Vai al contenuto

Occhi su Gaza, diario di bordo #52

Il genocidio non va in tregua. Mentre qualcuno celebra una pace che non esiste, i numeri raccolti da Medici Senza Frontiere cancellano ogni illusione: almeno 740 pazienti, tra cui 137 bambini, sono morti tra luglio 2024 e agosto 2025 in attesa di evacuazione; oltre 15.600 persone restano intrappolate in liste per trattamenti salvavita, un quarto sono minori. Solo 14 ospedali su 36 sopravvivono a regime ridotto, certifica l’OMS. Questa non è una tregua: è una sospensione amministrativa della morte, con il flusso di sangue regolato da chi tiene in mano la valvola.

La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che Israele è obbligato a consentire e facilitare gli aiuti umanitari, incluso l’accesso di UNRWA. Ventiquattr’ore dopo, un funzionario israeliano risponde che «UNRWA non metterà più piede a Gaza». Un no secco alla legalità internazionale, quasi rivendicato. Nel frattempo, i carri armati sparano ancora a Khan Yunis e Sheikh Nasser, mentre ufficialmente la tregua resta in vigore.

Anche la verità continua a essere sequestrata: la Corte Suprema israeliana ha rinviato ancora di trenta giorni la decisione sull’accesso dei giornalisti a Gaza, lasciando sul tavolo la petizione della Foreign Press Association. Nel frattempo, le autorità israeliane liquidano un collaboratore della ZDF ucciso come «terrorista travestito da giornalista».

Dentro questo palco di devastazione, la nuova relazione di Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU, pronuncia parole definitive: il genocidio è un «crimine collettivo», reso possibile dalla complicità degli Stati che sostengono politicamente, militarmente e diplomaticamente Israele.

Chi continua a parlare di pace copre il rumore dei carri che non si sono mai fermati. Chi continua a stringere mani sporche di embargo e veto, ne condivide il crimine. Per questo tutti gli occhi devono rimanere su Gaza.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #52 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni urla perché la manovra tace

C’è un nervosismo che trapela dalle parole di Giorgia Meloni, e non basta l’alzata di voce in Parlamento per mascherarlo. Massimo Franco sul Corriere della Sera parla di «toni virulenti per coprire le ambiguità sulla politica estera». È la fotografia di una premier che agita lo scontro con l’opposizione per evitare che si guardi dietro il sipario.

E dietro il sipario c’è una manovra finanziaria senza fiato: un manuale di sopravvivenza burocratica, nessun orizzonte sociale, tanta prudenza per non scalfire equilibri interni e un solo capitolo che cresce davvero, quello delle armi. L’Italia che doveva risorgere «potenza rispettata nel mondo» è rimasta una comparsa nei desiderata instabili di Donald Trump e nei compitini assegnati da Bruxelles. Meloni prova a mostrarsi ferma sull’Ucraina, ma deve continuamente rispondere ai maldipancia della Lega che in Aula contesta gli aiuti militari accusandoli di togliere risorse alla sanità. Se deve smentire Claudio Borghi in diretta è perché lo strappo rischia di diventare voragine.

Intanto, gli impegni simbolo evaporano: tagli alle tasse promessi a ogni telecamera, cantieri sbandierati e poi rinviati, salari reali fermi mentre l’inflazione rosicchia. La politica estera si riduce a faccette accanto ai potenti, tra una sigaretta e la posa successiva. L’idea di un’Italia guida si è rivelata una coreografia di immagini. La manovra, che dovrebbe essere la prova di maturità di un esecutivo, diventa un compitino di mantenimento. Meloni alza i toni per riempire un vuoto che cresce. E il vuoto, in politica, è l’unica cosa che non si può urlare via.

Buon giovedì. 

foto gov

L’articolo proviene da Left.it qui

No, la Cassazione non ha riabilitato Berlusconi e Dell’Utri. Le sentenze restano, nonostante la beatificazione Social di Forza Italia

Forza Italia ha trovato la sua nuova Madonna: una sentenza di Cassazione sulle misure di prevenzione. Ci soffia sopra, la lucida, la trasforma in reliquia politica: «La Cassazione ha smentito i rapporti tra Berlusconi e la mafia». La fonte è un pezzo de Il Foglio, cresciuto in rete fino a diventare ciò che la propaganda ama più di tutto: una verità comoda che non deve temere i documenti. Il problema è che i documenti esistono. E sono scritti proprio dai tribunali che oggi vengono usati come paravento.

Che cosa dice davvero la sentenza sulle misure di prevenzione

La decisione non è un processo penale. È un giudizio su sorveglianza speciale e confisca di prevenzione per Marcello Dell’Utri. La Cassazione ha confermato il No perché mancano i presupposti attuali: non è stata dimostrata oggi una pericolosità sociale e non è stata provata una provenienza mafiosa dei beni tale da giustificare la confisca. Fine dell’ambito. Non si è parlato di Berlusconi, non si è rivista la storia, non si è riscritto nulla. Sostenere che questo equivalga a “assoluzione” è un falso giuridico: prevenzione e processo penale sono binari separati, con logiche e soglie di prova diverse. Chi finge di confonderli non fa informazione: costruisce un alibi politico.

Che cosa resta scritto nelle sentenze penali definitive

C’è una sentenza del 2014 che continua a pesare come un atto notarile della storia del Paese: Marcello Dell’Utri è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1992. Nelle motivazioni – confermate dalla Cassazione – Dell’Utri è ritenuto il mediatore stabile fra Cosa Nostra e l’imprenditore Silvio Berlusconi. Nel 2012 la stessa Suprema Corte aveva già riconosciuto come fatto storico l’esistenza di versamenti estorsivi pagati per proteggere le attività economiche, collocando il nome di Vittorio Mangano come snodo tra Arcore e i boss palermitani. Non ci fu processo a Berlusconi per prescrizione delle condotte, non per inesistenza dei fatti. Quei passaggi sono ancora agli atti. Nessuna pronuncia li ha cancellati.

E allora che cosa sta accadendo adesso? Una frase tecnica sull’assenza di prova che oggi i beni siano frutto di riciclaggio mafioso viene trasformata in «la mafia non c’è mai stata». È un contorsionismo perfetto: negare il riciclaggio attuale non significa negare il concorso esterno passato; dichiarare che Dell’Utri non è oggi socialmente pericoloso non cancella ciò che compì fino al 1992. Ma la propaganda ha bisogno di riabilitazioni rapide, soprattutto quando servono per costruire santini elettorali da sventolare sui social come ex voto giudiziari.

Uso politico della giustizia

Ecco allora l’uso politico della giustizia: si prende un’ordinanza tecnica e la si vende come sentenza di assoluzione storica. Si cancella la differenza tra prevenzione e penale. Si sposta il baricentro dal diritto alla narrazione. Ma le gerarchie dell’ordinamento sono chiare: le sentenze penali definitive vengono prima e sopra ogni lettura creativa di un provvedimento di prevenzione.

Chiudiamola qui: il d.lgs. 159/2011 chiede per la prevenzione pericolosità attuale e sproporzione patrimoniale. Non è un “processo bis”, non è un detersivo per lavare la storia giudiziaria. Marcello Dell’Utri resta un condannato definitivo per mafia. Le motivazioni di quella condanna collocano Silvio Berlusconi in un sistema di rapporti economici con Cosa Nostra. Nessun giudice ha mai smentito questi fatti. Nessuna Cassazione ha trasformato Mangano in un eroe. Oggi, mentre i profili ufficiali celebrano l’ennesimo miracolo azzurro, c’è una verità che non si scrolla via nemmeno con il filtro “nuova era”: i processi non sono hashtag, e la storia giudiziaria non svanisce solo perché un partito ha deciso che la memoria va ritoccata come una foto su Instagram.

L’articolo No, la Cassazione non ha riabilitato Berlusconi e Dell’Utri. Le sentenze restano, nonostante la beatificazione Social di Forza Italia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Giornalisti nel mirino, non solo Ranucci: per Piantedosi le minacce corrono di più sul web. Ma per i cronisti sono soprattutto le querele temerarie e le aggressioni fisiche

Nel giorno in cui la stampa italiana fa ancora i conti con l’attentato a Sigfrido Ranucci, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi informa il Parlamento che «le minacce più ricorrenti contro i giornalisti provengono dal web». Una dichiarazione che sposta il baricentro del problema su un piano generico – l’odio online – ignorando ciò che i numeri raccontano: la libertà di stampa in Italia è vittima non soltanto degli hater digitali, ma anche di aggressioni fisiche, pressioni istituzionali e un uso intimidatorio della giustizia.

Le cifre che il Viminale non legge

Secondo i dati diffusi dallo stesso Ministero dell’Interno, nel 2024 gli atti intimidatori segnalati alle forze di polizia sono stati 114, in aumento rispetto ai 98 del 2023. Di questi, 37 sono avvenuti via web, mentre 30 sono aggressioni fisiche, 17 minacce verbali e 15 atti di danneggiamento. Il web non sostituisce la violenza reale: la accompagna. E il caso Ranucci – due esplosioni e proiettili sotto casa – è lì a ricordare che i giornalisti italiani non temono soltanto i commenti anonimi, ma anche le bombe.

Il monitoraggio dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione allarga ulteriormente il quadro: 516 episodi di intimidazione nel 2024, oltre 7.500 dal 2006. E soprattutto un dato che rovescia la narrazione ministeriale: più della metà delle azioni legali abusive (Slapp) contro i cronisti proviene da soggetti istituzionali. Le intimidazioni non arrivano solo dai sottoscala dell’odio digitale, ma anche dai piani alti del potere. C’è poi un elemento sistemico che non entra nelle statistiche penali: la precarietà strutturale. Compensi bassi, cause civili costose, redazioni sotto organico rendono i cronisti più esposti e più facili da colpire. È il contesto materiale che trasforma un atto intimidatorio in bavaglio efficace.

Il vero fronte: aule di tribunale e poteri forti

Nel World Press Freedom Index 2025 l’Italia scivola al 49° posto. Le cause? Per Reporters Sans Frontières: la permanenza della diffamazione penale, l’assenza di una legge efficace contro le querele temerarie, la pressione politica sul servizio pubblico. È qui che si misura la responsabilità di un governo. Non nel denunciare genericamente i toni dei social, ma nel recepire la direttiva europea anti-Slapp, nel garantire protezione economica e legale a chi viene trascinato a processo per aver raccontato fatti scomodi, nel considerare il giornalismo un presidio democratico anziché un disturbo dell’ordine politico.

Finora, però, la direzione è opposta. La riforma della diffamazione è ferma. La direttiva europea anti-querele resta fuori dalle priorità legislative. La Rai è terreno di continui scontri e denunce di ingerenze. La retorica governativa parla di giornalisti «ideologizzati», «militanti», da “riportare all’equilibrio”. In questo clima, la condanna dell’odio online rischia di suonare come un diversivo. Se davvero si volesse proteggere chi informa, si metterebbero a bilancio fondi di assistenza legale per le cause-bavaglio, si rafforzerebbero i protocolli tra Prefetture, Ordini e sindacati per le segnalazioni rapide, si introdurrebbero sanzioni dissuasive per chi usa il processo come arma. E si difenderebbero per primi i cronisti locali, quelli che raccontano mafie, appalti e poteri vicini a casa: i più vulnerabili, i meno difesi.

La protezione dei cronisti non si misura nel numero di reati informatici censiti, ma nella disponibilità della politica a difenderne l’autonomia, a sottrarli alla tortura economica delle querele-bavaglio, a prendere posizione senza ambiguità contro chi li aggredisce per impedirgli di lavorare. Il resto è rumore di fondo.

Se il governo vuole davvero difendere la stampa, il banco di prova non sarà un algoritmo che filtra insulti: sarà il coraggio di disinnescare le armi più efficaci per spegnere le voci libere. Quelle che non viaggiano solo nei social, ma esplodono negli androni delle case e si trascinano per anni nelle aule di tribunale. E finché la politica fingerà che il problema stia nello schermo, chi racconta i poteri continuerà a pagare il prezzo fuori campo: nel buio delle scale, negli avvisi di garanzia usati come minaccia, nei conti salati delle spese legali.

L’articolo Giornalisti nel mirino, non solo Ranucci: per Piantedosi le minacce corrono di più sul web. Ma per i cronisti sono soprattutto le querele temerarie e le aggressioni fisiche sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tre anni di Meloni e di promesse mancate: si allarga la distanza tra le parole e i fatti

Tre anni fa, il 22 ottobre 2022, Giorgia Meloni giurava nelle mani del presidente della Repubblica e in Parlamento prometteva «libertà, giustizia, benessere, sicurezza per tutti gli italiani». Da allora la narrazione pubblica è stata quella di un governo inflessibile e vincente, capace di “mantenere gli impegni presi”.

Ma quando si passa dal racconto alla verifica, la tenuta degli slogan si incrina. Il 21 ottobre 2025 Pagella Politica ha misurato cento promesse centrali del programma del centrodestra: appena 22 risultano mantenute, 59 sono ancora in corso, 10 non hanno avuto seguito e 9 sono state compromesse da decisioni opposte rispetto a ciò che era stato annunciato. Il 22 ottobre 2025 Collettiva.it ha ricostruito, punto per punto, le contraddizioni tra i primi discorsi della premier e lo stato effettivo del Paese. Il bilancio che emerge è quello di un governo che ha investito sulla gestione del consenso più che sulla realizzazione delle proprie parole.

Il promessometro e la retorica della missione compiuta

Nel programma tutto era scandito con nettezza: taglio delle tasse, flat tax estesa, riduzione della pressione fiscale, riforme epocali. A tre anni di distanza, il “promessometro” di Pagella Politica certifica che meno di un quarto degli impegni è stato trasformato in leggi definitive. Il resto è ancora sospeso, rinviato, o archiviato in maniera implicita. Nove promesse risultano già contraddette dai fatti.

La premier aveva garantito che la pressione fiscale sarebbe diminuita: secondo i dati richiamati dal fact-checking, nel 2025 salirà al 42,8 per cento. L’IVA sui prodotti per la prima infanzia era stata abbassata, poi rialzata. La flat tax fino a 100 mila euro per autonomi e partite Iva non è mai arrivata. La promessa di blindare i balneari si è infranta sulle gare imposte dall’Europa. La riforma costituzionale annunciata sull’elezione diretta del presidente della Repubblica è diventata premierato, cambiando in corsa il bersaglio. Si avviano iter, si cambia il perimetro, si rivendica il successo: ciò che conta è annunciare che l’obiettivo è vicino, anche quando è stato spostato.

Inflazione, povertà, pensioni: i numeri spingono verso il basso

Nel discorso della fiducia Meloni dichiarava che «l’austerità cieca non sarà nel nostro vocabolario» e che l’inflazione andava fermata per «proteggere il potere d’acquisto delle famiglie». Collettiva.it ricorda che tra il 2021 e il 2024 l’inflazione cumulata ha superato il 18 per cento, corrosiva soprattutto sul carrello alimentare, che nell’estate del 2025 ha registrato un +3,4 per cento secondo l’Istat. Le tre leggi di bilancio approvate hanno scelto la strada dei tagli su welfare, scuola e sanità, incrementando contemporaneamente la spesa militare. Il cuneo fiscale è stato reso strutturale ma non ha compensato la perdita di reddito reale.

Sul fronte previdenziale la presidente aveva parlato di «flessibilità in uscita» e «superamento della bomba sociale per le giovani generazioni». La realtà è che l’adeguamento alla speranza di vita porta il pensionamento di vecchiaia a 67 anni e 5 mesi, con 43 anni e 3 mesi di contributi per l’anticipo (42 anni e 3 mesi per le donne). Nessun superamento della legge Fornero: solo un suo consolidamento nel tempo. Intanto i poveri assoluti nel 2025 sono 5,7 milioni, a cui si aggiungono 8,7 milioni di poveri relativi. Il 15,6 per cento delle famiglie operaie vive in povertà assoluta pur avendo un lavoro. La promessa di “non lasciare indietro nessuno” si ferma davanti ai numeri.

Sicurezza e migranti: la repressione non diventa soluzione

Nel 2022 Meloni si impegnava a garantire «città sicure, presenza fisica dello Stato e certezza della pena con un nuovo piano carceri». Il governo ha scelto di declinare la sicurezza in forma repressiva: decreto Rave e decreto Sicurezza hanno limitato gli spazi di dissenso e di aggregazione, ma non hanno affrontato le condizioni delle carceri né il tasso di suicidi tra i detenuti. La promessa di dare dignità al corpo di polizia penitenziaria si è tradotta in dichiarazioni d’intenti prive di riforme strutturali.

Sul fronte migratorio, il copione è sempre lo stesso: «In Italia non si entra illegalmente». Eppure gli sbarchi non sono cessati, il Mediterraneo continua a restituire cadaveri e il modello Albania – presentato come deterrente – è stato trasformato da sentenze e contenziosi in un sistema di rimpatrio costosissimo. Il decreto flussi, pensato per regolarizzare l’ingresso, ha prodotto migliaia di permessi senza contratti reali, alimentando nuova irregolarità. Nel frattempo, il lavoro degli stranieri garantisce il 9 per cento del Pil nazionale, pari a 177 miliardi di euro nel 2024, con salari più bassi e meno diritti. La retorica dell’invasione convive con la dipendenza economica.

La narrazione di un governo che “mantiene le promesse” si scontra con un triennio segnato da annunci, rinvii, riforme parziali e colpi di scena retorici. Il Paese, intanto, resta appeso tra una realtà fatta di inflazione, povertà, precarietà e un racconto che si autocelebra. In mezzo, la distanza crescente tra parola e fatto. E quella, dopo tre anni, è l’unica promessa pienamente mantenuta.

L’articolo Tre anni di Meloni e di promesse mancate: si allarga la distanza tra le parole e i fatti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #51

La tregua continua a produrre morti. Secondo i dati diffusi ieri da Hamas, 88 palestinesi sono stati uccisi e 315 feriti dall’inizio del cessate il fuoco. Israele ha restituito i corpi di altri 30 palestinesi: salgono a 195 i cadaveri consegnati durante quella che continua a essere definita “pace”. La tregua è un frigorifero che conserva solo il ritmo costante della morte. Gli aiuti, invece, marciscono fuori dai confini della Striscia: l’UNRWA denuncia circa seimila camion ancora in attesa di ingresso.

La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ieri ha stabilito che Israele non ha fornito prove sui presunti legami tra UNRWA e Hamas e ha ordinato a Tel Aviv di consentire il passaggio degli aiuti, vietando l’uso della fame come arma di guerra. La risposta israeliana è stata di disprezzo: la sentenza è stata definita «vergognosa». Vergognosa, per loro, è la giustizia quando incrina il recinto dell’impunità.

Nel frattempo l’Occidente continua a recitare la liturgia della responsabilità condivisa. Il vicepresidente Usa Vance parla di un «compito difficile» nel disarmare Hamas, ma condiziona ogni ipotesi di ricostruzione alla resa. Netanyahu ribadisce che nessuna truppa turca metterà piede a Gaza: anche i carcerieri devono essere selezionati.

In Italia, Giorgia Meloni ha celebrato il piano Trump come un successo diplomatico e ha accusato le piazze solidali con Gaza di «cinismo» per aver trasformato la sofferenza in propaganda. C’è un ribaltamento morale quando chi sostiene una tregua che continua a produrre cadaveri si arroga il diritto di definire cosa sia etico. 

Il concime delle bombe, della fame e di un genocidio a bassa intensità è il nostro silenzio. Per questo tutti gli occhi devono rimanere su Gaza.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #51 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cisl, il nuovo statuto non scritto: vietato dissentire dalla premier

Ci sono sindacati che nascono per difendere chi critica il potere, e poi c’è la Cisl che oggi sembra premiare chi con il potere ci va a braccetto. Il caso raccontato da Domani in un articolo firmato da Daniela Preziosi è più di una vicenda disciplinare: è un test di resistenza democratica dentro un’organizzazione che si autodefinisce “pluralista”. Francesco Lauria, studioso del lavoro e figura interna di primo piano, rischia il licenziamento per aver osato sfiorare l’intoccabile: criticare il governo di Giorgia Meloni.

L’aggiornamento di un libro sulla storia della Cisl, con qualche passaggio critico verso l’esecutivo, diventa il casus belli di un procedimento che profuma di epurazione. Le pagine vengono “bonificate”, ma al ricercatore piovono 25 contestazioni, sospensioni cautelative, accuse perfino estratte da conversazioni private registrate e trasformate in armi disciplinari. Un clima da sorveglianza interna che in molti raccontano come «Germania Est».

Mentre ex segretari storici come Giorgio Benvenuto e Savino Pezzotta parlano di un «deterioramento delle tradizioni democratiche» della confederazione, la segretaria Daniela Fumarola tira dritto. È la stessa Cisl che oggi fa da sponda a Palazzo Chigi, con l’ex leader Luigi Sbarra comodamente arruolato come sottosegretario. Criticare Meloni nella “sua” casa sindacale non è più dissenso: è un rischio professionale.

Se un sindacato espelle chi contesta il potere politico a cui si avvicina, non sta solo tradendo la sua storia. Sta dicendo ai lavoratori che la libertà di parola è tollerata solo se applaude. E questa piccola storia è la fotografia perfetta del momento. 

Buon mercoledì

foto as

L’articolo proviene da Left.it qui

Da Parigi a Roma, cosa insegna il caso Sarkozy: in Francia si va in carcere, in Italia si va allo scontro

La foto di Nicolas Sarkozy che varca i cancelli del carcere de La Santé a Parigi per scontare la condanna a cinque anni (di cui uno già esecutivo) segna un passaggio simbolico nella memoria europea sul rapporto tra potere e giustizia. L’ex presidente continua a definire il verdetto una «vendetta» e promette ricorsi, ma intanto entra in cella, in isolamento e senza privilegi. Il suo messaggio su X – «Dormirò in carcere, ma a testa alta» – incarna un doppio movimento: contestazione verbale del giudizio e sottomissione fisica alla legge. In Francia il corpo obbedisce, anche quando la voce protesta. Il potere può urlare all’ingiustizia, ma si consegna prima di tentare di riscrivere le regole.

Il test francese: si contesta, ma si esegue

La Quinta Repubblica ha già conosciuto presidenti e premier condannati: Jacques Chirac nel 2011 accettò due anni con sospensione per fondi illeciti; François Fillon ha visto la sua carriera finire con la condanna nel “Penelopegate”, pena sospesa ma politicamente definitiva; l’ex ministro Jérôme Cahuzac scontò la pena con braccialetto elettronico dopo le dimissioni. Marine Le Pen è oggi sotto appello dopo essere stata giudicata colpevole di uso illecito di fondi europei: parla di «dittatura giudiziaria», ma non può bloccare l’iter.

La stampa francese è divisa, ma Le Monde parla di «atto repubblicano»: la giustizia non è un optional negoziabile. Anche quando il linguaggio politico tenta la delegittimazione, l’architettura istituzionale tiene. L’esecuzione della pena non è vissuta come una scelta, ma come un dovere che rafforza il principio di eguaglianza di fronte alla legge.

Italia: quando il processo diventa assedio

In Italia lo schema è diverso e si cristallizza nel berlusconismo. Dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset, Silvio Berlusconi parlò di «colpo di Stato giudiziario». Da allora la politica ha interiorizzato lo scontro con la giustizia come forma di identità. Matteo Salvini definì i magistrati «un cancro da estirpare», accusandoli di «fare campagna elettorale». Matteo Renzi ha parlato di «mostro giudiziario» creato per distruggerlo. Il processo diventa narrazione di persecuzione, il ricorso uno strumento mediatico.

Le pene accessorie mostrano il divario: in Francia l’ineleggibilità è immediata e automatica; in Italia la legge Severino è terreno di battaglia politica e tentativi di deroga. Gli avvisi di garanzia diventano talk show, i rinvii a giudizio strumenti di propaganda, le sentenze il pretesto per invocare riforme “epocali” che ridisegnino i rapporti tra poteri dello Stato. Così la condanna non conclude il ciclo giudiziario: lo apre, trasformandolo in un plebiscito sul consenso del leader. In Francia Sarkozy entra in cella e da lì alimenta la narrazione del martirio; in Italia la condanna diventa l’occasione per rovesciare il paradigma della responsabilità.

L’Europa che si consegna (anche urlando) alla giustizia

In Germania il presidente Christian Wulff si dimise nel 2012 solo all’apertura di un’indagine su un prestito di favore. Fu assolto nel 2014, ma la carriera era finita: la dignità istituzionale prevalse sul verdetto penale. In Spagna il “caso Gürtel” portò alla caduta del governo Rajoy dopo la condanna di esponenti del Partido Popular; l’ex direttore FMI Rodrigo Rato è andato in carcere. In Croazia l’ex premier Ivo Sanader ha scontato la reclusione per corruzione. In Romania il leader Liviu Dragnea è entrato in carcere dopo la definitiva, tra piazze che non chiedevano di fermare la giustizia, ma di applicarla.

In tutti questi casi la protesta politica esiste, ma resta dentro il recinto dello Stato di diritto, senza mettere in discussione l’obbligo dell’esecuzione. L’idea che «nessuno è al di sopra della legge» non è uno slogan, ma un meccanismo operativo che si attiva indipendentemente dal rumore esterno.

La distanza italiana si misura nel momento in cui il leader condannato deve scegliere se consegnarsi o tentare di trascinare con sé l’ordinamento. Sarkozy varca i cancelli di La Santé. L’Italia continua a chiedersi se varcarli significhi tradire il consenso, trasformando ogni processo in una guerra di logoramento contro la giustizia. In Francia la pena chiude il ciclo. In Italia lo apre. E finché la politica racconterà la legalità come un confine mobile da piegare alla convenienza, l’assedio alle istituzioni resterà l’unico linguaggio che sopravvive alla condanna.

L’articolo Da Parigi a Roma, cosa insegna il caso Sarkozy: in Francia si va in carcere, in Italia si va allo scontro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Omicidio di Hind Rajab, l’inchiesta svela nomi e grado dei responsabili israeliani. In Italia resta chi minimizza

«Hanno sparato fino a cancellare una voce bambina, poi hanno negato di esserci stati». Per quindici mesi, la storia di Hind Rajab è stata un campo di battaglia tra immagini che parlavano e dichiarazioni ufficiali che tacevano. Il 20 ottobre 2025 un’inchiesta di Al Jazeera ha chiuso il varco tra verità e negazione: l’ordine di fuoco contro l’auto con la bambina di sei anni e i suoi familiari, e contro l’ambulanza della Mezzaluna Rossa mandata a soccorrerla, viene attribuito al Maggiore Sean Glass della compagnia “Vampire Empire”, appartenente al 52° Battaglione della 401ª Brigata corazzata. La catena di comando conduce fino al tenente colonnello Daniel Ella, formalizzando una responsabilità che molti fingevano ancora di non vedere.

L’ordine di fuoco e la cronologia delle prove

Il caso era esploso il 29 gennaio 2024, quando Hind aveva implorato aiuto via telefono da un’auto crivellata a Gaza City. Dieci giorni dopo, i corpi della bambina, dei suoi familiari e dei due paramedici venivano ritrovati. Il 22 febbraio 2024 un’analisi forense di Al Jazeera mostrava i carri israeliani a pochi metri di distanza. A giugno, un’ulteriore ricostruzione stimava circa 335 colpi sparati contro il veicolo. Il 19 luglio 2024 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani parlava di fatti «configurabili come crimine di guerra», chiedendo indagini indipendenti. Nel settembre 2025 il film “The Voice of Hind Rajab”, premiato a Venezia anche dalla Croce Rossa italiana, rilanciava il dibattito pubblico.

La versione israeliana smentita dai fatti

Le forze armate israeliane avevano inizialmente negato di avere avuto unità nell’area in quel momento. Tale versione è stata smontata da inchieste giornalistiche, prove visive e analisi geolocalizzate. Testimonianze indipendenti e fonti Onu hanno collocato i carri armati esattamente sulla traiettoria dell’auto e davanti all’ambulanza che si era avvicinata per il soccorso. Nel frattempo, la comunità internazionale rafforzava il quadro giuridico.

La Corte penale internazionale, tra maggio e agosto 2025, ha collegato episodi come quello di Hind all’accusa di attacchi deliberati contro civili e operatori umanitari. La Corte internazionale di giustizia, in una misura provvisoria, ha riconosciuto il rischio concreto di atti riconducibili alla fattispecie di genocidio. Il caso della bambina di Gaza è entrato così in un archivio giudiziario che non è più solo morale o mediatico, ma potenzialmente penale. Il silenzio o la minimizzazione non sono più posizioni neutre: diventano atti di adesione a uno schema narrativo utile a diluire le responsabilità.

Chi ha messo in dubbio in Italia

Mentre le prove si accumulavano, in Italia si consolidava un fronte politico e mediatico che respingeva la cornice giuridica entro cui episodi come quello di Hind venivano collocati. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il 6 e 7 agosto 2025, dichiarava che a Gaza «si stanno facendo cose inaccettabili, ma non è genocidio», definendo la parola «giuridicamente impropria». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a settembre 2025, parlava di attacchi «andati oltre la proporzionalità», definendo allo stesso tempo «infondati» gli esposti alla Corte penale internazionale che la accusavano di complicità nel genocidio. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’11 agosto, denunciava una perdita di «ragione e umanità» da parte di Israele senza aderire alla qualificazione legale di genocidio.

Anche le organizzazioni vicine a Israele hanno contribuito a rimuovere la parola che inquadra giuridicamente vicende come quella di Hind. Il 7 giugno 2025 il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, definiva le piazze che parlavano di genocidio «a rischio antisemitismo». Nel luglio 2025 l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane rilanciava le tesi difensive israeliane davanti alla Corte internazionale di giustizia contro l’accusa di genocidio.

Il tentativo di depotenziare la narrazione si è manifestato anche nella stampa. Il Foglio, tra il 5 e l’8 settembre 2025, in più editoriali, ha liquidato il film su Hind come un’operazione emotiva, ironizzando sulle reazioni del pubblico e concentrandosi sulla “shitstorm” in rete. Contemporaneamente, organizzazioni come Creative Community for Peace hanno diffuso in Italia campagne contro l’opera, accusandola di ignorare il 7 ottobre e gli ostaggi.

La nuova inchiesta chiude il cerchio: non solo l’attacco a Hind Rajab e ai soccorritori è stato documentato nei dettagli, ma la responsabilità è stata attribuita a una specifica unità militare. Le parole pronunciate nei mesi scorsi per negare la qualificazione dei fatti pesano ora come scelte consapevoli. Perché dubitare o derubricare diventa un atto politico quando la verità, infine, ha nomi e gradi.

L’articolo Omicidio di Hind Rajab, l’inchiesta svela nomi e grado dei responsabili israeliani. In Italia resta chi minimizza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Crollano le nascite insieme alla retorica: il governo Meloni ha perso la battaglia demografica

In Italia nel 2024 sono nati 369.944 bambini: quasi diecimila in meno rispetto al 2023, secondo l’ultimo report sulla natalità diffuso dall’Istat. Nei primi sette mesi del 2025 il crollo accelera: 13mila nati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari a un -6,3 per cento. La fecondità media per donna si ferma a 1,18 nel 2024 e scende a una stima provvisoria di 1,13 nel 2025, il livello più basso della storia repubblicana. Dal 2008, quando erano oltre 576mila, abbiamo perso 207mila nascite: un -35,8 per cento che fotografa una crisi strutturale, non un incidente statistico.

La riduzione riguarda soprattutto i figli di genitori entrambi italiani (78,2 per cento del totale), mentre la componente straniera, pur in calo, frena la caduta. Ma anche le donne straniere hanno ridotto sensibilmente la fecondità, passando da 2,31 figli per donna nel 2010 a 1,79 nel 2024. Non si tratta di un improvviso rifiuto della genitorialità, ma dell’effetto combinato di precarietà lavorativa, salari bassi, costo dell’abitare e prolungamento dell’ingresso nell’età adulta indipendente.

Una crisi generazionale e territoriale

Il calo dipende dal crollo delle generazioni nate dagli anni Settanta, dalla precarietà del lavoro giovanile e dall’età sempre più avanzata in cui si diventa genitori: 32 anni per il primo figlio, tre in più rispetto al 1995. Le difficoltà a passare dal primo al secondo figlio si confermano nei numeri: i primogeniti calano del 2,7 per cento, i secondi del 2,9. Il rinvio della maternità e della paternità restringe lo spazio biologico disponibile e consolida la scelta di restare senza figli o di fermarsi al primo.

Le differenze territoriali aggravano il quadro: nel 2025 Abruzzo e Sardegna perdono oltre il 10 per cento delle nascite, mentre solo Valle d’Aosta (+5,5), Bolzano (+1,9) e Trento (+0,6) segnano un lieve aumento. Il crollo è più intenso nel Mezzogiorno e nel Centro, con un Nord in rallentamento ma non in inversione. Non è un caso che nelle aree con tassi occupazionali femminili più bassi la denatalità sia più rapida: senza autonomia economica non si costruiscono famiglie. Anche le coppie straniere, che in passato garantivano una tenuta demografica, iniziano a seguire le stesse dinamiche di rinuncia delle coppie italiane.

Dalla propaganda alla realtà: le misure non sostengono la scelta di avere figli

Il governo Meloni ha costruito la propria narrazione sulla “battaglia demografica”, promettendo un’“Italia che torna a generare futuro”. Ha potenziato l’Assegno Unico senza adeguarlo al costo reale di un figlio, introdotto un bonus per le madri lavoratrici che però esclude disoccupate e precarie, annunciato un quoziente familiare mai realizzato e concesso fringe benefit legati al reddito, favorendo famiglie con lavori stabili. La politica fiscale premia chi ha già un reddito sicuro, ignorando la questione di chi un reddito non ce l’ha o vive di contratti intermittenti. L’assenza di una riforma dei congedi parentali, la mancata gratuità universale degli asili nido e l’assenza di una strategia per il caro affitti lasciano intatti i fattori che scoraggiano la genitorialità.

La narrazione della “difesa della natalità italiana” collide con la realtà di un Paese che taglia il welfare e spera nei figli dei migranti per mantenere il sistema previdenziale. La stessa componente straniera, un tempo considerata bacino fertile, ora risente della stessa precarietà economica che investe le famiglie italiane. Le condizioni sociali in cui si progetta un futuro sono peggiorate, mentre il governo si limita a organizzare convegni e invocare “un ritorno al coraggio di costruire una famiglia”, trasferendo la responsabilità della crisi sulle scelte individuali.

La fotografia dell’Istat è inequivocabile: in un Paese che parla di natalità mentre rende più difficile l’autonomia dei giovani, la genitorialità si trasforma in un rischio, non in una possibilità. Le culle non si svuotano per mancanza di valori, ma per mancanza di condizioni materiali. E davanti alla curva delle nascite che continua a precipitare, la retorica non genera nuovi figli. Solo nuove contraddizioni.

L’articolo Crollano le nascite insieme alla retorica: il governo Meloni ha perso la battaglia demografica sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui