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Cassazione su Dell’Utri: l’Anm esclude la “persecuzione giudiziaria” su Berlusconi. E lancia l’allarme referendum

La risposta è arrivata con parole misurate, ma affilate. L’Associazione nazionale magistrati interviene nel pieno della polemica seguita alla decisione della Cassazione su Marcello Dell’Utri e alla lettera di Marina Berlusconi, che ha parlato di «fango» gettato per trent’anni sulla figura del padre. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, puntualizza che non vi è alcuna «persecuzione giudiziaria» contro politici né complotti da svelare. La sentenza della Suprema Corte, ricorda, riguarda un procedimento di prevenzione a carico di un ex collaboratore, non un processo a Silvio Berlusconi. E soprattutto il reato di concorso esterno non fu mai contestato all’ex premier.

Che cosa ha deciso davvero la Cassazione

Per capire perché la nota dell’Anm si inserisca con tanta precisione in questo clima, bisogna tornare alla decisione del 22 ottobre. In quella data la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale contro il no alla sorveglianza speciale per Dell’Utri.

Nel provvedimento i giudici rilevano che non vi sono prove processuali di un riciclaggio mafioso nelle imprese riconducibili all’area berlusconiana. Da qui un salto comunicativo: alcune letture mediatiche hanno trasformato una decisione di prevenzione in una sorta di assoluzione retrospettiva sulla stagione delle indagini per mafia al Nord. Il passaggio è stato immediatamente amplificato dalla lettera di Marina Berlusconi, diffusa due giorni dopo, che denuncia una presunta persecuzione durata decenni.

Ma la pronuncia della Cassazione non tocca in alcun modo la condanna definitiva per concorso esterno di Dell’Utri, già scontata. Né riscrive i processi del passato. È in questo scarto tra fatto giuridico e narrazione politica che l’Anm interviene, accusando un tentativo di alterare la percezione dell’opinione pubblica proprio mentre la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere affronta l’ultimo tratto parlamentare. Nello stesso solco, Parodi respinge anche un’altra scorciatoia polemica: l’idea che la durata dei procedimenti sia figlia di accanimento. Le lungaggini, afferma, sono l’esito di riforme stratificate, continue riscritture del rito, carenze di organico e transizioni mai completate.

Il referendum e la posta in gioco

Il ddl Nordio è atteso al voto finale del Senato nelle prossime settimane. Non essendo stata raggiunta la maggioranza dei due terzi, il referendum confermativo scatterà se richiesto da parlamentari, regioni o cittadini: una consultazione senza quorum, dunque interamente giocata sulla mobilitazione. È qui che la cornice comunicativa diventa sostanza politica: se attecchisce l’idea della «magistratura faziosa», ogni critica tecnica alla riforma verrà letta come difesa corporativa. Al contrario, il fronte contrario teme l’effetto di burocratizzazione dell’azione penale e una compressione dell’indipendenza del pubblico ministero.

Cronologia alla mano: il 22 ottobre la Cassazione decide su Dell’Utri; tra il 24 e il 25 ottobre arriva la lettera di Marina Berlusconi; il 27 ottobre l’Anm interviene con la nota che respinge l’idea della “persecuzione”. Una sequenza ravvicinata che spiega l’innalzamento dei toni e la trasformazione di un atto di prevenzione in manifesto politico. È su questo scarto che si giocherà la campagna, tra slogan e norme, mentre il Paese è chiamato a scegliere l’architettura della propria giustizia.

L’assemblea dell’Anm dei giorni scorsi ha messo in chiaro questo rischio, mentre magistrati come Nicola Gratteri parlano di tentativo di «normalizzare» i pm. Nei prossimi giorni la maggioranza punta al via libera del Senato e all’avvio della raccolta delle firme per il referendum: settimane in cui ogni parola peserà come una prova. In questo quadro, la nota dell’Anm non è una semplice precisazione d’ufficio: è un avvertimento. Ricordare i confini giuridici della decisione su Dell’Utri significa sottrarre materia prima alla propaganda e riportare il confronto dove deve stare, su testi, effetti e garanzie. Perché la giustizia non è un totem da venerare né un avversario da abbattere: è un equilibrio da difendere.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #56

Nella luce arancione del tramonto, un soldato israeliano siede su una sedia di plastica e osserva una fila di civili palestinesi in ginocchio, mani legate, occhi bendati. La foto, diffusa dallo stesso esercito, arriva da Khan Younis e racconta una tregua che è solo il modo ordinato di amministrare l’umiliazione.

Sempre a Khan Younis, un drone ha colpito un gruppo di civili: almeno due morti, tra cui bambini. In Cisgiordania, nella cittadina di Beit Awwa, un quindicenne palestinese – Nazeeh Iyad Awad – è in fin di vita dopo che un soldato gli ha lanciato una granata stordente alla testa mentre andava a scuola. L’Onu segnala che solo nel 2025 le forze israeliane hanno già ucciso 40 bambini palestinesi in Cisgiordania, incluso un bimbo di nove anni colpito a morte il 16 ottobre mentre giocava a calcio vicino Hebron. Da ottobre 2023, sono 213 i minori uccisi in Cisgiordania. In totale, quest’anno i palestinesi uccisi sono 198, un terzo solo nel governatorato di Jenin.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite parla di «uso sistematico ed eccessivo» della forza. Durante la raccolta delle olive, i coloni hanno ferito oltre 100 persone e distrutto 3.000 alberi in 50 villaggi. Mentre più di 11.000 palestinesi restano detenuti, di cui 3.500 senza processo, almeno 77 sono morti in custodia dal 2023. E le demolizioni non si fermano: 1.300 strutture palestinesi abbattute nel 2025 perché prive di permessi israeliani.

A Gaza, i medici preparano la sepoltura di 50 corpi restituiti da Israele, molti torturati, irriconoscibili. Gli stessi giorni in cui si parla di “ricostruzione”, come fosse una gara d’appalto su ossa ancora calde.

La tregua è diventata il lessico pulito del genocidio a bassa intensità: ogni giorno numeri nuovi, ogni giorno un bambino in più, ogni giorno un ulivo in meno.

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Banche e Manovra, è ancora scontro nella maggioranza: Lega, FdI e Forza Italia si dividono sul contributo agli istituti di credito

All’indomani dell’approvazione della manovra da parte del Consiglio dei ministri di venerdì 17 ottobre, la maggioranza si è accartocciata su sé stessa attorno al contributo sulle banche. Fratelli d’Italia lo chiama «donazione volontaria» e nega qualsiasi tassazione sugli extraprofitti. La Lega, pur esprimendo il ministro dell’Economia che ha scritto la misura, invoca una vera tassa “alla spagnola”. Forza Italia si dice disponibile a un contributo, ma «senza imposizioni». Tre linee inconciliabili all’interno di un governo che rivendica compattezza mentre si divide su nome, natura e intensità della stessa norma.

Il nemico perfetto, anche se l’hai firmato tu

Matteo Salvini attacca le banche con toni muscolari: «Per ogni lamentela un miliardo in più», sostiene dopo le critiche dell’Abi. Ma il documento contro cui spara è stato firmato dal suo stesso ministro, Giancarlo Giorgetti, e approvato all’unanimità in Cdm. Claudio Borghi rivendica che «il contributo l’ha scritto Giorgetti» e rilancia la battaglia parlamentare: «La manovra la approva il Parlamento, non il governo». La Lega vuole usare il gettito per cancellare l’aumento fiscale sugli affitti brevi, misura da 100 milioni prevista nella legge di bilancio e già rinnegata a 24 ore dalla firma.

In Fratelli d’Italia prevale la linea del raffreddamento. Dietro le quinte, però, il presidente della Commissione Finanze, Marco Osnato, punge il Carroccio: «Se la Lega ha qualcosa da dire, lo faccia con Giorgetti». Segnale di irritazione verso chi gioca su due tavoli, facendo opposizione interna su un testo già condiviso.

Forza Italia sceglie la posizione intermedia: sostiene che un contributo di sistema è accettabile ma non «punitivo», rivendicando il «patto di fiducia» negoziato dal Mef con gli istituti. Antonio Tajani, che difende le relazioni con l’industria bancaria, chiede metodo e gradualità, senza alzare i toni. Una postura che consente agli azzurri di marcare distanza dagli alleati senza rompersi, restando in equilibrio tra consenso elettorale e tenuta di governo.

Tra banche e Manovra, una maggioranza compatta solo davanti alle telecamere

L’ipocrisia diventa evidente quando lo scontro si sposta sui mercati: mentre i leader litigano sulla forza della misura, i titoli bancari aprono in rialzo, segno che gli operatori non temono un vero intervento sugli utili del settore. Se la tassa fosse credibile, i listini avrebbero reagito diversamente. La narrazione di uno scontro duro con gli istituti viene così smentita dai numeri, e appare più un esercizio retorico che un cambio di rotta economica.

Le opposizioni colgono la frattura e colpiscono. Francesco Silvestri (M5S) definisce la scena «il festival dell’ipocrisia», ricordando che l’anno scorso il governo ha incassato «zero euro» dalla precedente misura sugli extraprofitti. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) osserva che la Lega «fa opposizione al proprio esecutivo». Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, parla di «profitti notevoli» che «possono contribuire in nome della solidarietà», prendendo le distanze sia dalla linea Salvini che da quella Tajani.

Martedì un vertice con Giorgia Meloni dovrà fissare una linea comune su platea, base imponibile e modalità di versamento. Ma il fatto resta: la maggioranza ha usato il sistema bancario come bersaglio simbolico per rinfrescare l’immagine di un governo sociale. Poi, il giorno dopo, ha iniziato a litigare su quanto colpirlo, come, e soprattutto su chi debba intestarsi la battaglia. Consenso unito davanti ai microfoni. Divisioni nette nel merito. Ed è sulla differenza tra le due cose che si misura la credibilità di chi governa.

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Pd, la corrente riformista vuole… “Crescere”: la risposta dell’area Schlein e la consegna del silenzio

«Insistendo sulla linea politica che abbiamo tenuto finora». È la risposta di Arturo Scotto alla domanda su come la maggioranza che sostiene Elly Schlein intenda reagire alla nuova corrente riformista del Pd che sta nascendo a Milano. Nessun allarme, nessuna contromossa muscolare: l’indicazione è di non deviare dal tracciato. E non è un caso che la reazione del Nazareno sia stata calibrata sull’arte della sottrazione.

Riformisti Pd, il convegno che parla più ai giornalisti che al partito

Il convegno “Crescere”, messo in scena il 24 ottobre a Milano con Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Marianna Madia, Simona Malpezzi, Beppe Sala, Graziano Delrio e altri esponenti dell’area moderata, è stato raccontato come l’avvio di una nuova geometria interna.

I riformisti hanno scelto parole chiave costruite per evocare un’idea di serietà di governo: crescita, Pnrr, innovazione, affidabilità internazionale. Nel mirino, in modo più o meno esplicito, l’asse con il Movimento 5 Stelle e la linea sociale della segretaria. Il messaggio è stato indirizzato tanto alla leader quanto al pubblico moderato fuori dal partito: «il Pd non può vivere solo di salario minimo e diritti civili, deve tornare a parlare alle imprese».

Per alcuni osservatori, un avviso di sfratto. Per la segreteria, un déjà-vu. Picierno ha evocato l’identità del “riformismo di popolo” contro chi «si accontenta dei diritti senza crescita», mentre in platea si ragionava già di come preparare un congresso “per chiarire la linea”, più che per aprire un confronto.

Pd, La consegna del silenzio e il messaggio implicito

La risposta ufficiale di Schlein – «bene la discussione, ora concentriamoci sulla manovra» – ha volutamente declassato l’evento. Nessun botta e risposta, nessuna polarizzazione interna. Il vero segnale è arrivato dal gruppo parlamentare: un silenzio compatto, strategico, costruito per negare ossigeno mediatico a chi sperava in una dialettica interna da trasformare in caso politico.

Boccia, capogruppo al Senato, si è limitato a ribadire che il partito farà la sua battaglia sulla legge di bilancio difendendo salari, welfare e scuola. Chiara Braga, alla Camera, ha ricondotto tutto sul terreno del lavoro parlamentare. Taruffi, responsabile organizzazione, ha insistito sul bisogno di costruire una proposta alternativa al governo Meloni, senza disperdere energie nella topografia delle correnti. Nessuno ha attaccato i riformisti: la decisione è stata quella di sorvolare, segnalando che la segreteria non intende concedere legittimità a una piattaforma che, per ora, resta confinata nei convegni.

Scotto, che interpreta il ruolo di cerniera tra la segreteria e il gruppo, ha cristallizzato il messaggio: si va avanti, si difende la linea, si misurano i risultati nelle prossime prove elettorali. La sensazione, tra i parlamentari più vicini a Schlein, è che l’iniziativa milanese interessi più a chi scrive di politica che a chi la pratica dentro il partito. Non è la prima volta che una corrente riformista rilancia la bandiera della “vocazione maggioritaria” in chiave centrista. Il punto, per la segreteria, è che al momento nessuno dispone di un’alternativa programmatica in grado di sfondare nella società.

Il Nazareno non sottovaluta il rischio di un fronte centrista che, in caso di battute d’arresto alle regionali o nella costruzione del campo progressista, possa alzare la posta. La partita vera si giocherà su manovra e urne. Solo lì si vedrà se “Crescere” è l’inizio di una scalata o l’ennesimo congresso anticipato per commentatori politici. Nel frattempo, l’asse Schlein resta fermo sulla sua rotta. E risponde restando in movimento, ma senza inseguire i titoli.

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Indipendenza ma fino a un certo punto: la privacy con tessera politica

Il 22 ottobre 2025, il componente del Garante per la protezione dei dati personali, Agostino Ghiglia, entra nella sede nazionale di Fratelli d’Italia in via della Scrofa 39. La sera stessa il collegio del Garante vota per la maxi-multa da 150 mila euro nei confronti della trasmissione Report e del suo giornalista Sigfrido Ranucci. 

Ghiglia spiega che il motivo dell’incontro era una presentazione libraria con Italo Bocchino e che ha soltanto «incrociato» Arianna Meloni. La sera successiva, l’autorità che dovrebbe garantire imparzialità sancisce però contro una trasmissione colpita da intimidazioni: Ranucci è stato attaccato, il giornalismo è sotto pressione. Eppure quel voto arriva. Ghiglia precisa che il procedimento è stato istruito, che c’è contraddittorio, che il diritto alla riservatezza dell’articolo 15 della Costituzione è coinvolto.

Apparentemente tutto nella norma. Ma restano due domande. Primo: quanto pesa l’immagine del membro dell’authority che entra nella sede del partito che quel giorno approva la sanzione? Secondo: quando la distanza istituzionale non è solo formale, ma sostanza, quali garanzie restano? Le associazioni dei giornalisti definiscono «inquietante» la coincidenza.

Chi difende la multa (come il direttore Gennaro Sangiuliano) la considera inevitabile. Ma l’apparato delle garanzie non è solo un contenitore tecnico: è anche una percezione pubblica. E se la percezione è che la prossimità politica precede un provvedimento sanzionatorio, la fiducia nella decisione si frantuma. Il diritto alla riservatezza, vitale, non si conterrà in un foglio tecnico: ha bisogno di istituzioni che non diano l’impressione di aver preso il caffè prima di deliberare.

In democrazia non basta che le regole vengano rispettate: occorre che si veda che la regola ha valore indipendente dai soggetti. Perché quando l’authority visita il partito e il partito vede l’authority, la normalità diventa simbolo — e il simbolo conta assai più dei pezzi di carta.

Buon lunedì. 

 

Foto WP

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Occhi su Gaza, diario di bordo #55

Nelle ultime ore il futuro di Gaza e Cisgiordania si sta scrivendo lontano dalle macerie, nei palazzi del potere. Benjamin Netanyahu ha scandito che sarà Israele a decidere «chi colpire» e quali forze internazionali potranno entrare nella Striscia, rivendicando un diritto di veto che trasforma la tregua in una gestione coloniale della pace. Parallelamente, il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich ha invitato a una “campagna popolare” per spingere Donald Trump ad accettare l’annessione della Cisgiordania. La mappa del domani viene tracciata come se i palestinesi non esistessero.
Hamas, dal canto suo, dichiara tramite le agenzie che è pronta a consegnare le armi solo «se finirà l’occupazione». La frase suona come la fotografia di un conflitto che non è una parentesi ma una struttura permanente.
Intanto, i coloni continuano a impadronirsi della terra con la violenza quotidiana. Nella stagione della raccolta delle olive, le organizzazioni internazionali registrano oltre 150 attacchi contro contadini palestinesi solo in Cisgiordania. A Tulkarem un agricoltore crolla in lacrime dopo che il suo uliveto è stato raso al suolo: «Hanno rubato la nostra identità», racconta in un video. La distruzione dell’ulivo non è un danno economico: è un messaggio politico.
Da Roma, nei summit sulla pace, si parla di «perseveranza» e «ascolto reciproco», mentre in terra palestinese la “normalizzazione” passa attraverso bulldozer, cani sguinzagliati e veti sul futuro.
La tregua continua a essere solo una cornice diplomatica vuota: i padroni del campo restano gli stessi, e decidono perfino chi avrà il permesso di gestire la calma che segue la violenza. Anche oggi, per capire la verità, basta guardare un ulivo abbattuto.

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Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo – Lettera43

L’inchiesta che ha travolto il mondo del basket USA racconta un rischio globale: le scommesse sportive legalizzate e digitalizzate aprono nuove strade agli affari dei clan.

L’NBA si sveglia dentro un incubo che non è solo sportivo. È giudiziario, criminale, persino culturale. In un’operazione congiunta, l’FBI e la Procura federale di Brooklyn hanno arrestato oltre 30 persone, tra cui Chauncey Billups, allenatore dei Portland Trail Blazers, e Terry Rozier, giocatore dei Miami Heat. Il direttore dell’FBI, Kash Patel, ha parlato di «una frode di proporzioni sconcertanti», mentre la lega ha congelato i tesseramenti e ha aperto un’indagine interna. Il paragone con il caso dell’arbitro Tim Donaghy – condannato nel 2008 per aver scommesso su partite che lui stesso arbitrava fornendo informazioni ai bookmaker – è inevitabile, ma qui la scala è diversa: coinvolti un coach in attività, un atleta sotto contratto e una rete criminale che gli inquirenti collegano direttamente alle famiglie Gambino, Genovese e Bonanno, con il possibile interesse dei Lucchese.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
Chauncey Billups (Ansa).

Gli schemi della rete criminale tra basket e poker

Secondo i procuratori, il primo filone riguarda scommesse su prop bet NBA, quelle puntate che non toccano l’esito della gara ma le prestazioni individuali: punti segnati, minuti giocati, assist. Gli investigatori sostengono che i membri dell’organizzazione ottenessero informazioni privilegiate su infortuni o minutaggi prima dell’annuncio ufficiale, alterando il mercato delle giocate. In un caso chiave, l’uscita anticipata di un giocatore su cui era stato costruito un flusso massiccio di puntate sarebbe seguita a comunicazioni interne arrivate in anticipo a intermediari legati alla rete mafiosa. Il secondo schema si sposta lontano dai parquet: partite di poker esclusivo in ville e casinò privati, manipolate attraverso carte truccate e supporti tecnologici. Una doppia fonte di reddito che unisce insider knowledge e controllo del gioco, con un unico denominatore: la garanzia mafiosa sul pagamento delle puntate, il riciclaggio dei profitti e l’intimidazione verso chi provava a sottrarsi.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Michal Parzuchowski via Unsplash).

La Cosa Nostra d’Oltreoceano si è aggiornata

Il contesto è quello degli Stati Uniti dopo la sentenza Murphy v. NCAA del 2018, che ha spalancato le porte alla liberalizzazione del betting sportivo. Un mercato legale che oggi supera i 100 miliardi di dollari annui, con il basket tra gli sport con più scommesse e le prop bet come terreno ideale per manipolazioni chirurgiche: un crampo, una panchina anticipata, e milioni di dollari cambiano direzione. La presenza delle famiglie mafiose italo-americane – Gambino, Genovese, Bonanno – riporta l’immaginario al gangsterismo d’epoca, ma gli atti raccontano un’organizzazione moderna, capace di infiltrarsi tra gli algoritmi dei bookmaker e le chat cifrate tra insider e allibratori. È un promemoria: la Cosa Nostra d’Oltreoceano è sopravvissuta perché si è aggiornata. E ha capito che lo sport professionistico, nell’era del betting globale, è una miniera da cui estrarre valore non alterando i risultati finali, ma monetizzando ciò che accade prima.

Le inchieste italiane e il confronto con gli USA

Il confronto con l’Italia non è solo inevitabile: è necessario. Perché nel Paese che ospita le mafie più strutturate d’Europa, la Serie A – almeno in apparenza – non ha prodotto un caso paragonabile a quello americano. Le mafie italiane controllano il gioco, lo dirigono, lo sfruttano, ma agiscono soprattutto nell’indotto: sale scommesse, piattaforme online illegali, circuiti di riciclaggio, bagarinaggio, curve. Operazioni come “Galassia” hanno documentato il dominio della ’Ndrangheta sul betting online internazionale con hub a Malta. Le inchieste “Dirty Soccer” e “I treni del gol” hanno mostrato come le combine prosperino nelle serie minori, dove una partita può essere comprata con poche migliaia di euro. Il procedimento “Alto Piemonte” ha rivelato rapporti tra ’Ndrangheta e gruppi ultras della Juventus per il controllo dei biglietti e della narrazione da curva. Perché allora le mafie italiane restano fuori dal vertice calcistico, mentre negli USA il sistema è arrivato fino a un coach NBA? Perché l’élite sportiva italiana è un ambiente blindato, costoso da inquinare e troppo esposto a controlli incrociati, finanziari, mediatici, istituzionali. Semplice, perché per un clan italiano manipolare una partita di Serie A è poco conveniente rispetto al guadagno stabile garantito da piattaforme di gioco e appalti collegati. La vera frontiera non è il risultato del match: è la gestione del flusso economico dello sport. E lì le mafie italiane sono già presenti.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Amit Lahav via Unsplash).

Se le informazioni vengono trasformate in valuta sonante

Il caso NBA racconta un rischio globale: il betting sportivo, legalizzato e digitalizzato, ha aperto un nuovo corridoio tra insider del sistema e criminalità organizzata. Che si tratti di un allenatore o di un trequartista di Lega Pro, l’obiettivo è lo stesso: trasformare l’informazione anticipata in valuta sonante. Negli Stati Uniti, il crollo della fiducia minaccia una lega che ha costruito la propria identità sulla trasparenza. In Italia, la domanda resta sospesa: quanto manca perché un caso di insider betting di vertice esploda anche da noi? E soprattutto: lo riconosceremo quando accadrà, o lo archivieremo come un’altra anomalia da dimenticare? Perché quando una panchina diventa un desk di trading mafioso, lo sport non è più un gioco. È un mercato di cui la criminalità conosce già le regole.

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Consumo di suolo, in Italia ogni ora scompare un campo da calcio

Ogni ora, in Italia, sparisce un campo da calcio. Diecimila metri quadrati di suolo fertile diventano capannoni, piazzali, data center. Il nuovo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) certifica un’accelerazione del fenomeno: solo nel 2024 la logistica ha occupato oltre 6.000 ettari dal 2006 a oggi, con nuovi picchi in Emilia-Romagna (+107 ettari), Piemonte (+74) e Lombardia (+69). A questi si sommano 37 ettari divorati dai data center, spinti dalla corsa alle infrastrutture digitali. Non è un incidente statistico, ma la fotografia di un modello economico che sacrifica territorio in nome della velocità delle merci e del potere dei server.

Consumo di suolo: le aree a rischio

Il consumo di suolo non colpisce in modo neutro: cresce dove il territorio è già fragile. Nel 2024 si registrano +1.303 ettari cementificati in zone a pericolosità idraulica media e +600 nelle aree a rischio frana. Significa che si costruisce dove frane e alluvioni sono più probabili, aumentando il costo sociale dei disastri futuri. Anche le coste vengono erose dal cemento: nei primi 300 metri dal mare il suolo consumato tocca il 22,9%, più del triplo della media nazionale. Nelle aree protette si contano ulteriori 81 ettari impermeabilizzati, di cui il 73% dentro parchi nazionali e regionali. Nel frattempo, la superficie rinaturalizzata cala dagli 8,2 chilometri quadrati del 2023 ai 5,2 del 2024. Sono numeri che dicono una cosa semplice: l’Italia impermeabilizza, non ripara.

La narrazione ufficiale parla di “tutela”, ma le scelte vanno altrove. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha definito la legge nazionale sul suolo “una priorità”; la priorità, però, non è mai arrivata in Aula. L’unico strumento sbandierato è il “Fondo per il contrasto al consumo di suolo”: 160 milioni in cinque anni, dedicati soprattutto a interventi ex post di rinaturalizzazione. Una scala minima, pensata più per rassicurare l’opinione pubblica che per fermare le cause della cementificazione. Il risultato è la solita promessa che si scioglie al primo sole dei cantieri.

La spinta della logistica e il ruolo del Mit

L’esecutivo non si limita a non fermare il fenomeno: lo alimenta. Il Ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini continua a spingere nuovi poli logistici, scali merci e opere ad alto impatto. È la stessa filiera che il Snpa indica come motore principale del consumo di suolo: la coincidenza non è casuale, è politica. Nel frattempo, la retorica delle “grandi opere identitarie” – dal Ponte sullo Stretto ai nuovi hub – sottrae risorse alla manutenzione del territorio e alla rigenerazione dell’esistente, mentre le superfici naturali in città arretrano e le periferie si riempiono di “scatole” che generano traffico e costi ambientali aggiuntivi.

Il vuoto legislativo non è un incidente della storia parlamentare: è un perimetro funzionale. Senza una legge-quadro sul suolo, resta ampia discrezionalità per nuove colate su suolo vergine; con una legge forte, servirebbero obiettivi, tappe, sanzioni e il principio del riuso prima del nuovo. La maggioranza sceglie il primo scenario e, a Bruxelles, chiede di annacquare gli obiettivi sul ripristino della natura, proprio mentre il Parlamento europeo approva la prima Direttiva sul suolo che punta a “suoli sani” in tutta l’Unione. L’Italia resta senza una norma nazionale e con dati che peggiorano.

Effetto boomerang: tra profitto e rischio

C’è poi l’effetto-boomerang: costruire in zone esposte significa socializzare i rischi e privatizzare i profitti. Ogni ettaro impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica aumenta il deflusso, amplifica i danni degli eventi estremi e apre falle nei bilanci pubblici futuri, tra somma urgenza, ristori e ricostruzioni. È una contabilità che non compare nei comunicati, ma che torna puntuale nelle settimane di pioggia. E quando si invoca il “ripristino”, i numeri ricordano che si sta correndo all’indietro: rinaturalizziamo meno di ieri, mentre costruiamo più di oggi.

Il punto è qui: il cemento non è un effetto collaterale, è la conseguenza diretta di scelte politiche. L’assenza di una legge, la spinta alla logistica, il fondo cosmetico. Un triangolo perfetto che produce un Paese più fragile e più ingiusto, perché i costi della fragilità li pagano cittadini e territori, mentre i benefici si concentrano nelle filiere che “divorano” suolo. Se davvero “la priorità è il suolo”, lo si dimostra fermando la perdita, non comunicandola. Finché non accade, l’orologio continuerà a segnare: un campo da calcio ogni ora. E il conto, come sempre, lo pagheremo noi.

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Onu festeggiata ma pure delegittimata: il doppio registro dell’Italia sulle Nazioni Unite

Ieri, 24 ottobre 2025: l’Italia veste di blu i palazzi del potere. La bandiera delle Nazioni Unite sventola sul Quirinale, Montecitorio si illumina, i comunicati istituzionali parlano di pace, cooperazione, difesa dell’umanità. Il presidente Sergio Mattarella definisce l’Onu «asse portante della politica estera italiana» e respinge l’idea che sia un «superfluo orpello diplomatico». È la rappresentazione solenne di un Paese che si proclama custode del multilateralismo. Ma dietro la facciata cerimoniale vive un’altra storia, fatta di attacchi sistematici, delegittimazioni, sospetti alimentati e un linguaggio politico che ha scavato nell’autorità dell’Onu fino a indebolirne la credibilità.

Il doppio registro del potere: celebrare e diffidare l’Onu

Negli ultimi due anni la scena italiana ha offerto due voci distinte. Da una parte la postura del Quirinale, che si richiama all’articolo 11 della Costituzione e alla cooperazione internazionale come fondamento della Repubblica. Dall’altra il linguaggio del governo Meloni, che nelle sedi Onu ha parlato di fallimento del multilateralismo. Alla tribuna dell’Assemblea generale, la presidente del Consiglio ha chiesto di «riformare in modo pragmatico e realistico» l’Organizzazione, domandandosi retoricamente se essa abbia mantenuto la pace e concludendo che «la risposta è impietosa». In quel lessico, la riforma è una forma di sfiducia, l’istituzione appare come un contenitore inefficace, e la sovranità degli Stati viene indicata come principio da difendere anche contro il diritto internazionale condiviso.

Parallelamente, Matteo Salvini ha trasformato la critica in attacco aperto: ha accusato l’Onu di «finanziare sprechi, ruberie e mangerie», minacciando di tagliare i contributi italiani e dipingendo l’istituzione come un attore ostile che «vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani». Quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha sollevato dubbi sul decreto Sicurezza, il vicepremier lo ha definito «pretestuoso» e ha chiesto una «dura presa di posizione» contro Ginevra. In altri casi, membri della maggioranza hanno rilanciato fake news smentite dall’Unhcr, sostenendo che l’Onu distribuisse «carte di credito ai migranti per favorire l’immigrazione clandestina».

Dalle urne di New York ai fondi congelati: la diplomazia a intermittenza

La linea italiana nelle votazioni Onu ha seguito una logica variabile. Nell’ottobre 2023 Roma si è astenuta sulla risoluzione per una tregua umanitaria a Gaza, prendendo le distanze dai partner europei che votarono a favore. Nel luglio 2025 ha sostenuto una risoluzione dell’Ecosoc che condannava selettivamente Israele sui diritti delle donne, vergando il voto al fianco di Paesi come il Qatar e l’Afghanistan. Solo nel settembre 2025 l’Italia è tornata a cosponsorizzare la soluzione dei due Stati, rientrando nel solco europeo dopo settimane di polemiche. Nel frattempo, in piena emergenza umanitaria a Gaza, i finanziamenti a Unrwa sono stati sospesi dopo accuse israeliane mai comprovate, e riattivati solo in forma ridotta e vincolata, mentre la quasi totalità degli aiuti veniva indirizzata a un dispositivo controllato da Roma. Il messaggio politico è chiaro: l’Onu è tollerata solo se risponde a condizioni dettate dall’esterno.

Il caso della relatrice speciale Francesca Albanese, sanzionata dagli Stati Uniti nel luglio 2025 per le sue analisi sulle violazioni dei diritti umani a Gaza, ha rappresentato un altro banco di prova. L’Ufficio per i diritti umani dell’Onu ha denunciato «una minaccia al sistema delle Nazioni Unite», l’Unione europea ha «deplorato» la scelta di Washington, ma dal governo italiano non è arrivata nessuna difesa istituzionale del mandato Onu di una funzionaria italiana. Il silenzio ha avuto il peso di una presa di distanza.

Il coro mediatico e l’eco internazionale

Una parte della stampa nazionale ha costruito per anni una narrazione in cui l’Onu diventa un «baraccone inutile», accusato di essere politicizzato, ostile a Israele, ostaggio di «burocrati globalisti». Il racconto ha risuonato con le campagne sovraniste internazionali, da Donald Trump che bolla l’istituzione come «affare in perdita» a Viktor Orbán che sfida apertamente le agenzie Onu accusandole di intromettersi nella sovranità degli Stati. L’Italia ha assorbito quel vocabolario, adattandolo alle dinamiche interne: la critica alla burocrazia multilaterale è diventata un modo per giustificare ogni distanza, ogni taglio, ogni sospensione.

L’80° anniversario dell’Onu non cancella questo percorso. Lo avvolge in una scenografia rassicurante, ricoperta da dichiarazioni solenni e palazzi illuminati. Ma sotto la superficie resta l’immagine di un Paese che celebra l’istituzione che, poco prima, ha accusato di inefficacia, condizionato finanziariamente, contraddetto nei voti e abbandonato quando colpita da sanzioni politiche. La bandiera blu, in questa scenografia, non copre le crepe: le rende più visibili.

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Salvini lancia una legge sull’Islam: così non si parla delle falle dei trasporti

«Prima una legge sull’Islam, poi rivinceremo le elezioni». Matteo Salvini lo rilancia sui suoi social, come se fosse un programma di governo e non un segnale di emergenza elettorale. Quella frase non nasce ora: risale a Pontida, quando il leader della Lega aveva legato il trionfo delle urne alla costruzione di un nemico religioso. Ora ritorna, in piena crisi di consensi, come parola d’ordine per evitare di parlare di ciò che non funziona nei cantieri, nei treni, nei conti pubblici.

Islam, il vocabolario (variabile) di Salvini

Nel tempo, questa “legge sull’Islam” ha assunto forme variabili: chiusura delle moschee “irregolari”, censimento dei luoghi di culto, registro nazionale degli imam, divieto del velo integrale, blocco dei finanziamenti provenienti dall’estero. Salvini ha dichiarato che «l’Islam è una legge, non una religione», per tentare di spostare il dibattito fuori dalle tutele costituzionali.

Nessuna di queste misure è mai arrivata a essere un provvedimento organico. Le leggi regionali “anti-moschee”, soprattutto in Lombardia, sono state più volte travolte dalla Corte Costituzionale che ha ricordato che la pianificazione urbanistica non può essere usata come strumento per reprimere la libertà di culto.

La legge di Salvini che non può esistere

Il motivo è scritto nella Costituzione: l’articolo 3 vieta discriminazioni basate sulla religione; l’articolo 8 dichiara tutte le confessioni egualmente libere; l’articolo 19 garantisce il diritto di pregare in pubblico e in privato; l’articolo 20 vieta ogni legge che imponga oneri specifici a gruppi religiosi. Dalla sentenza n. 63 del 2016 alla n. 254 del 2019, la Consulta ha ribadito che non è possibile costruire barriere legali contro una singola fede.

La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che eventuali limiti a simboli religiosi, come il velo integrale, devono fondarsi su motivazioni proporzionate e non discriminatorie. L’unica strada percorribile dallo Stato è l’intesa prevista dall’articolo 8, come nel Patto nazionale con l’Islam del 2017, mai sviluppato a causa della scelta di mantenere il tema nello spazio della propaganda.

Non è una legge, è un diversivo. Non è un progetto normativo, è un confine emotivo disegnato per raccogliere consenso nei momenti di difficoltà.

Islam, il nemico perfetto per non parlare d’altro

La difficoltà è concreta. Nel 2023, il Ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini ha speso solo il 3,3% dei fondi Pnrr disponibili. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti sul progetto del Ponte sullo Stretto, segnalando falle procedurali e costi non giustificati.

I disservizi ferroviari del 2024 e 2025 hanno alimentato proteste diffuse: ritardi, linee bloccate, accuse di assenza di strategie. I fondi per le infrastrutture locali sono stati tagliati per concentrare risorse sulle grandi opere simboliche. Ogni volta che i numeri del ministero emergono, la battaglia identitaria viene riaperta. Non sull’efficienza, ma sull’appartenenza. Non sulla spesa, ma sulla paura.

Il meccanismo è chiaro e noto agli studiosi di comunicazione populista: spostare il baricentro dell’attenzione da un terreno tecnico verificabile a uno emotivo polarizzante. Una dinamica che ricade nella cosiddetta dead cat strategy: lanciare un tema esplosivo, irrilevante dal punto di vista legislativo ma capace di occupare il ciclo mediatico fino al prossimo incidente.

Le crepe dentro la Fortezza

Anche dentro la Lega qualcosa si muove. Dai territori del Nord arrivano segnali di malcontento: amministratori locali contestano la centralità del ponte mentre le strade provinciali restano abbandonate; iscritti parlano di perdita di identità e di disaffezione militante; i sondaggi mostrano un partito fermo sotto le due cifre, lontano dal 34% del 2019. L’egemonia comunicativa non sempre produce consenso, e la retorica anti-islamica rischia di risultare logora di fronte a chi misura il fallimento guardando il binario di un treno fermo.

La legge che non arriverà mai è già servita. È servita a proiettare un nemico quando il vero problema erano i numeri dei cantieri. È servita a rimettere Salvini al centro del dibattito quando il dossier sul trasporto regionale lo stava lasciando senza voce. È servita a spostare l’asse della discussione dal costo della vita ai “tribunali della sharia” evocati nei comizi.

Il leader della Lega non sta proponendo una legge: sta evocando un campo di battaglia che non richiede verifiche, solo applausi. E ogni volta che quel campo viene riaperto, la realtà delle infrastrutture ferme può attendere un altro giro.

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