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Acqua, cibo e medicinali bloccati ai valichi per Gaza

Nella tregua che ci raccontano come fragile promessa di pace, la fame continua a essere l’arma più disciplinata. Tra il 10 e il 21 ottobre, Israele ha negato l’ingresso a 17 organizzazioni umanitarie internazionali che da anni lavorano nella Striscia di Gaza. Lo denuncia Oxfam insieme ad altre quaranta ong, indicando con precisione le forniture bloccate: acqua potabile, cibo, tende, medicinali. Cinquanta milioni di dollari di aiuti fermi ai valichi, imballati, congelati dall’arbitrio di un controllo che ha smesso di fingere neutralità.

Il 94% dei rifiuti ha colpito ong internazionali, persino quelle registrate e autorizzate dalle stesse autorità israeliane. In tre quarti dei casi la motivazione è stata la più burocratica e violenta: “non autorizzate”. Anche quando lo erano. Novantanove richieste di accesso respinte in undici giorni, più sei presentate dalle agenzie ONU. La fame diventa un modulo respinto, un timbro negato, un registro che non viene controfirmato. La tregua, invece, diventa un recinto in cui il tempo si usa per fiaccare i corpi.

Secondo Oxfam, il blocco sistematico degli aiuti è una scelta politica. È iniziato già a marzo, con l’assedio totale e la nuova procedura di registrazione imposta alle ong internazionali. Non un eccesso securitario: un disegno. Chi controlla il pane controlla il respiro. Chi decide quanta acqua entra decide chi può sopravvivere.

Persino raccontare questa fame diventa sospetto: stamattina, un portavoce militare israeliano ha definito la maggior parte dei giornalisti della Striscia “terroristi”. Fame e silenzio: il genocidio a bassa intensità travestito da tregua ha bisogno di entrambi. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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Il coraggio promesso, la resa firmata: così l’Europa svende il suo futuro verde

È tempo di chiamare le cose con il loro nome: l’Unione europea mostra una vigliaccheria strutturale nei confronti dell’ambiente, ritirandosi dietro la solita scusa della “competitività”. Il Consiglio europeo ha ufficializzato la frenata nell’attuazione del Green Deal: gli obiettivi climatici diventano «mezzi pragmatici e realistici», la riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040 viene svuotata da clausole di revisione e crediti internazionali, pronti a coprire ritardi strutturali.

La retorica ambientale cede il passo alla deregolamentazione. Diciannove Stati membri, Italia in prima fila, hanno chiesto una “semplificazione” normativa che si traduce nello smantellamento delle tutele ambientali e sanitarie. I governi rivendicano il prolungamento del motore a combustione oltre il 2035 e nuovi margini per i biocarburanti: la transizione ecologica viene trattata come un vezzo costoso da sacrificare sull’altare delle lobby industriali.

In pochi anni l’emergenza climatica, che era stata il cuore politico dell’Unione, è stata inghiottita da una sequenza di crisi: pandemia, guerra in Ucraina, fiammate sovraniste. Il Green Deal sopravvive come reliquia verbale mentre l’Europa firma contratti per il gas liquefatto americano, riapre centrali a carbone, indebolisce i vincoli sull’agricoltura. È un ritorno all’ideologia che nega la scienza, pur sapendo che l’attuazione piena delle normative ambientali esistenti potrebbe garantire risparmi annuali per 180 miliardi in costi sanitari e ambientali, contro gli appena 8 miliardi promessi dalla “semplificazione”.

La vigliaccheria europea non è assenza di dichiarazioni, ma rinuncia sistematica. Il tradimento non è episodico: è un metodo. L’Europa che si vantava di essere faro climatico ha preferito l’ombra corta dei compromessi, scegliendo di arrendersi proprio mentre la scienza chiedeva coraggio.

Buon venerdì.

Meloni al Consiglio europeo, foto gov

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L’illusione dei 27 miliardi e la favola del Sud locomotiva

«La ZES unica ha generato un giro d’affari di quasi 27 miliardi». Lo scrive la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel messaggio inviato al Forum organizzato a Napoli da Il Mattino sul ruolo dell’Italia e del Mediterraneo. È il biglietto da visita della narrazione ufficiale: il Mezzogiorno come nuova frontiera della crescita, la ZES come moltiplicatore di ricchezza, l’occupazione che sfonda i record, gli Accordi di coesione che “attivano” miliardi. Il problema è che i numeri veri sono meno entusiasti e più testardi.

I conti della ZES e la realtà della spesa

La cifra dei “27 miliardi” non sta in un consuntivo pubblico: è una stima di impatto complessivo (diretto-indiretto-indotto) confezionata da consulenze e rilanciata da Palazzo Chigi. Nei conti, quelli che si pagano, il 2024 registra 2,551 miliardi di credito d’imposta riconosciuto per 6.885 domande. Per il 2025 le prenotazioni superano i 22 miliardi, ma il plafond effettivo è attorno ai 2,2-2,3 miliardi: significa overbooking, graduatorie, tagli. La Corte dei Conti, nel giudizio sul Piano strategico approvato solo a inizio 2025, parla di «potenzialità da consolidare» e di governance da irrobustire. È la distanza tra lo slogan del “giro d’affari” e la cassa disponibile.

C’è poi l’estensione dell’incentivo a Marche e Umbria, politicamente spendibile, economicamente ambigua: se le risorse non crescono in proporzione, l’intensità dell’aiuto nel perimetro storico del Mezzogiorno si diluisce. Infine, gli “oltre 45 miliardi” rivendicati sugli Accordi di coesione sono impegni amministrativi del Fondo sviluppo e coesione 2021-2027 (78,1 miliardi complessivi), non cantieri. I report MEF di aprile 2025 classificano molte linee “in fase iniziale”: significa che la spesa vera è ancora da costruire.

Sud: crescita congiunturale, divari strutturali

Meloni scrive che il Sud «non è più fanalino di coda ma locomotiva». È successo nel 2024, con un Pil meridionale leggermente sopra la media nazionale (+0,9% contro +0,7%) grazie alla spinta del PNRR. Ma le stime 2025 ribaltano il cartello: Sud più lento del Centro-Nord. La Banca d’Italia (QEF 951/2025) lo riassume con freddezza: produttività bassa, capitale per addetto insufficiente, infrastrutture materiali e digitali incomplete, credito più caro e selettivo. Senza una correzione di struttura, la convergenza non parte.

Sull’occupazione il record c’è: nel secondo trimestre 2025 il tasso 15-64 del Mezzogiorno supera per la prima volta il 50%. Manca però il resto della frase: la media italiana è al 62,6%, il divario resta di oltre dodici punti. Tra i 25-34 anni il tasso è 75,6% in Italia e 63,1% nel Sud; per le donne coetanee si resta poco sopra la metà. L’ISTAT certifica che nel 2024 la povertà assoluta colpisce il 10,5% delle famiglie meridionali (Nord 7,9%). E il drenaggio di capitale umano continua: in vent’anni più di 500 mila laureati hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord o l’estero, con un saldo negativo che svuota competenze e futuro.

La qualità dello sviluppo è il punto cieco della propaganda. Crescere di Pil senza recuperare salari, produttività e servizi significa accumulare fragilità. Se il lavoro aggiuntivo è a bassa paga e bassa produttività, i divari sociali si incrostano. Se i servizi pubblici restano lenti, la competitività d’impresa evapora nei costi di contesto: giustizia, sanità, scuola, trasporti, logistica portuale. È qui che si misura l’effetto ZES nel tempo: non sul comunicato, ma sul salario netto, sull’investimento privato, sulla permanenza dei giovani qualificati.

Chi entra nelle pieghe dei numeri vede un’altra storia. La ZES unica consente semplificazioni e un credito d’imposta utile a spostare decisioni marginali d’investimento. Però la scala resta modesta rispetto al fabbisogno e alla domanda effettiva; l’allargamento geografico senza risorse aggiuntive fa aritmetica, non politica industriale. Gli Accordi di coesione “attivano” perché impegnano: fino a quando non diventano progetti esecutivi, cronoprogrammi, avanzamenti misurati, restano promesse con scadenza.

Il Mezzogiorno cresce quando lo Stato spinge e decelera quando la spinta finisce. Le stime Svimez e i quaderni di Bankitalia non sono editoriali dell’opposizione: sono diagnosi ripetute. Se Napoli ospita la celebrazione del “Sud locomotiva”, a Napoli bisognerebbe anche dire che le locomotive si valutano a fine corsa, non alla partenza. La differenza tra una stima e un risultato è tutta nei binari: spesa che diventa cantiere, cantiere che diventa produttività, produttività che diventa salario. Senza questa catena, i 27 miliardi restano un numero in cerca d’autore. E al Sud viene chiesto, ancora una volta, di credere a una convergenza che nei conti, per ora, non c’è.

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Supporto militare e copertura politica: così scatta la corresponsabilità nel genocidio. Ora è nero su bianco in un documento ufficiale trasmesso all’Onu

Era stato annunciato nel marzo 2024, quando Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite – aveva parlato di «genocidio plausibile». Ora, nel documento A/80/492 del 20 ottobre 2025, trasmesso all’Assemblea generale in versione “advance unedited”, quel quadro viene formalizzato: il genocidio a Gaza è «un crimine collettivo» e ha potuto dispiegarsi grazie alla «complicità sostenuta di Stati terzi influenti». La responsabilità non riguarda solo gli autori materiali, ma include chi ha fornito armi, legittimità diplomatica e copertura politica. Il report elenca quattro forme di sostegno – diplomatico, militare, economico e umanitario distorto – che hanno consentito a Israele di perpetuare violazioni del diritto internazionale «nonostante gli avvertimenti della comunità giuridica e gli ordini della Corte internazionale di giustizia».

La svolta giuridica è chiara: dal 26 gennaio 2024, quando la Corte dell’Aia riconosceva l’«esistenza di un rischio serio di genocidio», gli Stati erano obbligati a prevenirlo. Chi ha continuato a fornire armamenti o sostegno politico, secondo Albanese, non può invocare ignoranza. Il report parla di «conoscenza effettiva o costruttiva» del genocidio e dunque di possibile corresponsabilità.

Complicità certificata

Nel dossier si legge che senza «partecipazione diretta, assistenza materiale e protezione diplomatica» da parte di Stati terzi, il genocidio non avrebbe potuto proseguire per due anni. Albanese elenca l’uso sistematico del veto statunitense al Consiglio di Sicurezza, la fornitura di armi da parte di Washington, Berlino e Roma, gli accordi energetici che hanno sostenuto l’economia di guerra israeliana, l’abbandono di richieste di cessate il fuoco permanente in favore di «pause umanitarie» utili solo a guadagnare tempo. Il riferimento all’Italia si inserisce in questo contesto: la continuità delle forniture militari autorizzate dal governo Meloni dopo gennaio 2024, insieme alle dichiarazioni di «pieno sostegno al diritto di Israele a difendersi», integra esattamente il paradigma di assistenza proibita.

Secondo il report, la responsabilità internazionale scatta quando uno Stato «contribuisce materialmente a un crimine sapendo che ciò agevola la commissione del genocidio». E le forme di sostegno non si limitano alle armi: anche il mantenimento di relazioni economiche senza misure restrittive e la protezione diplomatica nelle sedi multilaterali configurano complicità.

Le obbligazioni mancate

Il documento ricorda che il diritto internazionale impone non solo di non partecipare, ma di adottare «tutte le misure disponibili» per fermare il genocidio. La Corte internazionale aveva già stabilito che gli Stati non devono fornire aiuti che possano «sostenere l’operazione genocidaria». Albanese richiama inoltre il dovere di imporre un embargo sulle armi, sospendere trattati che mantengano la situazione illegale e attivare la giurisdizione penale universale. Nulla di tutto ciò è accaduto in Italia, dove la linea governativa ha continuato a giustificare l’azione israeliana come necessità di sicurezza, contestando come «offensivo e infondato» ogni richiamo al genocidio.

La relatrice osserva che «la distinzione tra territorio israeliano e territori occupati è divenuta giuridicamente insostenibile», motivo per cui i rapporti complessivi con Israele ricadono direttamente nel quadro di complicità. Una tesi che smonta la retorica di chi sostiene di aiutare «solo la difesa di uno Stato democratico».

Il governo nella zona rossa della storia

In questo schema, il report A/80/492 colloca l’Italia tra coloro che, pur a conoscenza dell’esistenza di un genocidio in corso attestato dalla Corte e dalle principali agenzie Onu, hanno continuato a fornire assistenza «sotto forma di supporto militare, copertura politica, partecipazione a narrative delegittimanti le vittime». Ogni riferimento a chi ha definito «vergognose» le accuse di genocidio non è esplicito, ma l’inquadramento giuridico è inequivocabile: l’articolo 16 sugli atti internazionalmente illeciti considera corresponsabile uno Stato che contribuisce, anche indirettamente, a un crimine sapendo che la condotta concorre al suo compimento.

La conclusione è priva di ambiguità: se il genocidio è un crimine collettivo, ogni governo che ha proseguito nel sostegno a Israele dopo gli ordini della Corte ne è parte. Le conseguenze non sono solo morali: la relatrice parla di «futuri obblighi di giustizia e punizione». La storia è già scritta nei documenti dell’Onu. Il resto lo scriveranno i tribunali.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #52

Il genocidio non va in tregua. Mentre qualcuno celebra una pace che non esiste, i numeri raccolti da Medici Senza Frontiere cancellano ogni illusione: almeno 740 pazienti, tra cui 137 bambini, sono morti tra luglio 2024 e agosto 2025 in attesa di evacuazione; oltre 15.600 persone restano intrappolate in liste per trattamenti salvavita, un quarto sono minori. Solo 14 ospedali su 36 sopravvivono a regime ridotto, certifica l’OMS. Questa non è una tregua: è una sospensione amministrativa della morte, con il flusso di sangue regolato da chi tiene in mano la valvola.

La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che Israele è obbligato a consentire e facilitare gli aiuti umanitari, incluso l’accesso di UNRWA. Ventiquattr’ore dopo, un funzionario israeliano risponde che «UNRWA non metterà più piede a Gaza». Un no secco alla legalità internazionale, quasi rivendicato. Nel frattempo, i carri armati sparano ancora a Khan Yunis e Sheikh Nasser, mentre ufficialmente la tregua resta in vigore.

Anche la verità continua a essere sequestrata: la Corte Suprema israeliana ha rinviato ancora di trenta giorni la decisione sull’accesso dei giornalisti a Gaza, lasciando sul tavolo la petizione della Foreign Press Association. Nel frattempo, le autorità israeliane liquidano un collaboratore della ZDF ucciso come «terrorista travestito da giornalista».

Dentro questo palco di devastazione, la nuova relazione di Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU, pronuncia parole definitive: il genocidio è un «crimine collettivo», reso possibile dalla complicità degli Stati che sostengono politicamente, militarmente e diplomaticamente Israele.

Chi continua a parlare di pace copre il rumore dei carri che non si sono mai fermati. Chi continua a stringere mani sporche di embargo e veto, ne condivide il crimine. Per questo tutti gli occhi devono rimanere su Gaza.

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Meloni urla perché la manovra tace

C’è un nervosismo che trapela dalle parole di Giorgia Meloni, e non basta l’alzata di voce in Parlamento per mascherarlo. Massimo Franco sul Corriere della Sera parla di «toni virulenti per coprire le ambiguità sulla politica estera». È la fotografia di una premier che agita lo scontro con l’opposizione per evitare che si guardi dietro il sipario.

E dietro il sipario c’è una manovra finanziaria senza fiato: un manuale di sopravvivenza burocratica, nessun orizzonte sociale, tanta prudenza per non scalfire equilibri interni e un solo capitolo che cresce davvero, quello delle armi. L’Italia che doveva risorgere «potenza rispettata nel mondo» è rimasta una comparsa nei desiderata instabili di Donald Trump e nei compitini assegnati da Bruxelles. Meloni prova a mostrarsi ferma sull’Ucraina, ma deve continuamente rispondere ai maldipancia della Lega che in Aula contesta gli aiuti militari accusandoli di togliere risorse alla sanità. Se deve smentire Claudio Borghi in diretta è perché lo strappo rischia di diventare voragine.

Intanto, gli impegni simbolo evaporano: tagli alle tasse promessi a ogni telecamera, cantieri sbandierati e poi rinviati, salari reali fermi mentre l’inflazione rosicchia. La politica estera si riduce a faccette accanto ai potenti, tra una sigaretta e la posa successiva. L’idea di un’Italia guida si è rivelata una coreografia di immagini. La manovra, che dovrebbe essere la prova di maturità di un esecutivo, diventa un compitino di mantenimento. Meloni alza i toni per riempire un vuoto che cresce. E il vuoto, in politica, è l’unica cosa che non si può urlare via.

Buon giovedì. 

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No, la Cassazione non ha riabilitato Berlusconi e Dell’Utri. Le sentenze restano, nonostante la beatificazione Social di Forza Italia

Forza Italia ha trovato la sua nuova Madonna: una sentenza di Cassazione sulle misure di prevenzione. Ci soffia sopra, la lucida, la trasforma in reliquia politica: «La Cassazione ha smentito i rapporti tra Berlusconi e la mafia». La fonte è un pezzo de Il Foglio, cresciuto in rete fino a diventare ciò che la propaganda ama più di tutto: una verità comoda che non deve temere i documenti. Il problema è che i documenti esistono. E sono scritti proprio dai tribunali che oggi vengono usati come paravento.

Che cosa dice davvero la sentenza sulle misure di prevenzione

La decisione non è un processo penale. È un giudizio su sorveglianza speciale e confisca di prevenzione per Marcello Dell’Utri. La Cassazione ha confermato il No perché mancano i presupposti attuali: non è stata dimostrata oggi una pericolosità sociale e non è stata provata una provenienza mafiosa dei beni tale da giustificare la confisca. Fine dell’ambito. Non si è parlato di Berlusconi, non si è rivista la storia, non si è riscritto nulla. Sostenere che questo equivalga a “assoluzione” è un falso giuridico: prevenzione e processo penale sono binari separati, con logiche e soglie di prova diverse. Chi finge di confonderli non fa informazione: costruisce un alibi politico.

Che cosa resta scritto nelle sentenze penali definitive

C’è una sentenza del 2014 che continua a pesare come un atto notarile della storia del Paese: Marcello Dell’Utri è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1992. Nelle motivazioni – confermate dalla Cassazione – Dell’Utri è ritenuto il mediatore stabile fra Cosa Nostra e l’imprenditore Silvio Berlusconi. Nel 2012 la stessa Suprema Corte aveva già riconosciuto come fatto storico l’esistenza di versamenti estorsivi pagati per proteggere le attività economiche, collocando il nome di Vittorio Mangano come snodo tra Arcore e i boss palermitani. Non ci fu processo a Berlusconi per prescrizione delle condotte, non per inesistenza dei fatti. Quei passaggi sono ancora agli atti. Nessuna pronuncia li ha cancellati.

E allora che cosa sta accadendo adesso? Una frase tecnica sull’assenza di prova che oggi i beni siano frutto di riciclaggio mafioso viene trasformata in «la mafia non c’è mai stata». È un contorsionismo perfetto: negare il riciclaggio attuale non significa negare il concorso esterno passato; dichiarare che Dell’Utri non è oggi socialmente pericoloso non cancella ciò che compì fino al 1992. Ma la propaganda ha bisogno di riabilitazioni rapide, soprattutto quando servono per costruire santini elettorali da sventolare sui social come ex voto giudiziari.

Uso politico della giustizia

Ecco allora l’uso politico della giustizia: si prende un’ordinanza tecnica e la si vende come sentenza di assoluzione storica. Si cancella la differenza tra prevenzione e penale. Si sposta il baricentro dal diritto alla narrazione. Ma le gerarchie dell’ordinamento sono chiare: le sentenze penali definitive vengono prima e sopra ogni lettura creativa di un provvedimento di prevenzione.

Chiudiamola qui: il d.lgs. 159/2011 chiede per la prevenzione pericolosità attuale e sproporzione patrimoniale. Non è un “processo bis”, non è un detersivo per lavare la storia giudiziaria. Marcello Dell’Utri resta un condannato definitivo per mafia. Le motivazioni di quella condanna collocano Silvio Berlusconi in un sistema di rapporti economici con Cosa Nostra. Nessun giudice ha mai smentito questi fatti. Nessuna Cassazione ha trasformato Mangano in un eroe. Oggi, mentre i profili ufficiali celebrano l’ennesimo miracolo azzurro, c’è una verità che non si scrolla via nemmeno con il filtro “nuova era”: i processi non sono hashtag, e la storia giudiziaria non svanisce solo perché un partito ha deciso che la memoria va ritoccata come una foto su Instagram.

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Giornalisti nel mirino, non solo Ranucci: per Piantedosi le minacce corrono di più sul web. Ma per i cronisti sono soprattutto le querele temerarie e le aggressioni fisiche

Nel giorno in cui la stampa italiana fa ancora i conti con l’attentato a Sigfrido Ranucci, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi informa il Parlamento che «le minacce più ricorrenti contro i giornalisti provengono dal web». Una dichiarazione che sposta il baricentro del problema su un piano generico – l’odio online – ignorando ciò che i numeri raccontano: la libertà di stampa in Italia è vittima non soltanto degli hater digitali, ma anche di aggressioni fisiche, pressioni istituzionali e un uso intimidatorio della giustizia.

Le cifre che il Viminale non legge

Secondo i dati diffusi dallo stesso Ministero dell’Interno, nel 2024 gli atti intimidatori segnalati alle forze di polizia sono stati 114, in aumento rispetto ai 98 del 2023. Di questi, 37 sono avvenuti via web, mentre 30 sono aggressioni fisiche, 17 minacce verbali e 15 atti di danneggiamento. Il web non sostituisce la violenza reale: la accompagna. E il caso Ranucci – due esplosioni e proiettili sotto casa – è lì a ricordare che i giornalisti italiani non temono soltanto i commenti anonimi, ma anche le bombe.

Il monitoraggio dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione allarga ulteriormente il quadro: 516 episodi di intimidazione nel 2024, oltre 7.500 dal 2006. E soprattutto un dato che rovescia la narrazione ministeriale: più della metà delle azioni legali abusive (Slapp) contro i cronisti proviene da soggetti istituzionali. Le intimidazioni non arrivano solo dai sottoscala dell’odio digitale, ma anche dai piani alti del potere. C’è poi un elemento sistemico che non entra nelle statistiche penali: la precarietà strutturale. Compensi bassi, cause civili costose, redazioni sotto organico rendono i cronisti più esposti e più facili da colpire. È il contesto materiale che trasforma un atto intimidatorio in bavaglio efficace.

Il vero fronte: aule di tribunale e poteri forti

Nel World Press Freedom Index 2025 l’Italia scivola al 49° posto. Le cause? Per Reporters Sans Frontières: la permanenza della diffamazione penale, l’assenza di una legge efficace contro le querele temerarie, la pressione politica sul servizio pubblico. È qui che si misura la responsabilità di un governo. Non nel denunciare genericamente i toni dei social, ma nel recepire la direttiva europea anti-Slapp, nel garantire protezione economica e legale a chi viene trascinato a processo per aver raccontato fatti scomodi, nel considerare il giornalismo un presidio democratico anziché un disturbo dell’ordine politico.

Finora, però, la direzione è opposta. La riforma della diffamazione è ferma. La direttiva europea anti-querele resta fuori dalle priorità legislative. La Rai è terreno di continui scontri e denunce di ingerenze. La retorica governativa parla di giornalisti «ideologizzati», «militanti», da “riportare all’equilibrio”. In questo clima, la condanna dell’odio online rischia di suonare come un diversivo. Se davvero si volesse proteggere chi informa, si metterebbero a bilancio fondi di assistenza legale per le cause-bavaglio, si rafforzerebbero i protocolli tra Prefetture, Ordini e sindacati per le segnalazioni rapide, si introdurrebbero sanzioni dissuasive per chi usa il processo come arma. E si difenderebbero per primi i cronisti locali, quelli che raccontano mafie, appalti e poteri vicini a casa: i più vulnerabili, i meno difesi.

La protezione dei cronisti non si misura nel numero di reati informatici censiti, ma nella disponibilità della politica a difenderne l’autonomia, a sottrarli alla tortura economica delle querele-bavaglio, a prendere posizione senza ambiguità contro chi li aggredisce per impedirgli di lavorare. Il resto è rumore di fondo.

Se il governo vuole davvero difendere la stampa, il banco di prova non sarà un algoritmo che filtra insulti: sarà il coraggio di disinnescare le armi più efficaci per spegnere le voci libere. Quelle che non viaggiano solo nei social, ma esplodono negli androni delle case e si trascinano per anni nelle aule di tribunale. E finché la politica fingerà che il problema stia nello schermo, chi racconta i poteri continuerà a pagare il prezzo fuori campo: nel buio delle scale, negli avvisi di garanzia usati come minaccia, nei conti salati delle spese legali.

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Tre anni di Meloni e di promesse mancate: si allarga la distanza tra le parole e i fatti

Tre anni fa, il 22 ottobre 2022, Giorgia Meloni giurava nelle mani del presidente della Repubblica e in Parlamento prometteva «libertà, giustizia, benessere, sicurezza per tutti gli italiani». Da allora la narrazione pubblica è stata quella di un governo inflessibile e vincente, capace di “mantenere gli impegni presi”.

Ma quando si passa dal racconto alla verifica, la tenuta degli slogan si incrina. Il 21 ottobre 2025 Pagella Politica ha misurato cento promesse centrali del programma del centrodestra: appena 22 risultano mantenute, 59 sono ancora in corso, 10 non hanno avuto seguito e 9 sono state compromesse da decisioni opposte rispetto a ciò che era stato annunciato. Il 22 ottobre 2025 Collettiva.it ha ricostruito, punto per punto, le contraddizioni tra i primi discorsi della premier e lo stato effettivo del Paese. Il bilancio che emerge è quello di un governo che ha investito sulla gestione del consenso più che sulla realizzazione delle proprie parole.

Il promessometro e la retorica della missione compiuta

Nel programma tutto era scandito con nettezza: taglio delle tasse, flat tax estesa, riduzione della pressione fiscale, riforme epocali. A tre anni di distanza, il “promessometro” di Pagella Politica certifica che meno di un quarto degli impegni è stato trasformato in leggi definitive. Il resto è ancora sospeso, rinviato, o archiviato in maniera implicita. Nove promesse risultano già contraddette dai fatti.

La premier aveva garantito che la pressione fiscale sarebbe diminuita: secondo i dati richiamati dal fact-checking, nel 2025 salirà al 42,8 per cento. L’IVA sui prodotti per la prima infanzia era stata abbassata, poi rialzata. La flat tax fino a 100 mila euro per autonomi e partite Iva non è mai arrivata. La promessa di blindare i balneari si è infranta sulle gare imposte dall’Europa. La riforma costituzionale annunciata sull’elezione diretta del presidente della Repubblica è diventata premierato, cambiando in corsa il bersaglio. Si avviano iter, si cambia il perimetro, si rivendica il successo: ciò che conta è annunciare che l’obiettivo è vicino, anche quando è stato spostato.

Inflazione, povertà, pensioni: i numeri spingono verso il basso

Nel discorso della fiducia Meloni dichiarava che «l’austerità cieca non sarà nel nostro vocabolario» e che l’inflazione andava fermata per «proteggere il potere d’acquisto delle famiglie». Collettiva.it ricorda che tra il 2021 e il 2024 l’inflazione cumulata ha superato il 18 per cento, corrosiva soprattutto sul carrello alimentare, che nell’estate del 2025 ha registrato un +3,4 per cento secondo l’Istat. Le tre leggi di bilancio approvate hanno scelto la strada dei tagli su welfare, scuola e sanità, incrementando contemporaneamente la spesa militare. Il cuneo fiscale è stato reso strutturale ma non ha compensato la perdita di reddito reale.

Sul fronte previdenziale la presidente aveva parlato di «flessibilità in uscita» e «superamento della bomba sociale per le giovani generazioni». La realtà è che l’adeguamento alla speranza di vita porta il pensionamento di vecchiaia a 67 anni e 5 mesi, con 43 anni e 3 mesi di contributi per l’anticipo (42 anni e 3 mesi per le donne). Nessun superamento della legge Fornero: solo un suo consolidamento nel tempo. Intanto i poveri assoluti nel 2025 sono 5,7 milioni, a cui si aggiungono 8,7 milioni di poveri relativi. Il 15,6 per cento delle famiglie operaie vive in povertà assoluta pur avendo un lavoro. La promessa di “non lasciare indietro nessuno” si ferma davanti ai numeri.

Sicurezza e migranti: la repressione non diventa soluzione

Nel 2022 Meloni si impegnava a garantire «città sicure, presenza fisica dello Stato e certezza della pena con un nuovo piano carceri». Il governo ha scelto di declinare la sicurezza in forma repressiva: decreto Rave e decreto Sicurezza hanno limitato gli spazi di dissenso e di aggregazione, ma non hanno affrontato le condizioni delle carceri né il tasso di suicidi tra i detenuti. La promessa di dare dignità al corpo di polizia penitenziaria si è tradotta in dichiarazioni d’intenti prive di riforme strutturali.

Sul fronte migratorio, il copione è sempre lo stesso: «In Italia non si entra illegalmente». Eppure gli sbarchi non sono cessati, il Mediterraneo continua a restituire cadaveri e il modello Albania – presentato come deterrente – è stato trasformato da sentenze e contenziosi in un sistema di rimpatrio costosissimo. Il decreto flussi, pensato per regolarizzare l’ingresso, ha prodotto migliaia di permessi senza contratti reali, alimentando nuova irregolarità. Nel frattempo, il lavoro degli stranieri garantisce il 9 per cento del Pil nazionale, pari a 177 miliardi di euro nel 2024, con salari più bassi e meno diritti. La retorica dell’invasione convive con la dipendenza economica.

La narrazione di un governo che “mantiene le promesse” si scontra con un triennio segnato da annunci, rinvii, riforme parziali e colpi di scena retorici. Il Paese, intanto, resta appeso tra una realtà fatta di inflazione, povertà, precarietà e un racconto che si autocelebra. In mezzo, la distanza crescente tra parola e fatto. E quella, dopo tre anni, è l’unica promessa pienamente mantenuta.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #51

La tregua continua a produrre morti. Secondo i dati diffusi ieri da Hamas, 88 palestinesi sono stati uccisi e 315 feriti dall’inizio del cessate il fuoco. Israele ha restituito i corpi di altri 30 palestinesi: salgono a 195 i cadaveri consegnati durante quella che continua a essere definita “pace”. La tregua è un frigorifero che conserva solo il ritmo costante della morte. Gli aiuti, invece, marciscono fuori dai confini della Striscia: l’UNRWA denuncia circa seimila camion ancora in attesa di ingresso.

La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ieri ha stabilito che Israele non ha fornito prove sui presunti legami tra UNRWA e Hamas e ha ordinato a Tel Aviv di consentire il passaggio degli aiuti, vietando l’uso della fame come arma di guerra. La risposta israeliana è stata di disprezzo: la sentenza è stata definita «vergognosa». Vergognosa, per loro, è la giustizia quando incrina il recinto dell’impunità.

Nel frattempo l’Occidente continua a recitare la liturgia della responsabilità condivisa. Il vicepresidente Usa Vance parla di un «compito difficile» nel disarmare Hamas, ma condiziona ogni ipotesi di ricostruzione alla resa. Netanyahu ribadisce che nessuna truppa turca metterà piede a Gaza: anche i carcerieri devono essere selezionati.

In Italia, Giorgia Meloni ha celebrato il piano Trump come un successo diplomatico e ha accusato le piazze solidali con Gaza di «cinismo» per aver trasformato la sofferenza in propaganda. C’è un ribaltamento morale quando chi sostiene una tregua che continua a produrre cadaveri si arroga il diritto di definire cosa sia etico. 

Il concime delle bombe, della fame e di un genocidio a bassa intensità è il nostro silenzio. Per questo tutti gli occhi devono rimanere su Gaza.

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