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A Desio (MB) dal 17 al 19 ottobre la “tregiorni” di Brianza SiCura nel nome di Michele Costa

Un convegno, uno spettacolo, una cerimonia. È il programma della importante “tregiorni” che l’associazione di volontariato Brianza SiCura odvpromuove dal 17 al 19 ottobre per festeggiare l’inaugurazione della propria sede e intitolarla al giornalista recentemente scomparso Michele Camillo Costa. Ecco i particolari.

Domenica 19 ottobre l’associazione inaugura ufficialmente la sua sede – sita in un immobile confiscato e restituito all’uso sociale in via Prati 52 a Desio – e la intitola alla memoria del giornalista Michele Camillo Costa, protagonista dell’informazione antimafia in Brianza, recentemente scomparso.

Michele Camillo Costa è stato il fondatore di un coraggioso e seguitissimo blog che per oltre un decennio ha costituito una preziosa fonte di informazione alternativa sulla politica locale e uno strumento d’inchiesta e denuncia delle illegalità e in particolare dell’avanzata delle mafie nel nostro territorio.

Costa è stato anche autore e protagonista del docufilm «Il Padrino e lo Scrittore», incentrato sulle rivelazioni di un boss brianzolo della ‘ndrangheta.

La cerimonia ufficiale di inaugurazione si svolgerà domenica 19 ottobre alle ore 10 in via Prati 52 a Desio, alla presenza delle Autorità cittadine e dei familiari di Michele Camillo Costa.

L’intitolazione sarà preceduta da due importanti appuntamenti pubblici:

Venerdì 17 ottobre, ore 21: convegno «Informazione e mafie in Brianza» presso la sede del Circolo Culturale Pro Desio (via Garibaldi 81). Partecipano: Lorenzo Frigerio, coordinatore di «Libera Informazione»; Dario Crippa, giornalista de «Il Giorno» di Monza; Marco Tagliabue, regista e autore Tv Svizzera Italiana; Giorgia Venturini, giornalista di «Fanpage», recentemente minacciata dalle mafie in Brianza; modera Roberto Beretta, presidente di «Brianza SiCura»

Sabato 18 ottobre, ore 21: spettacolo «Il ridicolo onore» con Giulio Cavalli presso lo Spazio Stendhal (via Lampugnani 62, Desio), ingresso libero e gratuito con prenotazione obbligatoria (www.villeaperte.info/eventi).

Nei giorni precedenti lo spettacolo verrà offerto agli alunni delle scuole cittadine a cura dell’Amministrazione comunale.

(da https://www.liberainformazione.org/2025/10/16/a-desio-mb-dal-17-al-19-ottobre-la-tregiorni-di-brianza-sicura-nel-nome-di-michele-costa/)

Abbonamento al male: rinnovato per altri tre anni

Otto anni dopo, l’Italia continua a firmare assegni ai suoi torturatori. Si chiama Memorandum Italia-Libia, ma è un contratto di outsourcing della vergogna: noi paghiamo, loro sparano, torturano, rinchiudono. Ogni tre anni il rinnovo scatta da solo, come un abbonamento al male. Nessun governo lo ha mai revocato. Tutti lo hanno protetto, da Minniti a Meloni, passando per chi finge di non averlo mai letto.

Nel 2025 più di 19 mila persone sono state intercettate in mare e riconsegnate alle galere di Tripoli e Al Khums. Dentro quei capannoni si muore di fame, si viene venduti, stuprati, estorti. L’ONU li definisce “scenari di crimini contro l’umanità”, ma per Roma sono “partner affidabili”. Ad agosto una motovedetta donata dall’Italia ha aperto il fuoco sulla Ocean Viking, con decine di naufraghi a bordo. Le immagini mostrano uomini armati che sparano contro chi salva vite. È la logica del Memorandum ridotta all’essenza: delegare la ferocia per restare puliti.

Nel Mediterraneo si consuma ogni giorno la menzogna europea dell’umanità selettiva. Le motovedette libiche sparano, le autorità italiane sorvegliano dai radar e chiamano soccorso solo quando conviene. Frontex segnala, i libici catturano, e noi applaudiamo ai “successi nella lotta ai trafficanti”. È la catena del disonore: Bruxelles che paga, Roma che tace, Tripoli che colpisce.

Il Parlamento ha appena lasciato che il rinnovo scattasse da solo. Nessuno ha alzato la mano. Si preferisce contare i voti, non i morti. Si dice “ordine”, si pratica la barbarie. E chi prova a raccontarla viene criminalizzato. Le navi umanitarie sequestrate, i volontari inquisiti, i corpi restituiti al mare.

Il Memorandum non ferma i trafficanti: li finanzia. Li veste da guardia costiera, li arma, li legittima. È la fotografia perfetta di un Paese che chiama sicurezza ciò che è viltà, e politica ciò che somiglia terribilmente a un crimine. Un Paese che ha sostituito il diritto con la paura e la paura con l’abitudine.

E quando, fra qualche anno, un’altra inchiesta ONU dirà che l’Italia era complice, qualcuno fingerà sorpresa. Diranno che non sapevano, che obbedivano agli alleati, che era “necessario”. È la stessa scusa che accompagna ogni disastro morale: la burocrazia del male funziona solo quando tutti scelgono di non guardare.

Buon venerdì.

Immagine dal sito della Ong Sea-Watch

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Lecornu salva il governo, ma la Francia resta sospesa

Sébastien Lecornu ha superato la prova dell’Assemblée Nationale. Le due mozioni di sfiducia — una di La France Insoumise, l’altra del Rassemblement National — sono state respinte con 271 e 144 voti a favore, contro i 289 necessari per far cadere il governo. Diciotto voti hanno fatto la differenza, dopo una notte di trattative e telefonate che hanno portato i socialisti a garantire la sopravvivenza dell’esecutivo.

La chiave è stata la sospensione della riforma delle pensioni, annunciata da Lecornu “fino alle presidenziali del 2028”. Un gesto pragmatico, più che politico, per evitare un voto che avrebbe potuto riaprire la crisi aperta dall’uscita di scena di Attal. Il Partito socialista, ago della bilancia con i suoi 69 deputati, ha scelto la continuità: «Non abbiamo firmato un patto, ma serve stabilità per il bilancio», ha dichiarato il deputato Guillaume Baumel all’Adnkronos. Sette socialisti hanno comunque votato contro, insieme ai comunisti e ai Verdi.

Lecornu si salva, respinta la sfiducia

Nel campo opposto, Jean-Luc Mélenchon ha definito la sospensione “un inganno”, accusando Lecornu di voler guadagnare tempo per “riprendere la riforma appena passate le elezioni”. Marine Le Pen, invece, ha denunciato in aula “una pietosa coalizione per salvare Macron” e un bilancio “museo degli orrori”. Entrambe le mozioni sono state respinte, e la sinistra radicale ha annunciato una nuova iniziativa: una mozione per la destituzione del presidente della Repubblica.

All’uscita dall’Assemblée, Lecornu ha raggiunto a piedi palazzo Matignon, seguito dai giornalisti. «Adesso al lavoro», ha detto, indicando la legge di bilancio come prossima tappa. Il Consiglio di analisi economica francese stima servano 112 miliardi di euro per stabilizzare il debito, di cui 27 entro il 2026. Un compito che il premier dovrà affrontare con una maggioranza fragile e un Paese spaccato.

Per il Nobel Philippe Aghion, intervistato dal Corriere della Sera, la sospensione delle pensioni “era necessaria, altrimenti la situazione sarebbe esplosa”. Ma Le Figaro, voce del conservatorismo francese, parla di “errore imperdonabile” che sacrifica le giovani generazioni pur di evitare le urne. Due letture opposte dello stesso equilibrio instabile. Lecornu ha vinto la battaglia dei numeri, ma non quella della fiducia politica. La sopravvivenza del suo governo è un atto contabile più che un mandato.

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Un Parlamento che scrive poco e approva meno

A tre anni dall’inizio della legislatura, l’Italia ha un Parlamento che legifera sempre meno e ratifica sempre di più. I dati diffusi da Openpolis mostrano che su 3.739 disegni di legge presentati, solo 205 sono stati approvati e appena 149sono entrati effettivamente in vigore: appena il 6% delle proposte.
La maggioranza delle norme nasce direttamente dal governo: il 74% è di iniziativa dell’esecutivo, solo il 25% dei parlamentari. Il potere legislativo è ormai concentrato nelle mani di Palazzo Chigi, mentre le Camere restano l’ultima tappa formale di un percorso già scritto.

A confermare questa tendenza è la crescita dei decreti-legge: il 37,4% delle leggi approvate è frutto di conversioni di decreti, cioè testi imposti per via d’urgenza e approvati quasi sempre sotto la minaccia della fiducia. Solo il governo Letta, nel 2013, aveva fatto un uso più massiccio di questo strumento, ma in un contesto di crisi istituzionale e di governo di transizione. Meloni lo ha reso un metodo ordinario di governo.

Fiducia e deleghe, l’esecutivo al comando

Dal 2022 a oggi sono stati approvati 3.799 emendamenti, di cui 3.480 in commissione e 319 in Aula. Un numero che potrebbe suggerire vitalità parlamentare, ma che nasconde un paradosso: la media di emendamenti approvati per decreto-legge è crollata da 46 nella scorsa legislatura a 30 nell’attuale.
Openpolis spiega la ragione con chiarezza: il governo Meloni «ha fatto maggiore ricorso alla questione di fiducia, che limita la possibilità dei parlamentari di presentare emendamenti». In altre parole, l’Aula discute meno non per disciplina, ma perché le regole la zittiscono.

A questo si aggiunge la crescita delle leggi delega, oggi al 10,3% del totale delle leggi approvate. Il Parlamento affida così al governo il potere di scrivere norme su temi centrali come fisco, intelligenza artificiale, salario minimo o “nucleare sostenibile”. Una scelta che sposta il cuore della decisione politica fuori dalle Camere, riducendone il ruolo a cornice giuridica delle scelte già assunte dall’esecutivo.

Gruppi stabili, dialettica spenta

L’analisi di Openpolis sui gruppi parlamentari conferma una stabilità apparente: 59 cambi di gruppo in tre anni, contro i 464 della scorsa legislatura e i 569 della precedente. Una riduzione drastica, che viene letta come segno di compattezza della maggioranza, ma che coincide con una minore libertà di movimento interno. Al Senato, la riforma del regolamento prevede sanzioni economiche per chi cambia gruppo, e la pressione dei vertici si fa sentire.

Alla Camera, Fratelli d’Italia guida con 116 deputati, seguita da Partito Democratico (70), Lega (65), Forza Italia(52), Movimento 5 Stelle (49), Alleanza Verdi e Sinistra (10), Noi Moderati (9) e Italia Viva (6). Una maggioranza numerica solida che però coincide con un Parlamento sempre più monocolore: la dialettica si consuma fuori, nei talk show o sui social, non nelle aule legislative.

Le presenze alle votazioni elettroniche restano al 69,6%: un dato stabile rispetto al passato, ma rivelatore. Il gruppo più presente alla Camera è Alleanza Verdi e Sinistra (79%), seguito da PD (74%) e Fratelli d’Italia (70,8%). In coda Italia Viva (59,8%), Forza Italia (59,2%) e Noi Moderati (46,9%). Al Senato, primeggia il Movimento 5 Stelle con l’83,7%. La costanza numerica non basta, però, a restituire spessore a un’istituzione sempre più svuotata di funzione.

Un potere spostato altrove

Il quadro tracciato da Openpolis non lascia spazio a interpretazioni: il governo Meloni è quello che, nelle ultime quattro legislature, ha utilizzato di più la decretazione d’urgenza e le deleghe legislative. Il Parlamento, di fatto, ratifica testi scritti altrove.
Il linguaggio della democrazia resta intatto — discussioni, fiducie, votazioni — ma il suo lessico è svuotato. Il principio dell’equilibrio dei poteri è diventato un rito formale. E la “stabilità” invocata dalla maggioranza ha finito per coincidere con il silenzio.

Non è solo una questione di numeri: è la trasformazione profonda di un’istituzione nata per discutere, oggi ridotta a timbrare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #46

Pace? No. Tregua A Gaza la tregua è solo una parola svuotata, un atto di propaganda. Nelle ultime ore Israele ha ucciso sette persone, ne ha rapite nove, e ha restituito decine di corpi torturati alla Croce Rossa. Mani legate, corde al collo, segni di bruciature e tagli profondi sulla schiena: sono le prove di un sistema che non conosce vergogna. Quarantacinque cadaveri riconsegnati senza nome, come oggetti smarriti di una guerra disumana.

Il Times of Israel racconta l’indagine su quattro riservisti accusati di aver violentato a morte un medico palestinese con una sbarra di ferro. I loro avvocati parlano di “autodifesa”. Autodifesa da chi? Da un prigioniero nudo, legato, in un campo di tortura. È la stessa logica che giustifica tutto: i corpi distrutti, le case rase al suolo, i bambini senza volto.

Nel frattempo il valico di Rafah resta chiuso, e i giornalisti non possono entrare. Mosab Abu Toha, poeta palestinese, lo ha detto su Sky News: «Questo non è un cessate il fuoco». Rula Jebreal denuncia che Israele ha violato gli accordi bloccando gli aiuti umanitari e usando come pretesto il ritardo nel recupero dei resti degli ostaggi. Ogni scusa è buona per ricominciare.

A Gaza la pace non è arrivata. Ha solo cambiato nome. I camion restano fermi, i corpi si accumulano, le parole si sporcano. E l’Occidente, che si crede civilizzato, osserva in silenzio.

Perché qui non c’è tregua: c’è solo la pausa tra due bombardamenti.

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Pamela e l’educazione che non vogliamo insegnare

Pamela Genini aveva 29 anni. È stata uccisa a coltellate dal compagno, a Milano. Lui non ha accettato la sua libertà. Una donna punita per avere espresso la propria volontà. È cronaca che ritorna: un «no» trasformato in condanna.

Non è gelosia. È la cultura del possesso che scambia l’amore con il dominio e la libertà femminile con una minaccia. È il lessico che addolcisce la violenza, titoli che parlano di raptus, interviste che cercano attenuanti, giornali che raccontano il carnefice come una vittima del momento.

Ogni femminicidio accade dentro un sistema che ancora non riconosce il rifiuto come diritto. Il «no» di una donna è percepito come affronto. Prevenire significa credere alle donne, costruire reti che funzionino prima e dopo la denuncia, formare chi ascolta le loro parole, proteggere chi decide di uscire.

Intanto la politica imbocca una scorciatoia: un emendamento che cancella dalle scuole medie l’educazione sessuale e affettiva. Si toglie ai ragazzi lo spazio in cui si impara il consenso, si nominano i confini, si riconosce la violenza. È un arretramento culturale profondo. Chi rimuove quella lezione rinuncia a fare prevenzione e preferisce tornare alla rassegnazione.

Ogni volta che l’Italia spegne la voce dell’educazione, lascia parlare la cronaca nera. Ricominciare da lì – dall’educazione affettiva obbligatoria, con docenti formati e programmi verificati – non è ideologia: è sopravvivenza civile. Cancellarla è scegliere l’ignoranza come politica pubblica.

Foto di Xavi Cabrera su Unsplash

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Ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi: in Palestina è il linguaggio che decide chi è umano

Lunedì 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato gli ultimi venti ostaggi israeliani vivi, mentre Israele ha avviato il rilascio di circa millenovecento prigionieri palestinesi. Il giorno dopo la Croce Rossa ha preso in consegna quattro salme di ostaggi e ha segnalato che il recupero degli altri corpi richiederà tempo per la distruzione diffusa a Gaza. La notizia ha dominato le prime pagine, ma la simmetria dello scambio si è dissolta appena aperti i giornali: gli israeliani restano “ostaggi”, i palestinesi “prigionieri”. Gli uni hanno volti e nomi, gli altri numeri e sospetti.

Le parole che separano le vittime

Un’analisi dei principali media italiani mostra una regola costante: empatia per gli israeliani, linguaggio burocratico per i palestinesi. I primi sono descritti come «ostaggi rapiti», «vittime innocenti», «persone da salvare»; i secondi come «detenuti», «scarcerati», talvolta «condannati». Nei titoli, la sproporzione è netta: «Liberati venti ostaggi israeliani» accanto a «Rilasciati 1.950 detenuti palestinesi». Nessuna biografia, nessuna foto, nessuna famiglia da mostrare.

Secondo l’Osservatorio di Pavia e Cospe, nel periodo 11–15 ottobre il 93% delle voci nei servizi televisivi su Gaza era italiano: i giornalisti palestinesi, oltre duecento dei quali uccisi secondo l’Onu, restano invisibili anche nel racconto della tregua. Eppure i dati forniti da B’Tselem e HaMoked parlano chiaro: oltre 11.000 palestinesi in custodia, di cui 3.500 senza processo e centinaia di minori detenuti sotto regime amministrativo. Ma nei telegiornali diventano “scarcerazioni per la pace”, un eufemismo che cancella la realtà della detenzione arbitraria.

La grammatica dell’empatia

Il lessico non è neutro. “Ostaggi” evoca innocenza e vulnerabilità; “prigionieri” suggerisce colpa e legalità. In Italia questa dicotomia è ripetuta fino alla saturazione, trasformando un fatto politico in un atto linguistico: si umanizzano i primi e si spersonalizzano i secondi. I servizi televisivi moltiplicano i primi piani dei ricongiungimenti familiari israeliani, mentre i rilasciati palestinesi sono mostrati in massa, come folle indistinte.

Gli studi più recenti – da Communication, Culture and Critique all’Institute for Palestine Studies – documentano lo stesso meccanismo: il pubblico riconosce come vittime solo coloro di cui conosce il volto. Gli altri diventano “rumore statistico”. L’empathy gap, il divario di empatia, è il risultato più tangibile di questa asimmetria: non c’è uguale diritto al dolore, né uguale diritto alla narrazione.

Gli israeliani vengono «uccisi» o «massacrati» da Hamas; i palestinesi «muoiono» o «perdono la vita». La differenza grammaticale coincide con una differenza morale: la violenza israeliana viene depotenziata, quella palestinese enfatizzata. Il massacro di Nuseirat dell’8 giugno 2024, con 274 palestinesi uccisi e 698 feriti per liberare quattro ostaggi, fu raccontato come «operazione di salvataggio». Le vittime, solo un dettaglio di contesto.

Il condizionamento politico della stampa

L’allineamento politico italiano con Israele resta saldo. Giorgia Meloni ha parlato di «pace giusta», ma non ha mai pronunciato la parola “genocidio”, nonostante la Commissione d’inchiesta Onu abbia riconosciuto a settembre «atti di natura genocidiaria». Antonio Tajani ha ribadito che «Israele ha diritto a difendersi» senza mai citare le torture e le detenzioni illegali documentate da Amnesty International.

Questo orientamento si riflette nella copertura mediatica. Il rapporto Illuminare le periferie mostra che il termine “genocidio” è comparso nei telegiornali solo come citazione, mai come formulazione redazionale. I talk show ospitano quasi esclusivamente analisti occidentali e politici italiani; le voci palestinesi vengono relegate a testimonianze marginali. Persino dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre, le telecamere restano puntate sugli “ostaggi liberati”, non sui 250 corpi palestinesi estratti dalle macerie nei primi giorni di tregua.

La disumanizzazione non è un effetto collaterale ma un metodo. Come spiegava il giornalista Raffaele Oriani dopo le sue dimissioni da il Venerdì di Repubblica, «la grande stampa ha accompagnato il massacro». E la politica ha fornito la cornice. L’Italia intrattiene rapporti economici e cooperazione anche militare con Israele. La distanza tra opinione pubblica e potere è profonda: un sondaggio Ipsos di settembre mostrava che il 58% degli italiani considera l’offensiva israeliana «una catastrofe umanitaria che una democrazia non può causare».

Il valore diseguale della vita

La disparità narrativa fra “ostaggi” e “prigionieri” è la stessa che attraversa tutto il racconto di Gaza. Dei 20.000 bambini palestinesi uccisi in ventitré mesi, non conosciamo i nomi. Degli israeliani sì, uno per uno. Come ricordava Francesca Albanese, Relatrice speciale Onu, «la disumanizzazione è il preludio dell’impunità». E in Italia quell’impunità passa per la grammatica.

Quando 20 israeliani sono “ostaggi” e 1.900 palestinesi “detenuti”, quando 67.000 morti vengono riassunti in un titolo passivo, quando le vittime di una parte hanno biografie e le altre restano numeri, si è già scelto da che parte stare. Il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce. E oggi la realtà costruita dai media italiani è un mondo in cui l’umanità ha un passaporto.

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Tajani, tra gaffe e propaganda: la “lezione telematica” ai palestinesi e la politica estera dell’annuncio sine die

Nel punto più controverso della sua informativa al Parlamento Antonio Tajani ha rivendicato l’idea di «coinvolgere le università telematiche per la formazione degli studenti palestinesi in loco», liquidando le obiezioni con un «la formazione a distanza si fa così» rivolto a Pier Ferdinando Casini, tra i più critici in Aula. Il brusìo che ne è seguito fotografa il limite politico e culturale della proposta: non è un piano, è una scorciatoia. Dentro Gaza l’elettricità resta intermittente, le dorsali di rete sono state ripetutamente interrotte, migliaia di studenti e docenti sono sfollati; la priorità rimane ricostruire spazi sicuri, garantire energia e connettività stabile, riattivare servizi minimi.

Presentare l’e-learning come soluzione sostitutiva significa normalizzare l’emergenza e rovesciare il nesso causale: si finge di “portare l’università” dove non ci sono le condizioni minime per fare scuola. Non è solo tecnicamente fragile; è un messaggio politico che sposta la responsabilità dalle condizioni materiali imposte dal conflitto agli strumenti didattici, e trasforma un diritto in un login. Le stesse parole del ministro – «proposta del ministro Bernini», «formazione in loco» – mostrano l’assenza di ogni architettura: nessun accreditamento, nessun protocollo d’esame, nessuna tutela dei dati, nessun corridoio fisico per i laboratori. È annunciata come gesto di cura; somiglia a un maquillage tecnologico.

La pace condizionata e l’asimmetria come metodo

La promessa del «riconoscimento dello Stato di Palestina più vicino» è costruita su una condizione che la rende, di fatto, rinviabile: «un’Autorità nazionale palestinese profondamente rinnovata negli uomini e nei metodi», «Gaza affidata provvisoriamente a un controllo internazionale con partecipazione dei Paesi islamici». Manca qualsiasi definizione di chi certifichi tali “condizioni”, con quali indicatori, in che tempi e con quale base giuridica. È la prospettiva di due Stati, ma solo dopo.

Nello stesso passaggio Tajani parla di «primo grande tassello» a Sharm el-Sheikh e di «svolta storica grazie a Trump», pur ammettendo che molte variabili «sono ancora legate a un filo». Quando il lessico è trionfale e gli strumenti sono vaghi, la politica estera si riduce a comunicazione. E infatti sui capitoli che trasformano un annuncio in politica – mandato e regole d’ingaggio di una forza di stabilizzazione, protezione dei civili, costi, clausole di uscita – non arriva alcun dettaglio operativo, solo l’invito all’«unità del Parlamento». La fotografia di quei minuti, con i banchi del governo semivuoti, racconta meglio delle parole la gerarchia reale delle priorità.

Il racconto autoassolutorio dell’Italia “ponte”

C’è, nell’insieme dell’intervento, una torsione autoassolutoria. L’Italia «ha costruito ponti» mentre «pochissimi Paesi» avrebbero mantenuto canali aperti con Israele e Anp. È un’affermazione smentita dalla realtà europea: l’intera architettura dell’Unione dialoga con entrambe le parti da anni. Rivendicare un’eccezionalità che non esiste serve a giustificare il seguito del ragionamento: se l’Italia è “ponte”, allora la conferenza per la ricostruzione al Cairo diventa il palcoscenico per il “sistema Paese”, il pacchetto da 60 milioni per sicurezza alimentare, sanità e formazione il salvacondotto morale, la tregua olimpica un brand internazionale.

Nulla di tutto questo è sbagliato in sé; lo è l’assenza di governance, criteri, partner attuatori, indicatori e meccanismi anti-speculazione. Anche qui, l’elenco di nomi illustri – ospedali, atenei, filiere – sostituisce l’istruttoria pubblica: chi decide cosa, con quali fondi, a quali condizioni, con quale controllo terzo? L’idea di “ricostruzione” diventa così un catalogo, non una politica.

Il passaggio sulle missioni completa il quadro. Tajani accredita i «Carabinieri presenti in Palestina dal 2013» come prova di una “profonda conoscenza” da mettere «al servizio della popolazione di Gaza». L’errore cronologico non è il punto; il punto è l’uso strumentale della memoria istituzionale per coprire l’assenza di un mandato attuale e di una cornice legale internazionale per qualsiasi presenza sul terreno. Se la prova della nostra competenza è una data, significa che non c’è un progetto da spiegare. Se la cornice è «ci inchiniamo a Pizzaballa» e «giorno della speranza», significa che alla complessità del diritto internazionale si preferisce la rassicurazione del simbolo.

La coerenza si misura nelle scelte, non nelle frasi. Dire «riconoscimento più vicino» e insieme rinviarlo a condizioni non definite trasferisce sui palestinesi il peso della prova; annunciare “formazione a distanza in loco” senza infrastrutture né tutela significa scaricare sugli studenti la resilienza che spetta alla politica; invocare «unità» mentre si costruisce una pace condizionata e una ricostruzione senza architettura pubblica è chiedere una delega in bianco.

In Aula, tra un applauso bipartisan alle forze dell’ordine e l’ennesimo richiamo agli “estremisti pro Pal”, non c’era un piano italiano per la pace: c’era un racconto che pretende di bastare a sé stesso. Il resto – governance, diritto, responsabilità – è rinviato alla prossima conferenza, al prossimo annuncio, alla prossima “speranza”. La politica estera, però, non è un comunicato: è catena delle decisioni, verifiche, impegni misurabili. Oggi da Tajani non sono arrivati.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #45

A Gaza la pace continua a essere un modo elegante per dire che la guerra ha cambiato forma. Oggi, mentre a Palazzo Chigi si discute di «ricostruzione» e il ministro Tajani la chiama «svolta storica», le autorità locali aggiornano il bilancio a 67.938 morti. Poche ore fa due palestinesi sono stati uccisi a est di Gaza City, altri corpi sono stati consegnati senza nome, e il valico di Rafah è rimasto chiuso. Quattrocento camion di aiuti aspettano ancora il permesso di entrare, mentre le famiglie restano accampate tra le rovine, in attesa di sacchi di farina che non arrivano.

Nella Striscia la fame e la sete hanno preso il posto dei droni. L’acqua resta sotto i sei litri al giorno per persona, gli ospedali funzionano al sedici per cento, la carestia è totale. È la definizione esatta di genocidio a bassa intensità, come lo chiamano i giuristi dell’Onu: una morte lenta, calcolata, con la burocrazia al posto delle bombe. L’assedio è diventato la nuova normalità, una prigione amministrata da chi decide chi può respirare e chi no.

Eppure da Roma si parla di «ripartenza». Il governo annuncia un inviato speciale e promette «scuole nuove» dove non ci sono più bambini. L’Europa si limita a riattivare missioni “in standby” e a ripetere che serve una pace “giusta e duratura”. Ma la giustizia non è nei dossier: è sepolta sotto le macerie insieme ai nomi delle vittime. Nelle stesse ore, a Khan Younis e Rafah si continua a scavare con le mani, tra le tende e la polvere, per ritrovare corpi che nessuno registra più.

Gaza non è in ricostruzione. È ancora sotto assedio. E ogni volta che qualcuno pronuncia la parola “pace” mentre l’acqua resta chiusa, quel silenzio fa più rumore di un bombardamento. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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La povertà non cala perché il lavoro vale sempre meno

In Italia ci sono più di un milione di occupati in più rispetto all’inizio della legislatura, eppure la povertà resta esattamente dov’era. L’Istat fotografa un Paese che lavora di più ma vive peggio: 5,7 milioni di persone in povertà assoluta nel 2024, pari al 9,8% dei residenti, contro il 9,7% dell’anno precedente. Cresce anche la povertà relativa, che riguarda quasi 9 milioni di italiani.

È la smentita più chiara alla narrazione del governo Meloni, che da due anni celebra il “record di occupazione” come segno di benessere diffuso. I numeri raccontano altro: il 7,9% delle famiglie con un occupato è povero, come lo era nel 2023 e nel 2022. Tra gli operai il tasso sale al 15,6%, e nel Mezzogiorno tocca il 10,5%. Un terzo delle famiglie composte solo da stranieri è in povertà assoluta.

Mai così tanti, poi, i minori poveri: 1,3 milioni, il 13,8% del totale. È il dato più alto della serie storica. L’Italia del “lavoro che cresce” è anche l’Italia in cui le famiglie numerose sopravvivono con salari che non coprono l’inflazione, dove l’intensità della povertà resta inchiodata al 18,4%, e dove chi lavora spesso è solo un povero con meno tempo libero.

Dietro la retorica dell’occupazione, c’è la realtà del salario minimo mancato, dei contratti precari e del costo della vita che corre. Il lavoro non basta più a vivere: in un Paese che si illude di crescere, la vera emergenza è che la fatica non paga. E che il merito, tanto evocato dal governo, vale solo finché serve a giustificare le disuguaglianze, non a correggerle.

Buon mercoledì. 

 

Foto di Shivendu Shukla su Unsplash

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