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Riforma della caccia in Manovra, 55 associazioni animaliste e ambientaliste chiedono a Mattarella di fermarla

Caccia… alla riforma. Cinquantacinque sigle ambientaliste e animaliste firmano una lettera urgente al Quirinale. L’accusa è netta: il governo e la sua maggioranza starebbero tentando di introdurre nella legge di Bilancio gli stralci del disegno di legge AS 1552, la proposta che allenta i vincoli della 157/1992 sulla tutela della fauna e l’attività venatoria. L’operazione, definita «clamorosa e gravissima», sposterebbe la discussione dalla sede naturale del Parlamento a un veicolo finanziario, comprimendo il confronto pubblico e i passaggi istruttori.

Nel merito, gli emendamenti puntano a legalizzare la caccia durante la migrazione preriproduttiva e a riaprire la cattura dei piccoli uccelli selvatici per l’uso come richiami vivi. È il nervo scoperto della normativa europea: la Direttiva Uccelli tutela in modo rafforzato i periodi migratori e consente deroghe solo se motivate, proporzionate e selettive. Su questi punti l’Italia ha già conosciuto procedure d’infrazione e condanne della Corte di giustizia. Tornarci sopra significherebbe riproporre il medesimo contenzioso, con danni di immagine e costi potenziali per l’erario.

55 associazioni chiedono a Mattarella di intervenire sulla riforma della caccia

La mobilitazione è ampia e trasversale. Fra i firmatari compaiono WWF, Greenpeace, LAV, ENPA, Lipu, Pro Natura, Marevivo, Oipa, Mountain Wilderness, Rewilding Apennines, ISDE e molte realtà scientifiche e civiche. Un fronte che non si limita a rivendicare la protezione della fauna: chiede trasparenza delle regole, responsabilità istituzionale, coerenza con gli impegni europei. In controluce c’è l’idea di Paese che si vuole riconoscere nella riforma: se un principio delicato come la tutela della biodiversità può essere ritoccato a colpi di emendamenti nella manovra, nessun argine appare davvero solido.

Il precedente pesa. Nella manovra 2023, la stessa maggioranza inserì modifiche alla disciplina venatoria: da lì partì la procedura di infrazione INFR(2023)2187. Le associazioni lo ricordano per marcare il punto: non si tratta di un dibattito ideologico ma di un fascicolo già aperto a Bruxelles. E se la nuova forzatura includesse periodi e pratiche vietati, l’Italia si presenterebbe con un’aggravante.

Sul terreno sociale la scena è più sfumata. Il mondo agricolo denuncia danni crescenti da fauna, in particolare dai cinghiali, e chiede interventi rapidi. I cacciatori reclamano «gestione» contro «proibizionismo». Ma la lettera non nega il problema: contesta che lo si affronti con scorciatoie e riaperture generalizzate su specie migratrici protette, invece che con strumenti mirati e dentro cornici legali stabili. È la differenza tra intervenire e sdoganare.

La forma delle leggi e il ruolo del Colle

L’altro nodo è il metodo. Le associazioni parlano di «espediente» per l’approvazione, perché la legge di Bilancio, per definizione, dovrebbe trattare materie economico-finanziarie. L’inserimento di norme venatorie non connesse alla manovra espone a un giudizio di estraneità di materia e, più in generale, altera l’equilibrio tra governo e Parlamento. Non è un sofisma regolamentare: la forma è contenuto quando disegna il perimetro della decisione pubblica.

Il richiamo alla Costituzione è esplicito. Con la riforma del 2022, l’articolo 9 ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi fra i principi fondamentali. Significa che il legislatore deve misurare ogni intervento con un livello di scrupolo più alto, non abbassarlo per via amministrativa. Qui la controversia assume un profilo istituzionale: non si discute solo se e quanto si possa cacciare, ma se il governo possa usare il bilancio per riscrivere, a latere, pezzi di una legge di sistema.

Alla fine la palla arriva al Quirinale. Gli estensori della lettera chiedono a Sergio Mattarella di esercitare il ruolo di garante: «fare quanto in suo potere per dissuadere» la maggioranza dal procedere. È un invito a fermare una deriva, prima che si traduca in norme approvate all’ultimo comma dell’ultima notte. Se la politica scegliesse comunque la via breve, resterebbero gli strumenti di controllo successivi: l’ammissibilità degli emendamenti, il vaglio di costituzionalità, il contenzioso europeo. Ma sarebbe già un arretramento della qualità democratica.

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A Gaza la finta tregua è finita

Israele non riesce nemmeno a fingere una pace finta. La tregua che doveva segnare la “normalità” dopo mesi di genocidio è saltata al primo pretesto. Nella notte le bombe sono tornate su Jenin e Rafah, e la Cisgiordania è teatro di rastrellamenti: tre palestinesi uccisi, case sventrate, arresti a decine. I ministri Ben Gvir e Smotrich invocano di «distruggere Hamas», l’ex premier Bennett applaude. Netanyahu, stretto fra i falchi, riunisce il gabinetto di sicurezza: la pace serve solo a prendere tempo, non a cambiare rotta.

Il patriarca Pizzaballa avverte che «con i leader di oggi la pace non ha futuro». Intanto i leader restano. Gaza vive nell’emergenza: oltre 70mila malati di epatite C, ospedali senza anestetici, corridoi che diventano obitori, bambini evacuati in Europa come trofei umanitari di una guerra che si ostina a chiamarsi tregua.

Gerusalemme revoca lo stato d’emergenza per mostrare normalità, ma normalità è il rumore delle bombe, i checkpoint riaperti, le incursioni a Jenin, le granate al confine libanese, l’Egitto che spedisce camion di aiuti che restano fermi ai valichi.

La verità è semplice: non c’è volontà politica di pace, c’è gestione del conflitto. Lessico bellico, contabilità dei cadaveri, propaganda che si traveste da diplomazia. La tregua era la pausa della menzogna. Oggi il copione ricomincia da capo: stessi attori, stesso finale sospeso. Fino alla prossima sirena, finché qualcuno scambierà per pace l’istante tra due esplosioni. E noi, qui, dobbiamo nominarlo senza giri di parole: punizione collettiva, occupazione, apartheid. Finché il diritto non varrà anche a Gaza, ogni tavolo negoziale sarà un set fotografico. E ogni bambino salvato, un promemoria dei molti lasciati indietro. Le sirene non tacciono. Ancora.

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Difesa sì, difesi mai

L’Italia si arma in silenzio, ma con disciplina contabile. Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa militare “pura” salirà nel 2026 a 33,9 miliardi di euro: un miliardo in più in un solo anno. Non è un’urgenza, è una scelta politica. Il governo che taglia fondi a ospedali e scuole trova sempre un bilione in più per le armi.

Nel 2017 il bilancio della Difesa era di 19,7 miliardi. Oggi, sotto la direzione di Guido Crosetto, è cresciuto del 63%. Nel solo 2026 oltre 13 miliardi andranno in nuovi sistemi d’arma: droni, fregate, F-35, missili, progetti di “innovazione” che somigliano a un gigantesco sussidio alle industrie del settore. Il personale operativo costerà 12,3 miliardi, le pensioni 4,5, le missioni all’estero 1,18.

E non è finita. Mil€x ricorda che nel Documento di programmazione pluriennale sono già pronti altri 23 miliardi da attivare appena Bruxelles chiuderà la procedura per deficit eccessivo. Tradotto: austerità per i cittadini, ma nessun limite per i generali. La “difesa europea” diventa il paravento perfetto di un riarmo senza dibattito.

Il governo parla di sobrietà, ma la sobrietà vale solo per gli altri. Il rapporto spesa militare/Pil resta all’1,46%, ma solo perché le spese indirette – basi Nato, cybersecurity, fondi Ue – vengono lasciate fuori dal conteggio. Il trucco è antico: basta cambiare etichetta per far sparire le cifre.

Così il bilancio dello Stato diventa un arsenale a cielo aperto, lucido e in ordine. Le guerre si programmano come i piani di investimento, e l’unica certezza è che in Italia l’efficienza pubblica funziona solo quando si tratta di comprare armi. Tutto il resto può attendere.

Buon mercoledì.  

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Ambiente, tutte le scelte del governo contro la transizione ecologica

Nella Sala della Regina di Montecitorio, durante la presentazione del “Rapporto europeo 2025 sull’ambiente” e del nuovo “Stato dell’Ambiente” dell’Ispra, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di «progressi significativi» e di una «bussola chiamata scienza». Nel videomessaggio ha rivendicato la riduzione dei gas serra, un’aria più pulita e una politica “razionale” che avrebbe restituito equilibrio tra sviluppo e tutela. Ma i dati che cita, e quelli che tace, raccontano un’altra storia: un Paese che avanza di un passo mentre l’Europa ne fa tre, e che in quasi tutte le sedi internazionali ha scelto la via dell’arretramento.

Il nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente riconosce una riduzione media delle emissioni nell’Ue, ma avverte che «solo due obiettivi su ventidue» sono sulla buona strada per il 2030. In Italia, spiega Ispra, le emissioni 2023 sono calate del 26% rispetto al 1990, ma il ritmo resta insufficiente. I trasporti e il riscaldamento civile restano fuori controllo, il consumo di suolo cresce, le risorse idriche si riducono. È un miglioramento di inerzia, non il frutto di una strategia.

L’Italia che vota contro

Mentre il ministro parla di “scienza come guida”, la diplomazia italiana è diventata il freno ecologico d’Europa. A giugno 2024 l’Italia è stata tra i pochi Paesi a votare contro la Legge europea sul ripristino della natura, che impone il recupero del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030. Pochi mesi prima aveva fatto altrettanto sulla direttiva Case Green, opponendosi ai limiti sulle emissioni degli edifici e alla riqualificazione energetica obbligatoria.

Sul fronte industriale, Roma ha guidato la resistenza contro lo standard Euro 7, ottenendo un regolamento più debole grazie all’alleanza con Polonia e Ungheria. Ha chiesto di riaprire la partita dello stop ai motori termici nel 2035, sostenendo i biocarburanti come “soluzione nazionale”. Ha infine votato a favore del rinnovo del glifosato per altri dieci anni, ignorando le raccomandazioni del Parlamento europeo e dell’Oms.

Scelte interne: la natura come ostacolo

Sul piano nazionale, la coerenza non migliora. Il governo ha riaperto le trivellazioni in Adriatico con il decreto “Aiuti-quater” e ha inserito la costruzione del Ponte sullo Stretto tra le opere di “pubblica utilità”, esentandolo dalle valutazioni ambientali ordinarie. La Plastic tax, pensata per ridurre gli imballaggi monouso, è stata rinviata ancora una volta, al 2026. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel 2024, resta privo di fondi: un elenco di buone intenzioni senza bilancio.

Sul fronte della biodiversità, la bozza di riforma della caccia prevede l’allargamento dei periodi venatori e l’uso dei richiami vivi, mentre l’Ispra certifica un declino costante della fauna selvatica. Persino le procedure di valutazione ambientale sono state “semplificate” con un decreto che riduce i controlli preventivi: lo Stato si affida alla discrezionalità delle imprese e alle strutture commissariali.

L’aria che uccide, i silenzi del ministro

Nonostante il calo di alcuni inquinanti, l’Italia è sotto condanna della Corte di giustizia europea per le violazioni croniche dei limiti di PM10 e NO₂. Nel 2024 la Commissione ha aperto nuove procedure su aria e acque reflue. Secondo l’Oms, l’inquinamento atmosferico provoca ogni anno oltre 50 mila morti premature nel Paese. Pichetto cita “progressi significativi”, ma non menziona che i progressi sono imposti da sentenze, non da politiche.

Il suo ministero rivendica “razionalità” nelle scelte, ma la razionalità dei dati dice che l’Italia è in ritardo sui target europei: il 30% di aree protette, la riduzione delle emissioni, la neutralità climatica al 2050. Il governo Meloni, in tre anni, non ha introdotto una sola riforma strutturale in campo ambientale. Ha preferito la retorica dell’equilibrio alla sostanza delle misure.

Il conto con la realtà

Alla fine, resta la distanza tra il linguaggio e i fatti. Si parla di «scienza come bussola», ignorando la scienza quando suggerisce di uscire dai fossili, di ridurre il traffico, di tassare la plastica, di ricostruire la natura. Dietro la parola “razionalità” si nasconde un modello che considera l’ambiente un costo, non un’infrastruttura del futuro.

I rapporti presentati a Montecitorio – dell’Agenzia europea e dell’Ispra – dicono che l’Italia è in ritardo, che gli ecosistemi si degradano, che il clima corre più veloce della politica. Eppure il governo continua a dichiararsi virtuoso. È la nuova frontiera del greenwashing istituzionale: la scienza come ornamento, non come guida.

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Caso Shireen Abu Akleh, le rivelazioni del New York Times: la verità insabbiata ben prima del 7 ottobre

L’11 maggio 2022, a Jenin, la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh cade sotto i colpi di un tiratore. A distanza di tre anni, un colonnello statunitense rompe il silenzio e racconta che la versione ufficiale fu attenuata per non irritare Israele. Non è un dettaglio di cronaca: è un tassello che incrina la narrazione comoda secondo cui «tutto comincia» dopo il 7 ottobre. La catena di decisioni, omissioni e coperture è precedente e ben visibile. Lo ricostruisce un’inchiesta del New York Times (27 ottobre 2025), basata su testimonianze interne all’Office of the United States Security Coordinator, l’ufficio che seguì per Washington la revisione del caso.

Cosa dicono i documenti americani

Nel luglio 2022 il Dipartimento di Stato rese pubblica una valutazione: «probabile» responsabilità israeliana, «nessuna ragione» per ritenere l’uccisione intenzionale, «tragiche circostanze». Parole calibrate. Secondo i funzionari che lavorarono al dossier, però, dentro l’amministrazione la spaccatura fu netta: alcuni erano convinti che il soldato israeliano sapesse di colpire giornalisti riconoscibili, altri sostenevano la prudenza della nota ufficiale.

A parlare oggi è il colonnello Steve Gabavics, allora alto ufficiale dell’USSC: racconta di rilievi balistici sul posto, visuali libere su reporter con pettorine «Press», assenza di fuoco proveniente dal gruppo dei giornalisti, rosate di tiro troppo precise per essere “nebbia di guerra”. Per lui, la condotta fu deliberata. Il superiore, il generale Michael Fenzel, difese invece la linea della cautela e firmò la cornice di «fatalità». L’Fbi aprì un’indagine nel novembre 2022; non ha ancora reso note le conclusioni. Il risultato, politico prima che giudiziario, è una nota diplomatica che addomestica i fatti e preserva la relazione con l’alleato.

Una storia che comincia prima

L’inchiesta del Times racconta anche il dietro le quinte: bozze irrigidite da chi chiedeva di scrivere ciò che i rilievi indicavano, interventi per smussare, l’ufficiale più intransigente allontanato dal fascicolo. Dettagli burocratici? No, anatomia di una priorità politica. La «tutela del rapporto» con l’esercito israeliano pesa più della verità scomoda su un’icona del giornalismo arabo, uccisa mentre lavorava. La sequenza — uccisione (11 maggio 2022), perizia condivisa con Israele, comunicato del 4 luglio 2022, indagine federale ancora senza esito — è una cronologia che anticipa di oltre un anno ogni giustificazione post-7 ottobre: mostra come l’impunità non sia un incidente ma un ecosistema, dove le parole ufficiali diventano anestetico per i fatti.

C’è di più. Le circostanze tecniche descritte (angoli di tiro, colpi mirati, sequenza contro produttore, giornalista, soccorritore) negano la tesi del fuoco casuale. E quando un apparato di sicurezza civile, non investigativo in senso stretto, viene chiamato a “valutare” e non a “indagare”, il perimetro dell’esito è già segnato: niente interrogatori a testimoni, nessuna autonomia probatoria, massima deferenza per i partner sul terreno. Il lessico scelto — «probabile», «nessuna ragione per credere», «tragico» — diventa l’arma diplomatica per diluire responsabilità operative precise. È così che una verità fattuale scivola nella zona grigia della plausibile negazione.

Questa vicenda non riguarda solo la memoria di Shireen Abu Akleh. Riguarda la catena causa-effetto che ha normalizzato pratiche e coperture ben prima dell’autunno 2023. Se un caso emblematico, con la pressione dell’opinione pubblica mondiale e la cittadinanza statunitense della vittima, viene “raffreddato” in nome dell’equilibrio strategico, cosa accade ai mille casi che non fanno titolo? La domanda è politica: quali comportamenti è indotto a mantenere un esercito quando sa che il costo diplomatico resterà tollerabile, che la parola «intenzionale» potrà essere sempre rimandata

Nel dossier americano c’è anche la lezione per il giornalismo: i dettagli contano. La distanza dal mezzo israeliano, la visibilità delle pettorine, i colpi sul carrubo, la sequenza contro chi soccorre. Sono elementi che trasformano un “incidente” in una condotta, e una condotta in una politica di fatto. È su questi dati che si misura la sincerità delle alleanze e la qualità dell’informazione. E sono questi dati, raccolti il giorno stesso della morte di Abu Akleh, a dire che la storia non comincia il 7 ottobre. Comincia prima, quando la verità viene messa in coda alle priorità geopolitiche.

Chi oggi pretende di azzerare il contatore al calendario della guerra rimuove questa cronologia scomodissima. Il punto, invece, è tenerla ferma: per la giustizia dovuta a una reporter e per la sostanza di un dibattito pubblico che non sia un esercizio di rimozione. Per chiamare le cose con il loro nome, senza più rifugi semantici.

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Sovranisti in seduta di autoconsolazione: Meloni ritrova Orbán

L’incontro tra Giorgia Meloni e Viktor Orbán a Roma è stato un esercizio di retorica diplomatica travestito da dialogo politico. La premier italiana si è presentata come garante dell’unità europea, ma ha evitato accuratamente ogni confronto reale con le posizioni di Budapest su Ucraina e Russia. Orbán continua a sostenere che «le sanzioni sono un errore», Meloni ripete che «l’Italia resta dalla parte di Kiev» – eppure entrambi sanno di convergere su un pragmatismo che guarda agli interessi economici e alle mosse di Donald Trump.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, resta l’ambiguità. L’Italia non spinge più, da tempo, per un rafforzamento delle sanzioni, e la premier ha accolto l’alleato ungherese proprio mentre Bruxelles discute il nuovo pacchetto di misure contro Mosca. Orbán difende i suoi rapporti energetici con il Cremlino, Meloni li tollera in nome del “realismo”.

Sul piano politico, l’intesa è evidente: entrambi coltivano un’idea di Europa ridotta a somma di nazioni autosufficienti, utile solo quando finanzia l’industria della difesa o concede margini al potere interno.

Meloni parla da europeista, ma agisce da nazionalista opportunista. Cerca di compiacere Washington, non irritare Budapest e restare visibile a Bruxelles. È una politica che non decide: misura le convenienze, cambia lessico a seconda dell’interlocutore e chiama “coerenza” ciò che è soltanto calcolo.

In questo equilibrio instabile, l’Italia finisce per apparire come l’anello debole dell’Unione: cortese con chi la isola, silenziosa con chi la comanda. Una postura che non costruisce peso politico, ma solo dipendenza.

Buon martedì. 

 

Foto Gov

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Cassazione su Dell’Utri: l’Anm esclude la “persecuzione giudiziaria” su Berlusconi. E lancia l’allarme referendum

La risposta è arrivata con parole misurate, ma affilate. L’Associazione nazionale magistrati interviene nel pieno della polemica seguita alla decisione della Cassazione su Marcello Dell’Utri e alla lettera di Marina Berlusconi, che ha parlato di «fango» gettato per trent’anni sulla figura del padre. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, puntualizza che non vi è alcuna «persecuzione giudiziaria» contro politici né complotti da svelare. La sentenza della Suprema Corte, ricorda, riguarda un procedimento di prevenzione a carico di un ex collaboratore, non un processo a Silvio Berlusconi. E soprattutto il reato di concorso esterno non fu mai contestato all’ex premier.

Che cosa ha deciso davvero la Cassazione

Per capire perché la nota dell’Anm si inserisca con tanta precisione in questo clima, bisogna tornare alla decisione del 22 ottobre. In quella data la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale contro il no alla sorveglianza speciale per Dell’Utri.

Nel provvedimento i giudici rilevano che non vi sono prove processuali di un riciclaggio mafioso nelle imprese riconducibili all’area berlusconiana. Da qui un salto comunicativo: alcune letture mediatiche hanno trasformato una decisione di prevenzione in una sorta di assoluzione retrospettiva sulla stagione delle indagini per mafia al Nord. Il passaggio è stato immediatamente amplificato dalla lettera di Marina Berlusconi, diffusa due giorni dopo, che denuncia una presunta persecuzione durata decenni.

Ma la pronuncia della Cassazione non tocca in alcun modo la condanna definitiva per concorso esterno di Dell’Utri, già scontata. Né riscrive i processi del passato. È in questo scarto tra fatto giuridico e narrazione politica che l’Anm interviene, accusando un tentativo di alterare la percezione dell’opinione pubblica proprio mentre la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere affronta l’ultimo tratto parlamentare. Nello stesso solco, Parodi respinge anche un’altra scorciatoia polemica: l’idea che la durata dei procedimenti sia figlia di accanimento. Le lungaggini, afferma, sono l’esito di riforme stratificate, continue riscritture del rito, carenze di organico e transizioni mai completate.

Il referendum e la posta in gioco

Il ddl Nordio è atteso al voto finale del Senato nelle prossime settimane. Non essendo stata raggiunta la maggioranza dei due terzi, il referendum confermativo scatterà se richiesto da parlamentari, regioni o cittadini: una consultazione senza quorum, dunque interamente giocata sulla mobilitazione. È qui che la cornice comunicativa diventa sostanza politica: se attecchisce l’idea della «magistratura faziosa», ogni critica tecnica alla riforma verrà letta come difesa corporativa. Al contrario, il fronte contrario teme l’effetto di burocratizzazione dell’azione penale e una compressione dell’indipendenza del pubblico ministero.

Cronologia alla mano: il 22 ottobre la Cassazione decide su Dell’Utri; tra il 24 e il 25 ottobre arriva la lettera di Marina Berlusconi; il 27 ottobre l’Anm interviene con la nota che respinge l’idea della “persecuzione”. Una sequenza ravvicinata che spiega l’innalzamento dei toni e la trasformazione di un atto di prevenzione in manifesto politico. È su questo scarto che si giocherà la campagna, tra slogan e norme, mentre il Paese è chiamato a scegliere l’architettura della propria giustizia.

L’assemblea dell’Anm dei giorni scorsi ha messo in chiaro questo rischio, mentre magistrati come Nicola Gratteri parlano di tentativo di «normalizzare» i pm. Nei prossimi giorni la maggioranza punta al via libera del Senato e all’avvio della raccolta delle firme per il referendum: settimane in cui ogni parola peserà come una prova. In questo quadro, la nota dell’Anm non è una semplice precisazione d’ufficio: è un avvertimento. Ricordare i confini giuridici della decisione su Dell’Utri significa sottrarre materia prima alla propaganda e riportare il confronto dove deve stare, su testi, effetti e garanzie. Perché la giustizia non è un totem da venerare né un avversario da abbattere: è un equilibrio da difendere.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #56

Nella luce arancione del tramonto, un soldato israeliano siede su una sedia di plastica e osserva una fila di civili palestinesi in ginocchio, mani legate, occhi bendati. La foto, diffusa dallo stesso esercito, arriva da Khan Younis e racconta una tregua che è solo il modo ordinato di amministrare l’umiliazione.

Sempre a Khan Younis, un drone ha colpito un gruppo di civili: almeno due morti, tra cui bambini. In Cisgiordania, nella cittadina di Beit Awwa, un quindicenne palestinese – Nazeeh Iyad Awad – è in fin di vita dopo che un soldato gli ha lanciato una granata stordente alla testa mentre andava a scuola. L’Onu segnala che solo nel 2025 le forze israeliane hanno già ucciso 40 bambini palestinesi in Cisgiordania, incluso un bimbo di nove anni colpito a morte il 16 ottobre mentre giocava a calcio vicino Hebron. Da ottobre 2023, sono 213 i minori uccisi in Cisgiordania. In totale, quest’anno i palestinesi uccisi sono 198, un terzo solo nel governatorato di Jenin.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite parla di «uso sistematico ed eccessivo» della forza. Durante la raccolta delle olive, i coloni hanno ferito oltre 100 persone e distrutto 3.000 alberi in 50 villaggi. Mentre più di 11.000 palestinesi restano detenuti, di cui 3.500 senza processo, almeno 77 sono morti in custodia dal 2023. E le demolizioni non si fermano: 1.300 strutture palestinesi abbattute nel 2025 perché prive di permessi israeliani.

A Gaza, i medici preparano la sepoltura di 50 corpi restituiti da Israele, molti torturati, irriconoscibili. Gli stessi giorni in cui si parla di “ricostruzione”, come fosse una gara d’appalto su ossa ancora calde.

La tregua è diventata il lessico pulito del genocidio a bassa intensità: ogni giorno numeri nuovi, ogni giorno un bambino in più, ogni giorno un ulivo in meno.

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Banche e Manovra, è ancora scontro nella maggioranza: Lega, FdI e Forza Italia si dividono sul contributo agli istituti di credito

All’indomani dell’approvazione della manovra da parte del Consiglio dei ministri di venerdì 17 ottobre, la maggioranza si è accartocciata su sé stessa attorno al contributo sulle banche. Fratelli d’Italia lo chiama «donazione volontaria» e nega qualsiasi tassazione sugli extraprofitti. La Lega, pur esprimendo il ministro dell’Economia che ha scritto la misura, invoca una vera tassa “alla spagnola”. Forza Italia si dice disponibile a un contributo, ma «senza imposizioni». Tre linee inconciliabili all’interno di un governo che rivendica compattezza mentre si divide su nome, natura e intensità della stessa norma.

Il nemico perfetto, anche se l’hai firmato tu

Matteo Salvini attacca le banche con toni muscolari: «Per ogni lamentela un miliardo in più», sostiene dopo le critiche dell’Abi. Ma il documento contro cui spara è stato firmato dal suo stesso ministro, Giancarlo Giorgetti, e approvato all’unanimità in Cdm. Claudio Borghi rivendica che «il contributo l’ha scritto Giorgetti» e rilancia la battaglia parlamentare: «La manovra la approva il Parlamento, non il governo». La Lega vuole usare il gettito per cancellare l’aumento fiscale sugli affitti brevi, misura da 100 milioni prevista nella legge di bilancio e già rinnegata a 24 ore dalla firma.

In Fratelli d’Italia prevale la linea del raffreddamento. Dietro le quinte, però, il presidente della Commissione Finanze, Marco Osnato, punge il Carroccio: «Se la Lega ha qualcosa da dire, lo faccia con Giorgetti». Segnale di irritazione verso chi gioca su due tavoli, facendo opposizione interna su un testo già condiviso.

Forza Italia sceglie la posizione intermedia: sostiene che un contributo di sistema è accettabile ma non «punitivo», rivendicando il «patto di fiducia» negoziato dal Mef con gli istituti. Antonio Tajani, che difende le relazioni con l’industria bancaria, chiede metodo e gradualità, senza alzare i toni. Una postura che consente agli azzurri di marcare distanza dagli alleati senza rompersi, restando in equilibrio tra consenso elettorale e tenuta di governo.

Tra banche e Manovra, una maggioranza compatta solo davanti alle telecamere

L’ipocrisia diventa evidente quando lo scontro si sposta sui mercati: mentre i leader litigano sulla forza della misura, i titoli bancari aprono in rialzo, segno che gli operatori non temono un vero intervento sugli utili del settore. Se la tassa fosse credibile, i listini avrebbero reagito diversamente. La narrazione di uno scontro duro con gli istituti viene così smentita dai numeri, e appare più un esercizio retorico che un cambio di rotta economica.

Le opposizioni colgono la frattura e colpiscono. Francesco Silvestri (M5S) definisce la scena «il festival dell’ipocrisia», ricordando che l’anno scorso il governo ha incassato «zero euro» dalla precedente misura sugli extraprofitti. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) osserva che la Lega «fa opposizione al proprio esecutivo». Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, parla di «profitti notevoli» che «possono contribuire in nome della solidarietà», prendendo le distanze sia dalla linea Salvini che da quella Tajani.

Martedì un vertice con Giorgia Meloni dovrà fissare una linea comune su platea, base imponibile e modalità di versamento. Ma il fatto resta: la maggioranza ha usato il sistema bancario come bersaglio simbolico per rinfrescare l’immagine di un governo sociale. Poi, il giorno dopo, ha iniziato a litigare su quanto colpirlo, come, e soprattutto su chi debba intestarsi la battaglia. Consenso unito davanti ai microfoni. Divisioni nette nel merito. Ed è sulla differenza tra le due cose che si misura la credibilità di chi governa.

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Pd, la corrente riformista vuole… “Crescere”: la risposta dell’area Schlein e la consegna del silenzio

«Insistendo sulla linea politica che abbiamo tenuto finora». È la risposta di Arturo Scotto alla domanda su come la maggioranza che sostiene Elly Schlein intenda reagire alla nuova corrente riformista del Pd che sta nascendo a Milano. Nessun allarme, nessuna contromossa muscolare: l’indicazione è di non deviare dal tracciato. E non è un caso che la reazione del Nazareno sia stata calibrata sull’arte della sottrazione.

Riformisti Pd, il convegno che parla più ai giornalisti che al partito

Il convegno “Crescere”, messo in scena il 24 ottobre a Milano con Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Marianna Madia, Simona Malpezzi, Beppe Sala, Graziano Delrio e altri esponenti dell’area moderata, è stato raccontato come l’avvio di una nuova geometria interna.

I riformisti hanno scelto parole chiave costruite per evocare un’idea di serietà di governo: crescita, Pnrr, innovazione, affidabilità internazionale. Nel mirino, in modo più o meno esplicito, l’asse con il Movimento 5 Stelle e la linea sociale della segretaria. Il messaggio è stato indirizzato tanto alla leader quanto al pubblico moderato fuori dal partito: «il Pd non può vivere solo di salario minimo e diritti civili, deve tornare a parlare alle imprese».

Per alcuni osservatori, un avviso di sfratto. Per la segreteria, un déjà-vu. Picierno ha evocato l’identità del “riformismo di popolo” contro chi «si accontenta dei diritti senza crescita», mentre in platea si ragionava già di come preparare un congresso “per chiarire la linea”, più che per aprire un confronto.

Pd, La consegna del silenzio e il messaggio implicito

La risposta ufficiale di Schlein – «bene la discussione, ora concentriamoci sulla manovra» – ha volutamente declassato l’evento. Nessun botta e risposta, nessuna polarizzazione interna. Il vero segnale è arrivato dal gruppo parlamentare: un silenzio compatto, strategico, costruito per negare ossigeno mediatico a chi sperava in una dialettica interna da trasformare in caso politico.

Boccia, capogruppo al Senato, si è limitato a ribadire che il partito farà la sua battaglia sulla legge di bilancio difendendo salari, welfare e scuola. Chiara Braga, alla Camera, ha ricondotto tutto sul terreno del lavoro parlamentare. Taruffi, responsabile organizzazione, ha insistito sul bisogno di costruire una proposta alternativa al governo Meloni, senza disperdere energie nella topografia delle correnti. Nessuno ha attaccato i riformisti: la decisione è stata quella di sorvolare, segnalando che la segreteria non intende concedere legittimità a una piattaforma che, per ora, resta confinata nei convegni.

Scotto, che interpreta il ruolo di cerniera tra la segreteria e il gruppo, ha cristallizzato il messaggio: si va avanti, si difende la linea, si misurano i risultati nelle prossime prove elettorali. La sensazione, tra i parlamentari più vicini a Schlein, è che l’iniziativa milanese interessi più a chi scrive di politica che a chi la pratica dentro il partito. Non è la prima volta che una corrente riformista rilancia la bandiera della “vocazione maggioritaria” in chiave centrista. Il punto, per la segreteria, è che al momento nessuno dispone di un’alternativa programmatica in grado di sfondare nella società.

Il Nazareno non sottovaluta il rischio di un fronte centrista che, in caso di battute d’arresto alle regionali o nella costruzione del campo progressista, possa alzare la posta. La partita vera si giocherà su manovra e urne. Solo lì si vedrà se “Crescere” è l’inizio di una scalata o l’ennesimo congresso anticipato per commentatori politici. Nel frattempo, l’asse Schlein resta fermo sulla sua rotta. E risponde restando in movimento, ma senza inseguire i titoli.

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