Adesso è il momento di fare ciò che ti piace.
Adesso è il momento di fare ciò che ti piace. Non aspettare lunedì, non aspettare domani. Non fare allungare davanti a te la carovana di sogni calpestati. Non aspettare.
Non frenarti per paura o viltà. Non posporre la vita con altra morte, e non aspettare niente dalla sorte che non sia più della tua tenacia e della tua energia.
Se il tuo sogno è bello, dagli forma come il torrente scava le sponde; come il vento che vive e si trasforma.
E perché tutto risulti come tu vuoi, detta tu stesso le tue regole e converti il tuo autunno in primavera.
(Ivan Malinowski) (clic)
A proposito del giornalismo d’inchiesta
C’è una bella intervista a Maurizio Torrealta che vale la pena leggere:
E oltre alle fonti interne ci vuole anche un direttore che ti sostenga, che ti stia accanto e che ti garantisca la copertura legale se sei accusato di diffamazione , perché quando fai giornalismo investigativo vero allora puoi stare sicuro che prima o poi incontrerai una reazione articolata in modo tale da massacrarti.
Anche nella redazione che giudichi la più piccolina, c’è sempre un buon giornalista che sta cercando di fare bene il proprio lavoro. Bisogna aiutarlo, sostenerlo, ci vogliono direttori e caporedattori che abbiano la consapevolezza che per il loro stesso giornale non c’è valore più prezioso, e che abbiano la voglia di fare del buon giornalismo.
Dopo l’anteprima de L’AMICO DEGLI EROI
Anche se manca poco al nuovo anno non posso non scrivere di ieri, della nostra prima della prima de L’Amico degli Eroi che è andata in scena a Monte Sant’Angelo. E la bellezza di un teatro che nonostante imperversasse la bufera di neve è riuscito a riempirsi decidendo di portarsi il cielo azzurro ognuno direttamente da casa sua. E la bellezza di Legambiente e Libera che quando si mettono insieme riescono ad essere le fondamenta di un Festival teatrale che è un fiore raro, in questi tempi, sotto la guida attenta di Franco Salcuni. E mentre sul palco io e Cisco curavamo il parto del nostro spettacolo con l’aiuto attento del pubblico Monte Sant’Angelo si è ripromesso di diventare il prima possibile un nodo di Libera come risposta al commissariamento del Comune. C’è un’Italia bellissima, davvero, che suda e lotta ogni mattina, così lontana dalla retorica della politica e così vera. Credo che questo spettacolo sia un bocciolo prezioso, sarà un bel fiore. Buon anno. A noi tutti.
Se ci volete aiutare a produrlo potete farlo qui.
Il batticuore, le difficoltà e il palco di domani con #lamicodeglieroi
Dunque domani ci sarà l’anteprima de L’amico degli eroi a Monte Sant’Angelo (Foggia) con il copione che stiamo rimodellando di giorno in giorno, di minuto in minuto, meravigliosamente criticati dai nostri tanti piccoli produttori che hanno deciso di contribuire alla nostra produzione sociale. Saremo ancora io e Cisco nei camerini (questa volta con tutta la band) a guardarci negli occhi prima di salire sul palco chiedendoci sempre se ne vale la pena e rispondendoci sempre di sì. Devo confessare come la produzione di questo spettacolo sia una lotta su più fronti: studiare e ricomporre la storia di Marcello Dell’Utri significa inevitabilmente ripercorrere gli ultimi anni del Paese (e non è un bel brodo in cui mettere le mani) e, allo stesso tempo, le difficoltà di produzione (ne abbiamo scritto qui) ci stanno forgiando. Forse è meglio così, ci farà bene.
Se volete darci una mano potete farlo qui. Intanto vi sveliamo il bellissimo progetto grafico di Marco Gifuni che sta aggiungendo bellezza. Grazie anche a te, Marco.
La retorica sui liberi professionisti, tassati e tartassati
Quest’anno i professionisti iscritti alla gestione separata hanno trovato sotto l’albero un regalo coi fiocchi, l’ennesimo aumento dei contributi da versare all’Inps che dal 1° gennaio 2015 passano dall’attuale 27,72% al 29,72% per poi crescere un punto all’anno fino al 33,72% nel 2019.
Quando nel 1995, con la Riforma Dini, è stata istituita questa forma contributiva previdenziale l’aliquota era del 10%, un aumento progressivo senza eguali che oggi spinge fuori dal mercato una grossa fetta di professionisti, una categoria del terziario avanzato che raggruppa esperti, informatici, formatori, ricercatori, creativi, consulenti che svolgono un’attività che rientra nelle professioni non organizzate in ordini o collegi. Sono lavoratori autonomi altamente qualificati che malgrado la scarsa dinamicità dell’economia hanno abbracciato la flessibilità richiesta dalle mutate condizioni del mercato. Una nuova classe di professionisti che lavorano da soli senza dipendenti e che rappresentano una risorsa qualificata insostituibile, sono i lavoratori autonomi della conoscenza, i freelance.
Inseriti in un apparato normativo troppo rigido che non li riconosce si scontrano con una realtà di disinformazione e miopia. Il governo pare impegnato a inserire nelle leggi delle clausole che impediscano l’abuso della flessibilità nelle nuove attività professionali piuttosto che costruire un apparato coerente ed esaustivo di norme volte a permettere la crescita e la valorizzazione di un capitale umano che già c’è.
Questo vuoto normativo ha fatto sì che la disciplina tributaria dei professionisti indipendenti si sovrapponesse in parte alla tassazione individuale e in parte alla tassazione di impresa, cioè oscillasse fra due realtà che non riescono a identificare questa categoria confinandola in un limbo che non le attribuisce un’identità univoca e alla fine la penalizza.
“Il Jobs Act non è minimamente intervenuto sulla tutela della disoccupazione per i freelance” dice Anna Soru presidente Acta, la prima associazione nata in Italia per rappresentare i freelance “la legge di stabilità ha stanziato 800 milioni a favore dell’insieme delle partite Iva, ma il grosso va a coprire l’eliminazione dei minimi contributivi per commercianti e artigiani mentre non si è intervenuti per bloccare l’aumento dell’aliquota che versiamo noi freelancer iscritti alla gestione separata Inps che già oggi (27,72%) è decisamente superiore a quella di commercianti e artigiani (22-23%). A regime questa distanza si amplierà significativamente: 24% per commercianti e artigiani, 33,72% per noi”.
“Sul fronte del regime dei minimi è stata introdotta una modifica” prosegue Anna Soru “che prevede di spezzettare il mondo del lavoro autonomo in base all’attività produttiva, per ogni tipologia di attività è stato definito un massimale di fatturato che permetterà di rientrare nel regime dei minimi e una stima dei costi da portare in detrazione che quindi non saranno più stabiliti sulla base delle fatture effettivamente pagate. Come freelancer si stima che il 22% del fatturato sia utilizzato per le spese, perciò tasse e contribuzione verranno calcolate sul rimanente 78%. È discutibile questa modalità di definizione dei costi, innanzitutto perché favorisce chi è una finta partita Iva che tipicamente non ha costi perché utilizza la sede e gli strumenti del committente, non ha spese promozionali o di marketing ma solo la parcella del commercialista” puntualizza la presidente Acta.
“È inoltre discutibile perché risulta incoerente con la lotta all’evasione fiscale: se non devo dimostrare le spese sostenute non ho interesse a chiedere le fatture ai miei fornitori; in sostanza viene a mancare il contrasto di interessi, uno strumento classico della lotta all’evasione. È stato abbassato anche il massimale nel regime dei minimi per i freelance che da 30.000 euro passa a 15.000 mentre è stato aumentato a 40.000 per i commercianti. Due considerazioni. Da una parte 15.000 euro è una soglia di fatturato che restringe significativamente la platea dei freelance che potranno beneficiarne, soprattutto se consideriamo che sino ad un fatturato di 10-12.000 euro il nuovo regime non è vantaggioso (meglio il regime semplificato, ovvero il regime non agevolato)”.
“La seconda è che si amplia la possibilità di rientrare in un regime agevolato, che tra le altre caratteristiche prevede l’esclusione dagli studi di settore, a una categoria (commercianti) in cui tradizionalmente è più presente l’evasione fiscale. Non amo le etichette, specialmente se attribuite in base a luoghi comuni, ma proprio per questo ritengo si debba fare chiarezza ed evitare norme che possano favorire i soliti furbi. Se si considerano utili i regimi di favore ritengo vadano subordinati alla completa trasparenza dei pagamenti. I regimi di favore (magari studiati meglio dei vari regimi dei minimi che abbiamo conosciuto) dovrebbero essere accordati solo a lavoratori autonomi che accettino di essere radiografati dal fisco e che, per favorire ogni indagine sul loro operato, utilizzino solo strumenti di pagamento tracciabili”.
“Le politiche del lavoro in atto si rivolgono essenzialmente al lavoro dipendente e sono insufficienti, non tutta la disoccupazione potrà essere assorbita lì. Bisogna capire che il nuovo lavoro autonomo è una risorsa per l’innovazione e la crescita e anziché avere un atteggiamento punitivo bisognerebbe introdurre delle politiche che lo promuovano riconoscendone il ruolo sociale ed economico. A questo proposito è necessario ripensare completamente quello che è il sistema fiscale-contributivo da una parte e di welfare dall’altra” conclude Anna Soru.
Patricia Leighton, docente di diritto sociale europeo alla Ipag Business School di Parigi, ha studiato a fondo il fenomeno degli iPros (Independent Professionals), i liberi professionisti. Dalla ricerca svolta “Future Working, The Rise of Europe’s Independent Professionals” emerge che questa categoria è quella con la crescita più rapida in Europa ma lo studio evidenzia anche il cambiamento strutturale del mercato del lavoro che sta avvenendo, una sostanziale trasformazione nel modo di lavorare, se prima l’approccio era “avere un impiego” adesso si lavora per il cliente. Gli iPros hanno portato le loro competenze nel nuovo e dinamico mercato del lavoro europeo fornendo servizi ai diversi settori con una crescita impressionante che sfiora il 45%, quasi 9 milioni.
Di questo cambiamento radicale nella natura del lavoro stesso e nelle sue modalità è portavoce Efip (European forum for independent professionals), l’organismo che raggruppa a livello europeo le associazioni di rappresentanza dei lavoratori autonomi. Attraverso questo strumento gli associati, fra cui Acta, portano avanti un discorso comune per dare visibilità agli iPros, offrire un supporto conoscitivo al legislatore per agevolare una normazione europea in grado di comprendere e tenere conto delle specificità di questa tipologia di lavoro e rispondere alle nuove esigenze nell’attuale contesto di mercato con rapidità e azioni mirate.
(Fonte: Patricia Leighton, “Future Working, The Rise of Europe’s Independent Professionals”) Ma l’Italia è il fanalino di coda di un’Europa che guarda avanti, che osserva l’evoluzione delle attività economiche, che si pone il problema della qualificazione e della riconoscibilità delle professioni, che investe in educazione e formazione professionale, che percepisce il valore di questa categoria in termini occupazionali. In Italia, lo sviluppo del lavoro freelance è fra i più lenti in Europa.
C’è bisogno di una cultura digitale più vasta, è necessario favorire l’accesso dei freelancer alla formazione finanziata e incentivare la formazione che ognuno si paga da sé, riconoscendone la totale detraibilità ai fini fiscali, servono norme in grado di imporre il pagamento puntuale delle prestazioni come il Freelancer Payment Protection Act promosso da Freelancers Union e che dal 2011 è legge nello Stato di New York. Mancano infine misure che favoriscano la partecipazione dei freelancer alla fornitura di servizi alla pubblica amministrazione e che garantiscano pagamenti equi lungo le catene di subfornitura.
(Fonte: Patricia Leighton, “Future Working, The Rise of Europe’s Independent Professionals”) C’è una contraddizione di fondo fra il costante richiamo alla flessibilità nel lavoro e i provvedimenti che interessano i freelance, i più flessibili per definizione, c’è un’incoerenza fra la volontà di far ripartire un’economia e gli strumenti applicati. Di certo le recenti decisioni del governo si abbattono come una mannaia sui professionisti-freelance che fra pochi giorni diventeranno una categoria a rischio, alla stregua delle specie in via di estinzione.
(fonte)
Mafiosi come i topi. Nel bunker interrato.
Alle prime luci dell’alba, a Benestare, i Carabinieri del Gruppo di Locri e dello Squadrone Eliportato Cacciatori d’Aspromonte di Vibo Valentia hanno scoperto un bunker nel corso di numerose perquisizioni domiciliari, delegate dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, finalizzate alla ricerca del latitante Antonio Pelle (26 anni), su cui pende una condanna a 12 anni di reclusione in Appello per associazione di tipo mafioso.
L’uomo era stato coinvolto nell’indagine “Fehida”, che fece luce sulla sanguinosa faida di San Luca. Sul suo conto pende inoltre una ulteriore ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, emessa nel 2012 dal Tribunale di Roma nell’ambito di operazione condotta dalla Squadra mobile. Le operazioni di ricerca sono state estese anche ai terreni di pertinenza e circostanti le abitazioni perquisite, ove sono stati effettuati diversi saggi in profondità con un escavatore.
Proprio all’interno di un fondo in contrada Bosco, risultato nella disponibilità di un 61enne di Bovalino, è stato rivenuto un bunker ormai in stato di abbandono di sei metri per due circa, sotterrato a una profondità di due metri circa in una piazzola circondata da alberi di agrumi. Il container conteneva un modulo abitativo completo di arredi in plastica, due materassi, servizi igienici, impianto elettrico, idrico e di aerazione. L’accesso, nascosto dalla vegetazione, era consentito mediante una botola a sollevamento idraulico.
Paviglianiti: una ’ndrina in continua ascesa.
Una ’ndrina in continua ascesa. La caratura criminale della famiglia “Paviglianiti”, i potenti delle cittadine della fascia jonica di Reggio, San Lorenzo e Bagaladi, è stata confermata dalla recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria “Ultima spiaggia”. Un clan che è riuscito a mantenere «incontrastata» la leadership sul territorio anche dopo l’arresto dell’indiscusso capoclan, Domenico Paviglianiti, il principe del narcotraffico internazionale tra gli eletti boss in grado di stringere accordi da tonnellate di cocaina solo spendendo il proprio nome di battesimo. Per la Dda di Reggio sarebbe proprio lui a mantenere stabili gli equilibri con i padrini della fascia jonica di Reggio e del mandamento “Centro” e soprattutto a stringere nuove alleanze con i siciliani di “Cosa nostra”. Sempre nel segno degli affari legati alla gestione di una fetta del narcotraffico con il Sud America. Gli inquirenti delineano uno scenario preciso nelle carte di “Ultima spiaggia”: «Le indagini esperite, focalizzando l’attenzione verso i sodalizi operanti lungo la fascia ionica reggina, dimostreranno come anche le inimicizie ed i rancori personali tra i vertici delle cosche cedono il passo davanti alla prospettiva di lauti guadagni: prova documentale di questo assunto è data dall’esame della corrispondenza che Paviglianiti Domenico, vertice dell’omonima cosca, in atto recluso presso la casa circondariale di Ascoli Piceno, invia e riceve da esponenti di primo piano del panorama criminale nazionale». Seppure in carcere, Domenico Paviglianiti è boss di rango assoluto. Ovunque si trovi, secondo le conclusioni degli inquirenti: «Benché recluso, non ha perso il carisma che gli ha permesso di occupare i vertici della cosca». Tra gli interlocutori di “Mimmo” Paviglianiti anche la famiglia Guttadauro, i mafiosi di Palermo: «In una delle sue lettere inviate a Guttadauro Giuseppe, esponente di spicco di cosa nostra, scrive che i suoi familiari, ed in particolare suo cognato, domandano se siano in contatto tra loro (“I miei mi chiedono sempre, mio cognato mi chiede sempre ma, con il “dottore” ti scrivi? È convinto che siete stato il mio pigmalione: forse è l’unica che ha ha azzeccato)». Un intero capitolo delle indagini “Ultima spiaggia” i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria l’hanno dedicato proprio «al rapporto di mutua collaborazione con la mafia siciliana». Sul tema gli inquirenti sono precisi: «In nome dei principi di unita e cooperazione tra i sodalizi criminali, anche la cosca Paviglianiti stringe legami con esponenti di primo piano del panorama criminale nazionale: tale assunto e di fondamentale importanza in quanto pone in risalto la considerazione ed il rispetto di cui godono gli esponenti della cosca in argomento». Da San Lorenzo ad Africo, altra cosca crocevia del business della droga, fino a Palermo: «I Morabito hanno mantenuto costanti e frequenti contatti con il referente della cosca Paviglianiti. Le modalità operative del sodalizio di stanza in Africo e dal quale gli esponenti della cosca Paviglianiti sono risultati approvvigionarsi, sono divenute oggetto di un capitolo della presente richiesta che ha fatto piena luce su un’organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti e che vanta collegamenti con esponenti della criminalità siciliana». Traffici illeciti che «trovano riscontro nei rapporti allacciati con esponenti della realtà criminale siciliana, allo stato non ancora identificati». Più volte i segugi dell’Arma hanno seguito gli emissari reggini in trasferta a Piedimonte Etneo (Catania) «verosimilmente per trattare una fornitura di sostanza stupefacente: gli accorgimenti ed il timore per eventuali controlli di polizia alimenta il sospetto che la trasferta in terra siciliana sia riconducibile alla gestione dei traffici illeciti».
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Il conflitto ambientale nei media. Il caso Ilva.
[di Gaetano del Monte su siba-ese.unisalento]
Premessa metodologica
Lo scritto che presentiamo non è organizzato secondo i canoni della saggistica tradizionale delle scienze sociali. Si tratta di una ricostruzione prevalentemente giornalistica di una serie di eventi che hanno come scenario la città di Taranto e come epicentro l’Ilva, il gigante siderurgico italiano responsabile di un inquinamento territoriale conclamato. L’indagine che abbiamo condotto fornisce una chiave di lettura delle vicende tarantine, e si presenta come un materiale organizzato per ulteriori approfondimenti, auspicabilmente anche di tipo teorico.
Non si tratta di sole vicende recenti: come il lettore noterà, dopo aver sintetizzato i termini della questione venuta alla ribalta negli ultimi anni in seguito al lavoro della magistratura tarantina, la nostra ricostruzione torna agli anni ’70, quando l’Ilva era ancora un titano occupazionale e solo alcune voci dell’ambientalismo mettevano in guardia dalle conseguenze della produzione. Le nostre fonti sono in questo caso fonti giornalistiche d’archivio. Passiamo poi a esaminare i fatti che riguardano il modo di gestire il rapporto con l’informazione da parte dell’Ilva in anni recenti, e che hanno comportato l’uso come fonti delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura, le cui trascrizioni compaiono nelle pertinenti ordinanze dei giudici. Infine abbiamo intervistato alcuni testimoni privilegiati della vicenda Ilva, saggisti e operatori dell’informazione che hanno avuto modo di esprimere la loro opinione sul presente e il futuro prossimo della vicenda.
L’insieme dei materiali che abbiamo raccolto indica che dietro i fatti riportati si manifestano conflitti importanti, che prendono le mosse dal più impressionante tra essi: quello tra salute e lavoro. L’inquinamento proveniente dall’Ilva agisce sulla salute individuale e collettiva dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, ma l’Ilva è anche l’azienda che dà lavoro a tanti. Dietro l’aspetto conflittuale originario si nascondono gli altri: quello tra azienda e lavoratori, quello interno ai sindacati, quello tra istituzioni e azienda, tra azienda e ambientalisti, tra sindacati e ambientalisti, tra media e azienda. Come vedremo, sono state messe in atto numerose tecniche di prevenzione del conflitto attraverso forme di accomodamento più o meno legali: tra queste, abbiamo dedicato il maggior spazio al processo di fidelizzazione della stampa locale promosso dalla direzione delle relazioni pubbliche dell’Ilva, e che emerge dalla documentazione pubblica sulle indagini della magistratura.
Lo scritto si chiude con un’appendice relativa agli eventi susseguitisi dal 17 febbraio 2012, data di apertura del processo per disastro ambientale a carico dell’Ilva, al 9 aprile 2014, data in cui la Corte Costituzionale respinge i ricorsi dei giudici di Taranto sul cosiddetto decreto “Salva Ilva”. Da allora, l’intensità conflittuale appare in diminuzione, e viceversa sembra aumentare l’intento di uscire dall’emergenza, promuovendo una soluzione di Stato ai drammatici problemi – quantomeno quelli più immediati – del colosso siderurgico.
*Articolo pubblicato su siba-ese.unisalento.it,titolo originale: “l conflitto ambientale nell’agenda mediatica. Il caso Ilva”, H-Ermes n°3, 2014
“E’ il sorriso che mi dà la forza di cercare compulsivamente la meraviglia”
Una mia intervista (presa da qui)
In Italia c’è un teatro diverso. Un teatro che prende per mano lo spettatore e lo accompagna in una trama fatta di persone, volti conosciuti, realtà familiari. Storie non necessariamente positive o negative perché nel teatro – come nella vita – a volte a far sì che un racconto si caratterizzi in un modo o nell’altro è lo sguardo dei presenti che assistono al racconto. Quello che c’è di certo in questo teatro diverso in Italia, sono gli interpreti, quelli che la storia non solo l’hanno vissuta, ma la raccontano. Ecco, fra questi, uno dei migliori è Giulio Cavalli. Attore, regista, scrittore, Cavalli passa con la stessa facilità dalla stesura di libri alla recita sul palcoscenico, passando – spesso, ma non solo – attraverso il tema comune della lotta alla mafia.
Iniziamo dal teatro. Uscendo dai tuoi spettacoli, subito fuori dalla sala, si avverte immediatamente un senso di catarsi, un lungo respiro seguito quasi subito dal peso delle parole e delle storie che racconti. E forse è meglio che le seconde seguano il primo.
“Credo che il teatro debba essere il luogo delle domande, piuttosto che delle risposte e quindi mi immagino il teatro come il luogo dove ci si allena a porsi le domande che per disabitudine, per ignoranza, per superficialità o per troppo dolore non ci siamo mai posti”.
Il tuo è un teatro di narrazione che racconta quelle che tu definisci “storie che crescono senza essere raccontate, a volte perché puzzano, a volte perché stanno sotto la cassa di un negozio perché la vetrina deve essere rassicurante”.
“A differenza della televisione in teatro l’umanità della storia è l’ingrediente fondamentale per la credibilità, mi ritengo molto fortunato nell’avere un pubblico che mi affida il proprio ascolto e per questo scelgo con cura quasi ossessiva le storie (e i particolari di quelle storie) da raccontare”.
Da “Do ut Des” in poi tema centrale del tuo teatro diventa la mafia. O forse sarebbe meglio dire l’antimafia, perché la sensazione che si ha stando sul marciapiede immediatamente all’uscita da un tuo spettacolo, è che le tue siano opere contro la mafia e non “sulla” mafia.
“Certo. I miei spettacoli sono “contro”, spesso. E comunque desidero un teatro che prenda posizione, che abbia una posto all’interno della storia. Altrimenti sarebbe cronaca. Non è il mio lavoro”.
Se tu ti interessi alla mafia, anche la mafia si interessa a te. E lo fa perché “dà fastidio la polvere che si alza dagli spettacoli teatrali”. Quando poi alza il tiro, tu fai i nomi e i cognomi dei mafiosi del Nord e del Sud, ma soprattutto inizi a girare per le scuole, raccontando un’altra Italia ad alunni ed insegnanti.
“Se davvero la mafia, come dicevano Borsellino e Falcone, è un fenomeno culturale è semplice cogliere quanto siano importanti gli “operatori” culturali in questa battaglia e l’educazione è la radice della cultura. Davvero credo che a scuola si costruiscano i lettori, gli spettatori che saranno”.
C’è una frase del tuo repertorio che voglio segnalare ed è quella per cui “l’antimafia si fa innamorandosi dello Stato e non dei salvatori”. Eppure, la sensazione, è che ci sia ancora bisogno di un eroe che guidi fuori dalla palude, anche – forse – per un forte senso di disillusione nello Stato.
“La mitizzazione facilita la delega: “questo è un mio mito e affido a lui questa battaglia” è l’errore più comune e pericoloso in cui si possa incorrere”.
Uno di questi eroi, che forse non dovrebbe esserlo, è il magistrato palermitano Nino Di Matteo. Insieme ad altre 7000 persone hai lanciato un appello – ancora firmabile – per chiedere a Renzi di intervenire garantendo maggiore protezione tramite la concessione di un bombjammer al giudice. Un appello che si apre con un “facciamo finta che il tritolo acquistato e nascosto nei bidoni su ordine di Matteo Messina Denaro (così come la racconta un pentito) sia esploso…”
“Di Matteo è la personificazione di un isolamento che serve per preparare il terreno alla delegittimazione. Difendere lui significa difendere le buone pratiche dell’antimafia, significa avere imparato la lezione della storia”
Alla base del tuo lavoro resta un impegno civico che fa eco alle parole dello stesso Nino Di Matteo quando dice “non pensate mai, non cedete nemmeno alla tentazione di pensare anche per un solo momento che la vostra passione civile sia inutile o tradita, per favore non lo pensate mai…”.
“Non credo che sia possibile scindere i comportamenti sopra o sotto il palcoscenico. Il teatro “civile” (espressione che proprio non amo) implica una linearità di comportamenti”.
Capitolo Mafia Capitale. Se per il Procuratore DNA, Vincenzo Macrì “Milano è la capitale della ‘ndrangheta”, Roma non sembra essere da meno. Politici, malviventi di lungo corso, infiltrazioni di ogni genere. Sembra un film già visto, sempre lo stesso.
“Non credo che sia un film già visto: credo che sia lo stesso film e noi ci siamo fatti convincere che fosse giunto alla fine; del resto anche i personaggi sono gli stessi Mafia Capitale racconta anche quanto siamo stati scarsi nell’allenamento della memoria”.
C’è un capitolo di questa storia che non viene raccontato ed è quello che colpisce il terzo settore, quelle persone che, scrivi, sono “uomini e donne che hanno scelto di sacrificare (anche economicamente) la propria vita in nome di un valore da professare nel proprio mestiere”.
“Il terzo settore in Italia ha sostituito il welfare che avrebbe dovuto garantirci lo Stato. Lucrare sul terzo settore è un reato ancora più odioso dal punto di vista etico: significa arricchirsi sulle fragilità degli altri”.
Chiudiamo con una sentenza di questi giorni. La Corte di Cassazione ha confermato i quattro ergastoli per l’omicidio di Lea Garofalo, una storia che hai seguito dall’inizio alla fine.
“Bene. Lo aspettavamo tutti. Adesso mi piacerebbe anche sentire un po’ più di coraggio quando raccontiamo perché Lea sia rimasta sola fino alla morte. Chissà che qualcuno non riesca a dire che Lea Garofalo è stata abbandonata dallo Stato e anche da un bel pezzo dell’antimafia, prima di morire. E poi è stata riadattata da morta”.
Dimenticavo. Su quel marciapiede, davanti al teatro, c’è un terzo sentimento che si avverte, forte, ed è il sorriso che regala uno spettacolo che fa ridere riuscendo a parlare al cittadino prima e alla persona poi.
“Ed è il sorriso che mi dà la forza di cercare compulsivamente la meraviglia”.
In questo momento, Giulio Cavalli è impegnato in un raccolta fondi per il suo prossimo spettacolo, con una storia che potete conoscere e sostenere qui.


