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Quando il vuoto di rappresentanza spinge l’estrema destra: il caso tedesco dell’Afd e l’ago dell’immigrazione

Il successo dei partiti di estrema destra in Europa continua a interrogare politologi ed economisti. L’ipotesi più diffusa attribuiva il fenomeno a crisi economiche, sfiducia nelle istituzioni o paure legate alla globalizzazione. Ma un nuovo filone di studi dimostra che il fattore decisivo è un altro: il vuoto di rappresentanza.

Come ricorda Lorenzo Ruffino, in quasi tutti i Paesi europei i cittadini risultano più conservatori della classe politica sui temi culturali – immigrazione, sicurezza, identità nazionale, rapporti con l’Unione europea – mentre sui temi economici le distanze tra elettori e parlamentari sono contenute. Questa asimmetria spiega perché lo spazio politico aperto a destra continui a essere occupato e alimentato dai movimenti radicali. È la fotografia di un continente in cui le paure sociali trovano interpreti più pronti dei partiti tradizionali.

Il caso tedesco e l’esperimento sulla Cdu

Lo studio più recente, firmato dall’economista Laurenz Guenther (Toulouse School of Economics) e da Salvatore Nunnari (Bocconi), ha messo alla prova questa tesi con un esperimento sulle elezioni federali tedesche del febbraio 2025. A cinquemila cittadini tedeschi sono state fornite informazioni manipolate sulla posizione della CDU in tema di immigrazione: a un gruppo il partito veniva presentato come più liberale, a un altro come più restrittivo. L’esito è stato netto: quando gli elettori percepivano la Cdu più vicina alle loro preferenze conservatrici, il sostegno ad Alternative für Deutschland (Afd) calava bruscamente; se invece la Cdu appariva più aperta, Afd cresceva.

Le stime degli autori mostrano che se la Cdu avesse adottato la stessa posizione di Afd, quest’ultima sarebbe crollata dal 20,8 per cento del 2025 a circa il 5 per cento. Il meccanismo è chiaro: non è la “protesta irrazionale” a determinare il voto populista, ma la distanza percepita tra cittadini e partiti mainstream. La scelta di campo, anche se solo percepita, ha un effetto diretto sul consenso.

Una distanza strutturale, non episodica

Ruffino sottolinea come questa forbice non riguardi solo categorie specifiche ma attraversi l’intero corpo elettorale. Uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri, laureati e non laureati: tutti mediamente più conservatori dei loro rappresentanti. Persino molti immigrati, spesso percepiti come beneficiari di politiche aperte, chiedono maggiori restrizioni ai flussi e più obblighi di assimilazione. La distanza tra società e partiti, dunque, non è il riflesso di una stagione passeggera, ma una costante che il dibattito politico tende a rimuovere.

Il problema, dunque, non è congiunturale. Quando un tema come l’immigrazione diventa centrale nell’agenda pubblica, il divario si “attiva” e viene capitalizzato dai partiti radicali. AfD in Germania, ma anche Rassemblement National in Francia o Reform UK in Gran Bretagna, hanno costruito il proprio radicamento proprio su questa dinamica. Non è la società a spostarsi verso posizioni estreme, è la politica tradizionale a lasciare un varco che altri occupano.

La posta in gioco

L’esperimento tedesco dimostra che chiudere il gap non significa soltanto recuperare qualche voto al centrodestra: significa soprattutto sottrarre ossigeno alle destre radicali, che si nutrono di quella distanza. La simulazione elaborata da Guenther e Nunnari mostra che uno spostamento anche lieve della CDU verso posizioni più restrittive ridurrebbe di quasi cinque punti il consenso di AfD, riportando voti ai partiti tradizionali. È un effetto asimmetrico: il guadagno per la CDU è moderato, ma la perdita per AfD è consistente, segno che l’elettorato radicale è in larga parte intercettabile.

La conclusione, osserva Ruffino, è che il successo dell’estrema destra non nasce da un errore degli elettori o da un puro malessere sociale, ma da una dinamica strutturale di offerta politica. Finché i partiti tradizionali restano più a sinistra del loro elettorato su temi cruciali, lasciano un corridoio aperto che i movimenti nazionalisti percorrono con facilità. La politica europea è chiamata a misurarsi con questo nodo: non basta denunciare la retorica populista, serve interrogarsi sullo scarto che l’ha resa vincente.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #33

Le piazze oggi sono un porto di terra: cento cortei, oltre due milioni di persone, studenti e lavoratori che occupano strade e stazioni come corridoi umanitari dove la merce non passa e la coscienza sì. È la “ciurma senza nave” della Global Sumud Flotilla che continua a navigare sull’asfalto: blocchi ai binari, porti chiusi ai TIR, assemblee trasformate in carte nautiche di un Paese che non vuole essere complice. A Bologna, Milano, Torino la marea è visibile anche ai ciechi.

A Palazzo Chigi si mastica imbarazzo. Prima l’idea di far pagare il rientro agli attivisti, poi la corsa del Viminale e della Farnesina a inseguire la narrativa dei “disagi senza vantaggi” mentre le immagini dell’abbordaggio in acque internazionali fanno il giro del mondo. Perfino la tempistica dei contatti consolari e l’assistenza legale è contestata: udienze fissate senza avvertire i difensori, trasferimenti lampo. Una gestione che assomiglia più a una resa di dignità che a una politica estera. Nel porto di Ashdod la scena più raccapricciante: Itamar Ben-Gvir passeggia tra i recinti, indica i fermati e li chiama «terroristi», sale sulle navi come fossero trofei.

È il ministro che trasforma i diritti in propaganda, mentre alcuni attivisti vengono spostati a Ketziot e i legali denunciano abusi. La criminalizzazione come metodo, l’umiliazione come messaggio. Intanto Gaza sanguina. Dall’alba nuovi bombardamenti su case e “zone sicure”: decine di morti solo oggi, il bilancio complessivo supera i 66 mila. Restano famiglie sepolte, quartieri rasi al suolo, ospedali al collasso e una città svuotata a colpi di ordini di evacuazione e esplosivi radiocomandati. La ciurma di terra lo sa: la rotta non è finita finché non c’è protezione, corridoi veri, tregua, giustizia.

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Complicità di governo: le denunce fanno quello che la politica non osa

Ci sono decine di denunce pronte a riempire i tavoli della Procura di Roma. Mica un gesto simbolico: sono esposti che chiamano in causa Israele per l’assalto in acque internazionali alla Global Sumud Flotilla e il governo italiano per omissione di tutela verso i propri cittadini. È il diritto internazionale a reclamare spazio, mentre la politica italiana si esercita in equilibrismi semantici per evitare di disturbare l’alleato.
Le accuse non riguardano soltanto la violenza dei militari israeliani, ma il vuoto lasciato da Palazzo Chigi. Gli attivisti, imbarcati con il sostegno pubblico di associazioni e cittadini, si aspettavano protezione. Hanno trovato il silenzio di un esecutivo che ha scelto la convenienza diplomatica. Crosetto, per difendere l’indifendibile, si è rifugiato in rapporti vecchi di dieci anni per legittimare un blocco navale che l’Onu ha definito illegittimo.
A differenza della propaganda, le denunce hanno un pregio: impongono alle istituzioni di rispondere con atti, non con dichiarazioni. Se la Procura accoglierà le istanze, si aprirà un fascicolo che metterà a nudo la distanza tra la retorica della legalità e la pratica della ragion di Stato.
Le firme che sostengono gli esposti non chiedono favori, ma l’applicazione delle regole comuni. Perché il diritto internazionale non è un orpello da citare nei convegni: è l’unico argine che resta quando la politica decide che la vita dei cittadini vale meno delle alleanze.
Buon venerdì.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #32

Gli occhi restano su Gaza. La Croce Rossa ha sospeso le attività a Gaza City e ha ridislocato il personale più a sud per l’escalation: chi resta al nord viene spinto alla fuga da un ultimatum che parla di «ultima opportunità» per lasciare la città, con il ministro Katz che avverte che chi rimane sarà trattato da «terrorista o sostenitore». Fame, ospedali al limite, vie di fuga a singhiozzo: è la fotografia di oggi.

Intanto si chiama “pace” un piano che non promette diritti. Il progetto di Donald Trump è accolto con favore da Bruxelles e da diverse capitali europee; Roma si allinea, ringrazia Washington e si dice pronta a «fare la sua parte». È qui la frattura: le piazze chiedono un cessate il fuoco reale e corridoi umanitari veri, non una normalizzazione senza sbocco politico.

In mare, la missione è di fatto conclusa. Israele ha molte imbarcazioni e circa duecento attivisti sono stati fermati e trasferiti ad Ashdod per l’identificazione. Le espulsioni sono già in corso e il governo italiano conferma che i connazionali saranno rimpatriati. Si chiamano deportazioni. 

Resta però un gesto ostinato: la Mikeno ha toccato le acque palestinesi prima di perdere contatto. L’esercito israeliano smentisce, ma il simbolo è già lì, nella rotta che ha bucato la rassegnazione. In un Mediterraneo militarizzato, una barca civile ha ricordato che il blocco non è un destino, ma una scelta politica che produce fame.

Nella vita bisogna decidere se essere come Antonio Tajani, che balbetta sul diritto internazionale oppure come la Mikeno, piccola e testarda, che ha tenuto la prua verso Gaza per ricordarci che dignità e legalità non si espellono e non si rimpatriano.

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Lo sciopero come problema d’ordine pubblico: dalle destre il solito copione pure sulla Flotilla

Lo sciopero generale del 3 ottobre, indetto dopo l’attacco israeliano alla Global Sumud Flotilla e la gestione del governo Meloni, è già diventato terreno di battaglia politica. Giorgia Meloni ha liquidato la protesta con una battuta («weekend lungo e rivoluzione non stanno insieme»), mentre Matteo Salvini ha minacciato la precettazione sostenendo che «non esiste diritto al caos». Nelle stesse ore, da Forza Italia a Azione, si è ripetuto il mantra della farsa e dell’inutilità, riducendo la mobilitazione a un fastidio per chi lavora o a un gesto velleitario “contro Netanyahu”.

Un secolo e mezzo di delegittimazioni

Il copione non è nuovo. Da oltre un secolo e mezzo ogni sciopero viene delegittimato evocando i disagi per i cittadini, come se l’esercizio di un diritto costituzionale dovesse essere innocuo e invisibile. Già negli anni Cinquanta lo strumento fu bollato come “arma di minoranze”, negli anni Settanta come “ricatto delle piazze”, e oggi torna la versione aggiornata: un atto che disturba la normalità.

L’articolo 40 della Costituzione definisce lo sciopero un diritto individuale, non un favore concesso dal governo di turno. Ed è la stessa giurisprudenza a ricordare che anche lo sciopero politico, volto a incidere sulle scelte di governo e sulle politiche pubbliche, è legittimo se rispettoso dei limiti di legge. La propaganda di queste ore finge di non sapere che esistono regole precise: nei servizi essenziali la legge 146 del 1990 impone preavvisi, rarefazioni e servizi minimi. Trenitalia ha già pubblicato la lista dei treni garantiti, smentendo la narrazione del caos generalizzato.

Sciopero, il bersaglio è il governo, non Netanyahu

Un altro passaggio chiave riguarda il tentativo di spostare l’obiettivo della protesta. A destra si ripete che scioperare contro Netanyahu non ha senso, ma è un espediente retorico: le proclamazioni ufficiali parlano chiaramente del governo italiano. La Cgil ha definito l’attacco alla Flotilla «un colpo all’ordine costituzionale» e «un attentato all’incolumità dei cittadini italiani», chiamando alla mobilitazione in difesa della democrazia e del diritto internazionale. L’Usb ha parlato di «complicità politica del governo Meloni» e di responsabilità dirette nell’avere abbandonato gli attivisti in mare. In questo quadro, ridurre lo sciopero a un’iniziativa “contro Israele” serve a depotenziarne il messaggio e a costruire un alibi politico.

La posta in gioco democratica

Il diritto di sciopero non è un orpello né un rituale folkloristico: è la più antica forma di conflitto sociale, strumento con cui lavoratori e cittadini possono opporsi a decisioni che li riguardano direttamente. Presentarlo come un capriccio da weekend lungo, come ha fatto la presidente del Consiglio, significa rimuovere le ragioni di chi protesta e ribaltare le responsabilità.

Così come brandire la precettazione come arma politica è una forzatura: la legge la prevede solo in casi eccezionali, quando uno sciopero mette in pericolo diritti fondamentali e sempre dopo il pronunciamento della Commissione di garanzia. È un meccanismo di equilibrio, non uno strumento di intimidazione. Ed è bene ricordare che ogni abuso di questa minaccia indebolisce la stessa architettura democratica: se il diritto di sciopero diventa oggetto di propaganda e non di tutela, la Costituzione rischia di ridursi a una cornice ornamentale.

Domani 3 ottobre i cittadini che scioperano non saranno “contro Netanyahu”, come sostiene la destra, ma contro un governo che ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Ed è questa la verità che si cerca di oscurare: trasformare la legittima protesta in un diversivo, fingendo di non sapere che la posta in gioco non è il traffico del venerdì, ma la tenuta di un diritto costituzionale. E quando un governo prova a minimizzare o a ridicolizzare l’uso di quello strumento, non colpisce solo i sindacati ma la società nel suo complesso, perché nega la possibilità stessa di conflitto come motore di cambiamento.

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Von der Leyen, sotto accusa il servizio dei portavoce: la comunicazione come braccio politico della presidente

La seconda presidenza di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea rischia di trasformarsi in un boomerang politico. A Bruxelles non si fermano le critiche sul suo sistema di comunicazione: giornalisti, lobbisti e persino funzionari della stessa Commissione denunciano difficoltà crescenti nell’ottenere informazioni attendibili. Non è un dettaglio tecnico, ma un problema politico in piena regola, perché riguarda la trasparenza di un’istituzione già in affanno.

Le accuse si concentrano sul portavoce service, lo “SPP”, una struttura di circa ottanta persone che risponde direttamente alla presidente. In teoria dovrebbe garantire il flusso di notizie tra Commissione e opinione pubblica. In pratica viene accusato di fornire informazioni contraddittorie o fuorvianti, di ritardare le risposte e di alimentare diffidenza. Il presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa, Dafydd ab Iago, ha denunciato mesi di “comunicati sterilizzati” e l’assenza dei documenti necessari per verificare i contenuti.

Il caso Ribera e gli altri inciampi

La lista delle gaffe è lunga. A settembre la commissaria alla concorrenza Teresa Ribera ha disertato la conferenza stampa sulla maxi-sanzione a Google. Ai giornalisti fu detto che aveva un volo anticipato: notizia rivelatasi falsa. Sempre nello stesso mese, sulla presunta interferenza russa al GPS dell’aereo di von der Leyen, i portavoce fornirono versioni opposte. Altre volte, come nel webinar sull’intelligenza artificiale, l’evento fu presentato come “off the record” e poi trasmesso integralmente su YouTube.

Le proteste non riguardano solo la gestione degli imprevisti. Quando in luglio è stato presentato il piano da 2.000 miliardi per il bilancio pluriennale, l’Associazione della Stampa internazionale ha parlato apertamente di tentativo di “strumentalizzazione e confusione”, visto che la proposta era priva persino di una tabella numerica di base. Lo stesso era accaduto pochi mesi prima, con il silenzio sulla malattia della presidente: i portavoce negarono aggiornamenti mentre von der Leyen era già ricoverata.

La centralizzazione del potere

Dietro questa catena di errori c’è una struttura sempre più accentrata. Von der Leyen ha ridotto il numero dei portavoce e ogni informazione passa dal vaglio del suo gabinetto. I funzionari parlano di un sistema “avverso al rischio” che rallenta tutto e indebolisce la credibilità della Commissione. In sostanza, più che un servizio di comunicazione, l’SPP appare come un braccio politico della presidenza, con margini ridotti di autonomia.

L’arrivo, a giugno, di Alexandra Henman – ex portavoce del Partito popolare europeo – come consigliera per la comunicazione interna, ha rafforzato questa impressione. Un doppio canale, tra SPP e gabinetto, che aumenta la confusione. Non è un caso che diversi osservatori abbiano parlato di una “Commissione più politica”, ma anche più opaca.

Già la settimana scorsa su La Notizia raccontavamo la tendenza di Bruxelles a copiare il modello comunicativo di Giorgia Meloni: interviste senza contraddittorio, controllo del messaggio e riduzione degli spazi critici. Le vicende di queste settimane mostrano che quella lettura era tutt’altro che azzardata.

Una credibilità in bilico

La presidente affronta ora due mozioni di sfiducia al Parlamento europeo, mentre cresce il peso delle forze euroscettiche. In un contesto in cui l’Unione è chiamata a reggere scosse geopolitiche ed economiche, la debolezza comunicativa non è un dettaglio: è la prova di un assetto istituzionale che preferisce blindarsi invece di aprirsi.

L’errore non è solo di forma, ma di sostanza. Senza trasparenza e chiarezza, la Commissione rischia di perdere definitivamente l’egemonia del racconto sull’Europa, lasciandolo a chi lavora per smontarla.

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Sciopero generale: la lezione che Salvini non vuole imparare

Ancora una volta, Matteo Salvini ha scelto la strada sbagliata. Dopo il fermo della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale. La risposta del ministro? Minacciare la precettazione. Un riflesso condizionato, che ignora la legge, la Commissione di garanzia e persino i precedenti giudiziari che hanno già bollato come abuso le sue ordinanze.

La legge 146 del 1990 prevede eccezioni precise al preavviso: in caso di gravi eventi lesivi della sicurezza, i lavoratori possono scioperare senza attendere i dieci giorni. Ed è difficile negare che un attacco a una missione civile italiana in mare, senza che il governo abbia mosso un dito per tutelare i suoi cittadini, non rientri in quella fattispecie. Non solo: lo sciopero del 3 ottobre era già stato regolarmente proclamato dal S.I. Cobas, con i tempi corretti, e dunque perfettamente legittimo.

Salvini però insiste. E non è la prima volta. Negli ultimi anni ha usato la precettazione come manganello politico, dimenticando che dovrebbe essere un rimedio eccezionale, da applicare solo in presenza di un pericolo imminente per i diritti fondamentali. Lo ha detto anche il Tar del Lazio, sospendendo una sua ordinanza e certificando l’abuso.

Lo sciopero non è un capriccio né un fastidio da contenere: è il sale della democrazia, il contropotere che obbliga chi governa a rispondere. Ridurlo a cavillo procedurale significa disprezzare la sua funzione. Se oggi i lavoratori scendono in piazza, è perché avvertono l’assenza di un governo capace di difendere i diritti. E se Salvini vuole davvero meno scioperi, la soluzione non è la precettazione: è la politica.

Buon giovedì.

Immagine dalla manifestazione spontanea di Roma dopo l’assalto della marina israeliana alla Global Sumud Flotilla, dalla bacheca di Ilaria Cucchi

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Intercettata la Flotilla ma la missione è compiuta

La La Global Sumud Flotilla è stata intercettata dall’esercito israeliano Gli abbordaggi richiederanno ancora tempo, ma tutti gli equipaggi sono in posizione, pronti a favorire le operazioni. Non è un imprevisto, era previsto: da mesi si sono esercitati anche per questo. Perché non sono esagitati, non sono avventurieri in gita: sono donne e uomini che rappresentano la parte migliore di questo mondo, quella che crede nel valore delle missioni civili e della non violenza. La Global Sumud Flotilla aveva due obiettivi dichiarati. Il primo: aprire gli occhi del mondo su Gaza, sottolineando la complicità dei governi che da anni tollerano e sostengono il blocco mentre si consuma un genocidio. Questo obiettivo è stato raggiunto. Oggi nessuno può più dire di non sapere, nessuno può più nascondersi dietro il silenzio. Gaza è diventata il termometro dell’umanità e della democrazia: lo specchio di un mondo in cui la forza piega la legge e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo. Il secondo obiettivo era aprire un canale umanitario permanente. Questo, per ora, è fallito a metà. Il mondo sa che Gaza ha fame, che Gaza ha bisogno di cure, e ha ascoltato i governi – come quello italiano – mentire, balbettare di corridoi umanitari che esistono solo nelle dichiarazioni, che non sfamano e non curano. È bene dirlo con chiarezza: quella della Global Sumud Flotilla è una missione politica. Non c’è nulla di più politico che liberare gli oppressi, salvare i bambini, sfamare gli affamati. La politica non è fatta solo di palazzi e di trattative: è anche decidere di stare dalla parte della vita. La missione in mare è finita. Ma la missione continua a terra, con chi non si arrende e con chi chiede di bloccare tutto finché i governi non saranno costretti a guardare Gaza negli occhi. Perché la verità, stanotte, è passata comunque.

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Sulla Flotilla si consuma lo strappo tra governo e Paese. Delia: “L’abbordaggio da parte di Israele? Sarebbe un atto di pirateria”

Roma, 1 ottobre. Alla Camera dei deputati la portavoce della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, ha messo in fila fatti e responsabilità davanti a sindacati, parlamentari e stampa. Ha ricordato che la rotta è in acque internazionali e che un eventuale abbordaggio «sarebbe un atto di pirateria». Poi l’affondo sul governo: «È surreale dire che un arresto illegale sarebbe per noi l’opzione migliore, purché vivi». È accaduto oggi, con la Flotilla in navigazione e gli equipaggi pronti a documentare ogni passo.

Manovre notturne e la scelta dell’Alpino

Nella notte le navi civili Alma e Sirius sono state da unità militari israeliane e costrette a una brusca manovra per evitare la collisione frontale: «Manovre pericolose e intimidatorie» ai danni di «civili disarmati da oltre 40 Paesi», ha denunciato la missione. È un passaggio chiave che fissa il contesto giuridico evocato dagli organizzatori. Sul fronte italiano, la fregata Alpino ha diramato «l’ultimo avviso»: non ha oltrepassato la linea delle 150 miglia dalla costa di Gaza. Tradotto: nel tratto decisivo l’unità italiana non c’è più e non accompagna la Flotilla nella zona a massimo rischio.

Da Copenaghen, intanto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha bollato la missione come «iniziativa irresponsabile», sostenendo che, se fosse “solo umanitaria”, avrebbe accettato la consegna mediata degli aiuti. Dalla sala stampa della Camera, Delia ha replicato che «chi è a bordo ha già assunto la propria responsabilità» e che il segnale arrivato dall’esecutivo è quello di una legge «non più uguale per tutti».

La diplomazia che chiede di consegnare altrove

La nota congiunta dei ministri degli Esteri di Italia e Grecia chiede a Israele di «garantire la sicurezza e l’incolumità» dei partecipanti e invita gli attivisti ad «accettare la disponibilità del Patriarcato Latino di Gerusalemme» per la consegna degli aiuti. Nello stesso testo si accredita il “piano Trump” come «concreta possibilità» per chiudere il conflitto e si sollecita di evitare iniziative «strumentalizzabili». È la cornice che, nei fatti, spinge a spostare la destinazione degli aiuti e a sterilizzare l’obiettivo politico dichiarato dalla Flotilla: rompere l’assedio navale.

Diversa, per sfumature, la posizione spagnola: Madrid mantiene la nave Furor in «raggio operativo» per eventuali soccorsi e definisce «encomiabile e legittima» la missione, ma raccomanda di non entrare nella “zona di esclusione” fissata da Israele. Nel campo del diritto, la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha ribadito che intercettare la Flotilla in acque internazionali costituirebbe una violazione del diritto marittimo e internazionale.

Sul terreno politico interno lo scontro è frontale. Il senatore M5S Marco Croatti, imbarcato, ricorda il carico di «alimenti energetici per bambini – marmellate, biscotti, miele – ritenuti illegali da Israele»; per il Pd Alessandro Zan, se il governo «si tirerà indietro si renderà complice» di eventuali azioni dell’esercito israeliano. Da Avs è arrivata la richiesta di un sostegno politico chiaro agli attivisti italiani in mare. Dalla maggioranza, Fratelli d’Italia invita a «fermarsi», mentre nel dibattito entra anche un esposto dell’Istituto Friedman che evoca presunte “complicità”: un repertorio retorico che prova a delegittimare la componente civile della missione.

Piazze, scuole e porti: la pressione sociale

Oltre al Parlamento oggi si muove il Paese reale. Sui canali social circola l’invito: «Se attaccano la Flotilla, blocchiamo tutto», con presidio immediato al Colosseo e chiamata a sciopero generale il giorno successivo. A Napoli collettivi studenteschi annunciano cortei e rivendicano rallentamenti nei porti; da più città si organizzano pullman per la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. È la pressione di terra che accompagna le navi e chiede due cose elementari: proteggere cittadini italiani e osservare il diritto internazionale.

Il punto, oggi. La conferenza stampa alla Camera si è svolta e ha fissato le posizioni; in mare la Flotilla documenta manovre ostili e un quasi impatto in acque internazionali; la fregata Alpino non oltrepasserà le 150 miglia e quindi non accompagna più il tratto decisivo; Italia e Grecia chiedono garanzie a Israele e propongono la consegna al Patriarcato; la presidente del Consiglio parla di irresponsabilità; le opposizioni chiedono protezione per i connazionali a bordo; le piazze si preparano a scendere in strada. La cronaca è questa. Il resto – il senso politico – lo racconta una fotografia: in mare una flotta civile, a terra un Paese che discute se guardare, intervenire o voltarsi dall’altra parte.

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Hydra, nuove indagini di “straordinaria rilevanza”: slitta la requisitoria sul maxi-processo alle mafie in Lombardia

Milano, 30 settembre 2025. Doveva essere la giornata della requisitoria dei pubblici ministeri, con Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane pronti a esporre davanti al gup Emanuele Mancini le conclusioni dell’accusa. Al contrario, la maxi-udienza dell’inchiesta “Hydra” si è trasformata in un passaggio sospeso: la Dda ha chiesto e ottenuto un rinvio perché, come ha spiegato Cerreti, «è in corso un’attività di indagine di straordinaria rilevanza». I nuovi accertamenti, il cui contenuto rimane riservato, saranno depositati entro il 17 ottobre. L’udienza è stata aggiornata al 24 ottobre.

Il procedimento, uno dei più ampi degli ultimi anni, riguarda 146 imputati complessivi: 77 hanno scelto il rito abbreviato, 59 sono in udienza preliminare e altri hanno chiesto di patteggiare. Al centro del fascicolo c’è l’ipotesi di un’alleanza stabile fra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, capace di operare come un unico “sistema mafioso lombardo” con basi tra Milano e Varese. Un impianto che la procura milanese, diretta da Marcello Viola, ha difeso con forza davanti ai diversi gradi di giudizio cautelari, ottenendo la convalida del Riesame e della Cassazione.

I nomi e la struttura del “consorzio”

Tra i protagonisti della vicenda spiccano i nomi di Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa nostra Gaetano, e dei fratelli Bernardo, Domenico e Michele Pace, indicati come parte del mandamento trapanese legato a Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro. Errante Parrino, arrestato a gennaio dopo una decisione della Suprema Corte, è in udienza preliminare. La lista degli imputati comprende figure riconducibili anche alla camorra romana della famiglia Senese e a cosche della ’ndrangheta attive tra Lombardia e Piemonte.

Secondo l’accusa, il “consorzio” non si sarebbe limitato a occasionali affari comuni ma avrebbe creato una struttura con regole condivise, una cassa comune e una capacità autonoma di intimidazione. Un passaggio decisivo, perché sposta il piano da una cooperazione tra clan a una nuova associazione mafiosa autonoma radicata al Nord.

Le tensioni in aula e la sicurezza dei magistrati

La dimensione del processo non è solo giudiziaria. Durante le udienze estive, nell’aula bunker di Opera, la pm Cerreti è stata oggetto di gesti ritenuti intimidatori da parte di un imputato, Giuseppe Sorci, che le avrebbe rivolto più volte un segno della croce. L’episodio, documentato in una relazione investigativa, ha portato al rafforzamento delle scorte sia per Cerreti sia per il procuratore Viola. È un segnale della delicatezza di un procedimento che tocca reti mafiose ancora attive e con capacità di pressione.

La scelta della procura di fermare la requisitoria conferma che il quadro accusatorio è in movimento. Nuove prove, nuove intercettazioni o nuovi riscontri documentali potrebbero modificare l’assetto delle imputazioni e incidere sulle strategie difensive. Le opposizioni dei legali alla richiesta di rinvio testimoniano la tensione crescente: i difensori temono che il processo possa dilatarsi ulteriormente, con effetti sulle posizioni dei loro assistiti.

Prospettive e posta in gioco

Il 24 ottobre si aprirà dunque una fase decisiva. La Dda di Milano punta a dimostrare che in Lombardia si sia insediato un soggetto mafioso composito, capace di unire tradizioni criminali diverse in un’unica regia. Se la tesi reggerà in aula, si tratterebbe di un passaggio giurisprudenziale e investigativo di rilievo nazionale: la certificazione dell’esistenza di un’alleanza stabile tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra fuori dai territori d’origine.

L’inchiesta “Hydra” prende il nome dal mostro mitologico dalle molte teste, un’immagine scelta non a caso per descrivere un’organizzazione che muta, si adatta e continua a espandersi. Il rinvio racconta che una di quelle teste non è stata ancora individuata del tutto. Saranno i nuovi atti a rivelare fino a che punto il “sistema” lombardo fosse radicato e quali interessi economici abbia realmente controllato.

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