Vai al contenuto

Toscana, il flop alle Regionali apre la resa dei conti nella Lega: il generale Vannacci in ritirata e Salvini sotto assedio

Il giorno dopo il voto, nella Lega si parla di resa dei conti. Il partito si è fermato al 4,38% in Toscana, la peggiore performance nella regione e una delle peggiori della storia recente. Roberto Vannacci, cui Matteo Salvini aveva affidato la regia della campagna, è diventato il bersaglio di un fuoco incrociato che attraversa tutto il Carroccio. «Chi vota ha sempre ragione», ha commentato a caldo, accusando l’astensione: «Un toscano su due non ha votato». Ma dentro il partito la diagnosi è diversa: il disastro è suo, e con lui quello di Salvini.

Susanna Ceccardi, commissariata dal generale, si è limitata a dire che «l’analisi andrebbe chiesta a lui e a Salvini». Giovanni Galli, escluso dalle liste, è stato più netto: «Vannacci ha impostato una campagna sbagliata, costruita su se stesso. Ora deve prendersi la valigia e ammettere di aver fallito». A Viareggio il direttivo cittadino si è dimesso in blocco, mentre la consigliera Maria Domenica Pacchini ha denunciato di essersi sentita «tradita da Vannacci e Salvini» per aver «imposto un linguaggio inaccettabile verso le donne».

Il generale, intanto, aveva gestito in autonomia la campagna, scegliendo personalmente i candidati e riservando all’ex portaborse Massimiliano Simoni l’unico collegio sicuro. La sua gestione “militare” del partito toscano ha escluso dirigenti storici e alimentato fratture che si sono riflesse sul risultato finale. Ora, tra le macerie elettorali, le correnti locali chiedono una verifica politica immediata.

Il partito spaccato

Dietro il tracollo si consuma una resa dei conti più ampia. La “Lega Salvini Premier”, già indebolita da mesi di tensioni tra l’ala nordista e quella identitaria, vede riaprirsi la faglia tra chi difende il profilo autonomista e chi spinge sulla linea nazional-populista di Vannacci. In Lombardia il governatore Attilio Fontana ha ribadito che «nessuno vannaccizzerà la Lega», mentre Massimiliano Romeo rilancia la “Carta della Lombardia”, centrata su autonomia e competenze locali.

In Veneto, Luca Zaia medita l’addio dopo che via Bellerio ha escluso il suo nome dal simbolo elettorale. «Se sono un problema, renderò reale il problema. Cercherò di rappresentare fino in fondo i veneti», ha detto, lasciando intendere la possibilità di una lista autonoma. Nelle stesse ore, i governatori del Nord hanno accolto con sollievo la disfatta toscana, letta come la fine della pretesa egemonica del generale. In controluce, riaffiora la frattura tra il partito amministratore del Nord e quello identitario costruito da Salvini.

La leadership di Salvini in bilico

La sconfitta toscana non è solo un problema di percentuali: segna il logoramento del tandem Salvini-Vannacci e riaccende le ambizioni di chi, nel partito, punta a una svolta post-salviniana. L’ex deputato Paolo Grimoldi, oggi leader del “Patto per il Nord”, ha parlato di un partito «che ha abbandonato il Nord e cerca voti con Vannacci e Mussolini».

Nel quartier generale leghista prevale la linea del silenzio. Salvini, apparso teso e sfuggente, si limita a dire che «Vannacci resta un valore aggiunto», ma la base non ci crede più. Dalle Europee 2024, quando la Lega aveva superato il 9%, al voto regionale di ottobre, il crollo è stato verticale. Il Carroccio non tocca più la doppia cifra in nessuna regione chiave e resta schiacciato tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Perfino tra gli eurodeputati, dove Vannacci siede da aprile, crescono i dubbi sulla compatibilità tra la sua retorica identitaria e la linea ufficiale del partito.

Pontida 2025 doveva essere la vetrina del nuovo equilibrio tra il capo e il generale; oggi somiglia al preludio di una scissione. Nelle sezioni si parla di “errore strategico”, nei territori di “deriva personale”. La sconfitta toscana non è solo un incidente: è diventata il simbolo di un partito che ha perso la bussola.

L’articolo Toscana, il flop alle Regionali apre la resa dei conti nella Lega: il generale Vannacci in ritirata e Salvini sotto assedio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #44

Non hanno fatto in tempo ad asciugare i bicchieri del prosecco che la cosiddetta pace a Gaza già si mostra per quello che è. Sei civili palestinesi, secondo l’agenzia Wafa, sono stati uccisi ieri a Shuja’iyya da droni israeliani mentre tornavano tra le macerie delle loro case. Israele sostiene che si trovassero in una “zona vietata”. Come se l’intera Striscia non fosse ormai un’unica zona vietata alla vita.

Netanyahu, intanto, fa l’unica cosa che sa fare: minaccia. È l’unico linguaggio del suo governo, quello della violenza e dell’oppressione. Ma mentre i droni riprendono a colpire, un’altra offensiva, più silenziosa, si consuma in rete: Instagram ha cancellato l’account del giornalista Saleh al-Jafarawi, ucciso nei giorni scorsi. Aveva oltre 4 milioni e mezzo di follower. Le sue immagini, le testimonianze del genocidio, sparite anche dagli archivi. Una rimozione sistematica, più rapida delle stesse ruspe chiamate alla “ricostruzione”.

A Jabalia si continua a combattere: scontri tra forze di sicurezza di Hamas e gruppi armati sostenuti da Israele, riferisce Al Jazeera. All’ospedale di Khan Yunis arrivano nuovi feriti. A Shuja’iyya i corpi vengono recuperati da chi non aveva più nulla da perdere.

Questa non è una pace, perché non c’è giustizia. Non quella del diritto internazionale, con la Croce Rossa trattata come un fastidio, né quella morale, negata a un popolo ridotto all’apolidia e al silenzio.

Non è fragile la pace. Quella non esiste. È fragile la sopravvivenza e la libertà di Gaza, semplicemente perché l’una non è garantita e l’altra non è contemplata in quel piano che tutti celebrano. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #44 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ponte Morandi, i pm chiedono 18 anni e 6 mesi per Castellucci: “Gestiva Autostrade come la sua gallina dalle uova d’oro”. La difesa: “Inaccettabile”

A sette anni dal crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto 2018 costò la vita a 43 persone, la Procura di Genova ha chiesto la condanna a 18 anni e sei mesi per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci. È la pena più alta tra le richieste formulate nel processo che vede imputate 57 persone tra ex dirigenti di Aspi e Spea, la società di ispezione del gruppo, oltre a funzionari del Ministero delle Infrastrutture.

Il pubblico ministero Walter Cotugno, titolare dell’inchiesta insieme a Marco Airoldi, ha parlato di un’«enciclopedia di responsabilità» a carico dell’ex manager. Secondo la ricostruzione della Procura, Castellucci sapeva dal 2009 delle condizioni critiche del viadotto sul Polcevera ma scelse di rinviare gli interventi, seguendo una logica di risparmio e profitto. «Si è comportato così – ha detto Cotugno in aula – per prestigio, benefit personali, carriera. Gestiva Autostrade come la sua gallina dalle uova d’oro».

Le parole dei pm

La requisitoria, chiusa oggi dopo quattro mesi di udienze, ha ricostruito un sistema in cui la manutenzione della rete veniva sistematicamente sacrificata per aumentare i dividendi. «Per vent’anni – ha aggiunto Cotugno – Castellucci ha compiuto scelte sistematicamente a sfavore della sicurezza. È il massimo esempio di dolo eventuale». La procura ha chiesto l’assoluzione per l’imputazione di attentato alla sicurezza dei trasporti, ritenendo tuttavia gravissimi i capi d’accusa per omicidio colposo plurimo e disastro colposo.

Tra le altre richieste, i pm hanno chiesto 17 anni per l’ex direttore delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli, 16 per l’ex dirigente Paolo Berti e pene tra 7 e 12 anni per vari funzionari e tecnici coinvolti, a seconda dei ruoli e delle responsabilità.

Durante l’arringa, il pm ha evocato il clima interno ad Autostrade, definendo Castellucci «come un innominabile lord Voldemort»: un capo di cui non si poteva nemmeno scrivere il nome, tanto era forte la sua influenza. L’accusa ha ricordato anche la continuità gestionale dopo la strage dell’autobus di Avellino del 2013, in cui morirono 40 persone: «Neppure allora cambiò nulla», ha detto Cotugno.

Le reazioni delle vittime

Per Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime del Ponte Morandi, la richiesta è «un passo fondamentale». «La pena elevata è importante – ha dichiarato – perché riconosce la gravità delle responsabilità. Sappiamo che, data l’età dell’imputato, potrà beneficiare di misure alternative, ma l’essenziale è che ci sia una condanna». Possetti ha aggiunto che «la cecità di fronte ai rischi del ponte era perfettamente nota, e oggi questo è stato finalmente riconosciuto in aula».

Le società Aspi e Spea, uscite dal processo dopo il patteggiamento, hanno versato complessivamente 29 milioni di euro, risarcendo la quasi totalità dei familiari delle vittime e contribuendo alla costruzione del nuovo viadotto.

La difesa

Dura la replica dei legali di Castellucci, gli avvocati Guido Carlo Alleva e Giovanni Accinni, che hanno definito la richiesta «spaventosa e inaccettabile». Secondo la difesa, i pm avrebbero oltrepassato i limiti del processo penale, entrando in valutazioni «sulla personalità e sulla vita privata» dell’imputato. «È un procedimento – ha detto Alleva – in cui l’ingegnere Castellucci si trova già in una condizione di minorata difesa, detenuto nel carcere di Opera dopo la condanna definitiva per la strage di Avellino. Quelle espressioni sul suo conto non appartengono a un processo penale civile e razionale».

Il processo e le prossime tappe

Il procedimento, aperto nel 2022, è uno dei più vasti mai celebrati in Italia per disastro infrastrutturale. Le udienze proseguiranno nelle prossime settimane per gli altri 56 imputati. Secondo l’accusa, il crollo del viadotto Polcevera non fu una fatalità ma l’esito di un sistema di omissioni diffuse in cui Aspi, Spea e il ministero avrebbero dovuto vigilare e non lo fecero.

L’obiettivo è arrivare a sentenza entro l’estate 2026. Intanto, la richiesta di 18 anni e sei mesi per Castellucci – la massima prevista dal codice – resta un segnale: la prima volta in cui la giustizia italiana tenta di fissare una responsabilità penale individuale per una tragedia che ha segnato la storia del Paese.

L’articolo Ponte Morandi, i pm chiedono 18 anni e 6 mesi per Castellucci: “Gestiva Autostrade come la sua gallina dalle uova d’oro”. La difesa: “Inaccettabile” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Vannacci scopre di essere la minoranza che disprezza

Tra le molto scassate idee dell’ex generale Roberto Vannacci, vicepresidente di Salvini, c’è quella secondo cui tutte le minoranze non sarebbero “normali”. L’europarlamentare leghista – salito alla ribalta per avere avuto lo stomaco di scrivere un libro a forma di rutto al bancone del bar – spiega in tutte le salse che le minoranze in Italia hanno troppo spazio nel dibattito pubblico, monopolizzano giornali e televisioni e soprattutto vorrebbero imporre le proprie idee “alla maggioranza degli italiani”.

Viene naturale pensare quindi che Vannacci sia convinto di rappresentare una larga fetta della popolazione italiana. Sarà per quello che sfila da una rete televisiva all’altra con il suo incedere militare, spargendo basso paternalismo che aspira a essere politico, spaziando su tutti i temi dello scibile umano con la leggerezza di un frate laico che porta i suoi elettori a un campo scuola permanente.

L’ex generale Vannacci ha preteso – con non pochi mal di pancia all’interno del suo partito – di prendere la guida della Lega per le elezioni regionali toscane. Ha deciso gran parte dei candidati, ha diffuso significativi video elettorali (imperdibile quello con un pesce in braccio) e ha collezionato il peggior risultato della Lega in Toscana, finendo ben dietro a Forza Italia e perfino alla candidata di sinistra Antonella Bundu.

Vannacci da ieri quindi è un “anormale” che, pur essendo risibile minoranza, pretende di infestarci con le sue opinioni per imporre un mondo al contrario. Dietro di lui, sullo sfondo, il suo segretario Salvini, che sta riuscendo nel capolavoro politico di trasmettere al suo partito la stessa credibilità di un treno annunciato senza arrivare.

Buon martedì.

Foto di Vannacci da wikipedia

L’articolo proviene da Left.it qui

Premierato, il treno della stabilità deraglia a Parigi: la crisi politica in Francia è un allarme anche per la riforma del governo Meloni

In Francia, dove il presidente viene eletto direttamente dal popolo, il sistema è paralizzato. Dopo le elezioni anticipate del 2024, l’Assemblea nazionale è divisa in tre blocchi inconciliabili. Emmanuel Macron ha bruciato in pochi mesi tre governi, l’ultimo durato appena quattordici ore. Il nuovo premier Sébastien Lecornu, rinominato per trovare un equilibrio impossibile, si è già ritrovato sotto minaccia di sfiducia. Il bilancio 2026 rischia di saltare e i mercati si preparano a prezzare l’instabilità. È la dimostrazione empirica che l’elezione diretta del capo dello Stato non garantisce la governabilità.

L’architettura semi-presidenziale francese, che da sessant’anni affascina i fautori del “capo scelto dal popolo”, si regge sulla stessa promessa che Giorgia Meloni ha scolpito nella riforma del premierato: stabilità e trasparenza, anche se in questo sarebbe il primo ministro ad essere eletto direttamente. Ma la Francia mostra cosa accade quando il voto non produce maggioranza: il vertice resta forte solo sulla carta, i governi si logorano sulle fiducie e le leggi si negoziano pezzo per pezzo. Non è un incidente: è la natura di un sistema che personalizza il potere e, insieme, dipende interamente dall’aritmetica d’Aula. Senza cultura di coalizione e senza una legge elettorale che costruisca maggioranze praticabili, la promessa si svuota.

Il governo italiano sostiene che l’elezione diretta del premier «favorirà la stabilità per cinque anni». Lo ha ripetuto Meloni il 3 novembre 2023, presentando la riforma come «madre di tutte le riforme». Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra delle Riforme, ha ribadito che il premierato sarà «leva economica e garanzia di stabilità». Antonio Tajani ha aggiunto che «non toglie poteri al Quirinale, ma rafforza la governabilità». E Carlo Nordio lo ha definito «strumento per evitare crisi e ribaltoni». Intanto, a Parigi, la Quinta Repubblica convive con mozioni di censura seriali e governi lampo.

Una riforma ferma, una lezione ignorata

Dopo la dissoluzione dell’Assemblea voluta da Macron nel giugno 2024, nessun partito ha superato il 30 per cento. Il Nuovo Fronte Popolare guida un’opposizione compatta; la coalizione presidenziale Ensemble è minoranza; il Rassemblement National ha trasformato ogni voto in un plebiscito contro l’Eliseo. L’uso del 49.3 ha sfiancato i rapporti; Lecornu ha promesso di non ricorrervi, ma il Parlamento resta ingovernabile. La Banca di Francia stima un freno alla crescita dovuto all’incertezza; i quotidiani economici parlano apertamente di crisi strutturale del semi-presidenzialismo. La politologa Mabel Berezin lo riassume: personalizzazione senza maggioranze solide genera scontri e governi a termine.

A Roma, la riforma Casellati è ferma alla Camera. Dopo l’approvazione al Senato nel giugno 2024, l’iter si è arenato tra audizioni e rinvii. Il referendum evocato a ogni comizio è scivolato ai margini dell’agenda politica. Eppure, la narrazione resta identica: «stabilità», «mandato chiaro», «fine dei ribaltoni». La realtà francese dice altro. L’elezione diretta non elimina la frammentazione, la rende solo più visibile; non spegne i veti, li sposta; non semplifica la democrazia, la concentra in un vertice che poi deve comunque cercare i numeri in Parlamento. Il risultato è un cortocircuito: un capo forte senza maggioranza è un capo debole.

Il presidenzialismo – nel caso della riforma italiana il premierato – non è una scorciatoia, è un moltiplicatore di responsabilità. In Francia, oggi, non si riesce a varare con certezza un bilancio; in Italia, basterebbe guardare oltre le Alpi per capire che «stabilità per legge» è uno slogan, non un progetto istituzionale. Se davvero l’obiettivo è la governabilità, il punto non è il nome sulla scheda, ma la capacità di costruire alleanze, regole e rappresentanza che riducano l’attrito. Tutto il resto è promessa a costo zero, smentita dai fatti. E forse anche dalle reali intenzioni della maggioranza, visto che la riforma è ferma da mesi e viaggia tutt’altro che spedita.

L’articolo Premierato, il treno della stabilità deraglia a Parigi: la crisi politica in Francia è un allarme anche per la riforma del governo Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sangiuliano, tra politica e Tv: la possibile candidatura dell’ex ministro in Campania apre un nuovo caso in Rai

Gennaro Sangiuliano è tornato al centro della scena politica e mediatica. Dopo le dimissioni da ministro della Cultura nel settembre 2024, all’indomani del cosiddetto “caso Boccia”, e il successivo rientro in Rai come corrispondente da Parigi, il suo nome compare ora come possibile capolista di Fratelli d’Italia alle prossime regionali in Campania. Una parabola che unisce giornalismo, politica e servizio pubblico in un intreccio sempre più difficile da separare.

Da direttore del Tg2 a ministro, poi di nuovo giornalista del servizio pubblico, Sangiuliano è stato al centro di una delle più rapide rotazioni di ruoli della politica recente. L’Usigrai parla apertamente di “porte girevoli”, chiedendo che «chi sceglie la politica lasci la Rai o prenda un’aspettativa formale». L’interessato, interpellato dal Corriere della Sera, si è detto «lusingato» dall’ipotesi e ha ammesso di «stare riflettendo». Nessuna smentita.

Il fronte sindacale e la replica della destra

La polemica è esplosa in pieno clima elettorale. L’Usigrai ha diffuso una nota severa: «La Rai non è un tram su cui si sale e si scende a piacimento. Se Sangiuliano vuole candidarsi, chiarisca la sua posizione prima del deposito delle liste». Le parole hanno trovato eco nelle opposizioni, che parlano di “strumentalizzazione del servizio pubblico” e ricordano come il ritorno a Parigi fosse già stato accompagnato dalle polemiche per i suoi editoriali pubblicati su quotidiani dell’editore e parlamentare leghista Antonio Angelucci.

Dalla maggioranza è arrivata una difesa compatta. Fratelli d’Italia definisce la polemica «un tentativo di censura», richiamando il Media Freedom Act europeo e sostenendo che la libertà d’opinione di un giornalista non possa essere condizionata da un eventuale futuro politico. Ma il nodo resta: la candidatura di un corrispondente della Rai rischia di aprire un precedente, in un’azienda che già fatica a rivendicare la propria indipendenza editoriale.

La Campania come trampolino politico

Nel frattempo, il centrodestra ha confermato Edmondo Cirielli come candidato presidente in Campania. Dentro questo schema, la figura di Sangiuliano serve a dare spessore nazionale a una competizione che la destra vuole trasformare in test politico per il governo Meloni. Ex direttore del Tg2 e volto noto nei talk, Sangiuliano porterebbe un pacchetto di consensi urbani e il profilo di “intellettuale di governo”, con focus su cultura, turismo e valorizzazione dei beni archeologici, i dossier che da ministro aveva usato per costruire la propria immagine di efficienza amministrativa.

Sui social, la sua comunicazione si è già spostata verso temi territoriali: Napoli, il patrimonio culturale campano, le infrastrutture turistiche. L’idea è quella di presentarsi come candidato “tecnico” prestato alla politica, capace di legare il governo Meloni al rilancio della regione. Un posizionamento che lo stesso Sangiuliano coltiva con cura, mentre la Rai continua a essere travolta dalle accuse di lottizzazione.

Il peso del passato e la partita aperta

Sul piano giudiziario, il caso Boccia — da cui nacquero le dimissioni ministeriali — sembra per ora giocare a suo favore. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio della ex collaboratrice, con l’ex ministro costituito parte civile. Il procedimento, tuttavia, mantiene un’ombra sul percorso politico del giornalista, diventato per la destra simbolo della “cultura che produce consenso”.

In viale Mazzini, invece, cresce l’imbarazzo. Se la candidatura verrà confermata, Sangiuliano dovrà scegliere tra la poltrona di corrispondente e quella di candidato. Una scelta che vale più della singola vicenda personale: mette a nudo il rapporto sempre più ambiguo tra il servizio pubblico e la politica di governo, in un momento in cui la Rai appare più strumento di potere che bene comune.

L’articolo Sangiuliano, tra politica e Tv: la possibile candidatura dell’ex ministro in Campania apre un nuovo caso in Rai sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sigari e champagne e il massacro si fa show

Gli ostaggi sono stati liberati. È una buona notizia, in un mare di notizie che non lo sono da troppo tempo. Hamas ha rilasciato venti persone ancora in vita dopo 738 giorni di prigionia. Le immagini da Tel Aviv mostrano genitori e figli che si riabbracciano, mentre a Ramallah la folla accoglie i palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane, molti dei quali avevano trascorso anni dietro le sbarre senza accuse formali. Sono anche loro ostaggi: di uno Stato che ha fatto della detenzione amministrativa una normalità giudiziaria. A proposito di giustizia, ieri Benjamin Netanyahu ha parlato in diretta sulle televisioni di tutto il mondo. Non dal banco degli imputati della Corte penale internazionale, dove dovrebbe rispondere delle migliaia di civili uccisi a Gaza, ma dalla Knesset, insieme al suo amico Donald Trump. Il tycoon americano, accolto con una standing ovation, lo ha definito «uno dei più grandi presidenti in tempo di guerra», chiedendo persino al presidente israeliano Herzog di concedergli la grazia. «Sigari e champagne, a chi diavolo importa» ha aggiunto, trasformando il massacro in uno spettacolo di nostalgia bellica e impunità. Intanto Trump, interrogato dai giornalisti sull’idea della “Gaza Riviera”, ha risposto: «È devastata, come un cantiere di demolizione. Ma col tempo diventerà bellissima». È la stessa frase che accompagna ogni colonizzazione: cancellare, ripulire, costruire sopra. In Israele si applaude, in Occidente si sorride di circostanza, e in Rai qualcuno si affanna per riscrivere la storia e rendere digeribile l’osceno. Ma le macerie restano lì, come testimoni di una verità che nessun talk show può occultare.Ora lo spettacolo è finito, gli amici se ne vanno, e se consentiamo che si spengano le luci su Gaza arriveranno gli avvoltoi pronti ad abbuffarsi.

L’articolo Sigari e champagne e il massacro si fa show sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La pace non conviene a Netanyahu, altro che Pro-Pal: sono i suoi ministri che vogliono prolungare la guerra

Da giorni il nuovo piano di pace firmato da Donald Trump è diventato un esercizio di propaganda. Nei talk show italiani si racconta che i «propal» sarebbero delusi dalla tregua, che le piazze chiedano la guerra infinita per principio ideologico. È un racconto utile, ma falso. Perché il vero nemico della pace oggi siede a Gerusalemme, e si chiama Benjamin Netanyahu.

Dopo l’annuncio del cessate il fuoco e dello scambio tra ostaggi e prigionieri, il premier israeliano ha evitato di pronunciare la parola “fine”. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ministri chiave della sua coalizione, hanno votato contro il piano e minacciato la crisi di governo se l’intesa dovesse «lasciare in piedi Hamas». In consiglio dei ministri, la destra radicale ha definito l’accordo «una sconfitta nazionale» e chiede la prosecuzione della guerra. Netanyahu, che senza di loro non ha maggioranza, finge di cercare la pace ma vive del suo contrario.

La trappola della coalizione

Dal 2024 il premier governa grazie all’ultradestra religiosa, dopo l’uscita di Benny Gantz dal gabinetto di guerra. Ogni tregua rischia di far crollare il suo esecutivo, ogni passo verso la pace gli costa potere. È un equilibrio instabile che Trump e i suoi consiglieri fingono di ignorare. Gli stessi commentatori italiani che inneggiano al “modello presidenziale” americano dimenticano che Washington non può imporre né giustizia né riconoscimento reale della Palestina. Gli Stati Uniti hanno sanzionato i magistrati della Corte penale internazionale che indagano su Gaza, dimostrando che il loro concetto di “pace” esclude ogni accountability.

L’Unione europea, a sua volta, si è affrettata ad applaudire il piano americano e a rilanciare il riconoscimento dello Stato di Palestina. Ma sa bene che senza una volontà israeliana il riconoscimento resterà simbolico. I governi europei sostengono l’idea di una “ricostruzione coordinata”, evitando di nominare i crimini di guerra o la distruzione sistematica di Gaza. È una diplomazia che ripara le macerie senza nominare i responsabili.

La guerra che fa guadagnare

C’è poi un dettaglio che nessuno cita: la guerra è stata un affare. Nel 2023 le cento maggiori aziende di armamenti del mondo hanno registrato ricavi per oltre 630 miliardi di dollari, record storico. Le industrie israeliane e statunitensi hanno visto aumentare ordini e commesse, e anche l’Italia ha beneficiato di un’ondata di autorizzazioni all’export militare per più di 7,6 miliardi di euro, secondo Rete Pace e Disarmo. Una pace duratura taglierebbe parte di questi guadagni e ridurrebbe la domanda internazionale di armamenti.

La retorica e la realtà

In questo scenario, la destra italiana — e non solo — preferisce prendersela con chi manifesta per la Palestina. È più semplice raccontare che siano i “propalestinesi” a temere la pace, che ammettere che l’alleato israeliano non la vuole. Eppure sono i ministri di Netanyahu, non gli attivisti, a dichiarare che la guerra deve continuare «finché Hamas non sarà cancellata dalla terra».

Il resto è propaganda da esportazione: Trump che si accredita come pacificatore, Netanyahu che sopravvive al suo stesso governo, l’Europa che applaude fingendo di non sapere. Intanto Gaza è in rovina, la giustizia è esclusa dal tavolo e l’unica pace realmente giusta — quella fondata sul diritto — resta la più temuta da chi della guerra ha fatto un mestiere e un profitto.

L’articolo La pace non conviene a Netanyahu, altro che Pro-Pal: sono i suoi ministri che vogliono prolungare la guerra sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gite ad Auschwitz, scontro Roccella-Segre: se la senatrice a vita ricorda le responsabilità del fascismo, la destra ammutolisce

Hanno passato mesi a brandire il nome di Liliana Segre come lasciapassare morale. Bastava evocarla per bollare come “antisemita” ogni critica alla guerra a Gaza, tacitare le piazze, squalificare gli atenei. Poi la ministra Eugenia Roccella ha detto, dal palco dell’Ucei, che «le gite scolastiche ad Auschwitz sono state incoraggiate e valorizzate perché servivano a dirci che l’antisemitismo era una questione fascista e basta», trasformando i viaggi della memoria in un espediente ideologico. E la destra che chiamava Segre a testimone si è zittita di colpo.

La replica della senatrice a vita è stata netta: «Stento a credere che una ministra della Repubblica possa definire “gite” i viaggi di istruzione ad Auschwitz… La memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi». Non è un giudizio qualsiasi: è la voce di chi quell’orrore lo ha attraversato. Davanti a quelle parole, nessuna assunzione di responsabilità politica. Nessuna presa di distanza della presidente del Consiglio. Nessun chiarimento del vicepremier leghista. Nessun sussulto in Forza Italia. Solo un riflesso di routine: Roccella ha parlato di «parole strumentalizzate», ha sostenuto di aver «toccato un nervo scoperto», ha promesso che andrà «in Commissione Segre» a spiegarsi. Intanto la platea pubblica ha già capito il punto: quando la memoria non è utile a colpire l’avversario, la si accantona.

Il silenzio che racconta tutto

A sinistra le reazioni sono state immediate e documentate. Elly Schlein ha definito «indecente» l’uscita della ministra e ha chiesto a Giorgia Meloni di prendere le distanze. Francesco Verducci ha parlato di «parole deliranti» che violano una verità storica elementare: la Shoah come responsabilità del nazifascismo. Pina Picierno le ha giudicate «un’offesa a decenni di impegno, studio e testimonianza». Annalaura Orrico ha denunciato il «tentativo di riscrivere la storia». Da Avs, Angelo Bonelli ed Elisabetta Piccolotti hanno definito l’uscita un «insulto alla memoria», ricordando che i treni della memoria non sono un rito, ma un argine civile. Persino dal centro, Matteo Renzi ha scritto: «Io sto con Liliana Segre, sempre».

Il controcanto della maggioranza è rivelatore. Un deputato di Fratelli d’Italia si è limitato a dire che Roccella sarebbe stata «fraintesa» e che «il nazismo è il male assoluto», formula così generica da evitare il nodo. Al resto provvede il silenzio tattico: quello che nei mesi scorsi non c’era quando bisognava stigmatizzare gli “studenti estremisti”, i “professori ideologici”, i “giornalisti faziosi”, spesso brandendo il nome di Segre come marchio d’ordine. Oggi che la senatrice ricorda il nesso storicamente fondato tra Shoah e responsabilità del fascismo italiano, l’improvvisa afonia racconta più di mille comunicati.

La memoria piegata alla convenienza

Il cortocircuito riguarda l’uso politico della memoria. Nella narrazione di governo, l’antisemitismo diventa una categoria da agitare contro chi contesta il massacro di civili palestinesi; la storia del Novecento si sfronda del suo impianto fattuale per far spazio all’emergenza del giorno. Ma la memoria non è un utensile: è una responsabilità. E proprio perché lo è, le parole di Roccella feriscono. Non perché “vietato toccare i simboli”, ma perché toccano il cuore di un patto civile: la scuola che visita i luoghi dello sterminio non “assolve” il presente, lo attrezza a riconoscere l’odio quando si ripresenta.

Qui sta l’ipocrisia. La stessa destra che ha agitato Segre come scudo contro chi chiedeva giustizia per Gaza, oggi non trova un minuto per dirle «ha ragione». Preferisce parlare d’altro: “parole travisate”, “strumentalizzazioni della sinistra”, “antisemitismo di oggi” declinato come manganello ideologico. È un alibi che non regge. Perché se l’antisemitismo è «una mala pianta sempre rigogliosa», lo è anche quando si falsifica la memoria, quando si relativizza la responsabilità del fascismo, quando si confonde l’educazione civica con la propaganda.

Si può sbagliare una frase e chiedere scusa. Si può correggere un intervento pubblico e ristabilire i confini della storia. Quello che non si può fare è piegare la memoria a convenienza e abbandonarla quando non serve. Liliana Segre non ha cambiato posto: sta sempre lì. È la destra che ha perso la sua bussola, e con essa l’autorevolezza per pronunciare quel “mai più” che pretendeva di amministrare.

L’articolo Gite ad Auschwitz, scontro Roccella-Segre: se la senatrice a vita ricorda le responsabilità del fascismo, la destra ammutolisce sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Auschwitz come talk show

Eugenia Roccella ha detto che «le gite ad Auschwitz» sono servite solo a far credere che l’antisemitismo fosse «una questione fascista e basta». Ha usato il campo di sterminio come terreno per il suo piccolo gioco ideologico, come se la memoria potesse essere piegata a un dibattito da talk show. Liliana Segre le ha risposto con una frase che dovrebbe bastare a chiudere ogni discussione: «La memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi».

Ma questi sono gli stessi che evocano Segre solo quando serve, che agitano la sua storia come scudo morale contro chi chiede giustizia per Gaza e poi, appena si distraggono un secondo, lasciano uscire la loro vera natura. Per loro tutto – la Shoah, la Resistenza, la pace – è materia prima per la propaganda, per lo storytelling di un potere che vuole riscrivere la realtà.

Roccella ha parlato di Auschwitz come se fosse un fastidio, un rito retorico da superare. E così, nel tentativo di negare la responsabilità del fascismo, ha mostrato quanto profonda sia la continuità culturale con quel passato che finge di condannare. Gli stessi che negli ultimi due anni si sono autoeletti maestri di antisemitismo, oggi rovesciano la Storia per salvarsi la coscienza.

Auschwitz non è un’idea. È un luogo. È il confine morale che divide la civiltà dalla barbarie. Chi lo relativizza non ha solo smarrito la memoria: ha deciso di schierarsi dall’altra parte. Ed è lì che oggi si colloca una destra che confonde la giustizia con l’oblio. 

Buon lunedì. 

In foto la ministra Eugenia Roccella, foto di Quirinale.it,

L’articolo proviene da Left.it qui