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#maiconsalvini anzi: in gioco per l’uguaglianza

Ilaria presenta il numero di LEFT in edicola domani. Ci abbiamo messo tutto il buonpensare che abbiamo trovato in giro:

20150228_Left_N72015-800x500Un numero denso questo. Nel giorno in cui Salvini scende per la prima volta in piazza a Roma, Left partecipa a #maiconsalvini con tutte le sue pagine.

In copertina la foto Lilian Thuram, ex calciatore della Nazionale francese che da anni si batte contro il razzismo, scrivendo libri e costruendo iniziative con la sua Fondazione. Nell’ultimo, Per l’uguaglianza, ci spiega come il razzismo sia una costruzione sociale, «razzisti non si nasce, si diventa», che va combattuta perché il colore della pelle non ha alcun valore e la chiave di tutto è nell’uguaglianza degli esseri umani.

Nella lunga intervista che leggerete su Left spiega quanto sia “pericoloso” il pensiero di Salvini e quanto occorra contrapporgli un nuovo Umanesimo. Perché nel frattempo in Italia la Lega si fa nazionale e prova a conquistare il Sud spostando l’asticella della xenofobia oltre Lampedusa, in quel Mediterraneo dove uomini donne e bambini continuano a fuggire da guerre e miserie. Ironicamente, nel secondo monologo di carta di Saverio Tommasi titoliamo “Essere razzisti conviene”, nel tentativo di dirvi, raccontarvi quel “mal pensare” di cui abbiamo scritto anche la scorsa settimana.

Troverete poi uno speciale di otto pagine su una delle emergenze sanitarie che l’Italia si trova ad affrontare, la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, quelli dove finiscono le mamme assassine o i Chiatti della storia. Dove finiranno queste persone? Chi se ne prenderà cura? Dove e come verranno curate? Sono le mura il problema? La discussione tra psichiatri e magistrati è complessa.

E tanto altro, un’inchiesta su Terna e i fatti dell’Emilia-Romagna: per una normale nevicata  nel 2015 non si può rimanere cinque giorni al freddo e al buio. E ancora tanto mondo: gli economisti Kelton e Galbraight dietro la svolta a sinistra di Obama; le ultime mosse di al Sisi; le elezioni in Israele e un racconto graffiante di tutti gli errori italiani in Libia che dovrebbero convincerci oggi a starne lontani.

In cultura Salvatore Settis, Paolo Berdini, Tomaso Montanari lanciano un grido d’allarme per il maxiemendamento del Pd che stravolge il Piano paesistico della Regione Toscana. Ma anche Michele Palazzi, il fotografo italiano vincitore del World press photo award, e Carolina Bubbico, giovane direttrice d’orchestra di talento. Buona lettura e buon #maiconSalvini.

Fanno i vigliacchi sulla Palestina e festeggiano pure.

Moni Ovadia ha detto quello che avrei voluto scrivere. Meglio così:

Israele-PalestinaMoni Ovadia, scrittore e drammaturgo ebreo, da sempre attento alle istanze del popolo palestinese. Oggi l’aula della Camera ha votato sul riconoscimento dello Stato di Palestina. La maggioranza ha presentato due mozioni: quella del Pd prevedeva esplicitamente il riconoscimento, quella di Ncd no. Sono state votate entrambe.
“È una vergogna. C’è da vergognarsi, veramente da vergognarsi di essere cittadini di un paese da burletta come questo. Siamo in una situazione normalmente italiana: domani i palestinesi diranno che sono stati riconosciuti, gli israeliani diranno di no e l’Italia farà la solita figuraccia. Non mi stupirei che fosse uno di quegli accordicchi alla nostra maniera, per non scontentare nessuno, in questo paese che diventa sempre più una caricatura, con dei poveri presidenti della repubblica che ridicolmente dicono che l’Italia è un grande paese, mentre è un minuscolo, ridicolo, grottesco e anche feroce paese. Ci sono questi grandi italiani che continuano a viverci, da togliersi il cappello, di fronte a chi continua ad alzarsi la mattina, a lavorare, a produrre onestamente, con delle strutture statuali di un paese minuscolo e ridicolo”.

La minoranza dem non ha votato il testo.
“Magnifico! Non sono neanche d’accordo con loro stessi! Peccato che Fassina e Civati si limitino ad essere sconcertati, invece di uscire da un partito nel quale non si capisce cosa ci stiano a fare. Trovo che se Renzi avesse l’onestà di dire: sono un uomo di centro, un vecchio democristiano di destra travestito da giovane, forse gli altri potrebbero trovare il coraggio di dire: cosa ci facciamo in questo partito? Facciamone un altro a parte! Che almeno facciano i socialdemocratici. I grandi socialdemocratici di un tempo si girano nelle tombe come ventilatori, a vedere cosa sono diventati i socialdemocratici di oggi. A me pare che Angela Merkel sia all’estrema sinistra di Matteo Renzi. Sì, è dura, fa la politica per la Germania, però almeno al Bundestag ha detto: ‘Si può tagliare su tutto, fuorché istruzione, ricerca, cultura‘. Ha mai sentito dire qualcosa del genere da un socialdemocratico italiano?”.

Che evoluzione vede per il riconoscimento dello stato di Palestina?
“L’Italia conta meno del due di picche. Questa cosa ormai è partita e andrà avanti, i palestinesi dovranno ancora soffrire, sono 50 anni che aspettano, ma ormai il processo è avviato e prima o poi anche l’Europa dovrà prendere una posizione unitaria. A quel punto anche l’Italia dovrà sciogliere le sue ambiguità, cosa che farà, ma nel frattempo i piccoli opportunisti di casa nostra avranno raschiato qualche voto. Questo siamo noi: noi siamo quelli col braccino corto, che sperano sempre in un piccolo vantaggio di piccolo cabotaggio. Il voto di oggi sta a dimostrare chi siamo. Abbiamo questa malattia: mai gettare il cuore oltre l’ostacolo, mai osare, mai avere la capacità di sognare, assumersi un rischio. Mai, sempre attaccati al nostro ombelico, alle proprie miserabili certezzucole. Ci sono uomini coraggiosi in Italia, in ogni settore, ma le strutture portanti del Paese vivono intorno a questa piccineria che è diventata ormai sordida”.

Non vede spiragli di luce?
“Questa è l’Italia, l’unico paese in cui si pervertono le parole al punto che si scrive moderazione e si legge ferocia atroce: il voto di oggi rientra in questo gioco miserabile, da ipocriti, da vigliacchi, da squallidi mediocri, l’incapacità di prendere una posizione chiara pur di non rischiare, rientra perfettamente nei cliché degli ‘italiani brava gente‘. Brava gente dove? Hanno collaborato con i nazisti, li hanno aiutati nel lavoro sporco, il fascismo italiano si è macchiato di due stermini di massa, il genocidio in Cirenaica e quello in Etiopia con i gas, per non dire di quello che hanno fatto nelle terre della ex Jugoslavia, con i nazisti. Però noi siamo gli italiani brava gente. Siamo la brava gente che poi va a massacrare in galera i Cucchi, gli Aldrovandi, gli Uva, i Mastrogiovanni, che non ha ancora rubricato la tortura come crimine, sempre per quel giochino che noi siamo tanto bravi e moderati”.

Qual è la sua valutazione della politica estera italiana? Oggi in aula si è parlato anche di Libia e Ucraina.
“L’Italia da molto tempo non ha una politica estera. Io sono un uomo di sinistra, da sempre, sono sempre stato un outsider anarco-comunista sovversivo, ma le posso dire – e può immaginare quanto mi costi –: con Andreotti avevamo una politica estera! Quella che era, ma almeno l’avevamo. L’ultimo segno di politica estera è stato con D’Alema – e io sono tutto fuorché un dalemiano –, ma almeno lui aveva un minimo di dignità e anche di sapere. E infatti invece di fare lui mister Pesc hanno scelto la solita signora nessuno (Federica Mogherini, ndr). Noi non abbiamo una politica estera, noi facciamo quello che ci dice il capo coloniale, gli Stati Uniti, facciamo quello che ci dice ‘la più grande democrazia del pianeta’, una democrazia così grande che porta la responsabilità principale del fatto che i palestinesi non hanno uno stato oggi. Siamo dei poveri minuscoli miserabili gregari“.

Una provocazione: in molti in questo Paese Andreotti lo rimpiangono in privato, le lo fa pubblicamente.
“Andreotti era quello che era, ma aveva almeno una statura. Qui siamo a un livello antropologico da far ridere. Guardi cosa abbiamo fatto: la Francia è andata a combinare il disastro libico e noi, dopo aver avuto un presidente del consiglio che baciava le mani al tiranno (Muammar Gheddafi, ndr) e gli procurava le escort, ci siamo accodati agli interessi del signor Sarkozy (nel 2011, epoca della guerra in Libia, presidente della Repubblica francese, ndr), per devastare la Libia e provocare l’inferno. E adesso piagnucolare: ‘Oddio, ci arrivano in casa gli jihadisti!’ Veramente è sconfortante, soprattutto pensare che non avendo politica estera abbiamo anche pressoché abdicato a quella interna, al di là delle chiacchiere di cui il presidente del consiglio è grande specialista. Cosa vuole che diciamo di questo povero paese? Quello che diceva Dante: “Ahi, serva Italia!’. L’aveva già capito lui”.

Arrestato “La Tuta”, il superboss

tuta02-k4vH-U43060948947636MgD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443La sua sorte era segnata. Vigilantes, l’esercito e gli ex complici, i fratelli «Los Viagras», gli davano la caccia in modo aggressivo. Alla fine Servando Gomez Martinez, detto «La Tuta», 49 anni, ex maestro e boss narcos è stato arrestato a Morelia, Michoacan, in Messico. È un personaggio notevole, leader dei Cavalieri Templari, capace di ordinare omicidi, di gestire traffici criminali ma avendo anche un occhio sulla comunicazione. Uno dei pochi padrini a diffondere video su Youtube per difendere la propria posizione e accusare i nemici. Ricercato anche dagli Usa, sulla sua testa c’erano diverse taglie, compresa una di 5 milioni di dollari.

La Tuta prima faceva parte della leadership della Familia Michoacana, in seguito si è staccato, creando i Cavalieri Templari e li ha trasformati in un’organizzazione temibile specie nello stato di Michoacan. Alla base del gruppo una sorta di codice «religioso» imposto dal boss ai suoi uomini. Queste alcune delle regole: i membri devono battersi contro il materialismo, l’ingiustizia e la tirannia nel mondo; dobbiamo proteggere i deboli, gli oppressi, le vedove e gli orfani; bisogna essere umili e cortesi; ci tradisce i templari sarà punito con la morte, i suoi beni confiscati e la sua famiglia avrà lo stesso destino. E in linea con questa rappresentazione di «paladini della società», i criminali hanno spesso conservato nei covi elmi, spadoni e «santini» in omaggio ai cavalieri crociati.

In realtà dietro lo schermo di parole, i Templari si sono rei protagonisti di stragi, traffici d’ogni tipo, dalla droga ai software. L’ultimo settore nel quale hanno investito è stato quello dei minerali e ciò malgrado la pressione dei tanti nemici. Negli ultimi mesi le operazioni contro i Cavalieri sono aumentate e numerosi congiunti del boss sono caduti nella rete dei militari. Altri sono morti in conflitti a fuoco in una zona dove si combattono numerosi cartelli, tutti feroci. La Tuta aveva capito che la sua storia era al capolinea, pare che abbia anche cercato di manovrare per sfuggire al suo destino. Di recente, nonostante fosse braccato, ha lanciato l’ennesimo video di propaganda. Tutto inutile, lo hanno preso. Una cattura che servirà molto anche al governo, in difficoltà per la scomparsa dei 43 studenti di Iguala.

(clic)

Ignoranti muscolari

imageDa qualche giorno sto girando intorno al decadimento non solo del dibattito politico ma più vastamente dell’espressione delle proprie opinioni. Credo sia arrivata l’ora di non accettare la normalizzazione di un’ignoranza e di una maleducazione opprimenti e sfoggiate come valore aggiunto da questo o quel politico e da qualche giornalista polemista  (greve) di professione. E mentre buttavo giù un po’ di appunti (ne abbiamo parlato a lungo anche in redazione) ho trovato questo Mantellini in lucida salute:

Programmi che mediamente quasi nessuno segue (i numeri dei talk show italiani sono in costante peggioramento da tempo) aumentano scientificamente di mese in mese la dose di cialtronaggine proposta ai propri clienti: nella speranza di cosa? Di vendere più pubblicità aumentando il sangue versato nell’arena? Qualcuno di voi ha guardato la faccia di Tahar Ben Jelloun qualche sera fa invitato a discutere di ISIS insieme a Daniela Santanché (!) e Andrea Scanzi (!) che hanno passato la puntata ad insultarsi a vicenda? A quando le sediate in faccia fra esperti del nulla con il conduttore che minaccia flebilmente una censura che non arriva mai?

Il giorno successivo i siparietti deprimenti di Caio che sputa in faccia a Tizio riempiono gli streaming dei siti web editoriali (completezza dell’informazione) e già alle nove del mattino chiunque di noi può navigare velocemente attraverso le risse TV della sera prima (sempre uguali e sempre diverse, stessi protagonisti, medesime scenette fatte apposta per farci vergognare di loro). L’illusione è ovviamente che un simile voyeurismo da incidente in autostrada riempia le tasche di tutti con buona pace di qualsiasi aspirazione (il giornalismo! l’informazione! la democrazia!) che non sia quella di vincere a quasiasi costo la battaglia per l’attenzione degli spettatori.

Eppure basterebbe poco per avvicinarsi a quanto accade in paesi meno deprimenti del nostro: offendi qualcuno in TV? Sei fuori per sempre, non verrai invitato più in nessun programma da nessuna rete: questioni elementari di rispetto. La scelta italiana va in direzione opposta: ci serve un MALEDUCATO, non importa che non sappia niente di niente e che ripeta da anni la solita scenetta. Ci serve un lama che sputi forte e che sputi lontano. Se gli schizzi non arrivano minimo nel tinello di Voghera dovremo inventarci qualcosa d’altro.

(Il post intero è qui)

A proposito di #Salvini: Left di questa settimana, da sabato in edicola.

B-yIBw6WwAAG_h5.jpg:largeQUANDO SONO DIVENTATO NERO

Intervista all’ex nazionale francese Lilian Thuram, autore del libro Per l’Uguaglianza
di Dario Giordo

TUTTI SUL CARROCCIO
La Lega Nord sbarca al Sud: e raccoglie i consensi della destra.
di Tiziana Barillà

XENOFOBI IN SCENA
MatteoSalvini si prepara alla manifestazione nella “Roma ladrona” del suo predecessore.
di Raffaele Lupoli

SECESSIONE ADDIO
L’apertura al Sud crea scompiglio alla Lega Nord.
di Giulio Cavalli

speciale
OLTRE GLI OPG LA NEBBIA
I nodi da sciogliere alla vigilia della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.
di Donatella Coccoli

inchiesta
ROMPICAVO
Cosa c’è dietro alla nevicata che ha bloccato l’Emilia-Romagna? Da Terna spa più dubbi che risposte.
di Sarah Buono e Ilaria Giupponi

usa
I “GUFI” DI OBAMA
Kelton e Galbraight. Ecco chi c’è dietro la strategia anti crisi.
di Stefano Santachiara

egitto
IL GENDARME DEL MEDITERRANEO
Dal Cairo il presidente al Sisi muove le sue truppe contro lo jihaidismo.
di Umberto De Giovannangeli

libia
PERCHÉ I LIBICI CI ODIANO
Crimini di guerra, crociate contro gli arabi e deportazioni. Le imprese italiane in Libia.
di Matteo Marchetti

israele
AL VOTO SULLA SHOAH
Netanyahu usa l’Olocausto per conquistare voti.
di Umberto De Giovannangeli

patrimonio sos
LUPI DI TOSCANA
A rischio il Piano paesistico della Toscana. La denuncia di Settis e Montanari.
di Simona Maggiorelli

fotografia
IL MESTIERE DI FOTOGRAFO
Michele Palazzi ha vinto il Wpp Award con un progetto sulla Mongolia.
di Filippo Trojano

il ricordo
IL MIO MAESTRO SEVERISSIMO
Giulio Cavalli racconta Luca Ronconi.
di Giulio Cavalli

musica
CRESCIUTA A PANE E SPARTITI
Parla la giovane direttrice d’orchestra Carolina Bubbico.
di Diletta Parlangeli

Morti per chi?

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La tutela di Marco Biagi era responsabilità di Claudio Scajola, oggi sotto processo per ‘ndrangheta. Questo direi che fotografa perfettamente la classe dirigente di questo Paese (negli scorsi anni ma sarebbe bello aprire l’analisi anche sull’oggi) che si ritrova a prendere decisioni come in questo caso vitali sulla sicurezza e la prevenzione. Oggi a capo di questa responsabilità c’è Angelino Alfano. Per dire. Per questo la notizia dell’apertura di un’indagine nei confronti di De Gennaro e dello stesso Scajola sulla morte di Biagi è da seguire con attenzione. Molta attenzione. Almeno noi.

La sinistra onanistica

Oggi mi tocca essere d’accordo in toto con Alessandro Gilioli:

Non so se mi sono perso qualcosa, ma credo che da questo breve ritratto vi sia chiaro perché da alcuni mesi qui scrivo praticamente di tutto – dall’eutanasia alla Libia – ma non della sinistra italiana: non essendo questo un blog comico.

Siamo alla sinistra ad personam: ciascuno con il suo bastone, a segnare il cerchio attorno a se stesso, come Doris nella pubblicità della banca Mediolanum, e gli altri fuori.

Il resto è qui.

Il solito, grazie: indignati e disinformati

rsf2015-300x200Poche righe sui giornali per segnalare la classifica di RSF. Molti commenti indignati, grande silenzio sull’origine dei dati

Molti giornali hanno mostrato sorpresa per il fatto che il 12 febbraio scorso Reporters sans Frontières abbia retrocesso l’Italia di 24 posti in un anno, collocandola al 73.mo posto su 180 paesi classificati in base alla libertà di stampa.

La notizia è stata liquidata sui giornali italiani con notizie di poche righe, come un fatto inspiegabile e curioso. Nei giorni successivi alcuni hanno commentato il fatto con toni più o meno indignati. Solo qualcuno ha letto per intero il comunicato di Reporter Sans Frontières e ha cercato di spiegare il perché, di fare notare che quest’anno, per la prima volta RSF ha basato il suo giudizio su un monitoraggio più puntuale e preciso dei fatti che accadono in Italia nel modo dell’informazione: per la prima volta si è basato sul monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione, che da anni rivela un preoccupante aumento delle querele pretestuose e intimidatorie, in particolare di quelle promosse dai politici.

Sabato 15 febbraio il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, senza prendere in considerazione i dati citati,  ha riservato alla classifica di RSF un commento sarcastico che si conclude con la frase: “Non credeteci”. A Battista hanno replicato il giornalista Mimmo Candito,a nome di Reporters Sans Frontières Italia, e l’avv. Caterina Malavenda, uno dei massimi esperti di diritto dell’informazione.

Mimmo Candito ha sottolineato in un articolo che RSF descrive una difficoltà reale dell’informazione italiana difficilmente contestabile, essendo basata sui fatti narrati da Ossigeno per l’Informazione, che sono stati attentamente verificati.

Caterina Malavenda ha scritto che “quale che sia l’opinione sulla attendibilità della graduatoria”, lo scivolone dell’Italia “non è comunque una bella notizia” e fa però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. “Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa – il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo”.

Di analogo tenore il commento di Alberto Statera (la Repubblica, 23 febbraio 2015) che ha opposto a Battista proprio i dati citati da RSF, sia pure senza dire che i dati sono di Ossigeno.

Più obiettivi e documentati sono stati il commento di Roberto Ciccarelli “Quando il carcere è perfino meglio delle super multe” sul Manifesto del 13 febbraio 2015 e di Newsweek.com, 12 febbraio 2015: Italian Mafia Intimidating Journalists With Worst Levels of Violence Since 90s

(fonte)

Quel pasticciaccio brutto calabrese: il PD e la Lanzetta

Non so se avete avuto l’occasione di informarvi sull’indicibile melma che sta affogando il PD in Calabria e, soprattutto, sulla superficialità con cui ancora una volta si gettano ombre sugli accusatori per non dover rispondere alle accuse:

Lanzetta-Maria-Carmela2Rischia di farsi male il Partito democratico nel tentativo di dirimere le polemiche attorno alla scelta dell’ex ministro Maria Carmela Lanzetta di non accettare la proposta del governatore della Calabria, Mario Oliverio, e far parte della giunta regionale.

Un rifiuto che la Lanzetta ha motivato con il fatto che “non c’è chiarezza sulla posizione di Nino De Gaetano”, neo assessore regionale il cui nome è finito nell’inchiesta “Il Padrino” perché, stando a quanto emerso dalle indagini della squadra mobile di Reggio Calabria, alle regionali del 2010 sarebbe stato votato (all’epoca era candidato con Rifondazione Comunista, ndr) dalla cosca Tegano. La Lanzetta giovedì sarà sentita dalla Commissione parlamentare antimafia che, come ha sottolineato la presidente Rosi Bindi a Catanzaro, aveva già programmato l’audizione dell’ex ministro alla quale vuole chiedere conto di un’intervista resa tre mesi fa al Corriere della Sera in cui aveva affermato di non aver mai parlato di ‘ndrangheta in relazione alle numerose intimidazioni subite ai tempi in cui era sindaco di Monasterace.
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E già perché, per Palazzo San Macuto a questo punto è fondamentale chiedere spiegazioni alla Lanzetta e certificare se può continuare a definirsi “paladina dell’antimafia” in una regione dove, proprio l’antimafia lascia fortemente a desiderare. E per far capire l’esigenza di chiarezza, in conferenza stampa la Bindi ha azzardato addirittura il paragone eclatante con l’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole, arrestata l’anno scorso nell’ambito di un’inchiesta contro la cosca Arena.

Qui però occorre fare un po’ di ordine. Perché la Lanzetta, da parte offesa, dovrebbe conoscere i dettagli di un’inchiesta, quella sulle sue intimidazioni, che è ancora coperta dal sergreto istruttorio? E perché non rivolgere la stessa domanda anche al procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho o al sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Paolo Sirleo, gli unici titolari del fascicolo e titolati a conoscere le risultanze investigative dei carabinieri? E se non ci fossero gli elementi quantomeno per sospettare che dietro le minacce all’ex ministro ci siano le cosche perché l’inchiesta è alla Dda di Reggio e non alla Procura ordinaria di Locri?

Il clima si fa rovente in casa Pd che, a queste latitudini, non è sinonimo di renzismo. Anzi, la minoranza del Partito democratico nazionale in Calabria (dove è stata eletta anche la Bindi) è maggioranza assoluta. L’amore tra Renzi e Oliverio sembra sfumato. Da Roma, infatti, hanno rinviato a data da destinarsi alcune iniziative calabresi alle quali dovevano partecipare ministri e big renziani, tra cui il vicesegretario Lorenzo Guerini. Lo scontro Lanzetta-De Gaetano ha accellerato i mal di pancia oltre agli imbarazzanti comunicati stampa dei segretari provinciali del Pd che danno della “stalker” all’ex ministro che attacca De Gaetano, utilizzando le stesse argomentazioni (il dissesto del Comune di Monasterace, ndr) che, fino all’anno scorso, erano proprie dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Attacchi che, all’epoca, gli stessi segretari provinciali avevano rispedito al mittente e che oggi, invece, evidemente condividono.

Sarà sicuramente un’audizione lunga quella della Lanzetta all’Antimafia dove siedono diversi parlamentari calabresi come Enza Bruno Bossio, fedellissima del governatore Oliverio, ed Ernesto Magorno che, del Pd calabrese, è anche segretario. Almeno loro, a differenza della Bindi che ha dichiarato di non voler parlare dell’affaire De Gaetano, conoscono ogni dettaglio dell’informativa con cui la squadra mobile nel dicembre 2012 aveva chiesto l’arresto del neo assessore regionale del Pd nell’ambito dell’inchiesta in cui era indagato anche suo suocero Giuseppe Suraci (oggi deceduto), medico della famiglia mafiosa dei Tegano.

Gli investigatori della polizia avevano sottolineato a carico di Nino De Gaetano “i gravi indizi di colpevolezza” che “consentono per la loro genuinità, di prevedere l’idoneità a dimostrare la responsabilità dei medesimi e come tali, attesa la natura dei delitti ipotizzati, che sussistano senz’altro a loro carico, le esigenze cautelari”. Secondo la Mobile, infatti, c’era “una presumibile e consapevole compartecipazione del De Gaetano, all’ascesa politico-elettorale che lo ha visto indiscusso protagonista, grazie al supporto mafioso garantitogli per conto terzi”.

Un’ascesa che i magistrati, nel provvedimento di fermo contro la cosca Tegano, definiscono “una incresciosa vicenda, che squarcia in modo violento alcuni retroscena legati alle discutibili metodologie di appoggio e promozione politico-elettorale adottate in questo capoluogo da esponenti delle cosche mafiose in favore di alcuni candidati in occasione delle amministrative tenutesi nell’anno 2010”.

Informative e atti giudiziari che, stando ai “non rispondo” della Bindi, sembrerebbero non turbare la Commissione parlamentare antimafia al momento più interessata a scoprire la frase esatta sulla ‘ndrangheta pronunciata dalla Lanzetta durante l’intervista al giornalista del Corriere della Sera. Non c’è motivo (o molti ritengono non ci sia, ndr) di rispolverare i verbali del pentito Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano nel cui covo sono stati trovati i biglietti da visita del neo assessore De Gaetano.

Eppure sono quasi tre anni che il collaboratore di giustizia ha affermato pubblicamente in un’aula di Tribunale che “i Tegano avevano rapporti ottimi con l’amministrazione (comunale, ndr). Hanno sempre candidato qualcuno, hanno sempre appoggiato i politici. La maggior parte erano di destra… Di solito abbiamo votato sempre a destra. A sinistra ultimamente abbiamo portato a Nino De Gaetano. Lo appoggiava Bruno Tegano per fare un favore al dottore Suraci (il suocero del politico, ndr) che c’è stato sempre vicino, durante e dopo la guerra di mafia. De Gaetano lo abbiamo aiutato moltissimo”.

(clic)

Il killer di Quarto Oggiaro e il garage della ‘ndrangheta

Benfante-435-x-100-675Palazzo di giustizia di Milano, aula della Prima corte d’assise, processo per il massacro di Quarto Oggiaro. Unico imputato Antonino Benfante, detto Nino Palermo. E’ accusato di aver ucciso tre persone: Paolo Simone ed Emanuele Tatone, freddati la mattina del 27 ottobre 2013 agli orti di Via Vialba, e poi Pasquale Tatone ucciso la sera del 30 ottobre in via Pascarella nel cuore di Quarto Oggiaro. E se per Simone l’unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, per i due fratelli il movente è legato allo spaccio di droga in strada. Poche bustine. L’inchiesta si chiude il 5 dicembre dello stesso anno con l’ordinanza d’arresto. Indaga la squadra Mobile diretta dal dottor Alessandro Giuliano. Per gli inquirenti il quadro è chiaro: Benfante ha agito per risentimento e per conquistare un pezzo di marciapiede dove poter spacciare la sua droga. Che Nino Palermo negli anni Novanta fosse stato coinvolto in una delle più importanti inchieste antimafia dell’epoca rappresenta solo un quadro storico. Oggi Benfante è semplicemente un balordo, malato di parkinson che ha fatto tutto da solo. Niente complici. Niente mafia. Non influenza il giudizio nemmeno il dato che nel 2012 lo stesso imputato partecipò a un tentativo di estorsione assieme a uomini legati al clan del superboss Pepè Flachi. A poco più di due anni da quei fatti terribili, il processo pubblico svela particolari ad oggi inediti. Particolari che oggettivamente collegano Nino Palermo a uomini della ‘ndrangheta e a boss di peso coinvolti nel sequestro Sgarella. Contatti che non risalgono agli anni Novanta, ma che riguardano i giorni e i mesi precedenti gli omicidi. Sul tavolo le rivelazioni del pentito Carmine Venturino che, con nomi e cognomi, ridisegna il possibile movente. E anche il verbale di un carabiniere che, sentito dalla procura, collega la strage di Quarto all’esecuzione di un uomo avvenuto in una cava di Legnano. Insomma nuove carte, nuove piste, nuovi dubbi e nuovi segnali. Tra tutti la presenza di Mario Tatone, l’unico fratello rimasto libero, fuori dall’aula. Quando Benfante esce, i loro sguardi s’incrociano. Tatone lo chiamano Toro seduto. Sta lì in piedi, gli occhi piantati in quelli di Nino Palermo.

Per capire, allora, bisogna andare alla sera del 5 dicembre 2013 quando gli uomini della squadra Mobile salgano nell’appartamento di Benfante in via Lessona 1 per arrestarlo. Scattano le manette e anche la perquisizione. Tra i reperti salta fuori un mazzo di chiavi che apre un box in via Val Lagarina 42. Si tratta di garage interrati che si trovano a pochi metri dagli orti di Via Vialba al confine con il comune di Novate Milanese. All’interno la polizia trova alcuni pezzi di scooter, probabilmente di un’Honda Sh 300, che secondo la ricostruzione dell’accusa è stata usata per l’omicidio di Pasquale Tatone. C’è anche una bandiera del Palermo calcio e un piccolo motorino elettrico probabilmente usato da Matteo, il figlio dell’imputato. “Benfante – ha raccontato oggi in aula il capo della squadra omicidi Marco De Nunzio – era in affitto. Pagava 109 euro al mese”. Chi è allora il proprietario? Ecco il primo colpo di scena. “Si tratta – spiega sempre De Nunzio – di Vincenzo Novella classe ’49 nato a Guardavalle con precedenti per mafia e traffico di droga”. Novella, secondo le informative della polizia giudiziaria, “è indicato come un appartenente alla cosca Gallace-Cimino”. C’è di più: Vincenzo Novella risulta essere il fratello di Carmelo, il boss secessionista che voleva separarsi dalla casa madre e che finì ucciso ai tavolini di un bar a San Vittore Olona nell’estate del 2008. Il proprietario del garage inoltre risulta residente in via Lessona 55. Sarà sentito a sommarie informazioni dalla squadra Mobile.

Tra i contatti attuali di Nino Palermo, oltre al clan Novella, emergono personaggi legati alla potente cosca Papalia e vecchie conoscenze coinvolte nel sequestro dell’imprenditrice novarese Alessandra Sgarella, rapita a Milano l’11 dicembre 1997 e liberata a Locri il 4 novembre 1998. Andiamo con ordine, seguendo il copione svolto oggi in aula. A parlare è sempre il vice questore De Nunzio. Sul tavolo gli spostamenti di Benfante, successivi agli omicidi e precedenti al suo arresto. Nino Palermo si muove molto. Per il quartiere utilizza lo scooter e quando esce dai confini di Quarto Oggiaro prende l’auto nella quale la polizia ha messo una microspia. Dove va? E chi vede? La sua meta, è stato spiegato in aula, è la zona a sud ovest di Milano tra i comuni di Casorate Primo e Vermezzo. “Qui – ha spiegato il dirigente – incontra i fratelli Varacalli, Francesco e Giuseppe, oltre a una serie di pregiudicati di origine calabrese”. Per capire chi siano i Varacalli basta sfogliare le annotazioni dell’indagine Grillo parlante condotta dai carabinieri di via Moscova e che nel 2012 ha portato in carcere 40 persone tra cui l’ex assessore regionale Domenico Zambetti. Scrivono i carabinieri: “I fratelli Varacalli sono legati per parentele e affinità a famiglie di ‘ndrangheta”. E ancora: “Francesco Varacalli ha recentemente sposato una Papalia, pronipote dei capibastone Domenico, Antonio e Rocco”. Per questo “vale la pena ribadire che se, da una parte, Francesco Varacalli non vanta un importante blasone ‘ndranghelislico, dall’altra, Maria Papapalia ha invece un’ascendenza di assoluto riguardo”. Di più: “Altro elemento di assoluto rilievo sono i cointeressi economici esistenti tra i Varacalli e la famiglia Musitano dimorante a Vermezzo. Elemento di contatto è lo zio Totò, identificato in Antonio Musitano”. Lo stesso Musitano sarà arrestato nel novembre 2014 nell’ambito dell’indagine Rinnovamento sulle propaggini milanesi della cosca Libri rappresentate dai fratelli Martino. Qual era l’interesse di Benfante? “Certamente la droga”, è stato spiegato in aula.

E poi c’è il racconto choc del pentito Carmine Ventutino. Nome noto alle cronache milanesi perché è grazie alle sue rivelazioni se i carabinieri hanno ritrovato i resti di Lea Garofalo. In aula la questione viene posta dall’avvocato di Benfante. Perché Venturino entra in questa indagine? Spiega il vicequestore De Nunzio: “La versione di Venturino è questa: tra il 2007 e il 2008 in un bar di Quarto Oggiaro si svolse un summit mafioso”. I nomi: Mario Carvelli (oggi in carcere), ras dello spaccio legato ai clan di Petilia Policastro, Pasquale e Michela Scandale, parenti di Enzo Scandale detto u Magghiune uomo di fiducia del boss Vittorio Foschini (oggi pentito), i fratelli Cosco, già vicere del palazzo di via Montello 6 e infine uomini di peso del clan Comberiati. Cosa emerge da quella riunione? “In sostanza – spiega De Nunzio – in quel frangente Mario Carvelli, riportando gli ordini del fratello Angelo (all’epoca in carcere), disse che i fratelli Tatone andavano eliminati, perché erano ritenuti i mandanti dell’omicidio di Francesco Carvelli figlio di Angello”. Il corpo di Carvelli junior viene ritrovato il 4 agosto 2007 nel parco delle Groane a Garbagnate Milanese. Prima di ucciderlo i suoi killer lo hanno picchiato selvaggiamente. Sul posto la polizia trova tre pallottole inesplose. Per il caso viene condannato Leonardo Roberto Casati, detto Lollo lo zoppo. Deve scontare 30 anni e non come esecutore materiale ma semplicemente per aver partecipato al sequestro e all’omicidio. Da allora killer e mandanti restano ignoti come è stato confermato dallo stesso vicequestore in aula. Il racconto di Venturino prosegue: di quel summit lui ne parla con Antonio Esposito nel carcere di Como. E’ il 2011. Esposito, è stato spiegato in aula, è uomo vicino ai Carvelli. E a questo punto qual è stato l’orientamento di investigatori e inquirenti? “Quello di accertare l’identità dei personaggi citati nel verbale”. Ancora peggio va a un carabiniere di Legnano che sempre nei giorni dell’indagine viene ascoltato dai magistrati. “Dice – racconta De Nunzio rispondendo alla domanda del legale dell’imputato – che una sua fonte confidenziale legava la vicenda dei Tatone a un omicidio avvenuto all’interno di una cava di Legnano. Non abbiamo fatto accertamenti”. Questi fatti. Uno dietro l’altro. Oggettivi e pubblici. Il resto è una storia, tre le peggiori degli ultimi dieci anni a Milano, ancora tutta da scrivere. A partire dalle armi usate da Benfante: un revolver calibro 38 e un fucile calibro 12. Che fine hanno fatto?

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