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Il governo si autoassolve sul caso Almasri

Alla vigilia del voto in Aula, la maggioranza ha depositato la relazione che invita la Camera a negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati dal Tribunale dei ministri di Roma per favoreggiamento e peculato nel caso di Najeem Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale e rimpatriato due giorni dopo con un volo di Stato.
Il documento, firmato dal relatore Pietro Pittalis (Forza Italia), rovescia sia l’impostazione dei giudici, sia della prima relazione, redatta dal primo relatore Federico Gianassi (Pd) che chiedeva di autorizzare il processo per i ministri, sostenendo che i membri del governo abbiano agito «nell’interesse dello Stato» e per «preminenti interessi pubblici».

I rilievi contro il Tribunale dei ministri

La relazione parla di «gravi vizi procedurali» che renderebbero «tamquam non esset» la richiesta di autorizzazione a procedere. Secondo la maggioranza, il Tribunale avrebbe violato i termini di legge per la chiusura delle indagini — prolungate per oltre sette mesi —, negato il diritto di difesa di Mantovano e respinto la sua audizione.
Viene inoltre contestato al Tribunale di aver trattato come “dichiarazioni difensive” le informative rese in Parlamento dai ministri, trasformando un dovere istituzionale in una fonte d’accusa.

Scudare anche Bartolozzi

Nella ricostruzione di Pittalis, anche la posizione della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, indagata per false informazioni, dimostrerebbe «un pregiudizio strutturale» da parte dei magistrati e una volontà di «spezzare artificiosamente l’unitarietà della vicenda». Per i magistrati Bartolozzi è indagata per un reato a sé stante, cioè staccato dall’attività di governo (avrebbe infatti dichiarato il falso agli inquirenti), e quindi non ricadrebbe sotto lo scudo della richiesta di autorizzazione al Parlamento. la vedeva così anche il primo relatore Gianassi. Per Pittalis, invece, il possibile reato di Bartolozzi sarebbe in “continuità” con l’azione di governo. E quindi “scudabile”.

Il percorso politico

La vicenda approda in Aula dopo un iter parlamentare tortuoso, segnato da settimane di scontro nella Giunta per le autorizzazioni, dove il centrodestra ha imposto il proprio orientamento con il voto contrario delle opposizioni.
Dal 30 settembre, quando la Giunta aveva già deliberato per il “no”, le opposizioni — Pd, M5S e Avs — hanno denunciato una «difesa di corporazione» e chiesto di audire i magistrati del Tribunale dei ministri, richieste poi accantonate. La maggioranza ha accelerato i tempi, fissando il voto per il 9 ottobre, a ridosso della presentazione del documento, e rinviando ogni approfondimento sulle relazioni tra governo e autorità libiche.

Le motivazioni politiche

Secondo la relazione, Nordio, Piantedosi e Mantovano avrebbero agito «per motivi di sicurezza nazionale», temendo rappresaglie della Rada Force, la milizia che controlla l’aeroporto di Mitiga e parte delle infrastrutture strategiche di Tripoli, comprese le aree vicine al gasdotto Mellitah Oil & Gas. La loro decisione di rimpatriare Almasri, si legge, avrebbe mirato a «disinnescare rischi concreti per cittadini e imprese italiane in Libia» e a proteggere «l’incolumità dei nostri connazionali».
Una linea che, per la maggioranza, giustificherebbe l’uso del volo di Stato malgrado l’esistenza del mandato della Corte penale internazionale. L’intervento del governo, sostiene il relatore, sarebbe stato «ispirato da fini pubblici e non privatistici».

Un voto dal peso politico

Il caso Almasri è divenuto un terreno di scontro istituzionale tra magistratura e governo. L’opposizione parla di “autoassoluzione preventiva”, mentre il ministro Nordio rivendica la correttezza delle scelte e accusa il Tribunale di «pregiudizio politico». Domani la Camera dovrà decidere se condividere questa tesi.
L’esito appare scontato, ma non il suo significato: la vicenda segna un precedente pesante nei rapporti tra potere esecutivo e giurisdizione, e mostra ancora una volta come il Parlamento, da sede di garanzia, possa ridursi a scudo.

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Illegittimo il fermo della nave Mediterranea, il Tribunale annulla la sanzione: la legge del mare batte il decreto Piantedosi

La giudice Federica Emanuela Lipari del Tribunale di Trapani ha sospeso il fermo amministrativo della nave Mediterranea, accogliendo il ricorso dell’organizzazione fondata da Luca Casarini. L’equipaggio era stato sanzionato per aver sbarcato dieci migranti a Trapani, disobbedendo all’ordine di dirigersi verso Genova impartito in base al decreto Piantedosi che assegna porti “sicuri” anche al Nord Italia.

Un provvedimento censurato per «illegittimità nella quantificazione della sanzione». Il 23 agosto, dopo ore in mare, il capomissione Beppe Caccia aveva dichiarato: «Disobbediamo a un ordine ingiusto, obbediamo alle leggi dell’umanità». A bordo, i medici della Sanità marittima avevano certificato il peggioramento delle condizioni psico-fisiche dei naufraghi, rendendo impossibile proseguire per altri tre giorni di navigazione. La giudice ha riconosciuto che la scelta di sbarcare a Trapani era «mossa da esclusivo spirito solidaristico» e finalizzata alla «tutela della vita e della salute in mare», principi sanciti dal diritto internazionale e dalla Costituzione.

La decisione crea un precedente di rilievo per le navi umanitarie, ridimensionando la linea governativa che criminalizza la disobbedienza solidale. Intanto, per un altro episodio del 2020, il team di Mediterranea affronterà un processo a Ragusa il 21 ottobre, ma il verdetto di Trapani segna un punto fermo: la sicurezza non può essere misurata in miglia nautiche, e il mare resta un tribunale che non ammette decreti contro la vita.

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Il piano di Trump sputtana la propaganda israeliana

Ci sono voluti tredici mesi, migliaia di morti e un mare di bugie perché qualcuno lo scrivesse nero su bianco: i valichi di Gaza non erano aperti, gli aiuti non arrivavano, e la fame non era una “percezione”. Ora è lo stesso piano di pace di Trump – quello che Israele ha finto di accettare per convenienza – a certificare che servono nuove regole per far passare cibo e medicine, che servono osservatori terzi, che servono tregue e linee di ritiro. Tutto ciò che Netanyahu e i suoi portavoce hanno negato per mesi.

Per mesi il governo israeliano ha ripetuto che non c’era alcuna carestia, che i camion entravano, che i bombardamenti erano “chirurgici”, che la sicurezza richiedeva il blocco totale. Oggi quel racconto crolla sotto la firma americana: il piano parla di cessate il fuoco, di valichi aperti, di una forza internazionale a guida araba, di una polizia palestinese formata, di ricostruzione con materiali che Israele ha sempre definito “pericolosi”.

Ogni punto del piano è una smentita: il ritiro parziale delle truppe nega la “guerra totale”, lo scambio di ostaggi e prigionieri nega la propaganda del “mai un accordo con i terroristi”, la riapertura aiuti nega mesi di negazionismo umanitario.

Il piano di Trump non è una svolta morale: è un atto di realismo. Ma basta a dimostrare che Israele e i suoi difensori hanno mentito su tutto. E che il mondo, per quanto tardi, è costretto a mettere a verbale la verità che Gaza grida da un anno: i colpevoli non sono solo a Sud della recinzione.

Buon giovedì. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #38

All’alba di ieri l’esercito israeliano ha intercettato una nuova flottiglia umanitaria coordinata da Freedom Flotilla–Thousand Madleens e diretta a Gaza, a circa 120 miglia nautiche dalla costa. Dieci imbarcazioni, 145 persone tra medici, giornalisti e attivisti di venti Paesi, sono state sequestrate e portate ad Ashdod. È la seconda operazione in una settimana contro missioni civili che trasportavano cibo e medicinali. Israele parla di “applicazione del blocco”, ma il diritto del mare parla di pirateria: erano acque internazionali, non zona di guerra.

Le comunicazioni in diretta sono state interrotte dai militari; da Istanbul, gli organizzatori denunciano «un rapimento politico» e «la distruzione di aiuti umanitari destinati agli ospedali di Gaza».

Mentre il mare si chiude, la Striscia continua a bruciare. Ieri i bombardamenti hanno colpito Deir al-Balah e Rafah: almeno 28 morti, tra cui 11 bambini. I droni hanno centrato una scuola usata come rifugio. L’UNRWA parla di «cimitero di famiglie». Le forniture d’acqua restano interrotte da tre giorni nel nord, e i convogli umanitari bloccati al valico di Kerem Shalom.

Sul fronte diplomatico, a Sharm el-Sheikh prosegue la farsa del negoziato. Il piano egiziano–americano prevede una tregua di sei settimane, ma senza garanzie sul ritiro israeliano né sul ritorno degli sfollati. Israele pretende il controllo permanente dei valichi e il “filtraggio” degli aiuti: un armistizio condizionato che perpetua l’assedio sotto altra forma.

La legalità internazionale resta la prima vittima di questa guerra. Chi cattura navi civili e bombarda scuole mentre parla di pace non cerca sicurezza: impone l’impunità.

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Israele abborda la nave umanitaria Conscience: medici e giornalisti sequestrati in mare aperto

Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 2025, a circa cento miglia da Gaza, la marina israeliana ha bloccato la Conscience e le otto barche che la scortavano nella missione umanitaria organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition e dall’associazione Thousand Madleens. Prima dell’abbordaggio, un fitto sciame di droni ha sorvolato le imbarcazioni, seguito da elicotteri e gommoni d’assalto. Le telecamere di bordo sono state distrutte a colpi di mitra e le comunicazioni azzerate con i jammer israeliani.

A bordo della Conscience viaggiavano oltre cento persone, tra cui novanta tra medici, infermieri e soccorritori, insieme a giornalisti internazionali. Portavano diciotto tonnellate di medicinali e materiale sanitario destinato agli ospedali di Gaza, dove mancano perfino gli anestetici. L’operazione, condotta a ridosso delle acque territoriali egiziane, è stata definita dal ministero degli Esteri israeliano come “un tentativo inutile di violare il blocco navale legittimo”.

Il linguaggio e la legge

Le organizzazioni promotrici parlano invece di «atto di pirateria». Michele Borgia, portavoce italiano della Freedom Flotilla, ha denunciato un «blitz a luci spente» in acque internazionali e il sequestro di navi civili impegnate in una missione pacifica. Anche la Turchia ha definito l’operazione «un atto di pirateria contro una missione umanitaria», mentre diversi parlamentari europei chiedono l’intervento delle istituzioni Ue.

Il diritto del mare, regolato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, vieta esplicitamente l’abbordaggio di navi civili in acque internazionali se non in caso di traffici illeciti o minaccia armata. Nessuna di queste condizioni ricorreva nella spedizione: le imbarcazioni avevano notificato rotta e carico, e avevano dichiarato la natura umanitaria della missione. Israele continua però a rivendicare un blocco navale su Gaza – in vigore dal 2007 – che l’Onu ha più volte definito “una punizione collettiva”.

I dieci italiani e il silenzio europeo

Tra i fermati ci sono una decina di cittadini italiani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che l’ambasciata e il consolato a Tel Aviv stanno seguendo il caso, garantendo «l’assistenza consolare necessaria» e chiedendo «il rispetto dei diritti individuali fino all’espulsione». Dall’opposizione, Arturo Scotto (Pd) – reduce dalla missione a bordo della nave Karma fermata la settimana scorsa – ha denunciato che «si ripete lo stesso copione: navi umanitarie bloccate in acque internazionali, governi immobili e un corridoio marittimo che resta chiuso dal 2007».

Le immagini inviate prima del blackout mostrano gli incursori che salgono a bordo con visori notturni e distruggono le telecamere. Un messaggio inviato da Vincenzo Fullone, portavoce italiano della spedizione, alle 23.30 raccontava: «Ci sono droni ovunque, temiamo che questo possa essere l’ultimo video». Poche ore dopo, le comunicazioni si sono interrotte definitivamente.

Il precedente e la reazione

È il secondo episodio in meno di una settimana. Il 1° ottobre era stata la volta della Karma, appartenente alla Global Sumud Flotilla, intercettata e sequestrata con a bordo parlamentari e giornalisti. Le organizzazioni internazionali denunciano che Israele stia agendo in totale impunità, approfittando dell’inerzia diplomatica occidentale.

L’azione di stanotte avviene mentre in Egitto si discute un piano di pace che, secondo fonti diplomatiche, potrebbe vedere una prima fase di attuazione entro venerdì. Ma mentre si parla di “accordo”, la realtà nei fatti è quella di un assalto armato contro chi trasportava medicine.

Dalla Conscience non arrivano più segnali. Gli attivisti chiedono che i governi europei chiamino le cose con il loro nome: pirateria in acque internazionali, violazione del diritto umanitario, sequestro di civili. Perché, come ricordano loro stessi, le parole sbagliate sono l’ultimo rifugio delle complicità.

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L’assalto alla nostra coscienza

Durante la notte l’esercito israeliano ha commesso l’ennesimo atto di pirateria, questa volta ai danni della nave Conscience delle otto barche che navigavano con lei in una missione congiunta della Freedom Flotilla e dall’associazione ThounsandMadleens. Non si tratta di un intercettamento, come si legge in giro. È un atto illegale in acque internazionali e ha bisogno della parola giusta: pirateria. Il decadimento morale imposto da Israele al mondo richiede anche un’argine lessicale. 

La nave Conscience trasportava più di cento persone tra medici, infermieri e giornalisti e portava con sé i medicinali che a Gaza mancano da mesi negli ospedali. I medici si erano detti disposti a “dare il cambio” ai colleghi palestinesi che negli ospedali diroccati operano incessantemente i feriti. Lì il piano di pace che riempie le prime pagine e le bocche dei politici non è mai arrivato. Le bombe continuano. 

“Abbiamo lanciato l’allerta generale”, dice nel suo ultimo messaggio Vincenzo Fullone, portavoce per l’Italia sulla Conscience mentre si dispera per rabbia. Per Israele il mare Mediterraneo è suo. Per Israele la striscia di Gaza è una sua proprietà da sfibrare e riutilizzare a piacimento. Per Israele la Cisgiordania è un boccone da prendersi gradualmente. Per Israele il diritto internazionale è un ingombro da scavalcare alla bisogna.

Eppure le navi che cercheranno di rompere il blocco continueranno, partiranno ancora. Perché ogni volta a rimanere in mutande non sono gli attivisti abusati dall’esercito israeliano: sono i governi nazionali e l’Europa. E la politica dignitosa solo fino a un certo punto, come piace al nostro ministro Antonio Tajani. 

Buon mercoledì. 

In foto una fase dell’atto di pirateria degli incursori israeliani nei confronti della Freedom Flotilla Coalition – che include le barche di Thousand Madleens to Gaza and Conscience

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In Calabria Fratelli d’Italia non è di… Ferro: non eletta la coordinatrice regionale di FdI, segnale d’allarme per Meloni

È l’immagine più eloquente del voto calabrese: Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno e coordinatrice regionale di Fratelli d’Italia, resta fuori dal Consiglio regionale. Capolista nella circoscrizione Centro (Catanzaro–Crotone–Vibo), ha raccolto 10.406 preferenze, superata dal compagno di lista Antonio Montuoro, che si è fermato più in alto a quota 11.920. Dietro di lei anche Giovanni Calabrese, 11.351 voti nel collegio Sud.

Un dato che da solo basterebbe a raccontare la misura della sconfitta: la leader regionale del partito della premier battuta in casa propria, nel momento in cui la coalizione di centrodestra conferma Roberto Occhiuto presidente con oltre il 57 per cento dei voti.

Fratelli d’Italia si ferma all’11,6 per cento, dietro Forza Italia (18) e la civica “Occhiuto Presidente” (12,4). La Lega, in alcune aree, supera i meloniani. L’affluenza al 43,1 per cento — minimo storico — ha moltiplicato il peso delle reti clientelari e delle fedeltà personali: i voti veri, quelli delle preferenze, premiano ancora gli azzurri.

La sconfitta politica e le sue cause

La candidatura di Ferro era stata presentata come un gesto di forza. In campagna elettorale aveva rivendicato la scelta di scendere in campo “per dare il segno della presenza del governo”. L’esito ha prodotto l’effetto contrario.
Il risultato mostra che la Calabria resta impermeabile all’“effetto Meloni”.

Fratelli d’Italia non sfonda e paga la fragilità del suo radicamento territoriale, costruito più su simboli che su strutture. La macchina di Forza Italia continua invece a essere quella che catalizza consenso, ruoli e risorse: la vittoria di Occhiuto è anche il trionfo del suo modello presidenzialista, che accentra attorno al suo nome e alla sua civica.

Nel confronto diretto, Ferro ha pagato la mancanza di una rete locale solida. Montuoro e Calabrese hanno capitalizzato il lavoro amministrativo e il rapporto diretto con i territori, in un’elezione dove contavano i pacchetti di preferenze più che le appartenenze ideologiche.

Un colpo per Fratelli d’Italia

Per la sottosegretaria al Viminale la mancata elezione evita l’imbarazzo del doppio incarico, ma lascia il partito senza rappresentanza diretta della sua coordinatrice in Aula. È una perdita di peso politico e di visibilità. Già si parla di una resa dei conti interna: i vertici locali chiedono un rinnovamento della classe dirigente, con il rischio di commissariamento “morbido” da Roma.

Nel frattempo, gli eletti Montuoro e Calabrese guadagnano margine d’influenza nel gruppo consiliare. Loro gestiranno il rapporto con la Giunta Occhiuto, sempre più sbilanciata verso Forza Italia, che controlla le principali commissioni e le leve della sanità regionale.

La sconfitta della coordinatrice regionale pesa anche sull’immagine nazionale del partito. In Calabria, FdI doveva mostrare la forza del brand di governo, e invece si ritrova terza forza della coalizione. Un risultato che alimenta l’impressione di un Sud restio alla penetrazione meloniana e ancora legato ai circuiti di potere moderato.

Le prospettive

A Roma, la linea è quella di ridimensionare l’impatto politico della sconfitta, sottolineando la vittoria del centrodestra. Ma nei fatti la leadership di Ferro è in discussione. Le prossime settimane diranno se Fratelli d’Italia sceglierà di riorganizzarsi con nuovi referenti territoriali o se tenterà di rafforzare l’attuale coordinatrice con un incarico più visibile al governo.

In Calabria, intanto, l’onda azzurra continua a controllare seggi, assessorati e consenso, mentre FdI resta intrappolato tra l’ambizione nazionale e l’assenza di strutture locali. E la fotografia di Wanda Ferro, sconfitta a casa sua, racconta più di qualsiasi analisi il paradosso di un partito che guida l’Italia ma non riesce a governare la sua regione più debole.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #37

A Gaza si continua a morire anche oggi. Nelle ultime ore i bombardamenti israeliani hanno colpito Khan Yunis, Rafah e il campo profughi di Nuseirat: decine di vittime, molte delle quali bambini. Gli ospedali ormai al collasso segnalano nuovi blackout elettrici e carenze di carburante per i generatori, mentre le squadre della Mezzaluna Rossa sono costrette a sospendere i soccorsi in più aree del Sud della Striscia. Fonti locali parlano di interi isolati rasi al suolo e corpi intrappolati sotto le macerie.

Nel frattempo, in mare, la Conscience continua la sua rotta verso Gaza. A bordo ci sono cento persone da venticinque Paesi, tra cui sei italiani, con carichi di medicinali e farmaci salvavita. «Domani saremo nella zona rossa», ha annunciato il medico trentino Riccardo Corradini, invitando le piazze a «restare pronte alla mobilitazione in caso di intercettamento». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto al governo di «proteggere i connazionali a bordo», mentre da Bruxelles Benedetta Scuderi (Verdi) ha denunciato il silenzio dell’Unione Europea. L’8 ottobre, secondo gli attivisti, sarà la data ad alto rischio: Israele ha già dispiegato motovedette nel tratto di mare dove si prevede il contatto.

A Sharm el-Sheikh, intanto, proseguono i negoziati sul cosiddetto “piano Trump”, presentato il 29 settembre. Il Qatar e l’Egitto assicurano che «mancano ancora dettagli da concordare», ma l’aria che si respira è quella di un copione già scritto. Trump ha ordinato a Israele di fermarsi, ma i raid continuano. Una messa in scena di diplomazia in giacca e cravatta mentre la polvere delle macerie copre i corpi.

Per terra e per mare la pressione per Gaza non si ferma.

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Il calcio emigra, la Serie A va dove la porta il business: prima i soldi, poi i tifosi

A febbraio 2026 Milan e Como giocheranno a Perth, in Australia. La Lega Serie A lo definisce un esperimento, la Uefa una deroga concessa «con riluttanza». È il primo match di campionato italiano disputato fuori dall’Europa, giustificato dall’indisponibilità di San Siro per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Ma la ragione logistica copre un progetto politico e commerciale più ampio: trasformare il campionato in un prodotto da esportare, non più un rito di appartenenza territoriale.

L’Optus Stadium, sessantamila posti nell’estate australe, dista tredicimila chilometri dal cuore della Serie A. Il viaggio durerà oltre venti ore, con sette fusi orari di differenza. A febbraio, quando la temperatura a Perth sfiora i quaranta gradi, Milan e Como saranno nel pieno del calendario: coppe europee, Coppa Italia, turni infrasettimanali. Fifpro denuncia da anni l’aumento di infortuni dovuti ai carichi e ai voli intercontinentali. La “partita di casa” diventa così una trasferta estrema che svuota di senso l’equità della competizione.

I tifosi esclusi dal loro stesso campionato

La Uefa, nel concedere l’eccezione, ha ricordato che i campionati nazionali devono restare nel territorio d’origine per tutelare integrità e tifosi. La Lega ha risposto con entusiasmo, presentando l’evento come «un’occasione per espandere il brand». È la stessa logica che muove LaLiga spagnola, pronta a portare una gara a Miami: il calcio europeo tenta la conquista di nuovi mercati mentre perde consenso nelle curve di casa.

Per gli abbonati del Milan la gara “casalinga” all’estero significa un diritto negato. Non esiste ancora una politica ufficiale di rimborso o compensazione. La curva rossonera ha già annunciato protesta, rivendicando che «un campionato non è una tournée». Anche l’Associazione tifosi europei (Fse) parla di “tradimento del pubblico locale”.

Un precedente che svuota il senso del gioco

L’operazione è discutibile anche sul piano economico. Un biglietto in Australia costerà tra i 60 e i 100 euro; l’orario serale di Perth corrisponde alle prime ore del pomeriggio in Italia, fascia televisiva debole e fuori dal prime time dei broadcaster nazionali. Si moltiplicano i costi di viaggio, sicurezza e assicurazioni, mentre l’impatto ambientale di due squadre in volo per mezzo mondo contraddice le dichiarazioni di sostenibilità del calcio europeo.

Dietro la vetrina australiana si intravede la direzione del nuovo business: trasformare ogni partita in un evento globale e sradicare il legame territoriale che ha fondato il calcio. La Lega parla di “promozione del marchio”, ma nei fatti sancisce la fine del campionato come competizione comunitaria. La Serie A, che fatica a riempire gli stadi italiani, si illude di trovare pubblico e profitti altrove.

A Perth si giocherà probabilmente di sera, con break per il caldo e regole adattate al clima. La promessa è di uno spettacolo internazionale; il rischio, di un precedente che renda ordinario l’eccezionale. Se l’esperimento riuscirà, nulla impedirà che in futuro un derby o una sfida scudetto si disputi a Dubai, a New York o a Singapore.

Il Milan Club di Perth festeggia, i tifosi italiani no. Perché un campionato che viaggia verso l’altro emisfero smette di essere un gioco di casa. Diventa un format da esportare, come un reality globale con lo sponsor in primo piano. E quando il calcio smette di appartenere ai suoi luoghi, non resta che la confezione: patinata, redditizia, ma senz’anima.

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Salis salva per un voto: il Parlamento Ue conferma l’immunità. E la destra si spacca: Salvini grida al tradimento

È bastato un solo voto per decidere il destino politico e giudiziario di Ilaria Salis. Con 306 voti a favore, 305 contrari e 17 astensioni, il Parlamento europeo ha confermato la sua immunità, respingendo la richiesta di revoca presentata dalle autorità ungheresi. Un verdetto ottenuto a scrutinio segreto che ha spaccato i popolari europei e innescato una tempesta politica nella destra italiana.

Alla vigilia, il capogruppo del Ppe Manfred Weber aveva ribadito che «le regole sono chiarissime» e che, poiché i reati contestati a Salis sarebbero precedenti al mandato, «è giusto revocare l’immunità». Il messaggio era netto: linea giuridica, non politica. Ma l’esito della plenaria ha ribaltato le previsioni. Una parte del Ppe, in dissenso, ha scelto di non seguire la consegna di gruppo.

Il co-presidente dei Verdi Bas Eickhout lo aveva previsto: «Sarà un voto serrato e imprevedibile. Tutto dipenderà dalle delegazioni di Ppe ed Ecr». La spaccatura si è aperta puntualmente. Mentre i conservatori di Ecr, con l’italiano Procaccini di Fratelli d’Italia, chiedevano di togliere la protezione perché «chi crede nello Stato di diritto vota contro l’immunità», il voto segreto ha consegnato un esito opposto. Quando la presidente d’Aula ha annunciato il risultato, Salis ha ricevuto fiori e abbracci dai banchi di sinistra. Nelle file del centrodestra, invece, si è scatenata la caccia al “colpevole”.

Popolari spaccati, Salvini parla di “vergogna”

Da Roma, Matteo Salvini ha reagito in diretta: «Con il trucchetto del voto segreto, qualcuno che si dice di centrodestra ha salvato la Salis. Vergogna». Solo poche ore prima, aveva espresso la speranza che «nessuno tradisse nel centrodestra europeo». Ma i numeri del voto mostrano che il blocco conservatore non è monolitico, e che nel Ppe diversi deputati hanno scelto in autonomia.

La destra italiana aveva fatto del caso Salis un test politico, accodandosi alla linea di Budapest. Ma il Parlamento europeo ha confermato la decisione già assunta dalla Commissione giuridica (JURI), che aveva segnalato il rischio di fumus persecutionis nel procedimento ungherese: l’ipotesi di un’azione giudiziaria motivata da ragioni politiche. Weber aveva chiesto di «non politicizzare» la questione. Ma l’intera vicenda si è caricata di significato politico, diventando uno scontro tra due visioni opposte di Europa: quella che considera lo Stato di diritto un principio negoziabile e quella che lo difende come fondamento democratico.

La destra e la memoria corta

Le reazioni in Italia raccontano l’imbarazzo. Il generale Vannacci ha parlato di «vergogna». Procaccini ha accusato la sinistra di «legittimare la violenza». Ma l’indignazione stride con la memoria recente. La stessa destra che oggi invoca la revoca dell’immunità in nome della giustizia è quella che per anni ha difeso Silvio Berlusconi, sostenendo che «era stato votato dal popolo» e che quindi meritava protezione. Allora l’immunità era sinonimo di mandato popolare. Oggi, per un’avversaria politica, diventa un abuso. Il doppio standard è evidente: si esalta il voto quando garantisce impunità, lo si condanna quando tutela un principio.

Ilaria Salis, in Aula a Strasburgo, ha definito l’esito «una vittoria per la democrazia, per lo Stato di diritto e per l’antifascismo». Non un gesto di autoassoluzione, ma un richiamo all’Europa dei diritti, quella che ancora resiste sotto la superficie delle alleanze.

Nel centrodestra europeo resta la crepa. Il voto segreto ha rivelato che, dietro le formule sull’unità e sull’“alternativa alle sinistre”, convivono due linee inconciliabili: chi accetta la subordinazione politica all’Ungheria di Orbán, e chi riconosce che l’immunità parlamentare è una garanzia di libertà, non un privilegio.

Un solo voto di scarto ha messo in crisi la retorica dell’unità. E ha ricordato, anche a Roma, che la coerenza non si misura con gli slogan, ma con la tenuta davanti alle regole.

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