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Italia–Libia, verso il rinnovo del Memorandum che conferma la scelta politica: esternalizzare il controllo delle frontiere

Il 2 novembre 2025 scadrà la finestra utile per fermare la proroga del Memorandum Italia–Libia. Nessun segnale è arrivato da Palazzo Chigi: tutto lascia intendere che l’accordo si rinnoverà automaticamente il 2 febbraio 2026 per altri tre anni, fino al 2029. Una continuità che conferma la scelta di legare la gestione della rotta del Mediterraneo centrale alla cooperazione con Tripoli, nonostante i dati, le cronache e le sentenze abbiano messo a nudo gli effetti concreti di questa strategia.

Un rinnovo senza dibattito

Il Memorandum, firmato il 2 febbraio 2017, ha trasformato la cosiddetta guardia costiera libica nel perno delle politiche italiane. Roma ha fornito motovedette, manutenzione, formazione e assistenza tecnica, con l’obiettivo dichiarato di fermare le partenze. Bruxelles ha rafforzato il dispositivo con il Fondo fiduciario per l’Africa e poi con lo strumento Ndci.

In otto anni questo sistema ha intercettato decine di migliaia di persone riportandole in Libia, in centri di detenzione descritti dalle missioni Onu come luoghi di torture, stupri, esecuzioni sommarie. L’Unhcr e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni hanno ribadito che la Libia non può essere considerata un “luogo sicuro”, ma il dispositivo continua a essere finanziato e rinnovato senza un vero passaggio parlamentare.

Le sentenze che smontano Tripoli

Le aule di giustizia italiane hanno iniziato a incrinare la narrazione ufficiale. L’11 giugno 2025 la Corte d’appello di Catanzaro ha confermato l’illegittimità del fermo della nave Humanity 1, affermando che il centro di coordinamento di Tripoli e la guardia costiera libica non possono essere considerati attori Sar legittimi. Una decisione che mina le basi giuridiche dell’intera architettura.

L’8 luglio la Corte costituzionale ha richiamato i limiti alle prassi di fermi e porti lontani per le ONG. Anche la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Hirsi Jamaa del 2012, aveva già chiarito che l’Italia non può sottrarsi alle proprie responsabilità quando delega a terzi il controllo dei migranti in mare. Eppure il rinnovo procede come se queste pronunce non avessero mai avuto luogo.

Spari, morti e silenzi istituzionali

Gli episodi degli ultimi mesi raccontano una realtà che stride con la formula della “cooperazione per salvare vite”. Ad agosto la nave Ocean Viking è stata presa di mira in acque internazionali da una motovedetta libica donata dall’Italia; a fine settembre la Sea-Watch 5 è stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalla Ubari 660, una Corrubia trasferita a Tripoli con decreto del 2018; appena ieri un nuovo inseguimento si è concluso con un naufragio e un morto. Intanto le statistiche confermano che il Mediterraneo centrale resta il confine più letale: oltre 2.400 morti o dispersi nel 2024, già più di 1.500 nei primi nove mesi del 2025. La Libia continua a essere il principale punto di partenza, Lampedusa il primo approdo sotto pressione.

Le reazioni non mancano. Quarantadue organizzazioni hanno chiesto alla Commissione europea di interrompere i finanziamenti al dispositivo libico. A fine settembre un appello internazionale ha invocato lo stop al rinnovo e mobilitazioni sono annunciate a Roma. Ma i governi europei difendono il Memorandum come strumento contro i trafficanti e a favore del soccorso. Il risultato, nei fatti, è l’opposto: spari contro navi civili, naufragi, respingimenti verso abusi.

Il rinnovo automatico del Memorandum è ormai una certezza. Dal 2 febbraio 2026 e fino al 2029 l’Italia resterà legata a un accordo che, al di là delle formule diplomatiche, significa continuare a esternalizzare il controllo delle frontiere a un Paese che la comunità internazionale non considera sicuro. Le cronache e le sentenze raccontano già cosa significa: altri tre anni di morti, spari e silenzi.

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Come lo sbarco sulla luna

Scrivo questo buongiorno con colpevole ritardo dopo una notte passata in una veglia laica che ha tenuto insieme il Paese, le piazze, i social e un’infinita diretta sui canali di Global March To Gaza Italia, la componente italiana della missione Global Sumud Flotilla. 

Qualche giorno fa, il 22 settembre, scrivevano i giornali – quelli che non spacciano calunnie – che mai negli ultimi anni si erano viste le piazze così piene e variegate. Ieri sera il cuore di quelle piazze – mai stanco e mai domo – si è rimesso in moto seguendo le barche. È stata la notte in cui la fregata italiana ha scelto di fermarsi di fronte a una linea rossa immaginaria tracciata da Israele e inesistente per il diritto internazionale. È stata la notte in cui artisti, intellettuali e attivisti hanno ringraziato una missione civile per avere toccato i nervi di una comunità che si è riconosciuta sognante e attiva. E stata la notte in cui un pezzo di Paese s’è sentito imbarcato. 

Nell’Italia che non vota cinquanta barche in mezzo al mare portano con sé le Costituzioni, i diritti, la storia “e il vangelo”, come ha detto a notte fonda lo storico Tomaso Montanari. E così s’è celebrata una veglia laica che non ha niente a che vedere con il ricordo ma che sa di movimento – per mare e per terra – e che si ostina a combattere l’infingardia e la vigliaccheria di una politica complice. 

Gli equipaggi della Global Sumud Flotilla – quelli di terra e quelli di mare – vengono dal futuro. Si sono scrollati di dosso la cortese diplomazia che calpesta il diritto internazionale. Sarà per questo che un pezzo di Paese li segue con la stessa apprensione dello sbarco sulla luna. 

Buon mercoledì. 

La missione umanitaria in diretta qui

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #30

Scriviamo queste righe dal futuro. È il trentesimo giorno di navigazione e la notte che ci attende può diventare il “giorno zero”: la fregata italiana abbandonerà la scorta per non disturbare un governo che chiude gli occhi sul genocidio a Gaza. Questa notte – per voi che leggete è già ieri – la Flotilla entrerà nella cosiddetta “zona rossa”, dove Israele da anni agisce impunemente contro il diritto internazionale.

Il punto non sono le barche, né i pettegolezzi della politica italiana. Il punto è Gaza. Nelle ultime ore almeno 31 persone sono state uccise dai raid israeliani. Il nuovo piano firmato da Trump e Netanyahu parla di ricostruzione e disarmo, ma disegna ancora una prigione a cielo aperto, con il carceriere che decide tempi e modi della sopravvivenza.

La Commissione d’inchiesta dell’ONU ha già qualificato le azioni di Israele come genocidio: distruzione sistematica, fame usata come arma, dichiarazioni dei leader che parlano di “spoliazione”. Ogni governo che tace si rende complice.

La Global Sumud Flotilla è lo specchio che costringe a guardare questa vergogna. Decine di imbarcazioni da 44 paesi portano aiuti e chiedono libertà di passaggio. L’Italia ha deciso di ritirare la sua fregata a 150 miglia dalla costa, invocando “esaurimento del rischio”. Ma in quelle 150 miglia si gioca il senso della nostra presenza: resistere dove gli altri si voltano, testimoniare ciò che accade nella zona proibita.

Se stanotte il mare coprirà le voci di sirene e bombe, almeno resterà questo diario: la prova che qualcuno non ha accettato il silenzio. Domani, se resisteremo, il mondo saprà che c’era chi ha avuto il coraggio di guardare.

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Marche, il giorno dopo il centrosinistra è davanti al bivio: Schlein assediata dentro il Pd e i dubbi crescenti tra i 5 Stelle

Il risultato delle regionali nelle Marche non è soltanto una conferma locale ma un segnale politico di portata nazionale. Francesco Acquaroli ha ottenuto il 52,4% dei voti contro il 44,4% di Matteo Ricci, con Fratelli d’Italia primo partito al 27,4% e il Pd fermo al 22,5%. La Lega, ridotta al 7,3%, perde quasi centomila voti rispetto al 2020, ma la coalizione di centrodestra resta solida grazie alla crescita di Forza Italia, che con l’8,6% rivendica di essere «forza centrale» come ha detto Antonio Tajani. L’affluenza crollata al 50% ha pesato soprattutto sulle opposizioni, incapaci di mobilitare un elettorato sfiduciato.

Schlein assediata e il peso della sconfitta

Per Giorgia Meloni la riconferma di Acquaroli dimostra che «il buon governo paga» e rafforza la leadership nazionale. Per Elly Schlein, invece, la sconfitta apre un fronte interno difficile da gestire. La segretaria dem ha parlato di «sfida difficile» invitando a guardare alle prossime regioni, ma dentro il partito il clima è tutt’altro che sereno. Pina Picierno ha accusato i vertici di non saper «interpretare la crisi del ceto medio», mentre i riformisti lavorano a una piattaforma alternativa con la convention del 24 ottobre a Milano. Francesco Boccia ha tentato di minimizzare, definendo quello marchigiano un «voto locale», ma le voci critiche si moltiplicano e la tenuta della segretaria torna in discussione.

Matteo Ricci, sconfitto ma fedele al progetto, ha ammesso che «l’unità non basta ma senza non si compete». Il problema è che il Pd aveva considerato le Marche contendibili e il distacco di otto punti segna un fallimento strategico. Ricci non è riuscito a spostare consensi nelle province più ostili, mentre il centrodestra ha sfruttato la forza dell’incumbency e il sostegno diretto della premier. Per molti dirigenti dem la lezione è chiara: il campo largo, così com’è, non è sufficiente.

Conte frena, il campo largo vacilla

Giuseppe Conte ha parlato di «scelta di continuità» da parte degli elettori e ha definito «preoccupante» il calo dell’affluenza. Non una rottura, ma un chiaro segnale che l’alleanza non è un dogma. La linea dei 5 Stelle resta quella delle intese a geometria variabile: in Toscana il movimento resta all’opposizione, in Campania la candidatura di Roberto Fico è già minata dalla guerra sotterranea con Vincenzo De Luca. La fragile fiducia reciproca tra Pd e M5S, dopo la prova marchigiana, rischia di sgretolarsi nei prossimi mesi.

Intanto Avs riconosce la sconfitta parlando di «unità necessaria ma non sufficiente». Una formula che riassume la difficoltà di un progetto che non riesce a tradursi in un’offerta attrattiva per gli astenuti.

Centristi in agguato

Sul fronte centrista, le reazioni sono di segno opposto. Carlo Calenda definisce il campo largo «un’accozzaglia che provoca astensionismo», Davide Faraone di Italia Viva chiede «più riformismo e meno ideologia», mentre Maurizio Lupi osserva che «il campo largo si è rivelato stretto». Sono posizionamenti che puntano a erodere ulteriormente il consenso progressista, proponendo un’alternativa moderata e distinta.

Le Marche, considerate contendibili dal centrosinistra, hanno restituito un verdetto netto che pesa più del singolo risultato. Il centrodestra consolida la sua presa e rafforza Meloni, mentre il Pd si ritrova con una segretaria assediata e un partito diviso, il M5S con dubbi crescenti e i centristi pronti a occupare lo spazio lasciato libero. La Campania, con la frattura tra Fico e De Luca, appare come la vera prova decisiva: un altro passo falso potrebbe trasformare la sconfitta marchigiana nell’inizio di una crisi strutturale del campo largo.

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Trump e Netanyahu: la pace come rapina

Donald Trump lo chiama «giorno storico», Netanyahu applaude. Ma il piano appena annunciato alla Casa Bianca è un’oscenità travestita da pace. Dentro ci sono ostaggi liberati in 72 ore, una tregua a Gaza, persino la finta amnistia per chi depone le armi. Ma la vera sostanza è un’altra: togliere ai palestinesi il controllo sul loro futuro, appaltare la Striscia come fosse un cantiere miliardario, garantire a Tel Aviv l’eterna “sicurezza” dei confini e regalare a Trump il ruolo di arbitro assoluto.

Si chiama «Board of Peace», e suona come una beffa. Alla guida, lo stesso Trump, pronto a spartire i contratti di ricostruzione con l’ex premier britannico Tony Blair. Non è un piano di pace: è un piano d’affari. Netanyahu lo ha subito benedetto, infilando le sue condizioni: esercito israeliano ai confini di Gaza per sempre, demilitarizzazione totale, nessun ruolo per Hamas e neppure per l’Autorità nazionale palestinese. In pratica, Gaza continuerà a essere una prigione a cielo aperto, con il secondino che decide tempi e modi della sopravvivenza.

Trump urla alla «pace perenne», ma minaccia ritorsioni se Hamas rifiuterà. Netanyahu si tiene le mani libere, schiacciato da un lato dalle famiglie degli ostaggi, dall’altro dall’ultradestra che non vuole accordi. Entrambi però hanno trovato un terreno comune: il futuro dei palestinesi vale solo come merce di scambio. La liberazione promessa è una truffa semantica: ciò che consegnano è un’occupazione resa più presentabile, con un cartellino del prezzo ben visibile.

Altro che pace: questa è l’ennesima colonizzazione mascherata, un patto tra due uomini che fanno della forza e dell’umiliazione il loro linguaggio. E il mondo dovrebbe chiamarla per ciò che è: un furto, non un accordo.

Buon martedì. 

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Global Sumud Flotilla, cose turche sulla missione: la navi inviate da Erdogan cambiano la rotta politica

Maria Elena Delia, portavoce della delegazione italiana a bordo della Global Sumud Flotilla, ha avuto contatti tra ieri e l’altro ieri i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e i rappresentanti delle opposizioni. I colloqui hanno segnato il punto più alto di una mediazione fragile: il governo ha ribadito la linea della cautela, invitando a non “forzare il blocco navale” imposto da Israele, mentre le opposizioni hanno insistito sulla necessità di aprire un corridoio umanitario permanente. Delia ha parlato senza mezzi termini di «interferenze dell’esecutivo» e di un dialogo bloccato «da chi avrebbe il dovere di tutelare, non di frenare».

I retroscena di una trattativa a più livelli

Nelle stesse ore, il ministro Crosetto descriveva agli interlocutori politici uno scenario definito «un incubo»: le prossime 48 ore sono considerate decisive, con Israele determinato a chiudere la partita entro mercoledì, vigilia di Yom Kippur. Il rischio evocato è quello di un intervento armato, anche se il presidente israeliano Isaac Herzog ha promesso che non sarà usata “forza letale”. La presenza della fregata italiana Alpino rimane vincolata a regole d’ingaggio di sola assistenza, un ruolo che il Quirinale ha voluto precisare per non legittimare un’operazione di polizia marittima.

A bordo delle imbarcazioni, i parlamentari del Partito democratico hanno ribadito che non forzeranno il blocco, ma resteranno come “scudi umani” a protezione degli altri attivisti. Una scelta che divide la politica: per Giorgia Meloni i deputati «avrebbero già dovuto abbandonare le navi», mentre l’opposizione considera quella presenza un presidio minimo di legalità. Dietro le quinte, la Conferenza episcopale italiana e il patriarcato latino di Gerusalemme guidato dal cardinale Pizzaballa sono coinvolti nelle mediazioni, con l’ipotesi di un corridoio permanente gestito dalla Chiesa.

La svolta turca

La notizia che più ha inciso sul quadro geopolitico è arrivata oggi pomeriggio: due fregate della Marina turca hanno preso a scortare le navi della Flotilla. Un passaggio che cambia radicalmente i rapporti di forza nel Mediterraneo, mettendo di fronte non più solo attivisti e unità israeliane, ma due Stati, uno membro (la Turchia) e l’altro partner (Israele) della Nato. La Guardia costiera turca aveva già prestato assistenza ieri a un’imbarcazione in avaria, trasferendo parte dell’equipaggio. Ora la scorta ufficiale di Ankara segna un salto politico, con il governo di Recep Tayyip Erdoğan che si espone apertamente in difesa della missione.

Le conseguenze potrebbero essere pesanti. Israele ha ribadito che «ogni tentativo di violazione sarà impedito con ogni mezzo possibile». Ma il confronto diretto con navi militari turche introduce variabili di rischio che vanno ben oltre il conflitto israelo-palestinese, aprendo scenari di tensione tra alleati Nato. Per la prima volta dalla guerra a Gaza del 2023, il Mediterraneo orientale diventa teatro di un possibile scontro tra flotte regolari.

La politica italiana divisa

Il fronte interno continua a oscillare. Maurizio Gasparri, in nome di Forza Italia, ha definito la Flotilla «un’iniziativa politica» invitando a «raccogliere l’appello del governo e del presidente Mattarella» per fermarla. Matteo Salvini si è detto convinto che «nessuno cercherà lo scontro o un incidente diplomatico». Sul fronte opposto, Laura Boldrini ha chiesto al governo di convocare l’ambasciatore israeliano per pretendere garanzie di sicurezza, mentre Emiliano Scuderi (Alleanza Verdi Sinistra) e Angelo Bonelli hanno rilanciato la richiesta di «corridoi umanitari permanenti».

Le voci critiche si sono moltiplicate anche fuori dal Parlamento. La Fiom ha dichiarato il «pronti allo sciopero» in sostegno della Flotilla, mentre associazioni cattoliche e movimenti pacifisti hanno invocato un ruolo più deciso delle istituzioni italiane e internazionali. Don Luigi Ciotti e Luca Casarini hanno firmato un appello in cui chiedono a chi ha potere «di parlare con Israele per salvare vite umane», sottolineando che «le acque del Mediterraneo non possono essere zona franca per eserciti armati».

Verso la zona rossa

La rotta prevede l’ingresso della Flotilla nella cosiddetta “zona a rischio” nella giornata di domani, con arrivo previsto a Gaza giovedì. Le barche rimaste sono 43, dopo l’abbandono della Johnny M per un’avaria al motore. Emergency, con la nave Life Support, ha soccorso un’altra imbarcazione in difficoltà, garantendo la prosecuzione della missione. Intanto droni israeliani sorvolano ogni notte la flotta, alimentando la tensione e la percezione di trovarsi sull’orlo dello scontro.

L’epilogo resta incerto. Il Mediterraneo rischia un’escalation militare senza precedenti negli ultimi anni. Se invece le mediazioni discrete del Quirinale, della Conferenza episcopale e delle opposizioni riusciranno a spostare il baricentro, si aprirà forse la prima breccia nel blocco che da sedici anni assedia Gaza. In ogni caso, gli occhi del mondo sono puntati su questa flotta di civili, parlamentari e attivisti che ha costretto governi, eserciti e diplomazie a misurarsi con la questione che tutti avrebbero preferito rimuovere: la sopravvivenza di due milioni di persone rinchiuse in un assedio dichiarato illegittimo dalla maggior parte della comunità giuridica internazionale.

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Venti di guerra Nato-Russia, armiamoci e partite: solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 45 anni pronti a combattere

La fotografia scattata non più tardi di due mesi fa dal Censis sul rapporto tra gli italiani e la guerra torna di estrema attualità nei giorni in cui l’escalation tra i Paesi Nato/Ue e la Russia è tornata di estrema attualità. La disponibilità a combattere è residuale, il consenso per un coinvolgimento diretto inesistente. Solo il 16% degli arruolabili (tra i 18 e i 45 anni) si dice pronto a imbracciare le armi in caso di conflitto. Un dato che conferma una distanza netta tra la retorica sulla difesa dell’Occidente e la volontà reale del Paese.

Secondo lo stesso sondaggio, il 29% preferirebbe ricorrere a mercenari pur di non arruolarsi, mentre la maggioranza si rifugia nella neutralità come soluzione auspicabile. Due terzi degli intervistati non credono nel supporto effettivo degli Stati Uniti, pur riconoscendo l’importanza delle alleanze. È una contraddizione che spiega il disincanto verso le promesse di protezione atlantica e, allo stesso tempo, la resistenza a un protagonismo bellico. Solo il 31% ritiene probabile che l’Italia possa essere coinvolta in una guerra entro i prossimi cinque anni: un dato che mostra quanto scarsa sia la consapevolezza della realtà attuale.

Un Paese già in prima linea

Perché la realtà è che l’Italia è già parte dello schieramento militare. Più di tremila soldati sono dispiegati tra Estonia, Lettonia, Bulgaria e Ungheria, con oltre mille veicoli e una ventina di aerei. L’operazione è coordinata dal Comando operativo di vertice interforze (Covi) a Roma. A Solbiate Olona, in provincia di Varese, è pronta la Forza di reazione rapida della Nato, in grado di mobilitare fino a diecimila uomini e oltre millecinquecento mezzi.

La distanza tra questi numeri e la percezione pubblica non è casuale: è il prodotto di una narrazione politica che tende a minimizzare la portata dell’impegno militare. L’opinione pubblica continua a immaginare un Paese ai margini, mentre da oltre tre anni l’Italia è parte integrante della postura di deterrenza sul fronte Est.

Una memoria corta

Il paradosso è che la memoria storica avrebbe dovuto insegnare altro. Nel 1999, durante la guerra in Jugoslavia, l’Italia avviò le operazioni militari prima ancora che il Parlamento potesse discuterne. Fu un precedente che segnalò quanto fragile possa essere il controllo democratico sulle scelte di guerra. Oggi lo scenario rischia di ripetersi, con un Parlamento relegato a ratificare decisioni già prese e un’opinione pubblica sostanzialmente ignara.

Il sondaggio del Censis mette in luce questa doppia inconsapevolezza: la guerra viene percepita come remota e improbabile, mentre l’Italia è già coinvolta in prima persona. La disponibilità minima a combattere si accompagna a una fiducia sempre più bassa nelle alleanze tradizionali. La preferenza per la neutralità diventa allora un dato politico, che i governi non possono ignorare.

Una contraddizione che pesa

Il messaggio che arriva dagli italiani è netto: la guerra non è un’opzione. Ma questa contrarietà si scontra con la realtà delle missioni militari già operative. È una frattura che rischia di esplodere se mai si arrivasse a un conflitto dichiarato. Da un lato, la fedeltà agli impegni della Nato; dall’altro, un’opinione pubblica ostile e pronta a voltare le spalle.

La questione non è astratta. La scelta di destinare risorse, uomini e mezzi a scenari bellici lontani pesa sui bilanci pubblici e sul consenso interno. Con un Paese che invoca la neutralità e diffida degli Stati Uniti, ogni decisione di escalation militare rischia di trasformarsi in una crisi politica domestica.

Il Censis fotografa dunque un’Italia divisa tra gli obblighi internazionali e una popolazione che preferisce restarne fuori. In mezzo, il vuoto di consapevolezza, che permette al governo di muoversi con margini larghi senza un vero dibattito pubblico. È questo scarto tra retorica e realtà che segna la distanza più profonda: quella tra un Paese già in guerra e cittadini che non vogliono nemmeno immaginarla.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #28

Nelle ultime 24 ore almeno 83 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno colpito aree vicine a ospedali ancora operativi, tra cui Al-Shifa e Al-Ahli. In una sola giornata le aree sanitarie si sono trasformate in zone di morte, con parti effettuati per strada e medici che operano senza strumenti.

La morte segna una media di circa 1.500 vittime al mese; tra queste, dal 50 al 70 per cento sono donne e bambini. Le 36 strutture mediche della Striscia sono state colpite almeno 720 volte, con 920 decessi legati direttamente a quegli attacchi. In quasi due anni di conflitto, praticamente ogni ospedale è stato danneggiato o distrutto.

Come può fermarsi la Global Sumud Flotilla Dopo le avarie e gli attacchi con droni che hanno costretto alcune imbarcazioni a fermarsi, le unità rimaste in mare hanno redistribuito gli equipaggi e potenziato i sistemi di navigazione. La rotta è tracciata verso la zona più pericolosa, con nuove barche pronte a unirsi da porti del Mediterraneo. Mancano pochi giorni. 

A Roma la delegazione italiana ha avuto contatti il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha parlato di “rischi drammatici” nel tentativo di forzare il blocco. Dall’altra parte i partiti di opposizione hanno ricevuto gli attivisti ribadendo che il diritto agli aiuti umanitari non può essere subordinato a calcoli diplomatici.

Qualcuno riduce la missione a un’operazione politica. Lo è, certo. Perché non c’è nulla di più politico che pretendere che vengano sfamati gli affamati, curati i malati, liberati gli oppressi. Quando chiedi diritti fondamentali, non fai propaganda: chiedi giustizia. 

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L’Italia butta in 24 ore più alimenti di quanti ne passino a Gaza in cinque giorni

Secondo l’ultima elaborazione Coldiretti su dati internazionali, ogni anno nel mondo vengono sprecati 1,7 miliardi di tonnellate di cibo, per un valore stimato di 4.500 miliardi di dollari. Si tratta di una quantità sufficiente a garantire nutrimento a 1,26 miliardi di persone, quasi un settimo dell’umanità. Frutta e verdura rappresentano oltre la metà degli sprechi, i cereali il 23%, mentre carne e latticini incidono per appena l’8% in volume ma per un terzo del valore disperso. Senza inversioni di tendenza, entro il 2033 si aggiungeranno altri 230 milioni di tonnellate di sprechi, un fardello insostenibile anche dal punto di vista ambientale: tra l’8 e il 10% delle emissioni globali di gas serra è legato al cibo che viene perso o buttato.

Il quadro italiano ed europeo

In Europa, i dati Eurostat certificano la portata del fenomeno: 59 milioni di tonnellate di cibo buttate nel 2022, pari a 132 chili pro capite. Le famiglie da sole ne producono più della metà: 72 chili a testa in un anno. L’Italia segue questo andamento. Secondo Waste Watcher, nel 2025 lo spreco domestico medio è di 555,8 grammi a persona alla settimana, in calo rispetto ai 617,9 grammi del 2024. In valori assoluti significa che ogni giorno in Italia finiscono nella spazzatura 4.685 tonnellate di cibo, circa 33 mila tonnellate a settimana, 1,7 milioni di tonnellate in un anno: l’equivalente di oltre 120 navi cargo di medie dimensioni caricate solo di alimenti da buttare.

Il confronto con Gaza mostra in maniera brutale cosa significhi l’asimmetria nell’accesso al cibo. Nei primi quindici giorni di settembre 2025, secondo i dati dell’Ocha, nella Striscia sono entrate circa 12.500 tonnellate di derrate alimentari, cioè 830 tonnellate al giorno per due milioni di persone. Lo spreco domestico italiano giornaliero è quindi più di cinque volte la quantità totale di alimenti che riescono a varcare i valichi della Striscia. Tradotto in logistica: mentre a Gaza entrano in media 60 camion di cibo al giorno, in Italia ne buttiamo l’equivalente di 335. In altri termini, un singolo giorno di sprechi italiani potrebbe coprire per quasi una settimana l’intero fabbisogno alimentare della popolazione assediata.

Lo squilibrio globale

Lo squilibrio non è soltanto geografico. Il rapporto Unep mostra che lo spreco domestico pro capite non cambia significativamente tra Paesi ricchi e poveri: la differenza media è di appena sette chili all’anno. Il vero divario sta a monte. Nei Paesi a basso reddito si perdono fino al 20% dei raccolti per mancanza di infrastrutture, stoccaggi e trasporti adeguati, mentre in Europa e Nord America le perdite restano contenute al 5-6%. Il risultato è che in Africa subsahariana o in Sud-Est asiatico intere comunità vedono svanire raccolti già scarsi senza che arrivino mai sul mercato, mentre in Occidente si sprecano prodotti perfettamente commestibili a valle della filiera.

In Italia e in Europa i numeri sono stabili, segno che campagne di sensibilizzazione e progetti di recupero non hanno ancora inciso a fondo. Tra il 2020 e il 2022 la media europea è rimasta ferma a 131-132 chili pro capite. Ogni giorno che passa, mentre i cittadini europei continuano a scartare frutta, pane e carne cucinati o acquistati in eccesso, una popolazione assediata a Gaza deve sopravvivere con un quinto di quanto gli italiani gettano nei rifiuti.

I dati raccontano con chiarezza la distanza tra abbondanza e carestia. Nel tempo in cui un italiano rovescia nella pattumiera un piatto di pasta cucinato in più, a pochi chilometri dal Mediterraneo famiglie intere si dividono un pezzo di pane come unico pasto della giornata. Non è retorica ma matematica: la stessa materia che qui diventa scarto altrove è l’unico strumento per restare vivi.

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La rivoluzione di Milei è un fallimento: qualcuno avvisi Meloni

In Argentina la rivoluzione liberista di Javier Milei è franata in un baratro che ha travolto salari, lavoro e dignità. L’inflazione, che superava il 200% nell’anno della sua vittoria, è scesa al 30%, ma al prezzo di una deindustrializzazione feroce e di un crollo dei consumi alimentari del 20%. La povertà ha superato il 50% dopo la maxi-svalutazione del 2023 e resta oggi strutturale, mentre si contano oltre 100 mila posti di lavoro bruciati nel settore privato. Pensionati e dipendenti pubblici hanno visto erodere il reddito, Buenos Aires è piena di persone costrette a chiedere l’elemosina. L’Argentina vive grazie ai dollari americani, in cambio del litio e persino della concessione di basi militari agli Stati Uniti. È la fotografia di un Paese che baratta sovranità per sopravvivenza, con l’illusione di una stabilità che evapora a ogni nuova crisi di cambio.

Eppure Milei ha avuto in Italia una claque entusiasta. «Un gigante», lo definì Matteo Salvini. Giorgia Meloni lo accolse a Roma nel 2024 parlando di «un modello di coraggio politico». Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, lo celebrò per «la sua guerra al socialismo che affama i popoli». Il senatore leghista Claudio Borghi citava le sue teorie come ricette da importare, e diversi opinionisti della destra lo innalzavano a simbolo della “rivincita liberista” contro lo Stato parassita.

Oggi che la rivoluzione promessa è solo un disastro, viene da chiedersi se questi fan provino vergogna. O se, più semplicemente, continueranno a tacere, aspettando un nuovo idolo da esibire nelle piazze e nei convegni. Perché la “cura Milei” è il manuale perfetto del fallimento: un Paese ridotto all’elemosina, la moneta senza valore, la gente senza pane.

Buon lunedì.

Foto Gov

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