striscia.

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Indignarsi a costo zero

Ottomila uomini e ragazzi ammazzati e buttati nelle fosse comuni intorno a Srebrenica, luglio 1995, e adesso chi ha ordinato quel massacro avrà un bel funerale con tutti gli onori militari e di Stato. Lo ha annunciato alla radio K1 il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić, che ha anche svelato una lettera all’Aja perché si accerti se il generale sia stato curato a dovere fino all’ultimo. Di invecchiare, intorno a Srebrenica, però non ebbe modo nessuno. Giusto indignarsi. Solo che l’indignazione, appena la spremi, cola ipocrisia.

Perché Ratko Mladić è morto nell’ospedale del carcere dell’Aja, e la salva d’onore gliela concede il suo erede. Aleksandar Vučić entra nel Partito radicale di Vojislav Šešelj nel 1993, e nel luglio 1995, in Parlamento, poco dopo il massacro, avverte che per ogni serbo ucciso ne sarebbero stati ammazzati cento di musulmani. Dal 1998 al 2000 fa il ministro dell’Informazione di Slobodan Milošević e firma la legge che multa i cronisti e chiude i giornali. Oggi è il presidente che la Commissione europea vorrebbe premiare aprendo il cluster 3 del negoziato di adesione, con 1,59 miliardi già iscritti per la Serbia nel Piano di crescita per i Balcani occidentali. Il morto lo condanniamo e invece all’allievo apriamo il portafoglio.

E poi c’è casa nostra, dove sui criminali di guerra funziona il servizio a domicilio. Osama Almasri Njeem, colpito da un mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità su migranti detenuti in Libia, è stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 e due giorni dopo rimesso in libertà e riportato a Tripoli con un volo di Stato. L’Aja ha accertato l’inadempienza italiana a ottobre dell’anno scorso e lo scorso gennaio ci ha deferiti all’Assemblea degli Stati parte, anche se da noi la pratica era già chiusa: la Camera aveva negato l’autorizzazione a procedere per Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. Poi ci sarebbe Benjamin Netanyahu, ricercato dalla stessa Corte dal 21 novembre 2024. Un minuto dopo la condanna Matteo Salvini lo disse subito: in Italia sarebbe il benvenuto.

Indignarsi per Belgrado costa zero, perché il criminale è morto, è straniero, e non ci firma contratti. Agli altri, quelli vivi, il portellone dell’aereo lo teniamo aperto noi.

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Volkswagen taglia, l’Italia festeggia: più autoprodotte nei primi 6 mesi 2026 rispetto all’anno precedente, cioè il peggiore da decenni

Martedì scorso, nel capannone dello stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, più di diecimila dipendenti hanno accolto l’amministratore delegato Oliver Blume con fischi e cartelli, mentre la presidente del Comitato aziendale, Daniela Cavallo, metteva in fila i conti che lui aveva evitato di fare: i 25 mila tagli annunciati per la Germania, i 50 mila già concordati in precedenza fra Vw, Audi, Porsche e Cariad, i 40 mila appesi a quattro stabilimenti per i quali lo stesso Blume ammette che non esiste un impiego competitivo per gli anni Trenta.

Totale secondo Cavallo, 115 mila posti di lavoro. Blume ha replicato che i cinquantamila sono una grandezza teorica ricavata dai costi. Chiamare teorica una fabbrica che chiude è già una netta posizione politica, se ci pensate.

Sono in bilico Emden, Hannover, Zwickau e la fabbrica Audi di Neckarsulm, e il segretario territoriale dell’Ig Metall, Thorsten Gröger, ricorda che solo sul costo del lavoro i dipendenti versano già 1,5 miliardi di euro, e altri sacrifici sono un esercizio di memoria corta. Blume promette prospettive solide entro sei-dodici mesi, cioè entro l’estate del 2027, sempre che qualcuno resti ad aspettarle.

Il rimbalzo che parte dal fondo

Chi guarda i numeri italiani trova invece il segno più, e il governo lo esibisce. Secondo il rapporto della Fim-Cisl del 3 luglio, gli stabilimenti Stellantis hanno prodotto 252.223 veicoli nel primo semestre del 2026, il 13,7% in più delle 221.885 del primo semestre 2025. Solo che il metro di paragone è l’anno peggiore da decenni: l’Anfia contava 591 mila autoveicoli nel 2024, già a meno 32,3%, e stimava circa 500 mila unità per il 2025.

La stessa Fim-Cisl prevede di chiudere quest’anno appena sopra il mezzo milione, metà del milione di veicoli che il governo indica come obiettivo al 2030 e che a maggio Stellantis ha negato di avere mai ufficializzato. A Cassino, intanto, la produzione perde un altro 36,2%. Rimbalzo, lo chiamano.

Ma sotto le carrozzerie c’è la filiera: l’Osservatorio Anfia-Camera di commercio di Torino censisce 2.134 imprese della componentistica, 168 mila addetti e 55,5 miliardi di fatturato, con i ricavi giù del 6% nel 2024 e l’occupazione dello 0,7%. Sono le stesse aziende che vendono ai tedeschi. Quando Wolfsburg tossisce, il conto lo pagano a Torino.

Il 2027 che nessuno vuole leggere

Le previsioni ufficiali dicono una cosa sola. Nel Bollettino economico del 17 luglio la Banca d’Italia stima il Pil in crescita dello 0,6% quest’anno e dello 0,4% nel 2027: l’anno prossimo va peggio di questo. Il Centro studi Confindustria, il 24 luglio, contava il Brent a 91 dollari al barile e il gas a 60 euro per megawattora, la produzione industriale in calo dello 0,3% a maggio, gli investimenti in frenata.

Intesa Sanpaolo e Prometeia hanno calcolato che se la chiusura dello stretto di Hormuz si prolunga il fatturato manifatturiero perde l’1,5% medio annuo nel biennio e i margini scendono al 7,4% nel 2027, contro il 9,7 previsto in condizioni normali. Badate bene: li firmano istituti prudenti.

Poi c’è il dato che smonta il sollievo. Nel primo semestre le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps sono scese a 248,6 milioni, meno 17,5%, però l’analisi dell’associazione Lavoro e Welfare di Cesare Damiano conta 203 imprese chiuse per cessazione di attività, il 36,2% in più dell’anno scorso, con la straordinaria che ha superato l’ordinaria. Le ore calano anche perché le fabbriche chiudono. È un altro modo di uscire dalla crisi.

Il 29 luglio il Mimit ha aperto lo sportello dell’ecobonus per i veicoli commerciali e in poche ore era finito tutto: il ministero ha diffuso una nota per celebrare la grande partecipazione. Il DPCM Automotive del 10 giugno stanzia 1,343 miliardi fino al 2030 per una filiera che di fatturato ne fa 55,5 ogni anno. Un governo che festeggia l’esaurimento di un fondo ha già deciso come passerà l’autunno: a leggere i comunicati che arrivano da Wolfsburg sperando che restino tedeschi.

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Emergenza migranti a Ceuta, la destra italiana applaude mentre paga il conto

Alla cerimonia per la nascita del profeta, era lunedì sera nel palazzo reale di Rabat, il ministro degli Affari islamici Ahmed Toufiq ha citato davanti a Mohammed VI due dotti nati a Ceuta e ha evocato la lotta sacra per “liberare le città occupate”. Quattro giorni prima il ministro della Giustizia Abdellatif Ouahbi aveva chiesto a Madrid una commissione di dialogo sul ritorno di Ceuta e Melilla “in seno alla patria”, rivendicando un diritto storico e geografico. In mezzo alle due uscite stanno i 72 mila ingressi di fine luglio, che il governo spagnolo ha contato e che Rabat attribuisce alle bufale sui social.

Tra le righe delle due immagini c’è la destra nostrana . Il 31 luglio il governo ha sospeso la libera circolazione con la Spagna sui collegamenti aerei e marittimi, e Giorgia Meloni l’ha presentata come misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale, mentre Antonio Tajani aveva già scritto che regolarizzare oltre 500 mila stranieri era una scelta profondamente sbagliata che incentiva il traffico di esseri umani, tanto che Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano.

La Lega ha parlato del “fallimento eclatante delle politiche di sinistra sull’immigrazione”. Nessuno di loro ha speso una riga sulla domanda vera, e cioè come mai una frontiera presidiata da anni si sia aperta in quarantotto ore. Il rubinetto sta a Fnideq, certo, ma la mano che lo gira sta altrove e ora si intravede.

La ricevuta del 2022

Era già successo nel maggio 2021, quando circa 8 mila persone entrarono a Ceuta in due giorni dopo che i controlli marocchini si erano allentati, per ritorsione contro il ricovero in Spagna di Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario. Quella crisi si chiuse l’anno dopo con la lettera di Pedro Sánchez a Mohammed VI, che riconosceva il piano di autonomia marocchino sul Sahara Occidentale come la base più credibile, e quasi mezzo secolo di neutralità spagnola finì lì. Sánchez pagò, e la quietanza è durata quattro anni. Poi il conto è tornato più alto, e stavolta riguarda due città spagnole invece di un territorio conteso.

I soldi vanno nella stessa identica direzione. Fra il 2021 e il 2024 l’Unione europea ha impegnato 222 milioni di euro per la gestione migratoria in Marocco, altri 190 sono previsti entro il 2027, e il 20 agosto Euronews ha scritto che dopo Ceuta Bruxelles si prepara ad aumentarli ancora. Il meccanismo è tutto qui: si subisce la pressione, si firma un assegno più grosso, si chiama partenariato.

Il biglietto di istruzioni

L’Italia sta proprio lì dove stava la Spagna nel 2021, solo che adesso il fornitore è messo peggio. Dal 1° gennaio al 17 agosto sono sbarcate 17.800 persone, il 54 per cento in meno dell’anno scorso, e la Libia resta la rotta principale: pesava per l’85 per cento degli arrivi al 5 maggio, secondo le elaborazioni di Agenzia Nova sul cruscotto del Viminale. Il memorandum firmato il 2 febbraio 2017 si rinnova da sé ogni tre anni e nessuno lo ha toccato entro la scadenza del 2 novembre 2025: vale fino al 2029.

Che la leva sia già in mano altrui l’abbiamo visto in diretta. L’8 luglio 2025, all’aeroporto di Benina, il governo di Bengasi ha dichiarato persone non grate il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il commissario europeo Magnus Brunner e i colleghi di Grecia e Malta, arrivati proprio per parlare di partenze, e li ha rispediti indietro senza farli uscire dalla pista. Un anno dopo lo stesso ministro sospendeva Schengen con Madrid per una frontiera che sta in Africa.

Il biglietto di istruzioni è stampato e leggibile: chi paga un vicino perché tenga chiusa la porta gli consegna anche la maniglia. Il giorno in cui a girare il rubinetto sarà Tripoli, o Tunisi, questi stessi signori spiegheranno che è un atto ostile e che la colpa sta fuori. Avranno perfino ragione. Peccato che il conto lo abbiano firmato loro, in contanti e con ricevuta.

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Sospettano i poveri, amministrano gli evasori

Ricordatevelo bene: il ministero dell’Economia è della Lega dal 2022 e oggi nel 2026 la Lega ci spiega che lo Stato deve imparare a diventare insensibile di fronte alle differenze di reddito. Claudio Borghi, senatore del partito, ha liquidato così gli aiuti sui carburanti legati al reddito: «C’è in Italia una marea di bonus, e vanno per la maggior parte a stranieri ed evasori». Attenti…

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Stop al commercio con le colonie, dopo Olanda e Spagna c’è Londra nel mirino di Israele

Restare seduti al tavolo di Kiryat Gat è la pagella dei rapporti con Israele. Il Financial Times ha scritto il 27 agosto che Israele ha discusso nelle ultime settimane l’espulsione dei funzionari britannici dall’International Gaza Support Center, l’ex Civil-Military Coordination Center dove siedono con gli statunitensi una cinquantina fra Paesi e organizzazioni, e che la stessa misura è stata valutata per Italia e Germania. L’Italia quel posto lo conserva.

Il criterio l’aveva scritto due giorni prima Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, quando ha annunciato l’espulsione immediata dei due rappresentanti olandesi, con una settimana di tempo per lasciare il Paese, perché l’Aja ha approvato una legge che dal 22 settembre vieta il commercio dei prodotti delle colonie in Cisgiordania, a Gerusalemme est e sul Golan. “Chi agisce contro Israele non avrà appigli nella regione”, ha scritto.

È il secondo Paese cacciato dopo la Spagna ad aprile, e Londra, che a quella legge si prepara, è la prossima in discussione. Il 20 agosto l’Italia aveva firmato la dichiarazione congiunta dei leader sul piano E1, dove si legge che “Il diritto internazionale è chiaro, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali”, e sei giorni dopo, al Meeting di Rimini, Antonio Tajani ha ripetuto «siamo contro gli insediamenti» e ha detto che l’Italia «vuole essere presente». La firma è rimasta una firma.

Il 26 agosto il ministero della Sanità di Gaza ha contato cinque morti in ventiquattro ore, 1.303 dal cessate il fuoco e 73.438 dal 7 ottobre 2023, e la mattina dopo la Farnesina ha diffuso la sua notizia, che Israele non intende espellere i funzionari italiani. Al Financial Times un funzionario israeliano ha spiegato il metro dell’elenco: “Israele ha buoni rapporti con la Germania e l’Italia”.

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