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Trump e Netanyahu: la pace come rapina

Donald Trump lo chiama «giorno storico», Netanyahu applaude. Ma il piano appena annunciato alla Casa Bianca è un’oscenità travestita da pace. Dentro ci sono ostaggi liberati in 72 ore, una tregua a Gaza, persino la finta amnistia per chi depone le armi. Ma la vera sostanza è un’altra: togliere ai palestinesi il controllo sul loro futuro, appaltare la Striscia come fosse un cantiere miliardario, garantire a Tel Aviv l’eterna “sicurezza” dei confini e regalare a Trump il ruolo di arbitro assoluto.

Si chiama «Board of Peace», e suona come una beffa. Alla guida, lo stesso Trump, pronto a spartire i contratti di ricostruzione con l’ex premier britannico Tony Blair. Non è un piano di pace: è un piano d’affari. Netanyahu lo ha subito benedetto, infilando le sue condizioni: esercito israeliano ai confini di Gaza per sempre, demilitarizzazione totale, nessun ruolo per Hamas e neppure per l’Autorità nazionale palestinese. In pratica, Gaza continuerà a essere una prigione a cielo aperto, con il secondino che decide tempi e modi della sopravvivenza.

Trump urla alla «pace perenne», ma minaccia ritorsioni se Hamas rifiuterà. Netanyahu si tiene le mani libere, schiacciato da un lato dalle famiglie degli ostaggi, dall’altro dall’ultradestra che non vuole accordi. Entrambi però hanno trovato un terreno comune: il futuro dei palestinesi vale solo come merce di scambio. La liberazione promessa è una truffa semantica: ciò che consegnano è un’occupazione resa più presentabile, con un cartellino del prezzo ben visibile.

Altro che pace: questa è l’ennesima colonizzazione mascherata, un patto tra due uomini che fanno della forza e dell’umiliazione il loro linguaggio. E il mondo dovrebbe chiamarla per ciò che è: un furto, non un accordo.

Buon martedì. 

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Global Sumud Flotilla, cose turche sulla missione: la navi inviate da Erdogan cambiano la rotta politica

Maria Elena Delia, portavoce della delegazione italiana a bordo della Global Sumud Flotilla, ha avuto contatti tra ieri e l’altro ieri i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e i rappresentanti delle opposizioni. I colloqui hanno segnato il punto più alto di una mediazione fragile: il governo ha ribadito la linea della cautela, invitando a non “forzare il blocco navale” imposto da Israele, mentre le opposizioni hanno insistito sulla necessità di aprire un corridoio umanitario permanente. Delia ha parlato senza mezzi termini di «interferenze dell’esecutivo» e di un dialogo bloccato «da chi avrebbe il dovere di tutelare, non di frenare».

I retroscena di una trattativa a più livelli

Nelle stesse ore, il ministro Crosetto descriveva agli interlocutori politici uno scenario definito «un incubo»: le prossime 48 ore sono considerate decisive, con Israele determinato a chiudere la partita entro mercoledì, vigilia di Yom Kippur. Il rischio evocato è quello di un intervento armato, anche se il presidente israeliano Isaac Herzog ha promesso che non sarà usata “forza letale”. La presenza della fregata italiana Alpino rimane vincolata a regole d’ingaggio di sola assistenza, un ruolo che il Quirinale ha voluto precisare per non legittimare un’operazione di polizia marittima.

A bordo delle imbarcazioni, i parlamentari del Partito democratico hanno ribadito che non forzeranno il blocco, ma resteranno come “scudi umani” a protezione degli altri attivisti. Una scelta che divide la politica: per Giorgia Meloni i deputati «avrebbero già dovuto abbandonare le navi», mentre l’opposizione considera quella presenza un presidio minimo di legalità. Dietro le quinte, la Conferenza episcopale italiana e il patriarcato latino di Gerusalemme guidato dal cardinale Pizzaballa sono coinvolti nelle mediazioni, con l’ipotesi di un corridoio permanente gestito dalla Chiesa.

La svolta turca

La notizia che più ha inciso sul quadro geopolitico è arrivata oggi pomeriggio: due fregate della Marina turca hanno preso a scortare le navi della Flotilla. Un passaggio che cambia radicalmente i rapporti di forza nel Mediterraneo, mettendo di fronte non più solo attivisti e unità israeliane, ma due Stati, uno membro (la Turchia) e l’altro partner (Israele) della Nato. La Guardia costiera turca aveva già prestato assistenza ieri a un’imbarcazione in avaria, trasferendo parte dell’equipaggio. Ora la scorta ufficiale di Ankara segna un salto politico, con il governo di Recep Tayyip Erdoğan che si espone apertamente in difesa della missione.

Le conseguenze potrebbero essere pesanti. Israele ha ribadito che «ogni tentativo di violazione sarà impedito con ogni mezzo possibile». Ma il confronto diretto con navi militari turche introduce variabili di rischio che vanno ben oltre il conflitto israelo-palestinese, aprendo scenari di tensione tra alleati Nato. Per la prima volta dalla guerra a Gaza del 2023, il Mediterraneo orientale diventa teatro di un possibile scontro tra flotte regolari.

La politica italiana divisa

Il fronte interno continua a oscillare. Maurizio Gasparri, in nome di Forza Italia, ha definito la Flotilla «un’iniziativa politica» invitando a «raccogliere l’appello del governo e del presidente Mattarella» per fermarla. Matteo Salvini si è detto convinto che «nessuno cercherà lo scontro o un incidente diplomatico». Sul fronte opposto, Laura Boldrini ha chiesto al governo di convocare l’ambasciatore israeliano per pretendere garanzie di sicurezza, mentre Emiliano Scuderi (Alleanza Verdi Sinistra) e Angelo Bonelli hanno rilanciato la richiesta di «corridoi umanitari permanenti».

Le voci critiche si sono moltiplicate anche fuori dal Parlamento. La Fiom ha dichiarato il «pronti allo sciopero» in sostegno della Flotilla, mentre associazioni cattoliche e movimenti pacifisti hanno invocato un ruolo più deciso delle istituzioni italiane e internazionali. Don Luigi Ciotti e Luca Casarini hanno firmato un appello in cui chiedono a chi ha potere «di parlare con Israele per salvare vite umane», sottolineando che «le acque del Mediterraneo non possono essere zona franca per eserciti armati».

Verso la zona rossa

La rotta prevede l’ingresso della Flotilla nella cosiddetta “zona a rischio” nella giornata di domani, con arrivo previsto a Gaza giovedì. Le barche rimaste sono 43, dopo l’abbandono della Johnny M per un’avaria al motore. Emergency, con la nave Life Support, ha soccorso un’altra imbarcazione in difficoltà, garantendo la prosecuzione della missione. Intanto droni israeliani sorvolano ogni notte la flotta, alimentando la tensione e la percezione di trovarsi sull’orlo dello scontro.

L’epilogo resta incerto. Il Mediterraneo rischia un’escalation militare senza precedenti negli ultimi anni. Se invece le mediazioni discrete del Quirinale, della Conferenza episcopale e delle opposizioni riusciranno a spostare il baricentro, si aprirà forse la prima breccia nel blocco che da sedici anni assedia Gaza. In ogni caso, gli occhi del mondo sono puntati su questa flotta di civili, parlamentari e attivisti che ha costretto governi, eserciti e diplomazie a misurarsi con la questione che tutti avrebbero preferito rimuovere: la sopravvivenza di due milioni di persone rinchiuse in un assedio dichiarato illegittimo dalla maggior parte della comunità giuridica internazionale.

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Venti di guerra Nato-Russia, armiamoci e partite: solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 45 anni pronti a combattere

La fotografia scattata non più tardi di due mesi fa dal Censis sul rapporto tra gli italiani e la guerra torna di estrema attualità nei giorni in cui l’escalation tra i Paesi Nato/Ue e la Russia è tornata di estrema attualità. La disponibilità a combattere è residuale, il consenso per un coinvolgimento diretto inesistente. Solo il 16% degli arruolabili (tra i 18 e i 45 anni) si dice pronto a imbracciare le armi in caso di conflitto. Un dato che conferma una distanza netta tra la retorica sulla difesa dell’Occidente e la volontà reale del Paese.

Secondo lo stesso sondaggio, il 29% preferirebbe ricorrere a mercenari pur di non arruolarsi, mentre la maggioranza si rifugia nella neutralità come soluzione auspicabile. Due terzi degli intervistati non credono nel supporto effettivo degli Stati Uniti, pur riconoscendo l’importanza delle alleanze. È una contraddizione che spiega il disincanto verso le promesse di protezione atlantica e, allo stesso tempo, la resistenza a un protagonismo bellico. Solo il 31% ritiene probabile che l’Italia possa essere coinvolta in una guerra entro i prossimi cinque anni: un dato che mostra quanto scarsa sia la consapevolezza della realtà attuale.

Un Paese già in prima linea

Perché la realtà è che l’Italia è già parte dello schieramento militare. Più di tremila soldati sono dispiegati tra Estonia, Lettonia, Bulgaria e Ungheria, con oltre mille veicoli e una ventina di aerei. L’operazione è coordinata dal Comando operativo di vertice interforze (Covi) a Roma. A Solbiate Olona, in provincia di Varese, è pronta la Forza di reazione rapida della Nato, in grado di mobilitare fino a diecimila uomini e oltre millecinquecento mezzi.

La distanza tra questi numeri e la percezione pubblica non è casuale: è il prodotto di una narrazione politica che tende a minimizzare la portata dell’impegno militare. L’opinione pubblica continua a immaginare un Paese ai margini, mentre da oltre tre anni l’Italia è parte integrante della postura di deterrenza sul fronte Est.

Una memoria corta

Il paradosso è che la memoria storica avrebbe dovuto insegnare altro. Nel 1999, durante la guerra in Jugoslavia, l’Italia avviò le operazioni militari prima ancora che il Parlamento potesse discuterne. Fu un precedente che segnalò quanto fragile possa essere il controllo democratico sulle scelte di guerra. Oggi lo scenario rischia di ripetersi, con un Parlamento relegato a ratificare decisioni già prese e un’opinione pubblica sostanzialmente ignara.

Il sondaggio del Censis mette in luce questa doppia inconsapevolezza: la guerra viene percepita come remota e improbabile, mentre l’Italia è già coinvolta in prima persona. La disponibilità minima a combattere si accompagna a una fiducia sempre più bassa nelle alleanze tradizionali. La preferenza per la neutralità diventa allora un dato politico, che i governi non possono ignorare.

Una contraddizione che pesa

Il messaggio che arriva dagli italiani è netto: la guerra non è un’opzione. Ma questa contrarietà si scontra con la realtà delle missioni militari già operative. È una frattura che rischia di esplodere se mai si arrivasse a un conflitto dichiarato. Da un lato, la fedeltà agli impegni della Nato; dall’altro, un’opinione pubblica ostile e pronta a voltare le spalle.

La questione non è astratta. La scelta di destinare risorse, uomini e mezzi a scenari bellici lontani pesa sui bilanci pubblici e sul consenso interno. Con un Paese che invoca la neutralità e diffida degli Stati Uniti, ogni decisione di escalation militare rischia di trasformarsi in una crisi politica domestica.

Il Censis fotografa dunque un’Italia divisa tra gli obblighi internazionali e una popolazione che preferisce restarne fuori. In mezzo, il vuoto di consapevolezza, che permette al governo di muoversi con margini larghi senza un vero dibattito pubblico. È questo scarto tra retorica e realtà che segna la distanza più profonda: quella tra un Paese già in guerra e cittadini che non vogliono nemmeno immaginarla.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #28

Nelle ultime 24 ore almeno 83 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno colpito aree vicine a ospedali ancora operativi, tra cui Al-Shifa e Al-Ahli. In una sola giornata le aree sanitarie si sono trasformate in zone di morte, con parti effettuati per strada e medici che operano senza strumenti.

La morte segna una media di circa 1.500 vittime al mese; tra queste, dal 50 al 70 per cento sono donne e bambini. Le 36 strutture mediche della Striscia sono state colpite almeno 720 volte, con 920 decessi legati direttamente a quegli attacchi. In quasi due anni di conflitto, praticamente ogni ospedale è stato danneggiato o distrutto.

Come può fermarsi la Global Sumud Flotilla Dopo le avarie e gli attacchi con droni che hanno costretto alcune imbarcazioni a fermarsi, le unità rimaste in mare hanno redistribuito gli equipaggi e potenziato i sistemi di navigazione. La rotta è tracciata verso la zona più pericolosa, con nuove barche pronte a unirsi da porti del Mediterraneo. Mancano pochi giorni. 

A Roma la delegazione italiana ha avuto contatti il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha parlato di “rischi drammatici” nel tentativo di forzare il blocco. Dall’altra parte i partiti di opposizione hanno ricevuto gli attivisti ribadendo che il diritto agli aiuti umanitari non può essere subordinato a calcoli diplomatici.

Qualcuno riduce la missione a un’operazione politica. Lo è, certo. Perché non c’è nulla di più politico che pretendere che vengano sfamati gli affamati, curati i malati, liberati gli oppressi. Quando chiedi diritti fondamentali, non fai propaganda: chiedi giustizia. 

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L’Italia butta in 24 ore più alimenti di quanti ne passino a Gaza in cinque giorni

Secondo l’ultima elaborazione Coldiretti su dati internazionali, ogni anno nel mondo vengono sprecati 1,7 miliardi di tonnellate di cibo, per un valore stimato di 4.500 miliardi di dollari. Si tratta di una quantità sufficiente a garantire nutrimento a 1,26 miliardi di persone, quasi un settimo dell’umanità. Frutta e verdura rappresentano oltre la metà degli sprechi, i cereali il 23%, mentre carne e latticini incidono per appena l’8% in volume ma per un terzo del valore disperso. Senza inversioni di tendenza, entro il 2033 si aggiungeranno altri 230 milioni di tonnellate di sprechi, un fardello insostenibile anche dal punto di vista ambientale: tra l’8 e il 10% delle emissioni globali di gas serra è legato al cibo che viene perso o buttato.

Il quadro italiano ed europeo

In Europa, i dati Eurostat certificano la portata del fenomeno: 59 milioni di tonnellate di cibo buttate nel 2022, pari a 132 chili pro capite. Le famiglie da sole ne producono più della metà: 72 chili a testa in un anno. L’Italia segue questo andamento. Secondo Waste Watcher, nel 2025 lo spreco domestico medio è di 555,8 grammi a persona alla settimana, in calo rispetto ai 617,9 grammi del 2024. In valori assoluti significa che ogni giorno in Italia finiscono nella spazzatura 4.685 tonnellate di cibo, circa 33 mila tonnellate a settimana, 1,7 milioni di tonnellate in un anno: l’equivalente di oltre 120 navi cargo di medie dimensioni caricate solo di alimenti da buttare.

Il confronto con Gaza mostra in maniera brutale cosa significhi l’asimmetria nell’accesso al cibo. Nei primi quindici giorni di settembre 2025, secondo i dati dell’Ocha, nella Striscia sono entrate circa 12.500 tonnellate di derrate alimentari, cioè 830 tonnellate al giorno per due milioni di persone. Lo spreco domestico italiano giornaliero è quindi più di cinque volte la quantità totale di alimenti che riescono a varcare i valichi della Striscia. Tradotto in logistica: mentre a Gaza entrano in media 60 camion di cibo al giorno, in Italia ne buttiamo l’equivalente di 335. In altri termini, un singolo giorno di sprechi italiani potrebbe coprire per quasi una settimana l’intero fabbisogno alimentare della popolazione assediata.

Lo squilibrio globale

Lo squilibrio non è soltanto geografico. Il rapporto Unep mostra che lo spreco domestico pro capite non cambia significativamente tra Paesi ricchi e poveri: la differenza media è di appena sette chili all’anno. Il vero divario sta a monte. Nei Paesi a basso reddito si perdono fino al 20% dei raccolti per mancanza di infrastrutture, stoccaggi e trasporti adeguati, mentre in Europa e Nord America le perdite restano contenute al 5-6%. Il risultato è che in Africa subsahariana o in Sud-Est asiatico intere comunità vedono svanire raccolti già scarsi senza che arrivino mai sul mercato, mentre in Occidente si sprecano prodotti perfettamente commestibili a valle della filiera.

In Italia e in Europa i numeri sono stabili, segno che campagne di sensibilizzazione e progetti di recupero non hanno ancora inciso a fondo. Tra il 2020 e il 2022 la media europea è rimasta ferma a 131-132 chili pro capite. Ogni giorno che passa, mentre i cittadini europei continuano a scartare frutta, pane e carne cucinati o acquistati in eccesso, una popolazione assediata a Gaza deve sopravvivere con un quinto di quanto gli italiani gettano nei rifiuti.

I dati raccontano con chiarezza la distanza tra abbondanza e carestia. Nel tempo in cui un italiano rovescia nella pattumiera un piatto di pasta cucinato in più, a pochi chilometri dal Mediterraneo famiglie intere si dividono un pezzo di pane come unico pasto della giornata. Non è retorica ma matematica: la stessa materia che qui diventa scarto altrove è l’unico strumento per restare vivi.

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La rivoluzione di Milei è un fallimento: qualcuno avvisi Meloni

In Argentina la rivoluzione liberista di Javier Milei è franata in un baratro che ha travolto salari, lavoro e dignità. L’inflazione, che superava il 200% nell’anno della sua vittoria, è scesa al 30%, ma al prezzo di una deindustrializzazione feroce e di un crollo dei consumi alimentari del 20%. La povertà ha superato il 50% dopo la maxi-svalutazione del 2023 e resta oggi strutturale, mentre si contano oltre 100 mila posti di lavoro bruciati nel settore privato. Pensionati e dipendenti pubblici hanno visto erodere il reddito, Buenos Aires è piena di persone costrette a chiedere l’elemosina. L’Argentina vive grazie ai dollari americani, in cambio del litio e persino della concessione di basi militari agli Stati Uniti. È la fotografia di un Paese che baratta sovranità per sopravvivenza, con l’illusione di una stabilità che evapora a ogni nuova crisi di cambio.

Eppure Milei ha avuto in Italia una claque entusiasta. «Un gigante», lo definì Matteo Salvini. Giorgia Meloni lo accolse a Roma nel 2024 parlando di «un modello di coraggio politico». Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, lo celebrò per «la sua guerra al socialismo che affama i popoli». Il senatore leghista Claudio Borghi citava le sue teorie come ricette da importare, e diversi opinionisti della destra lo innalzavano a simbolo della “rivincita liberista” contro lo Stato parassita.

Oggi che la rivoluzione promessa è solo un disastro, viene da chiedersi se questi fan provino vergogna. O se, più semplicemente, continueranno a tacere, aspettando un nuovo idolo da esibire nelle piazze e nei convegni. Perché la “cura Milei” è il manuale perfetto del fallimento: un Paese ridotto all’elemosina, la moneta senza valore, la gente senza pane.

Buon lunedì.

Foto Gov

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A Milano il docufilm “Berlinguer: a love story”

Il prossimo lunedì 29 settembre 2025, alle 18.30, l’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia ospiterà la proiezione di Berlinguer: a love story, il docufilm scritto e diretto da Pierpaolo Farina con musiche originali di Emanuele Fasano. Un appuntamento che intreccia memoria politica e racconto civile, portando a Milano un’opera che negli ultimi mesi ha raccolto riconoscimenti internazionali, dal Los Angeles Film and Documentary Awards al Madonie Film Festival, fino al Festival del Cinema di Cefalù e al BARCIFF Barcelona Film Festival.

Il film offre uno sguardo intimo sulla figura di Enrico Berlinguer, leader del Partito comunista italiano, attraverso immagini d’archivio, testimonianze e narrazioni inedite. Non si tratta soltanto di una biografia politica: il racconto si concentra sulla dimensione etica e personale di un dirigente che ha segnato la storia italiana con la sua idea di rigore morale e con la capacità di parlare a generazioni diverse.

L’intervento di Di Marco e l’impegno del M5s lombardo

L’iniziativa è sostenuta dal Movimento 5 Stelle Lombardia. Sarà infatti Nicola Di Marco, capogruppo regionale, a introdurre la serata: «È motivo d’orgoglio partecipare alla realizzazione di questo evento – ha dichiarato – non solo perché il docufilm è un prodotto di altissima qualità, ma soprattutto perché trasmette messaggi e valori che meritano di essere tramandati». Secondo Di Marco, l’appuntamento rappresenta un’occasione di confronto anche per chi continua a coltivare interesse per la vita pubblica e per il bene comune, in un tempo in cui la politica appare sempre più distante.

Dibattito con Farina e Castellina

Alla proiezione seguirà un dibattito pubblico con la presenza del regista Pierpaolo Farina e della giornalista ed ex parlamentare Luciana Castellina, storica figura della sinistra italiana e cofondatrice del quotidiano Il Manifesto. L’incontro sarà moderato dallo scrittore e attore Giulio Cavalli, con l’obiettivo di allargare la riflessione sui lasciti di Berlinguer e sul loro significato nell’attuale panorama politico.

L’ingresso all’evento è gratuito, previa registrazione. Gli organizzatori si attendono un pubblico numeroso e trasversale, a conferma di un interesse che, a più di quarant’anni dalla scomparsa di Berlinguer, continua a rimanere vivo.

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Perché sui Fondi Ue all’agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia – Lettera43

Se entro il 31 dicembre non avremo speso i 52,9 milioni stanziati da Bruxelles per far fronte alle calamità naturali, dovremo restituirli. Con un triplo danno: ai bilanci delle imprese, alle casse dello Stato e alla credibilità del nostro Paese in Europa.

Perché sui Fondi Ue all’agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia

Entro il 31 dicembre 2025 l’Italia rischia di fare un regalo indesiderato a Bruxelles: 52,9 milioni di euro destinati alla gestione del rischio agricolo potrebbero dover tornare indietro perché mai spesi. Sono le risorse del Programma di sviluppo rurale nazionale 2014-2022 (PSRN) dedicate ai fondi mutualistici e allo strumento di stabilizzazione del reddito (IST), due misure pensate dal 2019 per indennizzare gli agricoltori colpiti da calamità. Un meccanismo innovativo, tra i pochi della Politica agricola comune (PAC), capace di offrire una rete contro la crescente incertezza climatica, che rischia però di evaporare tra ritardi amministrativi e inerzia politica.

Gli impegni non bastano: senza bonifici certificati la partita è chiusa

La Commissione europea è chiara: i fondi valgono solo se pagati effettivamente dagli organismi pagatori, cioè dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) o dagli organismi pagatori regionali (OPR), entro il 31 dicembre 2025. Non bastano gli impegni, non bastano le pratiche avviate. Se non ci sono bonifici certificati, la partita è chiusa e i soldi rientrano a Bruxelles. Un rischio già segnalato da Fedagripesca Confcooperative, che denuncia come i fondi mutualistici abbiano anticipato rimborsi negli anni scorsi senza che la quota pubblica (il 70 per cento del totale, a fronte di un 30 per cento messo dagli agricoltori stessi) sia mai stata erogata per intero. Una falla che potrebbe trasformarsi in un disimpegno automatico da decine di milioni. Il problema si complica per ragioni di calendario: dal 31 luglio 2025 non è più possibile presentare domande intermedie di pagamento. Restano soltanto i mesi finali per istruire e certificare le pratiche già presentate, sperando che la macchina amministrativa riesca a correre più veloce di quanto abbia fatto negli ultimi anni.

Perché il mercato unico Ue in realtà non esiste: contraddizioni e ipocrisie di Bruxelles
Palazzo Berlaymont (foto di Christian Lue via Unsplash).

Oggi gli agricoltori sostengono tra il 70 e l’80 percento dei danni da eventi estremi

Tutto questo avviene mentre l’agricoltura italiana paga caro la vulnerabilità climatica. Le compagnie assicurative hanno progressivamente ridotto le coperture, lasciando scoperte intere tipologie di rischi. Il Fondo AgriCat – creato dalla legge di bilancio 2022 e operativo dal 2023 – garantisce una copertura di base solo per tre eventi catastrofali: alluvioni, gelo e siccità. Lo fa però con tetti e franchigie che riducono sensibilmente gli indennizzi. Il risultato è che, secondo l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS) e vari studi europei, gli agricoltori finiscono per sostenere direttamente tra il 70 e l’80 per cento delle perdite causate dagli eventi estremi. In questo scenario, i fondi mutualistici finanziati dal PSRN non sono un dettaglio, ma uno strumento indispensabile. Soprattutto per i comparti più esposti – dall’ortofrutta al riso, dalla viticoltura alla zootecnia – che negli ultimi anni hanno visto crescere danni e sinistrosità a fronte di rimborsi sempre più parziali.

Perché sui Fondi Ue all'agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia
Campi allagati in Maremma (Ansa).

Il ministero dell’Agricoltura accelera ma il rischio figuraccia è dietro l’angolo

Consapevole del rischio, il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF) ha provato a muoversi in extremis. Ad agosto e settembre sono comparsi in Gazzetta ufficiale una serie di decreti per semplificare le procedure: modifiche agli avvisi 2019-2023, integrazioni delle quote di adesione, aggiornamento dei valori-indice per il calcolo delle perdite. Interventi che hanno il sapore della corsa dell’ultimo minuto. La sostanza però non cambia: i fondi devono arrivare sui conti correnti degli agricoltori, e devono arrivarci entro fine anno. Non servono promesse, né bandi “a futura memoria”. Servono pagamenti reali. E qui si misura la capacità (o incapacità) del sistema italiano di utilizzare le risorse europee. Se i 52,9 milioni torneranno a Bruxelles, il danno sarà doppio. Per gli agricoltori significherà minori indennizzi, in un momento in cui la crisi climatica rende sempre più incerti i raccolti e sempre più costoso il credito. Per il Paese sarà una figuraccia politica: perdere fondi comunitari proprio sulla voce che dovrebbe rafforzare la resilienza del settore.

L’ultima di Lollobrigida: «Nei paesi dove non si beve vino si vive di meno»
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura (Ansa).

In gioco c’è la credibilità delle istituzioni italiane

Secondo l’ultimo rapporto Ismea, il valore assicurato delle polizze agevolate ha raggiunto nel 2024 circa 10,3 miliardi di euro, ma restano forti squilibri territoriali e settoriali. I fondi mutualistici dovevano servire a colmare questo divario. Se non si riuscirà a spenderli, si dimostrerà che l’Italia non solo non riesce a proteggere i suoi agricoltori, ma neppure a utilizzare gli strumenti messi a disposizione dall’Unione europea. A tre mesi dalla scadenza, il quadro è chiaro: o la burocrazia italiana riesce a completare le liquidazioni e a certificare la spesa, oppure Bruxelles si riprenderà i 52,9 milioni. Non sarà un dettaglio contabile, ma un messaggio politico: l’Italia perde una delle poche leve innovative della PAC in materia di gestione del rischio, proprio mentre gli agricoltori pagano di tasca propria fino all’80 per cento delle perdite da eventi estremi. La protezione che manca non è più un concetto astratto: è fatta di vigneti distrutti dalla grandine, frutteti bruciati dalla siccità, stalle allagate. Dietro ogni pratica ancora ferma sui tavoli di AGEA c’è un’azienda che attende ristoro. Se i soldi non arriveranno, i danni non saranno solo dei bilanci agricoli. Saranno anche i conti pubblici italiani e la credibilità delle istituzioni a portare la cicatrice. E Bruxelles, a quel punto, non avrà colpe: avrà soltanto incassato l’ennesima prova dell’incapacità italiana di trasformare i fondi in strumenti reali.

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Meloni e i giornalisti, storia di un rapporto complicato: risposte in calo, fastidio in aumento

Giorgia Meloni parla sempre meno con i giornalisti. Secondo l’analisi di Pagella Politica del 26 settembre 2025, da gennaio a settembre ha risposto a 94 domande, contro le 138 dello stesso periodo del 2024: quasi un terzo in meno. Nel 2025 si è tenuta una sola conferenza stampa vera, il 9 gennaio, con 40 domande.

Per il resto, dichiarazioni lampo e punti stampa con margini stretti per i cronisti. Emblematico: quattordici risposte concentrate in appena due giorni, il 23 e 24 settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. Lo stesso monitoraggio segnala che le dichiarazioni pubbliche sono state 11 ma hanno prodotto solo 4 risposte, mentre i punti stampa sono stati 10 e hanno generato 50 risposte; nel 2024 i numeri erano 8 e 74, segno di un restringimento progressivo degli spazi di interlocuzione.

Meloni, dal fuorionda con Trump agli attacchi in Cina

Il rapporto con la stampa non è mai stato lineare. Lo scorso agosto, a margine di un incontro con Donald Trump, un fuorionda ha registrato Meloni mentre mormorava «I never want to speak with my press». La frase, diventata virale, ha certificato un fastidio già percepito nelle conferenze e nei corridoi. Gli episodi non mancano: risposte secche a domande sgradite, battute sarcastiche, richiami ai cronisti.

Nel luglio 2024, durante un viaggio in Cina, la premier accusò Repubblica, Domani e Fatto di «dipingere un’Italia falsa», scatenando la reazione dell’opposizione e della Federazione nazionale della stampa italiana. In quello stesso periodo era nato anche il contenzioso con Domani per un’inchiesta: la querela venne poi ritirata nel luglio 2024, ma il messaggio dissuasivo era arrivato. La Fnsi ha denunciato più volte il rischio di un “effetto bavaglio” e un clima professionale deteriorato, anche alla luce delle proposte di riforma della diffamazione considerate punitive.

Un modello comunicativo selettivo

I dati quantitativi aiutano a leggere il metodo. Pagella Politica distingue tre formati di interlocuzione: conferenze stampa, punti stampa e dichiarazioni. Nel 2025 prevalgono i format brevi, meno contendibili. Sul fronte delle apparizioni, tra gennaio e settembre si contano appena sette presenze televisive o live: due ai telegiornali Rai e Mediaset, una a un programma Rai, due a eventi organizzati da La Verità e Libero, una conversazione con Bruno Vespa. Nello stesso periodo del 2024 erano state 29. Le interviste alla carta stampata restano tre, come un anno fa. La selezione degli interlocutori è coerente: molte uscite in contesti amichevoli, pochissimo spazio al contraddittorio serrato.

C’è poi la distanza tra narrazione politica e verifica indipendente. La presidente del Consiglio ha rivendicato di aver risposto a “350 domande” nel 2024; il conteggio effettuato da Pagella Politica ne ha certificate 163, concentrate su pochi appuntamenti e in calo nella parte finale dell’anno. Numeri che non esauriscono il tema ma indicano una tendenza: la comunicazione istituzionale costruisce immagine, la trasparenza accetta il rischio del follow-up e il tempo necessario per rispondere davvero. Anche per questo la concentrazione delle quattordici risposte in due giorni all’Onu spicca: eccezione utile a fare titolo, ma poco risolutiva rispetto alla fisiologia di un rapporto con la stampa che, nel quotidiano, si restringe.

In gioco la democrazia

È qui la posta in gioco democratica. Non servono leggi speciali per limitare il diritto di cronaca: basta sottrarre occasioni di confronto, comprimere i tempi delle domande, screditare le testate critiche e concentrare gli accessi in contesti amici. L’articolo 21 della Costituzione tutela il diritto di informare e di essere informati: lo si onora non con i video autoprodotti ma con la disponibilità a farsi incalzare. Finché i numeri resteranno questi, la “trasparenza” rischia di abitare più i discorsi che la pratica. I dati, i casi e le cronache lo dicono con chiarezza: la premier parla, ma sempre meno con chi fa domande.

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Permesso a punti, Salvini presenta come nuova un’idea vecchia. Con profili di dubbia costituzionalità

In tv funziona: il paragone con la patente a punti è di quelli che si imprimono facilmente, soprattutto in un talk show mattutino. Matteo Salvini lo ha usato oggi su Canale 5: «Stiamo lavorando al permesso di soggiorno a punti», ha detto, immaginando un meccanismo che preveda decurtazioni per chi commette reati o infrazioni, fino alla revoca del titolo e all’espulsione. Il ministro rilancia così un’idea presentata come nuova, quando in realtà nell’ordinamento italiano un sistema di crediti per i migranti è già in vigore dal 2012.

La proposta di Salvini: un modello già esistente e quasi dimenticato

Il cosiddetto “permesso a punti” fu introdotto con il D.P.R. 179 del 2011, entrato in vigore l’anno successivo. Si tratta dell’“accordo di integrazione”, che obbliga chi richiede il primo permesso di soggiorno a sottoscrivere un patto con lo Stato: occorre raggiungere 30 crediti, seguendo corsi di lingua italiana e di educazione civica. Le Prefetture organizzano i test e monitorano i percorsi. Il sistema prevede decurtazioni per assenze, inadempienze o mancato rispetto delle regole. Se i crediti scendono a zero, il permesso è revocato.

Il modello voluto dal legislatore più di dieci anni fa puntava all’integrazione: imparare la lingua, conoscere le istituzioni, dimostrare di saper vivere e lavorare in Italia. Nel tempo, però, è rimasto in gran parte inapplicato. Molti rapporti delle associazioni hanno documentato come i corsi siano stati poco frequentati e le decurtazioni rarissime, con Prefetture spesso prive di risorse per monitorare. Nonostante questo, il meccanismo esiste ed è tuttora previsto dalla normativa.

L’ostacolo dei principi costituzionali ed europei

Il progetto evocato da Salvini sposta l’attenzione: non più obblighi formativi, ma decadenza automatica del permesso in caso di reati o infrazioni. È qui che entrano in gioco i vincoli giuridici. La Corte costituzionale, in più sentenze, ha dichiarato illegittimi gli automatismi in materia di espulsione, richiedendo valutazioni individuali e proporzionate. Anche l’Unione europea impone limiti stringenti. La direttiva 2003/109 sui soggiornanti di lungo periodo stabilisce che l’allontanamento può avvenire solo per motivi gravi e deve essere motivato, proporzionato e ricorribile. La direttiva rimpatri del 2008 prevede garanzie procedurali e tempi che non possono essere elusi. E la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, in applicazione dell’articolo 8 della Convenzione, ribadisce che la vita familiare e i legami sociali vanno tutelati anche per chi non è cittadino.

C’è poi l’equivoco sulla cittadinanza. Salvini, sempre nello stesso intervento, ha evocato la possibilità di “togliere i punti” anche ai cittadini naturalizzati. È un’ipotesi giuridicamente infondata. I cittadini italiani non sono espellibili, e la cittadinanza non è revocabile per reati comuni. Solo la legge 91 del 1992 prevede la revoca nei casi di terrorismo o gravi minacce alla sicurezza nazionale, con procedura complessa e senza automatismi.

L’introduzione di un “permesso a punti penale” comporterebbe inoltre il rischio di una doppia pena: da un lato la condanna del tribunale, dall’altro l’espulsione automatica. La Corte di giustizia dell’Ue ha già giudicato simili duplicazioni incompatibili con i principi del diritto europeo. Il risultato sarebbe una disparità di trattamento evidente tra cittadini e stranieri, con un contenzioso destinato a finire davanti alla Consulta e alla Cedu.

Un annuncio politico più che una riforma

Dal punto di vista pratico, dunque, il progetto ha scarse possibilità di tradursi in legge senza incorrere in vizi di costituzionalità. Più che uno strumento operativo, appare un annuncio politico: utile a rilanciare la retorica della Lega sull’ordine e la sicurezza, meno ad affrontare il nodo reale dell’integrazione. Gli strumenti già previsti dal legislatore non hanno mai ricevuto adeguati finanziamenti e controlli. Il richiamo al “patentino” per i migranti rischia così di aggiungere un altro slogan a un quadro normativo già complesso e poco applicato.

Il messaggio resta efficace nei talk show, ma la realtà giuridica è diversa. L’Italia ha già un permesso a punti. E l’Europa, insieme alla sua stessa Costituzione, impedisce scorciatoie che riducono a propaganda il tema dei diritti.

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