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Cisl, il nuovo statuto non scritto: vietato dissentire dalla premier

Ci sono sindacati che nascono per difendere chi critica il potere, e poi c’è la Cisl che oggi sembra premiare chi con il potere ci va a braccetto. Il caso raccontato da Domani in un articolo firmato da Daniela Preziosi è più di una vicenda disciplinare: è un test di resistenza democratica dentro un’organizzazione che si autodefinisce “pluralista”. Francesco Lauria, studioso del lavoro e figura interna di primo piano, rischia il licenziamento per aver osato sfiorare l’intoccabile: criticare il governo di Giorgia Meloni.

L’aggiornamento di un libro sulla storia della Cisl, con qualche passaggio critico verso l’esecutivo, diventa il casus belli di un procedimento che profuma di epurazione. Le pagine vengono “bonificate”, ma al ricercatore piovono 25 contestazioni, sospensioni cautelative, accuse perfino estratte da conversazioni private registrate e trasformate in armi disciplinari. Un clima da sorveglianza interna che in molti raccontano come «Germania Est».

Mentre ex segretari storici come Giorgio Benvenuto e Savino Pezzotta parlano di un «deterioramento delle tradizioni democratiche» della confederazione, la segretaria Daniela Fumarola tira dritto. È la stessa Cisl che oggi fa da sponda a Palazzo Chigi, con l’ex leader Luigi Sbarra comodamente arruolato come sottosegretario. Criticare Meloni nella “sua” casa sindacale non è più dissenso: è un rischio professionale.

Se un sindacato espelle chi contesta il potere politico a cui si avvicina, non sta solo tradendo la sua storia. Sta dicendo ai lavoratori che la libertà di parola è tollerata solo se applaude. E questa piccola storia è la fotografia perfetta del momento. 

Buon mercoledì

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Da Parigi a Roma, cosa insegna il caso Sarkozy: in Francia si va in carcere, in Italia si va allo scontro

La foto di Nicolas Sarkozy che varca i cancelli del carcere de La Santé a Parigi per scontare la condanna a cinque anni (di cui uno già esecutivo) segna un passaggio simbolico nella memoria europea sul rapporto tra potere e giustizia. L’ex presidente continua a definire il verdetto una «vendetta» e promette ricorsi, ma intanto entra in cella, in isolamento e senza privilegi. Il suo messaggio su X – «Dormirò in carcere, ma a testa alta» – incarna un doppio movimento: contestazione verbale del giudizio e sottomissione fisica alla legge. In Francia il corpo obbedisce, anche quando la voce protesta. Il potere può urlare all’ingiustizia, ma si consegna prima di tentare di riscrivere le regole.

Il test francese: si contesta, ma si esegue

La Quinta Repubblica ha già conosciuto presidenti e premier condannati: Jacques Chirac nel 2011 accettò due anni con sospensione per fondi illeciti; François Fillon ha visto la sua carriera finire con la condanna nel “Penelopegate”, pena sospesa ma politicamente definitiva; l’ex ministro Jérôme Cahuzac scontò la pena con braccialetto elettronico dopo le dimissioni. Marine Le Pen è oggi sotto appello dopo essere stata giudicata colpevole di uso illecito di fondi europei: parla di «dittatura giudiziaria», ma non può bloccare l’iter.

La stampa francese è divisa, ma Le Monde parla di «atto repubblicano»: la giustizia non è un optional negoziabile. Anche quando il linguaggio politico tenta la delegittimazione, l’architettura istituzionale tiene. L’esecuzione della pena non è vissuta come una scelta, ma come un dovere che rafforza il principio di eguaglianza di fronte alla legge.

Italia: quando il processo diventa assedio

In Italia lo schema è diverso e si cristallizza nel berlusconismo. Dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset, Silvio Berlusconi parlò di «colpo di Stato giudiziario». Da allora la politica ha interiorizzato lo scontro con la giustizia come forma di identità. Matteo Salvini definì i magistrati «un cancro da estirpare», accusandoli di «fare campagna elettorale». Matteo Renzi ha parlato di «mostro giudiziario» creato per distruggerlo. Il processo diventa narrazione di persecuzione, il ricorso uno strumento mediatico.

Le pene accessorie mostrano il divario: in Francia l’ineleggibilità è immediata e automatica; in Italia la legge Severino è terreno di battaglia politica e tentativi di deroga. Gli avvisi di garanzia diventano talk show, i rinvii a giudizio strumenti di propaganda, le sentenze il pretesto per invocare riforme “epocali” che ridisegnino i rapporti tra poteri dello Stato. Così la condanna non conclude il ciclo giudiziario: lo apre, trasformandolo in un plebiscito sul consenso del leader. In Francia Sarkozy entra in cella e da lì alimenta la narrazione del martirio; in Italia la condanna diventa l’occasione per rovesciare il paradigma della responsabilità.

L’Europa che si consegna (anche urlando) alla giustizia

In Germania il presidente Christian Wulff si dimise nel 2012 solo all’apertura di un’indagine su un prestito di favore. Fu assolto nel 2014, ma la carriera era finita: la dignità istituzionale prevalse sul verdetto penale. In Spagna il “caso Gürtel” portò alla caduta del governo Rajoy dopo la condanna di esponenti del Partido Popular; l’ex direttore FMI Rodrigo Rato è andato in carcere. In Croazia l’ex premier Ivo Sanader ha scontato la reclusione per corruzione. In Romania il leader Liviu Dragnea è entrato in carcere dopo la definitiva, tra piazze che non chiedevano di fermare la giustizia, ma di applicarla.

In tutti questi casi la protesta politica esiste, ma resta dentro il recinto dello Stato di diritto, senza mettere in discussione l’obbligo dell’esecuzione. L’idea che «nessuno è al di sopra della legge» non è uno slogan, ma un meccanismo operativo che si attiva indipendentemente dal rumore esterno.

La distanza italiana si misura nel momento in cui il leader condannato deve scegliere se consegnarsi o tentare di trascinare con sé l’ordinamento. Sarkozy varca i cancelli di La Santé. L’Italia continua a chiedersi se varcarli significhi tradire il consenso, trasformando ogni processo in una guerra di logoramento contro la giustizia. In Francia la pena chiude il ciclo. In Italia lo apre. E finché la politica racconterà la legalità come un confine mobile da piegare alla convenienza, l’assedio alle istituzioni resterà l’unico linguaggio che sopravvive alla condanna.

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Omicidio di Hind Rajab, l’inchiesta svela nomi e grado dei responsabili israeliani. In Italia resta chi minimizza

«Hanno sparato fino a cancellare una voce bambina, poi hanno negato di esserci stati». Per quindici mesi, la storia di Hind Rajab è stata un campo di battaglia tra immagini che parlavano e dichiarazioni ufficiali che tacevano. Il 20 ottobre 2025 un’inchiesta di Al Jazeera ha chiuso il varco tra verità e negazione: l’ordine di fuoco contro l’auto con la bambina di sei anni e i suoi familiari, e contro l’ambulanza della Mezzaluna Rossa mandata a soccorrerla, viene attribuito al Maggiore Sean Glass della compagnia “Vampire Empire”, appartenente al 52° Battaglione della 401ª Brigata corazzata. La catena di comando conduce fino al tenente colonnello Daniel Ella, formalizzando una responsabilità che molti fingevano ancora di non vedere.

L’ordine di fuoco e la cronologia delle prove

Il caso era esploso il 29 gennaio 2024, quando Hind aveva implorato aiuto via telefono da un’auto crivellata a Gaza City. Dieci giorni dopo, i corpi della bambina, dei suoi familiari e dei due paramedici venivano ritrovati. Il 22 febbraio 2024 un’analisi forense di Al Jazeera mostrava i carri israeliani a pochi metri di distanza. A giugno, un’ulteriore ricostruzione stimava circa 335 colpi sparati contro il veicolo. Il 19 luglio 2024 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani parlava di fatti «configurabili come crimine di guerra», chiedendo indagini indipendenti. Nel settembre 2025 il film “The Voice of Hind Rajab”, premiato a Venezia anche dalla Croce Rossa italiana, rilanciava il dibattito pubblico.

La versione israeliana smentita dai fatti

Le forze armate israeliane avevano inizialmente negato di avere avuto unità nell’area in quel momento. Tale versione è stata smontata da inchieste giornalistiche, prove visive e analisi geolocalizzate. Testimonianze indipendenti e fonti Onu hanno collocato i carri armati esattamente sulla traiettoria dell’auto e davanti all’ambulanza che si era avvicinata per il soccorso. Nel frattempo, la comunità internazionale rafforzava il quadro giuridico.

La Corte penale internazionale, tra maggio e agosto 2025, ha collegato episodi come quello di Hind all’accusa di attacchi deliberati contro civili e operatori umanitari. La Corte internazionale di giustizia, in una misura provvisoria, ha riconosciuto il rischio concreto di atti riconducibili alla fattispecie di genocidio. Il caso della bambina di Gaza è entrato così in un archivio giudiziario che non è più solo morale o mediatico, ma potenzialmente penale. Il silenzio o la minimizzazione non sono più posizioni neutre: diventano atti di adesione a uno schema narrativo utile a diluire le responsabilità.

Chi ha messo in dubbio in Italia

Mentre le prove si accumulavano, in Italia si consolidava un fronte politico e mediatico che respingeva la cornice giuridica entro cui episodi come quello di Hind venivano collocati. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il 6 e 7 agosto 2025, dichiarava che a Gaza «si stanno facendo cose inaccettabili, ma non è genocidio», definendo la parola «giuridicamente impropria». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a settembre 2025, parlava di attacchi «andati oltre la proporzionalità», definendo allo stesso tempo «infondati» gli esposti alla Corte penale internazionale che la accusavano di complicità nel genocidio. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’11 agosto, denunciava una perdita di «ragione e umanità» da parte di Israele senza aderire alla qualificazione legale di genocidio.

Anche le organizzazioni vicine a Israele hanno contribuito a rimuovere la parola che inquadra giuridicamente vicende come quella di Hind. Il 7 giugno 2025 il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, definiva le piazze che parlavano di genocidio «a rischio antisemitismo». Nel luglio 2025 l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane rilanciava le tesi difensive israeliane davanti alla Corte internazionale di giustizia contro l’accusa di genocidio.

Il tentativo di depotenziare la narrazione si è manifestato anche nella stampa. Il Foglio, tra il 5 e l’8 settembre 2025, in più editoriali, ha liquidato il film su Hind come un’operazione emotiva, ironizzando sulle reazioni del pubblico e concentrandosi sulla “shitstorm” in rete. Contemporaneamente, organizzazioni come Creative Community for Peace hanno diffuso in Italia campagne contro l’opera, accusandola di ignorare il 7 ottobre e gli ostaggi.

La nuova inchiesta chiude il cerchio: non solo l’attacco a Hind Rajab e ai soccorritori è stato documentato nei dettagli, ma la responsabilità è stata attribuita a una specifica unità militare. Le parole pronunciate nei mesi scorsi per negare la qualificazione dei fatti pesano ora come scelte consapevoli. Perché dubitare o derubricare diventa un atto politico quando la verità, infine, ha nomi e gradi.

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Crollano le nascite insieme alla retorica: il governo Meloni ha perso la battaglia demografica

In Italia nel 2024 sono nati 369.944 bambini: quasi diecimila in meno rispetto al 2023, secondo l’ultimo report sulla natalità diffuso dall’Istat. Nei primi sette mesi del 2025 il crollo accelera: 13mila nati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari a un -6,3 per cento. La fecondità media per donna si ferma a 1,18 nel 2024 e scende a una stima provvisoria di 1,13 nel 2025, il livello più basso della storia repubblicana. Dal 2008, quando erano oltre 576mila, abbiamo perso 207mila nascite: un -35,8 per cento che fotografa una crisi strutturale, non un incidente statistico.

La riduzione riguarda soprattutto i figli di genitori entrambi italiani (78,2 per cento del totale), mentre la componente straniera, pur in calo, frena la caduta. Ma anche le donne straniere hanno ridotto sensibilmente la fecondità, passando da 2,31 figli per donna nel 2010 a 1,79 nel 2024. Non si tratta di un improvviso rifiuto della genitorialità, ma dell’effetto combinato di precarietà lavorativa, salari bassi, costo dell’abitare e prolungamento dell’ingresso nell’età adulta indipendente.

Una crisi generazionale e territoriale

Il calo dipende dal crollo delle generazioni nate dagli anni Settanta, dalla precarietà del lavoro giovanile e dall’età sempre più avanzata in cui si diventa genitori: 32 anni per il primo figlio, tre in più rispetto al 1995. Le difficoltà a passare dal primo al secondo figlio si confermano nei numeri: i primogeniti calano del 2,7 per cento, i secondi del 2,9. Il rinvio della maternità e della paternità restringe lo spazio biologico disponibile e consolida la scelta di restare senza figli o di fermarsi al primo.

Le differenze territoriali aggravano il quadro: nel 2025 Abruzzo e Sardegna perdono oltre il 10 per cento delle nascite, mentre solo Valle d’Aosta (+5,5), Bolzano (+1,9) e Trento (+0,6) segnano un lieve aumento. Il crollo è più intenso nel Mezzogiorno e nel Centro, con un Nord in rallentamento ma non in inversione. Non è un caso che nelle aree con tassi occupazionali femminili più bassi la denatalità sia più rapida: senza autonomia economica non si costruiscono famiglie. Anche le coppie straniere, che in passato garantivano una tenuta demografica, iniziano a seguire le stesse dinamiche di rinuncia delle coppie italiane.

Dalla propaganda alla realtà: le misure non sostengono la scelta di avere figli

Il governo Meloni ha costruito la propria narrazione sulla “battaglia demografica”, promettendo un’“Italia che torna a generare futuro”. Ha potenziato l’Assegno Unico senza adeguarlo al costo reale di un figlio, introdotto un bonus per le madri lavoratrici che però esclude disoccupate e precarie, annunciato un quoziente familiare mai realizzato e concesso fringe benefit legati al reddito, favorendo famiglie con lavori stabili. La politica fiscale premia chi ha già un reddito sicuro, ignorando la questione di chi un reddito non ce l’ha o vive di contratti intermittenti. L’assenza di una riforma dei congedi parentali, la mancata gratuità universale degli asili nido e l’assenza di una strategia per il caro affitti lasciano intatti i fattori che scoraggiano la genitorialità.

La narrazione della “difesa della natalità italiana” collide con la realtà di un Paese che taglia il welfare e spera nei figli dei migranti per mantenere il sistema previdenziale. La stessa componente straniera, un tempo considerata bacino fertile, ora risente della stessa precarietà economica che investe le famiglie italiane. Le condizioni sociali in cui si progetta un futuro sono peggiorate, mentre il governo si limita a organizzare convegni e invocare “un ritorno al coraggio di costruire una famiglia”, trasferendo la responsabilità della crisi sulle scelte individuali.

La fotografia dell’Istat è inequivocabile: in un Paese che parla di natalità mentre rende più difficile l’autonomia dei giovani, la genitorialità si trasforma in un rischio, non in una possibilità. Le culle non si svuotano per mancanza di valori, ma per mancanza di condizioni materiali. E davanti alla curva delle nascite che continua a precipitare, la retorica non genera nuovi figli. Solo nuove contraddizioni.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #50

Gaza, 21 ottobre. La tregua ha i numeri della carestia: su 6.600 camion di aiuti promessi ne sono entrati appena 986, in media 89 al giorno. Il World Food Programme denuncia che con due soli valichi aperti – Kerem Shalom e Kissufim – può garantire cibo a non più di mezzo milione di persone per due settimane. Il nord, dove la carestia è già cronica, resta irraggiungibile.

Intanto la tregua si conta in morti. Il ministero della Sanità di Gaza calcola 87 vittime dall’annuncio del cessate il fuoco, altre fonti parlano di 97. Netanyahu ha rivendicato in Knesset di aver sganciato 153 tonnellate di ordigni solo domenica. Il linguaggio diplomatico dice fine della guerra, i dati raccontano la prosecuzione dell’assedio per altre vie.

Sul terreno, Israele pianta pali alti 3,5 metri e blocchi di cemento ogni 200 metri per delimitare la cosiddetta “Linea Gialla”, un confine interno che separa i civili come in un campo a zone. Chi vi si avvicina rischia di essere “neutralizzato”.

Mentre la Croce Rossa conferma la restituzione di 15 corpi palestinesi – 165 in tutto – con famiglie costrette a riconoscere resti spesso segnati da giorni di trattenimento, l’Europa mostra la sua gerarchia del dolore: la Germania nega l’ingresso ai bambini feriti, Trump minaccia un ritorno della forza “veloce, furiosa e brutale” se Hamas viola l’accordo.

Medici Senza Frontiere apre una clinica a Gaza City e distribuisce acqua, ma è un cerino acceso dentro un tunnel di fame. La violenza è stata soltanto ridisegnata, non fermata. La tregua come finzione giuridica serve a lavare le mani del mondo, non a salvare vite.

Il concime delle bombe, dell’affamare e del genocidio a bassa intensità portato avanti da Israele è il nostro silenzio, il nostro credere alla bugia criminale della pace. Per questo tutti gli occhi devono rimanere su Gaza.

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Il basket è solo una scena del crimine. L’ideologia è il movente che nessuno nomina

Nel day after dell’omicidio di Raffaele Marianella, i politici hanno trovato subito il colpevole perfetto: lo sport “deviato”, le “frange violente del tifo”, la “malattia degli ultras”. Ministri e capigruppo hanno parlato di “barbarie dei tifosi”, di “criminalità da stadio”, di “emergenza sportiva”, come se bastasse recintare i palazzetti per arginare il male. Il frame è comodo: il tifo come patologia, il basket come territorio contaminato. Tutto dentro una comoda emergenza sportiva.

Poi scorri le biografie dei fermati e capisci che qui lo sport non è il punto di partenza, ma l’alibi. Manuel Fortuna, Kevin Pellecchia e Alessandro Barberini, arrestati per l’assalto al pullman in cui è stato ucciso Marianella, gravitano da anni in ambienti dell’estrema destra reatina. Almeno due di loro risultano legati all’associazione “La Roccaforte Rieti”, un gruppo che fa raccolte alimentari “solo per italiani” e diffonde simbologie fasciste. Nei profili social emergono immagini di Mussolini e slogan contro il 25 aprile. 

Altro che pulsione sportiva impazzita: questa violenza ha radici ideologiche, si alimenta in circuiti neofascisti che cercano legittimazione mimetizzandosi nelle curve. Ma su questo governo e maggioranza tacciono. Nessuno ha osato pronunciare la parola “estrema destra”, nessuno ha collegato il masso lanciato contro un parabrezza con un clima politico che da anni strizza l’occhio a certe simbologie.

Trasformare un omicidio a matrice neofascista in un problema di ordine pubblico sportivo è l’ennesimo modo per non guardare dove brucia davvero: nelle curve usate come palestra dell’odio politico. E in un Paese che finge di non sapere chi lancia i sassi.

Buon martedì 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #49

A Gaza la tregua ha la forma di un lager circondato da blocchi di cemento alti tre metri, come confermato dall’esercito israeliano. L’Onu ha avuto il pudore di dire che questa “pace” non regge, mentre la politica occidentale e i quotidiani italiani continuano a venderla come un successo. Ma in questo recinto si continua a morire: nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della Sanità di Gaza, altri 45 palestinesi sono stati uccisi, tra cui il giornalista Ahmad Asaad Abu Mutair, colpito mentre faceva il suo lavoro. A Gaza l’umanità è talmente capovolta che si muore anche in tempo di pace.

I valichi che la propaganda annuncia “riaperti” restano un imbuto controllato da chi decide chi può sopravvivere. Nove Paesi europei hanno chiesto l’apertura reale di passaggi sicuri, ma Netanyahu festeggia con Trump e Kushner, mentre Meloni applaude a un modello di pace che tiene perfino i chirurghi in catene: Medici Senza Frontiere chiede il rilascio immediato del dottor Khaled Obeid, detenuto da Israele. In questo tempo sospeso, perfino chi dovrebbe curare è ostaggio di una tregua bavosa, costruita per compiacere i vincitori del racconto.

Intanto una supporter Maga di Trump si gode i popcorn aspettando le bombe su Gaza come fosse una serie tv. E Paolo Mieli, dopo aver definito «sovrappeso» una candidata italo-palestinese in Campania, lancia un razzo verbale contro lo slogan «dal fiume al mare», fingendo di ignorare che la piattaforma del Likud rivendica che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione “tra il fiume e il mare”. Qui si rovesciano le parole per assolvere i colpevoli.

Non c’è niente di più pericoloso di una guerra che chiamano pace. Per questo dobbiamo tenere gli occhi su Gaza.

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L’Italia verde si vede solo nei comizi. E intanto le città soffocano

C’è una parola che viaggia benissimo in conferenza stampa: “transizione”. Fuori, nelle strade e nelle piazze, l’Italia urbana fa retromarcia. Il rapporto “Ecosistema Urbano 2024” di Legambiente (con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore) registra un arretramento netto: la media dei 106 capoluoghi scende al 54,24%, cioè 3,8 punti in meno rispetto a due anni fa. Sul podio restano Trento (79,78%) e Mantova (78,74%), uniche sopra 75; terza Bergamo (71,82%), che risale di tredici posizioni grazie a differenziata e ciclabilità. 

Nella top ten entrano Bolzano, Pordenone, Reggio Emilia, Parma, Rimini, Bologna e Forlì: una cartolina settentrionale. Il Mezzogiorno arranca: Cosenza è l’unica in top-20 (sedicesima, in calo), in coda si affollano Caltanissetta, Caserta, Catania, Palermo, Catanzaro, Napoli, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Nove città sotto il 35% del punteggio, tre addirittura sotto i 25: numeri che non si mimano con gli slogan.

Il cemento cresce mentre gli abitanti diminuiscono

È l’ossessione silenziosa del Paese: costruire. Secondo Ispra, tra il 2018 e il 2023 i capoluoghi hanno impermeabilizzato circa 4.500 ettari di nuovo suolo mentre i residenti diminuivano di 346 mila unità. Più cemento per meno persone: lo chiamano sviluppo, è sprawl. 

La mobilità dolce arretra: le infrastrutture ciclabili scendono a 10,39 metri equivalenti ogni 100 abitanti, le isole pedonali a 48,6 metri quadrati, le Ztl a 368,3. La città-tipo resta un garage: attraversamenti insicuri, marciapiedi corti, autobus lenti. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità restano lontane: l’aria migliora a tratti ma non abbastanza da cambiare abitudini o sanità. 

La raccolta differenziata supera il 65% medio, eppure i rifiuti totali tornano a salire: senza prevenzione e tariffazione puntuale è un coniglio dal cilindro. L’acqua si perde per strada: più di un terzo dei volumi immessi svanisce in reti vecchie, con picchi drammatici nel Sud. Si annunciano “piani”, poi restano cantieri, perizie, proroghe: la normalità delle emergenze.

La retorica della sostenibilità contro la realtà urbana

Qui non è una classifica per appassionati: è un referto politico. «Transizione pragmatica», «equilibrio tra ambiente e sviluppo»: formule elastiche che reggono ogni conferenza, non una corsia bus. Dove sindaci e giunte hanno scelto continuità – Tpl elettrico e frequente, corsie protette, dorsali ciclabili continue, pedonalizzazioni vere, rigenerazione delle aree dismesse – i punteggi crescono e i cittadini se ne accorgono. 

Dove il coraggio è stato subappaltato alla prossima legislatura, il declino diventa sistema. Bologna è la migliore tra le grandi ma paga ancora la domanda di traffico; Bergamo risale costruendo rete; il Sud resta solo tra gare deserte, stazioni appaltanti fragili e progetti che invecchiano prima di nascere. Intanto il consumo di suolo pro capite cresce, le Ztl si restringono, le ciclabili si interrompono alle rotonde, e un bicchiere su tre dell’acqua trattata si disperde prima del rubinetto. È questo lo stato dell’arte mentre il governo recita la parte del capofila europeo: si tagliano nastri più spesso di quanto si tagli il numero di auto. 

L’arretramento al 54,24% non è un incidente statistico: è la geografia dell’inerzia. Le città italiane – si legge nel report –  non chiedono aggettivi, chiedono decisioni misurabili. Allargare davvero le Ztl, connettere le piste, rendere il Tpl competitivo, legare gli investimenti idrici a riduzioni effettive delle perdite, fermare il consumo netto di suolo. La sostenibilità non vive nei comizi: si vede nelle polveri che respiri la mattina, nel minuto che non perdi in coda, nell’acqua che arriva, nella piazza che torna piazza. Finché la “transizione” resterà una parola in corsivo, continueremo a chiamarla così mentre la guardiamo andare al contrario.

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Affitti brevi, il nuovo fronte nella maggioranza si apre sull’aliquota piatta al 26%

La bozza della manovra riaccende una crepa mai ricomposta nel centrodestra: Forza Italia accusa, Fratelli d’Italia si irrigidisce, il governo si trincera dietro il fisco. L’innesco è la decisione, inserita senza preavviso nel testo economico, di portare la cedolare secca sugli affitti brevi al 26% anche per chi affitta un’unica abitazione turistica. La stessa aliquota prevista per il trading sulle criptovalute. Una saldatura simbolica che agli azzurri appare politicamente suicida.

Il portavoce di FI Raffaele Nevi parla di «scelta profondamente sbagliata» e, soprattutto, di «mancata informazione al partito». Una frase che pesa più del numero in percentuale: significa che la manovra è stata costruita senza consultazione piena della seconda gamba della coalizione. È il segnale che il metodo Meloni continua a irritare chi si sente relegato al ruolo di stampella parlamentare.

La promessa di equilibrio fiscale che ora salta

Il settore degli affitti brevi è da almeno due anni terreno minato per la maggioranza. Nel 2023 Antonio Tajani aveva già fatto pressioni per mitigare l’inasprimento fiscale, ottenendo il compromesso del 2024: 21% sul primo immobile, 26% dal secondo in poi. Un equilibrio precario, venduto da FdI come strumento di “fairness” e “lotta al sommerso”, e da FI come limite alle «tasse sulla casa». Oggi la scelta di cancellare l’aliquota ridotta incrina quel patto e riporta FI in modalità rivendicativa.

Fratelli d’Italia, intanto, rivendica la linea del controllo e della legalità. La ministra del Turismo Daniela Santanchè ha costruito la narrazione dell’“ordine contro il far west” attraverso l’introduzione del codice identificativo nazionale, la banca dati centralizzata e le sanzioni per le piattaforme. Ma quell’impostazione avrebbe dovuto distinguere i grandi operatori dai piccoli proprietari. Un’aliquota piatta al 26% per tutti rischia di smentire pubblicamente quella promessa, soprattutto in territori dove l’affitto breve integra redditi fragili.

La battaglia elettorale si gioca sulla casa

Nel frattempo, l’esecutivo prova a giustificare la misura come “razionalizzazione fiscale” coerente con l’armonizzazione delle rendite da capitale. È l’argomento che piace al Ministero dell’Economia ma che apre una faglia narrativa: FI può posizionarsi come difensore del ceto medio urbano e dei proprietari di seconda casa, mentre FdI resta incastrato tra la retorica dell’emersione e la necessità di blindare il gettito.

Il vero banco di prova sarà il Parlamento. La storia recente suggerisce che il compromesso tornerà in scena: ripristino dell’aliquota ridotta almeno per un immobile, soglie territoriali per borghi e aree interne, clausole di salvaguardia per i redditi più bassi. Ma FI ha già scelto il terreno dello scontro politico, denunciando non solo l’aliquota ma l’equiparazione casa-criptovalute, costruita per colpire simbolicamente l’operato del governo.

La frattura cade in un autunno in cui si prepara la campagna elettorale per le amministrative nei principali capoluoghi turistici. In quelle aree la casa è un campo di battaglia sociale, ma anche un bacino elettorale sensibile. FI lo sa e per questo ha scelto di rompere subito, prima che la narrazione si cristallizzi. Contrario anche Salvini, per il quale l’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi “non mi sembra il modo per aiutare il consumo e la domanda interna né agevolare l’iniziativa privata. Ma la manovra andrà all’esame del Parlamento e serve a questo”. La Lega potrebbe sfruttare la tensione per reclamare un ruolo da arbitro in vista del voto locale, riducendo la distanza da FI e lasciando Meloni esposta.

La manovra economica diventa così l’arena di una lotta sotterranea per l’egemonia interna al centrodestra. È una contesa identitaria: tra chi vuole apparire garante della casa e chi si proclama campione dell’ordine. Il punto è che entrambi parlano agli stessi elettori. E solo uno potrà intestarsi la vittoria.

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Stop al gas russo: Bruxelles accelera, ma in Italia Salvini gioca sull’ambiguità del “realismo” energetico

L’Unione europea ha aperto la fase decisiva verso l’uscita dal gas russo. Il Consiglio Energia discute un regolamento che prevede lo stop definitivo alle forniture entro il 2027, mentre il Parlamento Ue, dopo il voto congiunto delle commissioni Itre e Inta del 16 ottobre, chiede di anticipare il blocco già al gennaio 2026, con la dismissione totale di contratti e Gnl entro l’anno successivo. È una linea netta che punta a chiudere ogni scappatoia: vietare nuovi accordi, limitare l’uso dei terminali europei da parte di navi russe, rafforzare la tracciabilità dell’origine del gas e impedire l’uso degli stoccaggi comunitari come valvole di transito.

In questo scenario, l’Italia parte da una posizione di forza tecnica: il governo Meloni rivendica da mesi la “fine della dipendenza” energetica da Mosca, costruita attraverso diversificazioni con Algeria, Azerbaijan e Gnl globale. Ma proprio mentre i ministeri dell’Energia e degli Esteri sostengono ufficialmente la scadenza del 2027, la Lega di Matteo Salvini continua a muoversi su un terreno ambiguo: non contesta apertamente il phase-out, ma si incarica di raccontarlo come un rischio per le bollette e l’industria.

La doppia lingua: in Europa si vota, in Italia si ammicca

Al Parlamento europeo, i gruppi popolari, socialisti, verdi e liberali hanno sostenuto compatti l’anticipo della scadenza, approvando il mandato con 83 voti favorevoli, 9 contrari e un astenuto. La componente che si è opposta è collocata principalmente fra i gruppi sovranisti, dove siedono gli eurodeputati della Lega (oggi nel gruppo PfE). Nei documenti delle commissioni, fra i nomi elencati a sostegno della linea più dura non compaiono i rappresentanti leghisti. È un dato politico: il partito che in Italia siede al governo e beneficia della narrazione dell’indipendenza energetica non sostiene con convinzione l’uscita rapida dai flussi di Mosca quando si tratta di votare.

Sul piano delle dichiarazioni, Salvini mantiene un copione costante dal 2022: «Le sanzioni non possono fare più male agli italiani che ai russi», ha ripetuto in campagna elettorale e nei mesi successivi. Il messaggio è stato aggiornato ma non smentito: a settembre 2025, il vicepremier ha difeso la stretta di mano con l’ambasciatore russo Paramonov come «gesto di dialogo». Nessun riferimento all’uscita dal gas russo come obiettivo strategico europeo, nessuna parola di sostegno esplicito al bando del Gnl. L’accento resta sui “posti di lavoro” e sulla “fine dell’ideologia”.

Una minoranza rumorosa che pesa sul prestigio italiano

Il risultato è una discrasia: mentre l’Italia accetta formalmente i tempi della Commissione, l’azionista di governo lancia segnali che parlano a elettorati scettici sulle sanzioni. Il rischio non è solo simbolico. Se nei negoziati tecnici la delegazione italiana sostiene l’inclusione dei servizi portuali e degli stoccaggi nel bando, la minoranza interna contraria può diventare argomento per altri governi riluttanti, a partire da quello ungherese. E l’Europa che oggi tratta la chiusura delle falle normative ha bisogno di compattezza politica per reggere un contenzioso che includerà il controllo della “flotta ombra” e l’impatto sul prezzo del gas spot.

Salvini continuerà a presentarsi come garante di un “realismo energetico” contro i dogmi ecologisti. Ma mentre la Lega si accredita come voce scettica del governo italiano, l’Europa è già entrata nella fase del disaccoppiamento definitivo da Mosca. In questo scarto fra la fermezza istituzionale e il messaggio politico leghista si misura la distanza tra responsabilità di governo e nostalgia per zone grigie che non esistono più.

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