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Sfratti veloci, inquilini morosi fuori in 30 giorni: il piano del governo che salta il giudice e ignora le famiglie

Nel disegno di legge che Fratelli d’Italia spinge in Parlamento – e nel decreto che potrebbe anticiparlo – la casa diventa un conto da chiudere con la fretta delle scadenze. L’inquilino moroso riceve un ordine di pagamento entro quindici giorni; se non riesce, lo sgombero scatta in sette e l’intera procedura si chiude in trenta.

Non più davanti a un giudice, ma a una nuova Autorità per l’esecuzione degli sfratti incardinata al Ministero della Giustizia. È un trasferimento di potere silenzioso e decisivo: la fase in cui si decide chi resta e chi va via migra dall’aula di udienza a un ufficio amministrativo.

Dati e realtà: la fotografia di un’emergenza strutturale

Nel 2024 gli sfratti sono stati 40.158, +2% sul 2023. Quasi 30 mila riguardano la morosità incolpevole; il 47% si concentra nei capoluoghi dove i canoni crescono mentre i salari ristagnano. Non è l’eccezione, è la regola di un disagio ormai radicato. Eppure da tre anni il governo non rifinanzia né il fondo affitti né quello per la morosità incolpevole. Il risultato è un cortocircuito: si velocizza l’uscita di casa senza costruire alcuna entrata alternativa. In questa cornice, l’Autorità chiamata a «snellire» diventa il perno di una gestione che accorcia i tempi e allunga le distanze tra chi ha strumenti e chi ne è privo.

I sindacati degli inquilini – Cgil e Sunia – indicano una rotta opposta. Servono risorse immediate per almeno 900 milioni di euro per contenere l’incidenza dei canoni e una strategia pluriennale sull’edilizia residenziale pubblica: fino a 600 mila alloggi nuovi o recuperati, rigenerando il patrimonio esistente e vuoto. Chiedono anche regole stabili per il canone concordato e poteri ai Comuni per governare gli affitti brevi nelle aree più stressate. È un’agenda di politiche, non un cronometro.

La scorciatoia normativa e le garanzie tagliate

Il nuovo impianto deroga all’articolo 658 c.p.c., che oggi tutela il contraddittorio davanti a un giudice con l’intimazione di sfratto e l’ingiunzione contestuale dei canoni. La riforma sposta il baricentro sul procedimento amministrativo, dove il titolo esecutivo nasce senza un’udienza vera. Giuristi e sindacati evocano profili di attrito con l’articolo 24 e l’articolo 111 della Costituzione: diritto di difesa, giusto processo, giudice naturale.

La politica risponde con la parola magica della stagione: «semplificazione». Nella pratica, significa comprimere i tempi là dove servirebbe invece valutare vulnerabilità, minori, disabilità, percorsi di fuoriuscita dalla violenza domestica, malattia e perdita del lavoro.

Mentre la retorica addita il turismo mordi-e-fuggi come fattore di pressione sui canoni, la Manovra 2026 sembra volersi limitare ad alzare al 26% l’aliquota per gli affitti brevi intermediati da piattaforme. È un intervento fiscale marginale, privo di una disciplina organica del settore, che non tocca l’offerta reale di alloggi né i meccanismi di concentrazione immobiliare nelle zone centrali.

Collegare l’accelerazione degli sfratti a una risposta contro gli affitti turistici suona come un capovolgimento narrativo: si irrigidiscono le procedure di uscita dell’inquilino e si lascia intatto l’ecosistema che rende la casa un bene sempre più raro e caro.

Nel frattempo, la macchina comunale si trova a gestire l’aumento degli sfratti con servizi sociali sotto organico e senza fondi strutturali. Lo sgombero «in sette giorni» diventa il passaggio più facile; ciò che non c’è è il «giorno otto»: dove vanno le famiglie? senza un piano per alloggi ponte, sostegni all’affitto e investimenti nell’Erp, la risposta resta emergenziale e costosa anche per la collettività, tra dormitori, assistenza e perdita di continuità scolastica per i minori.

Ridurre i tempi anziché i canoni

Il governo afferma di voler «ridurre i tempi». È un obiettivo semplice da misurare ma povero di senso se ignoriamo cause e conseguenze. Ridurre i tempi per chi ha più forza contrattuale non aumenta le case disponibili, non abbassa i canoni, non alza i salari, non ricuce il rapporto tra redditi e città. Significa sostituire l’inerzia delle politiche con la velocità dell’esecuzione. La casa è trasformata in pratica amministrativa, la vulnerabilità in una pratica scaduta.

Il quadro si legge nei numeri e nelle scelte. 40.158 provvedimenti in un anno raccontano l’Italia che scivola; i 3 annisenza rifinanziamenti dicono l’Italia che non tende la mano; l’Autorità al posto del giudice racconta l’Italia che confonde efficienza con giustizia. L’effetto è una procedura più rapida per mandare in strada famiglie già fragili, senza una sola riforma capace di ampliare l’offerta sociale, calmierare i canoni, rafforzare le tutele. Il resto è propaganda.

Accorciare i tempi non risolve il problema abitativo. Lo sposta: dal tribunale al marciapiede. E lascia irrisolte le uniche tre parole che contano in una democrazia che voglia dirsi tale: case, diritti, città.

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Sparano ancora su Rabin

Trent’anni dopo, Israele non ha ancora smesso di sparare contro Yitzhak Rabin. Quel 4 novembre 1995 non fu solo la morte di un uomo, ma la fine di un’idea di Stato. Un Paese capace di credere alla pace, al diritto, al compromesso. La pallottola esplosa da Yigal Amir non colpì soltanto il primo ministro, ma l’intera struttura democratica che gli estremisti volevano abbattere. Da allora, Israele non si è più rialzato: si è spostato verso la sua ombra.

Quando la folla gridava «Morte a Rabin»

In piazza Sion, nell’autunno del 1995, c’erano i simboli di tutto ciò che oggi è diventato normalità: il fanatismo religioso, il disprezzo per la legge, la violenza elevata a dovere patriottico. Mentre Benjamin Netanyahu arringava la folla dal balcone, sotto di lui bruciavano le foto di Rabin con l’uniforme nazista e risuonavano gli slogan «Rabin boged» – Rabin traditore – e «Mavet le-Rabin».

Fu allora che la destra israeliana comprese il potere dell’odio come strumento politico. Rabin rappresentava la pace di Oslo, il coraggio di parlare con Arafat, la possibilità di uno Stato condiviso. Chi lo uccise lo fece nel nome dell’“Israele puro”, quello dei coloni, del sangue, della Bibbia brandita come arma.

La vedova Leah rifiutò di stringere la mano a Netanyahu al funerale, accusandolo di aver coperto e fomentato quell’odio. Aveva ragione. Non era solo incitamento: era l’atto fondativo di una nuova Israele, quella che avrebbe imparato a sopravvivere di guerra.

Il filo nero che unisce Amir a Ben-Gvir

La generazione che allora gridava nelle piazze oggi siede nei ministeri. Itamar Ben-Gvir, che nel 1995 mostrava in televisione il simbolo strappato dall’auto di Rabin minacciando «arriveremo anche a lui», è oggi ministro della Sicurezza nazionale. Benjamin Netanyahu, che allora legittimava i fanatici per convenienza politica, è ancora premier, prigioniero dei suoi stessi alleati estremisti.

La loro ideologia è sempre la stessa: l’eredità del rabbino Meir Kahane, bandito dalla Knesset per razzismo e celebrato da chi oggi governa. Kahane predicava l’espulsione degli arabi, l’annessione totale dei territori, la supremazia etnica mascherata da religione. Allora era un reato, oggi è un programma elettorale.

Così, il linguaggio dell’incitamento è diventato legge. La “sicurezza” è il nome con cui si giustifica l’occupazione. La “difesa” è la formula con cui si bombarda Gaza. La dottrina che permise di chiamare Rabin “traditore” è la stessa che oggi definisce i palestinesi “terroristi” in blocco, cancellandone il diritto all’esistenza.

Dalla pace negata al genocidio in corso

Chi vuole capire come si sia arrivati al genocidio di Gaza deve tornare a quella piazza. Quando Rabin fu ucciso, l’idea di una convivenza con i palestinesi fu sepolta con lui. Da allora Israele ha coltivato il culto della minaccia eterna: ogni bambino palestinese come potenziale nemico, ogni tregua come sospetto.

Trent’anni di governi ossessionati dal controllo e dall’espansione hanno trasformato la democrazia in un regime etnico-militare. Le colonie sono diventate città, la destra religiosa ha preso possesso delle istituzioni, la magistratura è sotto attacco, e la forza è diventata principio di governo.

Netanyahu, l’uomo che nel 1995 non volle fermare la folla, oggi guida un esecutivo che riduce Gaza in macerie e definisce “necessità militare” il bombardamento di ospedali e scuole. Ben-Gvir, che allora sventolava simboli rubati, oggi distribuisce armi ai coloni. Smotrich parla di “cancellare interi villaggi”. È la stessa grammatica morale: cambiano solo i bersagli.

Rabin aveva avvertito che la “via della guerra” avrebbe consumato Israele dall’interno. Aveva ragione. L’omicidio non fu l’interruzione di una stagione di pace, ma l’inizio della sua negazione sistematica. Trent’anni dopo, lo Stato che prometteva di difendersi dai terroristi è diventato ciò che temeva: una macchina che produce terrore, convinta che la violenza possa sostituire la politica.

L’eredità di Rabin non è stata raccolta. È stata rovesciata. Oggi il suo assassino ideologico siede al governo, e Gaza è il risultato di quella vittoria. Israele ha smesso di difendere se stessa: difende solo la propria paura.

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Addio a Roberto Pennisi: da Sigonella agli eco-reati, ritratto di un magistrato antimafia

A Montecatini Terme, dove aveva scelto di vivere dopo una vita passata tra inchieste e udienze, si è spento a 73 anni Roberto Pennisi, magistrato che ha attraversato quarant’anni di lotta alla criminalità organizzata. Era malato da tempo, ricoverato all’ospedale di Pescia. I funerali si terranno oggi pomeriggio, alle 15, nella chiesa di San Francesco, a pochi passi dalla casa in cui, da pensionato, continuava a leggere le relazioni antimafia come fossero ancora fascicoli d’indagine.

Sigonella, il battesimo dello Stato

Pennisi era nato ad Acireale, in provincia di Catania, nel 1952. Entrò in magistratura nel 1978, quando la Sicilia era ancora terreno di sperimentazione per la Repubblica. A Siracusa si trovò a gestire il versante giudiziario della crisi di Sigonella, nell’ottobre del 1985, quando lo scontro tra l’Italia di Craxi e gli Stati Uniti sul destino dei dirottatori dell’Achille Lauro mise alla prova la sovranità nazionale. Per un giovane sostituto procuratore fu un battesimo nel cuore dello Stato: capì che la legge, per restare tale, deve reggere alle pressioni della politica e della diplomazia.

Negli anni successivi lavorò alle procure di Reggio Calabria, Livorno e Firenze, ma fu in Calabria che maturò la sua idea più nitida di giustizia: la mafia è un’economia. Alla Dda di Reggio si occupò per tredici anni di ’ndrangheta, appalti e porto di Gioia Tauro, crocevia del traffico mondiale di merci e cocaina. Davanti aveva un sistema criminale che si era già vestito di legalità, capace di infilarsi negli appalti e nella logistica come un operatore qualsiasi, muovendosi su bilanci, consulenze, società di comodo.

La faccia pulita del crimine

Il passaggio alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo lo portò a Roma, dove divenne uno dei riferimenti per i crimini ambientali e il traffico illecito di rifiuti. Da magistrato delegato al “gruppo rifiuti” della DNAA curava i capitoli sulle ecomafie nelle relazioni annuali. Nelle audizioni in Parlamento e nei convegni ripeteva che il crimine ambientale «ha la faccia pulita»: lo praticano professionisti in giacca e cravatta, pronti a sfruttare zone grigie e ritardi amministrativi per trasformare lo smaltimento in rendita e ricatto.

Con anni di anticipo sul dibattito pubblico, Pennisi indicò la trasmigrazione delle mafie verso il Nord, nelle province industriali di Lombardia, Trentino ed Emilia, dove ricchezza e complessità normativa offrivano ai clan un terreno di conquista: capannoni, cave, impianti, cooperative, subappalti. Lontano dai riflettori, continuava a raccogliere dati, incrociare mappe di società e cantieri, convinto che la forza dello Stato fosse la continuità del lavoro, la pazienza dell’analisi, la precisione delle prove.

Dopo il pensionamento si era ritirato a Montecatini. Trovava ironico che la città delle terme fosse il suo approdo dopo decenni di immersione nel fango morale delle inchieste. Da lì continuava a scrivere, a commentare, a indicare i punti ciechi: la prevenzione, le filiere dei rifiuti, il controllo degli appalti.

Di Pennisi resta il tratto severo, la voce calma, e un’eredità concreta: l’idea che le mafie si contrastano nelle aule, certo, ma anche dove si decide come produrre, costruire, smaltire. Dal giorno in cui a Sigonella vide la legge resistere alla forza, agli anni in cui denunciò il saccheggio dell’ambiente da parte dei colletti bianchi, la sua storia racconta la stessa battaglia: la sovranità della legge sulle convenienze di tutti gli altri poteri.

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Per sapere a cosa serve la riforma, citofonare Nordio

C’è una sincerità involontaria nelle parole di Carlo Nordio al Corriere della Sera: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Basterebbe questa frase per chiudere il dibattito. Il ministro della Giustizia, con la disarmante trasparenza di chi non si accorge di confessare, ammette che il suo disegno costituzionale serve a blindare il potere, qualunque sia il colore del governo. Un sistema che mette i pubblici ministeri sotto il controllo politico non per migliorare la giustizia, ma per neutralizzare l’unico potere che non si elegge.

Nordio la chiama “riforma di civiltà”, ma l’Associazione nazionale magistrati la traduce per tutti: un modo per impedire ai pm di indagare liberamente, per “evitare invasioni di campo”. È la vecchia ossessione di una classe dirigente che teme più le inchieste che il voto. E mentre il ministro rassicura che «servirà anche al Pd», svela l’altra verità: non una giustizia per i cittadini, ma una per i governanti di turno.

È la stessa logica che negli anni Novanta alimentava l’odio contro Mani Pulite, quando si scambiava la legalità per faziosità e si sognava un potere senza contrappesi. La riforma Nordio ne è la prosecuzione aggiornata, con la stessa ambizione: ridurre la magistratura a servizio d’ordine del governo. Non c’è bisogno di teorie o convegni per capire dove porta questa strada. Basta citofonare Nordio: risponderà che la giustizia deve stare buona, finché governa chi comanda. E che il resto, come sempre, è “invasione di campo”.

Buon martedì.  

 

Foto Gov

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La tregua che amministra la morte a Gaza

Israele ha ricevuto i resti di tre ostaggi, mentre da Erez sono arrivati a Gaza trenta corpi palestinesi «in gran parte solo ossa», come denuncia il ministero della Sanità. Dal 26 ottobre sono stati restituiti 255 cadaveri, ma solo 75 hanno un nome, 120 già sepolti in fosse numerate. Le famiglie cercano indizi nelle scarpe, nei brandelli di tessuto, nei segni lasciati dai bulldozer che hanno schiacciato case e corpi. È la tregua che amministra la morte e non la interrompe.

A Tel Aviv è scoppiato un terremoto giudiziario. L’ex procuratrice generale dell’esercito Yifat Tomer-Yeroushalmi è stata arrestata nell’inchiesta sul video girato nel centro di detenzione di Sde Teiman, dove un prigioniero palestinese appare nudo, con costole fratturate e un polmone perforato. Cinque riservisti erano già stati incriminati per torture sistematiche. Secondo Haaretz, la magistrata avrebbe tentato di bloccare la diffusione delle immagini. È la crepa di un sistema che resiste finché l’orrore resta invisibile.

Sul terreno, la tregua è una parola di carta. Le ultime 24 ore hanno visto nuovi bombardamenti su Khan Yunis e Rafah, almeno 17 morti secondo le autorità locali. L’ONU chiede accesso ai depositi forensi e ai centri di detenzione, ma Israele tace. Restano due verità: quella contabile degli scambi e quella materiale dei cadaveri. Finché nessuno potrà verificare cosa è accaduto a quei corpi – con autopsie indipendenti, accesso ICRC e catena di custodia trasparente – la tregua resterà solo una pausa nel rumore della menzogna.

Intanto circolano nuovi filmati di detonazioni a est di Gaza e l’accusa del direttore Munir al-Bursh su giocattoli trappola lasciati tra le macerie: materiale da verificare con missioni terze e controllo ONU. Anche questo racconta il buio informativo in cui si chiede ai civili di sopravvivere.

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Cop30, a Belém va in scena la crisi globale e l’irrilevanza europea

A Belém, dal 10 al 21 novembre 2025, il mondo celebrerà la trentesima Conferenza delle Parti dell’Unfccc. Ma non ci sarà nulla da festeggiare. Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, venti dal Protocollo di Kyoto, la Cop30 arriva con il mandato più fragile della storia: un’eredità di promesse non mantenute, di bilanci vuoti e di leadership evaporate.

La “transizione dai combustibili fossili”, proclamata a Dubai, si è arenata sulle sabbie dell’Azerbaijan. La Cop29, a Baku, ha stabilito un obiettivo finanziario vincolante di soli 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, mentre i bisogni reali per l’adattamento al clima nei paesi più vulnerabili superano già i 365 miliardi. La matematica dell’ingiustizia climatica è semplice: il Nord globale paga meno del necessario per mantenere l’apparenza del proprio impegno.

Il paradosso del Brasile e la farsa sul “fine dell’era fossile”

A rendere più ipocrita il vertice è il paradosso dell’ospite. Il Brasile di Lula si presenta come custode dell’Amazzonia e portavoce del Sud globale, ma poche settimane prima dell’apertura ha autorizzato Petrobras a trivellare alla foce del Rio delle Amazzoni. Gli ambientalisti parlano di “sabotaggio”, e il simbolismo di Belém — città sul grande fiume, polmone del pianeta — si trasforma in un palcoscenico di contraddizioni.

La crisi di credibilità non riguarda solo il Brasile. La maggior parte dei nuovi piani climatici nazionali (Ndc 3.0) è già giudicata inadeguata. Secondo il rapporto di sintesi dell’Unfccc, la riduzione globale delle emissioni si fermerà attorno al 10% entro il 2035, quando la scienza chiede un taglio del 60%. Un terzo dei piani nazionali prevede la “transizione dai fossili”, ma quasi nessuno riduce la produzione di carbone, petrolio o gas. Alcuni paesi, anzi, ne pianificano l’aumento.

È il prodotto dell’ambiguità introdotta a Dubai: “transitioning away from fossil fuels in energy systems”. Una clausola che consente di eliminare il carbone sostituendolo con il gas, il “combustibile di transizione” che blocca nuove infrastrutture fossili per decenni.

L’Europa che scrive le note a pie’ di pagina

Nel nuovo disordine climatico mondiale, l’Unione Europea è passata da guida morale a spettatrice amministrativa. Arriva a Belém senza un Ndc aggiornato, bloccata dalle dispute interne sull’obiettivo 2040 e da un Green Deal sotto assedio politico. La destra europea, le lobby agricole e industriali hanno svuotato la strategia comune.

Mentre gli Stati Uniti di Trump disertano il vertice e la Cina rafforza il proprio dominio sulle tecnologie pulite, l’Europa si rifugia nella burocrazia. Promuove il “Just Transition Work Programme” e la “Coalition for High Ambition Multilevel Partnerships”, ma sono vittorie di forma, non di sostanza. È la “guardiana delle note a piè di pagina”, scrive un analista, mentre altri decidono il testo principale.

La marginalità europea è anche logistica: alcuni paesi membri non invieranno nemmeno delegati a Belém per motivi di costo. L’Unione che sognava di guidare la transizione si ritrova a osservare la battaglia tra Washington e Pechino, ridotta a moderare tavoli tecnici mentre si decide la sorte del pianeta.

L’Italia del Piano Mattei: fondi verdi per il gas

Nessun Paese rappresenta la crisi di coerenza europea meglio dell’Italia. Il governo Meloni arriva a Belém con la retorica della “transizione che non penalizza l’industria”, ma un’azione climatica tra le peggiori del continente: 43ª posizione nel Climate Change Performance Index 2025.

Il Piano Nazionale Energia e Clima è stato giudicato “poco credibile” da Bruxelles; quello di adattamento è privo di fondi adeguati. Nel frattempo, il “Piano Mattei” viene presentato come modello di cooperazione con l’Africa, ma i suoi numeri raccontano altro: dei 5,5 miliardi di dotazione, 3 provengono dal Fondo Italiano per il Clima, nato per sostenere l’adattamento dei paesi poveri. Quei soldi finanziano invece infrastrutture per il gas destinate a fare dell’Italia un hub energetico europeo.

È una deviazione di scopo, non un errore. Lo stesso governo che dichiara di voler guidare la transizione usa i fondi verdi per consolidare la dipendenza fossile. In Italia, la lobby fossile non influenza la politica climatica: la occupa.

La Cop dei popoli e il fallimento del sistema

Belém sarà ricordata anche per la sua doppia anima. Accanto alla “Blue Zone” dei negoziati ufficiali, nascerà la “Cop dei Popoli”, con la più grande partecipazione indigena della storia e una domanda semplice: “Amazzonia libera dall’estrazione”. Ma il dialogo tra la foresta e i palazzi del potere sarà impossibile.

L’intero processo Unfccc è in crisi di legittimità. A Dubai si contavano 2.456 lobbisti fossili accreditati, a Baku 1.700: i piromani che scrivono le regole antincendio. L’Italia è tra i paesi che più hanno aperto loro la porta.

Belém non sarà l’ultima chance del pianeta, ma il luogo in cui si vedrà chi ha deciso di non provarci più. Nel silenzio di un’Europa burocratica e di un’Italia fossilizzata, la Cop30 rischia di diventare la conferenza che ha formalizzato la resa.

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Immigrazione in calo quest’anno in Italia secondo l’Ocse. Ma la propaganda del governo continua a parlare di invasione

Nel 2024 gli ingressi permanenti in Italia sono stati 169 mila, -16% sul 2023. Lo scrive l’International Migration Outlook 2025 dell’Ocse, che confronta i dati tra Paesi con lo stesso metro statistico. Se bastasse il numero, l’“invasione” finirebbe qui. Ma nella comunicazione di governo il contatore degli sbarchi diventa l’unico termometro, mentre gli ingressi stabili — quelli che cambiano davvero la società, l’economia e i servizi — vengono messi tra parentesi.

Immigrazione, come si fabbrica l’emergenza

La prima torsione è lessicale: si parla di “clandestini”, ma la struttura dei flussi è regolare. L’Ocse indica che il 61% arriva per ricongiungimento familiare, il 23% esercita la libera circolazione Ue, il 10% entra con permessi di lavoro e solo il 5% per motivi umanitari. Nello stesso rapporto i principali Paesi d’origine verso l’Italia sono Ucraina, Albania, Romania: un quadro euro-balcanico, non la caricatura di un assalto africano. La seconda torsione è selettiva: si brandiscono le domande d’asilo — 151 mila nel 2024 — ma si tace che sulle 79 mila decisioni l’esito positivo è 36%. Esiste quindi un filtro, non un automatismo.

La terza torsione è contabile: il Viminale aggiorna gli sbarchi a cadenza quasi quotidiana; gli ingressi permanenti vengono citati di rado, benché dicano che nel 2024 l’Italia ha ridotto la platea di chi rimane stabilmente. A livello Ocse, i flussi permanenti calano del 4% ma restano sopra il 2019; cresce la componente umanitaria per effetto delle guerre, non per presunte “porte spalancate”.

La retorica funziona perché sorvola sull’altra metà dell’equazione: nel 2023 sono 152 mila gli italiani emigrati (soprattutto verso Spagna, Germania, Svizzera). Un Paese in deficit demografico seleziona gli allarmi e rimuove l’emorragia di capitale umano che l’Ocse e la Commissione Ue collegano all’invecchiamento e alle carenze di competenze.

Il lavoro (malpagato) che regge e l’Italia che non attrae

L’Ocse descrive un sistema produttivo che dipende dall’apporto degli immigrati: sanità e cura, agricoltura, edilizia, alloggio-ristorazione, Ict. Qui la propaganda si piega sulla formula “ci rubano il lavoro”, ma i dati dicono altro: retribuzioni inferiori del 34% rispetto ai nativi a parità di età e sesso, titoli non riconosciuti, segmentazione presso datori che pagano meno. Non è “sostituzione”: è sottotutela.

C’è poi la propaganda dei “costi”. I numeri Ocse mostrano che l’Italia non intercetta la domanda globale di formazione e lavoro: appena 20mila permessi di studio e 17.300 stagionali/temporanei nel 2024, mentre l’area Ocse registra circa 2,3 milioni di permessi di lavoro temporaneo e oltre 1,8 milioni di studenti internazionali. Un Paese che crea pochi canali legali produce più irregolarità, non meno spesa.

Infine il mantra “l’Europa ci lascia soli”: i flussi permanenti si muovono in tutta l’area Ocse, e l’Italia non è tra i Paesi più attrattivi. La quota dominante di ricongiungimenti e libera circolazione segnala che l’Italia partecipa a una mobilità intraeuropea “normale”, mentre la politica sceglie di enfatizzare l’eccezione.

La conclusione dell’Ocse è lineare: senza migrazione l’offerta di lavoro si restringe, le carenze nei servizi di cura peggiorano, l’economia perde resilienza. La conclusione della propaganda è l’opposto: stringere i canali regolari, parlare solo di sbarchi, amministrare la paura. Tra i due poli ci sono i fatti: 169 mila ingressi permanenti in calo, emigrazione italiana persistente, ruolo essenziale dei migranti nell’economia, retribuzioni più basse e canali di attrazione insufficienti. È tutto scritto — nero su bianco — nell’International Migration Outlook 2025 dell’Ocse.

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Degrado del suolo, Rapporto Fao 2025: l’Italia tra i Paesi europei più colpiti

L’ultimo rapporto “The State of Food and Agriculture 2025” della FAO non concede scuse: la degradazione del suolo non è una calamità, è una scelta. Quasi 1,7 miliardi di persone vivono su terre dove il degrado riduce i raccolti; nei sistemi ad alta resa la risposta è stata aumentare fertilizzanti, irrigazione e meccanizzazione.

Funziona nel breve, ma scava il capitale naturale: cala il carbonio organico, cresce l’erosione, si abbandonano campi. Il risultato è un debito che si paga in sicurezza alimentare e spesa pubblica. La Fao avverte: l’effetto “maschera” degli input non elimina il danno, lo rinvia. E quando arriva il conto, non c’è più cuscinetto.

Il Paese che lascia andare la terra

L’Italia è un laboratorio della contraddizione. La retorica della “sovranità alimentare” convive con capannoni e asfalto. Nel 2024 il saldo delle superfici perse è pesante e riguarda per tre quarti terreni agricoli. Dove le rese sono più alte, come in Pianura Padana, la Fao indica i debiti maggiori: l’intensificazione maschera il degrado ma lo aggrava.

Ogni ettaro impermeabilizzato sottrae spugna idrica, alza il rischio a valle, cancella biodiversità utile alle colture. La contabilità della resa premia l’anno e dimentica il decennio. La politica, intanto, continua a rinviare una legge quadro capace di fermare la trasformazione irreversibile e di definire obiettivi, standard, responsabilità.

Servirebbero tre scelte verificabili. Primo: una legge quadro che fissi limiti alla trasformazione, standard di qualità del suolo e priorità d’uso, mettendo in fila interessi oggi dominanti per inerzia. Secondo: un piano pluriennale per ripristinare il carbonio organico con obiettivi misurabili, controlli e premi legati a risultati, non a ettari. Terzo: criteri stringenti per localizzare rinnovabili, logistica e nuovi insediamenti fuori dalle aree agricole di pregio, con compensazioni obbligatorie quando si consuma terra. È la traiettoria che la Fao riassume: evitare, ridurre, invertire. Tradotto: smettere di trattare il suolo come un fondo infinito e iniziare a curarlo come infrastruttura nazionale.

I ritardi dell’Italia

Francesco Lollobrigida promette “un’agricoltura sostenibile e moderna”. Eppure l’Italia è ancora senza una disciplina organica del suolo; i disegni di legge si spengono in Commissione, gli atti attuativi si perdono. L’agrivoltaico “senza consumo di suolo” resiste nei comunicati, ma i testi continuano ad aprire varchi sui campi produttivi. La promessa di premiare chi rispetta le regole non diventa un sistema di condizionalità ambientali che allinei reddito e tutela. Manca un cronoprogramma pubblico, mancano obiettivi territoriali, manca la ricomposizione tra politiche agricole, energetiche e industriali. La “sovranità” resta parola.

L’assenza di politica è già politica. Senza un target credibile, le Regioni competono al ribasso: varianti, eccezioni, scorciatoie. Ogni deroga è un pezzo di Paese consegnato a rendite che durano più di una legislatura. Il rapporto Fao ricorda che nei sistemi ad alta intensità l’effetto tampone degli input nasconde il danno finché crolla. Si misurano quintali, non la struttura del terreno che li rende possibili. Poi arrivano frane, grandinate, siccità; e i soldi pubblici pagano i sintomi, non la cura. È l’economia della toppa: costosa, inefficiente, miope.

Eppure la cura esiste ed è misurabile. Rotazioni vere invece di monocolture, lavorazioni ridotte per trattenere acqua e carbonio, siepi e fossi come infrastrutture verdi, irrigazione di precisione, pagamenti legati a risultati di ripristino e minore erosione, non a rendiconti formali. Ripristinare anche una quota del degrado restituisce produttività e resilienza. Costa meno del disastro.

Nel 2025 la Fao suona la sveglia. L’Italia risponde con promesse e rinvii. La “sovranità” evocata in conferenza stampa si misura qui, nella concretezza di ogni ettaro salvato. Finché il ministero resterà spettatore, il Paese resterà senza difesa. E la terra — la nostra — continuerà a morire in silenzio.

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L’Italia dei lager altrui: rinnovato il memorandum libico

L’Italia ha scelto ancora il silenzio. Nessun voto, nessun dibattito, nessuna parola pubblica. Il memorandum con la Libia, firmato nel 2017 e rinnovato automaticamente ogni tre anni, continuerà a vivere fino al 2029. È il quarto rinnovo consecutivo di un accordo che affida il controllo dei migranti a milizie e carcerieri, sotto il nome burocratico di “cooperazione contro l’immigrazione illegale”. La clausola dell’articolo 8 bastava a garantire la continuità: se nessuno lo revoca, si rinnova da sé. E infatti, ancora una volta, nessuno ha voluto toccarlo.

Dal 2017 le Nazioni Unite documentano in Libia torture, violenze sessuali e schiavitù sistematica. Eppure l’Italia continua a fornire motovedette, fondi e addestramento alla cosiddetta guardia costiera libica. Una collaborazione che la Corte penale internazionale guarda ormai come un caso da manuale di complicità politica. Lo stesso caso Almasri — l’aguzzino riportato a Tripoli con “tante scuse” dopo un mandato d’arresto dell’Aja — è diventato simbolo di questa alleanza di comodo.

Il governo Meloni ha scelto di lasciare correre, come i precedenti. Ma il rinnovo tacito del memorandum racconta molto più di un atto amministrativo: racconta un Paese che si abitua a delegare i propri confini alla tortura, e la propria coscienza al silenzio.

Il Parlamento ha fatto scadere perfino l’ultima occasione utile per fermare la proroga automatica. Chi ieri lo ha voluto e chi oggi lo difende condividono una responsabilità lineare: i lager restano aperti, le catene restano strette, e l’Italia si limita a timbrare le ricevute, chiamandola strategia.

Buon lunedì.

In foto, l’attacco armato della guardia costiera libica alla ong Mediterranea

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Occhi su Gaza, diario di bordo #62

La guerra d’Israele oggi si racconta più dalle mura delle caserme che dal fronte. La procuratrice generale dell’Idf, Yifat Tomer-Yerushalmi, è stata ritrovata viva dopo ore di scomparsa: la stessa che aveva ammesso di aver fatto diffondere il video delle torture su un detenuto palestinese a Sde Teiman. Quel filmato, secondo Netanyahu, sarebbe «l’attacco di propaganda più grave contro Israele». In realtà mostra il punto di rottura dentro l’esercito: quando la legalità implode, la verità filtra dall’interno.

Nelle stesse ore, Hamas ha consegnato alla Croce rossa tre corpi di israeliani uccisi, mentre le forze israeliane hanno rivendicato nuovi raid a Gaza City e l’uccisione di un «terrorista». Secondo il movimento palestinese, i morti dopo la “tregua” sono già 236. È una pace amministrata da chi occupa, una tregua con diritto di fuoco unilaterale.

Sul fronte nord, Katz annuncia che gli attacchi contro Hezbollah «saranno intensificati», e l’Idf rivendica l’uccisione di quattro miliziani in Libano. Ogni scandalo interno trova una distrazione esterna, ogni verità viene sepolta da un nuovo bombardamento.

Intanto i numeri dicono che la guerra economica è totale: l’Organizzazione internazionale del lavoro calcola un crollo del 29 per cento dell’economia palestinese, con Gaza ridotta dell’87 per cento. È la prova che il cessate il fuoco non sospende la distruzione: la prolunga in silenzio, giorno dopo giorno, vita dopo vita.

La scena di oggi è questa: una generale costretta a denunciare le torture del suo esercito, tre bare restituite da Hamas, un confine nord che brucia. Israele cerca di difendere la sua reputazione, ma la verità, come sempre, si difende da sola.

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