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Campania, Mastella lancia la lista per le Regionali. A sostegno del simbolo dell’anti-casta Roberto Fico

In Campania c’è un’immagine, più di altre, che racconta la politica territoriale di queste settimane. È la locandina di un evento a Benevento: sala teatrale, domenica mattina, presentazione dei candidati alle Regionali. Sul palco Marcella Sorrentino, il presidente della Provincia Nino Lombardi e a chiudere l’incontro il sindaco di Benevento, Clemente Mastella. Il simbolo è quello di Noi di Centro – Noi Sud, la formazione del vecchio leader democristiano che negli anni ha attraversato governi, stagioni, alleanze e rotture senza mai perdere la bussola del potere locale.

Eppure quell’immagine, oggi, sta dentro la coalizione che sostiene Roberto Fico, il candidato presidente che viene dall’ala movimentista dei Cinque Stelle, già presidente della Camera e volto di una stagione in cui il nemico da combattere erano i “professionisti della politica”, i sistemi consolidati, le reti personali e familiari di influenza. È un paradosso solo in apparenza. In realtà, dice molto di come si stanno muovendo le alleanze del centrosinistra nel passaggio regionale: larghissime, flessibili, pronte a incorporare mondi che fino a qualche anno fa sarebbero sembrati inconciliabili.

Il sistema territoriale: perché Mastella conta

In Campania, la presenza di Mastella non è un dettaglio folcloristico. È un pezzo di territorio, soprattutto nel Sannio, fatto di amministratori, associazioni, dopolavoro, circoli, parrocchie. È quella rete minuta che permette ai candidati di bussare alle porte giuste e di non perdere tempo in quelle sbagliate. Mastella porta voti. E quando qualcuno gli fa notare l’anomalia di sostenere un candidato dei Cinque Stelle, lui sorride e risponde che Fico è «una persona mite», «affidabile», persino «democristiana nel carattere». Ogni parola è calibrata per rassicurare gli osservatori: niente rotture, niente scarti, niente rivoluzioni.

Sul fondo resta Vincenzo De Luca, che non è candidato ma neppure assente. Il suo sistema di governo regionale, dalle aziende sanitarie alle partecipate, resta un’infrastruttura. Il suo è un appoggio che non si vede, ma pesa. E manda un messaggio chiaro agli amministratori: non si cambia cavallo, si cambia solo fantino.

La coalizione M5S-Pd col sistema De Luca-Mastella

La domanda, allora, è un’altra: che cosa significa questa alleanza per il Movimento 5 Stelle? Significa accettare che la vittoria, oggi, passa per l’ibridazione politica Che la purezza dell’anticasta si è consumata nella pratica del governo? Che vincere le regioni non è come vincere in Parlamento? E’ una disciplina di trincea, fatta di fedeltà locali e geometrie di potere?

E non è solo la Campania. In Puglia, Decaro corre con dentro i Cinque Stelle e anche pezzi di Italia Viva. In Veneto, la coalizione con Manildo tiene insieme Pd, M5S, Avs, Volt e Rifondazione. La stagione è questa: coalizioni massimamente inclusive, costruite con pazienza, senza troppo badare alla memoria recente dei conflitti.

Roberto Fico prova a tenere insieme tutto: la sua immagine istituzionale rassicura, evita l’idea che ci sia una resa culturale o politica. Ma la domanda resta sul tavolo: chi governerà davvero il giorno dopo? Chi sceglierà direttori sanitari, assessorati, partecipate, fondi europei?

Per ora resta la fotografia di Benevento. Un palco, una lista, un simbolo. Un sorriso composto. E l’impressione che la politica campana, ancora una volta, ci stia dicendo che le identità contano fino a un punto. Dopo, contano le mani che si stringono. E chi le sa stringere da più tempo.

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Si chiama gerarchia sociale. E continua

Chiamano “riforma fiscale” ciò che è, semplicemente, una scelta politica: premiare chi sta meglio e fingere che sia un premio per tutti. I dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio sono lineari, quasi imbarazzanti per quanto sono nitidi. Ai dirigenti vanno in media 408 euro l’anno. Agli operai 23. Una moneta da un euro e novanta al mese. Come un caffè all’autogrill, senza brioche. Il taglio dell’Irpef sbandierato come “sollievo al ceto medio” si rivela la solita partita truccata: la gran parte delle risorse finisce nel quinto più ricco del Paese. E tutti gli altri restano nella fila, in attesa di una promessa che non arriva mai.

La metafora sportiva del ministro Giorgetti, quella del piccolo che “non può sfasciare il mondo” e quindi deve giocare in difesa, racconta meglio della relazione tecnica il punto politico. Non si governa: si subisce. Non si sceglie: si obbedisce. Il nuovo Patto di Stabilità imposto da Bruxelles stringe il margine di spesa all’1,6% annuo per cinque anni. E allora la manovra diventa un esercizio di miseria contabile: coperture che non coprono, interventi “temporanei” che durano abbastanza per diventare ingiusti, un sistema fiscale che continua a piegarsi su sé stesso fino a spezzarsi.

La Corte dei conti lo dice, Bankitalia lo ripete, l’Istat lo conferma. Ma al governo interessa l’immagine, non la sostanza. La foto del “ceto medio salvato” deve rimanere nitida, anche se nella realtà è un’immagine sfocata dove qualcuno sorride e molti non compaiono nemmeno.
C’è un filo rosso che attraversa ogni scelta di bilancio degli ultimi anni: rendere accettabile la diseguaglianza, trasformarla in normalità, farne persino un merito. Come se fosse inevitabile. Come se fosse la natura delle cose.

La chiamano riforma. Si chiama gerarchia sociale. E continua.
Buon venerdì.

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Occhi su Gaza, anche i morti hanno un nome

Gaza conta ancora i dispersi. Nel quartiere Al-Daraj la Protezione civile parla di un edificio collassato, famiglie intrappolate sotto le macerie, i soccorritori che scavano a mani nude perché non resta più niente da usare. Il Comitato per le persone scomparse stima oltre diecimila corpi ancora sepolti. È una contabilità che non si chiude mai.

Intanto, le storie hanno nomi precisi. Shaaban Mohammed Eid, portiere dell’Academy Al-Hilal, dieci anni, sogno semplice: diventare calciatore. È stato ucciso. “Ha raggiunto suo padre”, dice la famiglia. Un modo per tenere insieme il dolore in un posto in cui non esiste più la grammatica della vita quotidiana.

In Cisgiordania la guerra ha un volto diverso, ma non meno violento. A Beit Rima le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa dell’ex detenuto Mazen Rimawi: famiglia bendata, fermata, trattenuta in salotto trasformato in stanza degli interrogatori. Alcuni rilasciati, altri arrestati. L’ultimo mese ha contato più di 540 fermi tra Cisgiordania e Gerusalemme, donne e minorenni inclusi. A Qatanna, a nord di Gerusalemme, una casa è stata demolita dai bulldozer, polvere che si posa sui vestiti come una bandiera che non chiede permesso.

A nord, sul confine libanese, il cielo è stato tagliato da nuove ondate di raid. Colonne di fumo alte, abitazioni che tremano. Un conflitto che si accende a intermittenza, ma resta pronto a dilagare.

Sul tavolo della diplomazia, si registra la consegna alla Croce Rossa dei resti di un ostaggio israeliano. Viene chiamato «segnale di progresso» nella tregua firmata il 10 ottobre. Ma la cronaca delle ultime ventiquattr’ore racconta altro: macerie, arresti, case che crollano, un bambino con i guanti da portiere che non potrà più crescere.

Occhi su Gaza, si resta qui.

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Zohran Mamdani ha ribaltato New York, con l’onda dem che ha travolto Trump

La notte del 5 novembre 2025 New York ha avuto l’impressione di assistere per un attimo a un futuro possibile. Quando le proiezioni hanno assegnato la vittoria a Zohran Mamdani, trentiquattro anni, nato a Kampala da una famiglia indiana della diaspora e cresciuto nel Queens, le reazioni sono sembrate più grandi della città. Per alcuni, è l’ascesa di un outsider socialista alla guida della metropoli simbolo del capitalismo globale. Per altri, il ritorno della politica come campo di possibilità collettive: una campagna che non ha cercato la legittimazione dell’establishment e che pure è riuscita a rovesciarne gli equilibri. È il primo sindaco musulmano nella storia di New York, e il più giovane da oltre un secolo, eletto con un’affluenza record.

Una vittoria costruita sull’affluenza

Il dato più rilevante è stato l’affluenza: oltre due milioni di votanti, il livello più alto in un’elezione municipale dal 1969. Non un voto di protesta episodico, ma una mobilitazione strutturata, resa possibile da una campagna ibrida: porta a porta «anni ’70» e regia digitale su TikTok e Instagram, con performance calcolate per tradurre la politica in immagini. Il tuffo a Coney Island per promettere il «congelamento» degli affitti. La maratona documentata in prima persona. Il tormentone «Halal-flation» davanti ai carretti del cibo di strada.

Mamdani ha vinto attivando elettori che da anni non votavano, soprattutto giovani e comunità immigrate, costruendo una coalizione che ha superato la tradizionale geografia del voto progressista. Il centro della sua proposta politica è una parola precisa: affordability, accessibilità economica.

In una città dove l’affitto medio supera lo stipendio di un insegnante e dove servizi essenziali sono diventati beni di lusso, Mamdani ha tradotto la crisi del costo della vita in una piattaforma amministrativa: congelamento degli affitti regolamentati, trasporto urbano gratuito, asili nido universali, salario minimo a 30 dollari, supermercati municipali nelle aree a monopolio privato, finanziati tramite una tassazione più alta su grandi patrimoni e corporation.

Gli avversari, in particolare Andrew Cuomo, lo hanno descritto come un radicale irresponsabile. La stampa dei grandi editorial board ha ripetuto la minaccia implicita che ricorre da decenni: se si toccano i molto ricchi, la città collassa. La risposta degli elettori ha dimostrato che quella narrazione non è più egemone.

Il silenzio dei grandi nomi democratici è stato altrettanto significativo: Chuck Schumer non lo ha sostenuto, Barack Obama non lo ha appoggiato pubblicamente, Hakeem Jeffries ha espresso un sostegno tardivo e prudente. Il risultato è stato paradossale: l’assenza dell’establishment lo ha reso più credibile.

La frattura su Gaza e la scelta della chiarezza

Il punto di tensione più forte è stato Gaza. Mamdani non ha modulato il linguaggio: ha parlato di «genocidio» e «apartheid». Ha dichiarato che avrebbe rispettato un eventuale mandato della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu. Sono seguite accuse di fomentare ostilità verso la comunità ebraica, prese di posizione ufficiali dal Consolato israeliano e campagne mediatiche che lo indicavano come un pericolo.

Mamdani però non ha cercato l’aggiustamento. Ha affiancato a quella chiarezza una posizione pragmatica sul piano interno: si è scusato per la retorica del “defund” del 2020, ha proposto una ri-allocazione delle competenze con un Dipartimento per la Sicurezza della Comunità incaricato di rispondere alle chiamate di salute mentale con operatori sanitari, e ha dichiarato di voler mantenere la guida attuale del NYPD nella fase iniziale.

La combinazione fra posizione netta sulla politica estera e prudenza amministrativa locale ha consolidato il sostegno di giovani, comunità migranti e settori progressisti che riconoscono la coerenza come forma politica.

Il significato della vittoria nel contesto politico più ampio

La vittoria di Mamdani è avvenuta nella stessa notte in cui Abigail Spanbergerin Virginia e Mikie Sherrill in New Jersey, entrambe moderate con profili di sicurezza nazionale, hanno vinto le rispettive elezioni. È l’indicazione di una dinamica chiara: il Partito Democratico vince quando adatta il candidato al territorio. Dove prevale l’elettorato suburbano indeciso funziona la moderazione. Dove la crisi della vita quotidiana è sistemica, un programma socialista può diventare maggioritario.

La campagna di Mamdani non ha avuto l’appoggio dell’apparato. I miliardari hanno finanziato PAC contro di lui, e Donald Trump ha appoggiato Cuomo, trasformandolo nel rappresentante del blocco di potere tradizionale. In risposta, la campagna ha costruito una rete autonoma, alimentata da volontari e simboli condivisi. Il tuffo a Coney Island non era folklore: era una sintesi politica.

Il risultato finale dice questo: una campagna può vincere anche senza l’appoggio degli apparati, se riesce a trasformare la condizione materiale di vita in narrativa collettiva. E se assume posizioni chiare, riconoscibili, non difensive.

La domanda che resta non è se Mamdani riuscirà a governare. La domanda è che cosa significa oggi, nelle grandi città occidentali, il diritto di restare, il diritto di non essere espulsi dal costo della vita, dalle rendite, dagli investimenti speculativi.

New York non offre un modello. Offre un indizio: l’entusiasmo non è un’emozione. È una tecnologia politica.

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La destra fragile che ha paura di un sindaco

C’è un espediente che funziona sempre: evocare l’11 settembre per squalificare chi vince. Lo abbiamo visto ieri, quando l’elezione di Mamdani a New York è stata accolta da un coro di slogan compulsivi: «sindaco islamico nella città ferita», «resa culturale dell’Occidente», «pro-Pal», «fanatici». Nessuna analisi del voto, nessuna lettura del contesto urbano, nessuna domanda su affitti, trasporti, salari. Solo la scorciatoia identitaria, perché è quella che permette di non parlare della realtà.

La destra italiana che ogni giorno si dichiara sotto assedio, che invoca tutela contro la violenza delle parole altrui, si è esercitata nel vomito d’odio con una naturalezza impressionante. Quelli che chiedono compostezza, che pretendono rispetto per ogni loro sensibilità ferita, hanno passato 24 ore a rovesciare sospetti religiosi come se fossero munizioni. La vittimizzazione, il lamento perpetuo, dura il tempo di un titolo: appena l’oggetto da colpire cambia latitudine, la misura etica evapora.

È stato tutto evidente: Salvini che fa l’inventario moralistico delle presunte idee del neosindaco come un elenco di minacce; Vannacci che accosta un voto locale all’ombra dell’11 settembre per produrre una narrazione di “decadenza”; Ciriani che dichiara New York «non rappresentativa» pur di evitare l’idea che quella scelta politica dica qualcosa anche a noi. La stessa grammatica, lo stesso riflesso pavloviano, lo stesso bisogno di trovare un nemico da esibire.

Nel frattempo, Mamdani parlava di integrità amministrativa e di impegno contro l’antisemitismo. Nessun trionfalismo, nessuna bandiera agitata. Compostezza, appunto. È questo il punto che brucia. Perché chi vive di propaganda teme la normalità della politica quando non può ridurla a caricatura.

Questa vicenda mostra cosa resta della destra quando si toglie la retorica della difesa dei valori: un riflesso, una paura, una fregola. E niente di più.

Buon giovedì. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #65

Khan Younis all’alba è un altopiano di macerie su cui un soldato israeliano gira un reel compiaciuto: «non è rimasta in piedi una casa», dicono i video che rimbalzano sui social. Poco dopo, un altro filmato riemerge dal 2016: un militare che sequestra la bicicletta a una bambina di sei anni. La guerra non inventa nulla, semmai toglie il velo. Stamattina, mentre la “tregua” esiste solo nei comunicati, a Gaza City si sentono nuovi passaggi di F-16 e una cintura di fuoco sull’est, documentata dai residenti. Il racconto di chi resta è sempre più corto: quante notti senza luce, quante salme da cercare all’alba.

Le agenzie della notte registrano l’identificazione dei resti di Itay Chen, l’ostaggio israelo-americano consegnato giorni fa. Una squadra della Croce Rossa e di Hamas si è mossa verso est di Gaza City per cercare altri corpi. Dagli ospedali della Striscia arriva la nota più amara: Israele ha trasferito 15 cadaveri palestinesi. 

 A Tel Aviv il ministro della Difesa ripete che l’obiettivo resta «smantellare Hamas e smilitarizzare la Striscia». È il lessico della permanenza, non della pace. Intanto filtrano indiscrezioni su un possibile comitato di gestione Gaza tra Hamas e Anp: un’ipotesi che vale, per ora, come misura della confusione politica. 

Fuori dal perimetro delle bombe il fuoco passa sugli archivi: Youtube ha cancellato centinaia di filmati che documentavano violazioni dei diritti umani, insieme ai canali di tre organizzazioni palestinesi. Il passato digitale si fa polvere come le case.

E poi c’è l’Europa che si specchia: un cronista italiano è stato licenziato dopo una domanda semplice alla Commissione — se Mosca dovrà pagare la ricostruzione in Ucraina, Israele pagherà quella di Gaza — mentre in Parlamento c’è chi annuncia interrogazioni sulla libertà di stampa. 

La domanda resta sospesa come il fumo sugli edifici sventrati. Chi pagherà tutto questo? Chi potrà raccontarlo, se raccontare diventa un reato di imbarazzo? Occhi su Gaza: oggi la notizia è che la rimozione non è solo un cratere, è anche una cancellazione.

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Scudo penale alle forze dell’ordine: quattro tentativi in due anni

Scudo penale agli uomini delle forze dell’ordine, la storia non comincia oggi. È un filo che ritorna, si interrompe, riparte, cambia nome, si alleggerisce nel linguaggio ma conserva lo stesso obiettivo: intervenire sul momento in cui lo Stato controlla se stesso. Negli ultimi due anni la maggioranza di destra ha cercato più volte di introdurre un filtro sulle indagini riguardanti gli agenti in servizio quando l’uso della forza è contestato. L’idea è sempre la stessa: evitare l’iscrizione immediata nel registro degli indagati, che la legge considera un atto dovuto. Evitare, cioè, che la macchina dell’inchiesta si metta in moto con piena visibilità giudiziaria e pubblica.

La sequenza dei tentativi

Il primo passaggio risale al gennaio 2024, nel pieno della discussione sulla legge sicurezza. In alcune bozze circolava una norma che avrebbe previsto un vaglio preliminare dell’operato dell’agente prima dell’iscrizione nel registro degli indagati. Non arrivò al testo finale: contrasti interni alla maggioranza, timore di aprire un fronte simbolico troppo evidente. Ma la direzione era segnata.

Giugno 2024: un nuovo tentativo, questa volta con un nome più accattivante, “codice blu”. L’idea era di introdurre procedure dedicate per verificare la legittimità dell’uso delle armi da parte degli agenti. Una sorta di corsia investigativa speciale. Anche questa ipotesi si fermò, rallentata dai rilievi tecnici del ministero della Giustizia. L’equilibrio del processo penale, ricordarono i giuristi, vive proprio nella tempestività dell’accertamento, soprattutto quando l’azione contestata è compiuta da chi esercita la forza in nome della legge.

Inizio 2025, terzo tentativo. Il governo lavora al nuovo decreto sicurezza. Riemerge la stessa idea: dare al pubblico ministero la possibilità di valutare se ci siano elementi che facciano presumere una scriminante, prima di procedere all’iscrizione. Questa volta a bloccare l’inserimento è un motivo più politico: evitare tensioni con il Quirinale su una norma percepita come sensibile per l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Ora siamo al quarto giro. Fratelli d’Italia deposita una proposta esplicita (prima firma Bignami) per modificare l’articolo 335 del codice di procedura penale. Il testo prevede che, quando l’azione dell’agente «appare riconducibile a una scriminante», il pubblico ministero debba svolgere accertamenti preliminari prima di inserire il suo nome nel registro degli indagati. La maggioranza lo presenta come uno strumento di tutela contro le “indagini inutili” e contro l’“atto dovuto” che spesso si conclude in archiviazione.

Le voci fuori dal governo

Associazioni e giuristi leggono invece la norma in senso opposto. Il richiamo è alla Cedu, che ha più volte condannato l’Italia per indagini tardive, incomplete o non indipendenti nei casi in cui vi sia un sospetto di violenza di Stato: dal G8 di Genova fino ai casi più recenti in carcere e nei reparti mobili. Antigone, Acad e Amnesty insistono sul punto che in Europa gli standard vanno nella direzione della tracciabilità dell’uso della forza, della trasparenza operativa e dei codici identificativi sugli agenti. Filtrare l’avvio delle indagini significa toccare il momento più delicato: le prime ore, quando si raccolgono prove, testimonianze, registrazioni, referti. Se quel passaggio viene diluito, il rischio è che si disperda ciò che rende un’indagine efficace.

I sindacati di polizia sostengono lo sforzo opposto. Parlano di una misura di equilibrio in un contesto in cui l’iscrizione nel registro degli indagati diventa spesso notizia, con conseguenze reputazionali e professionali anche quando il procedimento termina senza colpe. La richiesta è di proteggere chi opera in situazioni di conflitto e rischio, mentre la politica ne fa simbolo identitario di schieramento.

La domanda però resta sempre la stessa: chi controlla lo Stato quando lo Stato usa la forza È su questo terreno che si gioca l’esito della riforma. Se il filtro verrà introdotto, cambierà il primo movimento dell’indagine. E il primo movimento è quello che decide il resto.

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Energia, il governo rinvia sul decreto: divisioni su gas, rinnovabili e comunità energetiche

L’annuncio del ministro Gilberto Pichetto Fratin, questa mattina a Bruxelles, ha lo stesso tono di tutte le decisioni delicate che slittano: «Valuteremo per la prossima settimana, stiamo concludendo e integrando». Il decreto energia che il governo prepara da settimane è lì, inchiodato all’ultimo miglio della trattativa politica. Un testo che dovrebbe indicare la rotta della transizione nazionale nei prossimi anni, e che invece è diventato il campo di una contesa interna alla maggioranza. La promessa è la semplificazione delle rinnovabili, la sicurezza energetica, il sostegno alle imprese ad alta intensità di consumo. L’obiettivo dichiarato è “stabilità con realismo”. Il terreno su cui si gioca, però, è quello delle scelte strutturali e delle priorità economiche.

Le fratture nella coalizione

La Lega punta a garantire continuità al gas nazionale. Il dossier sull’Adriatico è tornato al centro, con la richiesta di prorogare le concessioni di estrazione e di ampliare l’approvvigionamento interno. È un messaggio diretto ai distretti industriali del Nord, dove il costo dell’energia incide sulle catene produttive. Fratelli d’Italia tenta di posizionarsi in maniera diversa: la presidenza italiana del Consiglio dell’Ue del prossimo semestre impone una comunicazione più allineata alle strategie europee. Si discute di rinnovabili, comunità energetiche, neutralità climatica come obiettivo dichiarato. La sintesi è complicata: a Palazzo Chigi serve un testo che mantenga l’unità politica, senza smentire l’indirizzo sovranista rivendicato negli ultimi due anni.

Forza Italia gioca un ruolo decisivo. Vuole la proroga dei crediti d’imposta per le imprese energivore e teme che un sistema di incentivi troppo generoso alle comunità energetiche redistribuisca potere e margini a favore delle reti locali e dei piccoli produttori. La difesa dei grandi operatori energetici passa per un linguaggio moderato, ma il punto è chiaro dentro al governo: chi controlla la produzione e la distribuzione resta l’interlocutore centrale dello Stato.

Le critiche dall’opposizione e dalla società civile

Il Partito democratico insiste su un piano nazionale stabile di riduzione delle bollette per le famiglie vulnerabili. Il Movimento 5 Stelle chiede di blindare gli incentivi alle rinnovabili come leva di autosufficienza e di democrazia energetica diffusa. Sinistra Italiana e Verdi parlano senza mediazioni: è un «decreto fossile», dicono, perché continua a destinare risorse alla filiera del gas mentre la crisi climatica accelera.

Nel frattempo, le associazioni ambientaliste mettono a verbale una preoccupazione precisa: la transizione rischia di essere più lenta dei vincoli europei. Legambiente, WWF e Greenpeace ricordano che l’Italia ha già accumulato ritardi sulle autorizzazioni, e che il problema non sta soltanto negli incentivi, ma nelle infrastrutture di rete. Terna e i distributori locali non sono in grado di connettere con sufficiente rapidità i nuovi impianti fotovoltaici e eolici. Il rischio è che le comunità energetiche nascano sulla carta e restino bloccate davanti alle cabine secondarie.

I sindacati guardano a un altro punto: gli aiuti alle imprese. Cgil e Uil chiedono che ogni sostegno sia condizionato a impegni occupazionali verificabili, ricordando i precedenti in cui i crediti d’imposta erano evaporati senza ricadute sul lavoro. La Cisl, più dialogante, punta su accordi territoriali e piani industriali locali.

Il governo ora cerca la quadra. Da una parte la necessità di tenere insieme industria e obiettivi climatici, dall’altra l’urgenza di dare un segnale a una società che continua a pagare bollette elevate e vede nella transizione un percorso opaco. Il decreto energia nascerà, forse già la prossima settimana. Sarà il testo a dirci quale idea di futuro energetico prevale davvero nella maggioranza: l’autarchia del gas come continuità dell’esistente o la scommessa su un modello distribuito, collettivo, costruito attorno alle reti territoriali. La scelta è politica, e stavolta non basterà una formula di equilibrio provvisorio.

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La memoria corta come strategia di potere

Se Totò Cuffaro e Saverio Romano siano colpevoli lo deciderà il processo. Per i magistrati l’ex presidente della Regione siciliana sarebbe “al vertice di un’associazione criminale”, un “comitato d’affari occulto” che si spartiva appalti nella Sanità, forziere di ogni regione di questo Paese. Romano, ex ministro e deputato per Noi Moderati, sarebbe stato uno degli anelli di congiunzione.

Siamo nel campo delle accuse. Cuffaro dice di non vedere l’ora di spiegare tutto ai magistrati mentre Romano parla di “processo mediatico”, che è un po’ come il cacio non solo sui maccheroni: sta bene su tutto, soprattutto in questi tempi in cui la magistratura è il boccone preferito della propaganda di governo.

Vasa Vasa Cuffaro – vale la pena ricordarlo in quest’epoca di memorie labili – è stato condannato a sette anni per favoreggiamento a Cosa Nostra. Ha scontato la sua pena più velocemente del previsto e – come sancito dalla nostra Costituzione – è stato riabilitato alla vita politica. Scontata la condanna l’ex governatore è tornato alla politica, a capo della DC siciliana.

Riabilitato? Sì, sulla carta. Ma Cuffaro non ha mai ammesso di avere favorito la mafia: ha sempre negato di avere avuto rapporti con i mafiosi, ha definito la condanna “un dolore che ho accettato” e non una colpa da riconoscere. Ha chiesto un perdono spirituale, non politico o etico.

Non so se fosse opportuno che Cuffaro tornasse a dettare i tempi della politica siciliana. Di certo è politicamente inopportuno poggiare il proprio ritorno a un atto burocratico senza passare dalla presa di responsabilità. E la sensazione che l’ex presidente già condannato ancora muova i fili dei soldi regionali è la fotografia perfetta della politica che non dà seguito agli esiti dei processi. Con buona pace dei garantisti.

Buon mercoledì.

Foto dalla pagina Fb di Cuffaro

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Occhi su Gaza, diario di bordo #64

La tregua che prometteva silenzio oggi parla con la voce dei feriti. Nella scuola Al-Zahra, trasformata in rifugio, un matrimonio si è concluso tra le urla: quattro bambini colpiti da schegge, dicono i medici locali. Al largo, cinque pescatori sono stati sequestrati, tre di loro fratelli. Accade dentro quella che Israele chiama «yellow line», la fascia che dovrebbe garantire sicurezza ai civili. Ogni giorno ne ride la realtà.

A New York, intanto, si scrive il dopo. Gli Stati Uniti hanno presentato una bozza di risoluzione Onu che prevede una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, con mandato di due anni e obiettivo dichiarato di demilitarizzazione. Un «Consiglio di pace» gestirebbe sicurezza e ricostruzione insieme a Egitto, Israele e partner regionali. Nomi già sul tavolo: Indonesia, Azerbaigian, Turchia, Egitto. Ankara avverte che tutto dipenderà dal calendario del ritiro israeliano. La pace, ancora una volta, viene progettata fuori dal luogo in cui dovrebbe vivere.

Israele ha consegnato quarantacinque corpi di palestinesi il giorno dopo la restituzione dei resti di tre soldati israeliani. A Kiryat Gat la direttrice dell’intelligence Usa Tulsi Gabbard supervisiona la «fase due» della tregua: Washington come garante, Tel Aviv come custode armata. Sullo sfondo, il parlamento israeliano discute la pena di morte per i terroristi, mentre nel Sud del Libano un’abitazione salta in aria e a Teheran migliaia di persone marciano contro Israele e Stati Uniti.

Si chiama “stabilizzazione”, ma odora di commissariamento. A Gaza le bombe si fermano solo per il tempo necessario a cambiare il lessico della guerra. La tregua, come la chiamano nei palazzi, qui resta un verbo al futuro.

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