New York, 24 settembre. Donald Trump ha trasformato l’Assemblea generale dell’Onu nel palco di un comizio. Per 57 minuti ha ripetuto il suo repertorio: Europa «invasa» dai migranti, rinnovabili «barzellette», il clima «la più grande truffa», Nazioni unite inutili. La platea però non era un’arena elettorale: era il podio che regge l’architettura del diritto internazionale.
La novità sta tutta qui. Dalla massima tribuna globale ha teorizzato Trumplandia: frontiere chiuse, dazi come arma, idrocarburi come destino, diritti condizionati da censo e appartenenza. Uno stato d’eccezione permanente che pretende obbedienza e archivia il multilateralismo come debolezza.
Trump non intimidisce: inganna. È più ballista che bullo. Elenca successi immaginari («ho fermato sette guerre»), ammicca al «clean beautiful coal», finge di non sapere che la crisi climatica significa esondazioni e siccità, e propone all’Europa la scorciatoia dei fossili americani spacciandola per salvezza. Intanto trasforma i migranti in nemico interno, collante di paure e scudo per concentrare potere.
Lo schema è collaudato: gonfiare un’emergenza, indicare un colpevole, promettere ordine a colpi di decreti e dazi. Il green diventa capro espiatorio, i profughi una minaccia totale, la diplomazia un intralcio al business. Così le bugie non servono solo a convincere: servono a governare, spostano risorse, ridisegnano priorità, autorizzano abusi.
Rancori privati diventano dottrina. Dalla ristrutturazione mancata del Palazzo di Vetro ai «teleprompter rotti», ogni dettaglio diventa prova dell’inefficienza altrui. Il messaggio è programmatico: «seguitemi, o andate all’inferno». Sull’Ucraina, poco più di un cenno autocelebrativo; sull’Onu, l’ennesimo ultimatum mascherato da pragmatismo.
Le parole hanno conseguenze. Dazi «molto forti», via libera alle trivelle, criminalizzazione dei migranti, delegittimazione delle istituzioni comuni: è un’agenda che arretra su clima e asilo, normalizza l’eccezione, monetizza il futuro. Quando il presidente degli Stati Uniti chiama «bufala» il riscaldamento globale, la menzogna si incolla alle politiche.
Per questo oggi il punto non è replicare agli insulti. È rigenerare la responsabilità: fatti verificati, regole condivise, alleanze sociali e politiche che non barattano la verità con l’applauso. Il bullo si nutre di paura; il ballista di credulità. A entrambi si risponde smontando, con pazienza e dati, la favola che vendono. Tutto il resto è rumore.
La notte tra il 23 e il 24 settembre la Global Sumud Flotilla è stata colpita da un attacco con droni in acque internazionali al largo di Creta. Per tre ore le imbarcazioni civili dirette a Gaza sono state bersagliate da velivoli senza pilota che hanno danneggiato quattro barche, costringendo un equipaggio a valutare l’evacuazione. Nessun ferito, ma il clima a bordo è cambiato. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, racconta cosa è accaduto e perché la Flotilla non intende fermarsi.
«Noi stiamo fisicamente tutti bene, non ci sono stati feriti di alcun genere», esordisce Delia. «Psicologicamente però un po’ meno. Siamo in navigazione, continuiamo a essere motivati ad andare avanti verso Gaza, ma l’episodio di questa notte ci ha molto preoccupato. Se ieri il morale era altissimo, oggi è alto con riserva».
I danni subiti sono rilevanti: «Quattro delle nostre barche sono state danneggiate. La barca su cui mi trovo ha avuto la randa completamente compromessa, e senza randa non si può navigare a vela. Siamo costretti a usare solo il motore. Una delle imbarcazioni è stata colpita in modo grave, tanto che forse quell’equipaggio dovrà essere evacuato». Nonostante questo, Delia sottolinea che «la Flotilla è rimasta compatta e stiamo navigando lungo la rotta che ci eravamo prefissati».
L’idea di tornare indietro non è mai stata presa in considerazione. «Non abbiamo mai pensato di interrompere la navigazione», spiega Delia. «Forse dovremo rallentare per questioni meccaniche, ma non di tornare indietro. Dal punto di vista della legge, dell’etica e della morale non ne vediamo la ragione. Perché dovremmo tornare indietro? Sono coloro che ci hanno attaccato con i droni che dovrebbero smetterla di compiere atti criminali».
Alla domanda se l’attacco fosse stato previsto, la risposta è netta: «In realtà no. Nella situazione in cui ci troviamo, con equipaggi di nove o dieci persone su barche di dieci-dodici metri, è impossibile elaborare vere strategie. L’unica cosa che puoi fare quando senti il drone vicino è mettere il giubbotto salvagente, abbassare la testa tra le braccia e sperare di non farti male. Non possiamo scappare da nessuna parte».
Delia riconosce che un rischio del genere era stato comunque messo in conto: «Forse lo avevamo previsto, perché probabilmente l’obiettivo è ridurre il numero di barche, così da non far arrivare cinquanta unità a Gaza ma molte di meno, più facili da gestire con gli arrembaggi».
Il timore è che non si tratti di un episodio isolato: «Temiamo che possa essere il primo di una serie. Se l’obiettivo era ridurre la Flotilla e non ci sono riusciti, penso che possano riprovarci. A meno che non ci sia una pressione politica seria ed efficace che li dissuada. Noi siamo dalla parte della legalità, chiunque abbia mandato quei droni non lo è. La pressione dovrebbe servire a far tornare indietro loro, non noi».
Sul piano dei rapporti con l’Italia, Delia spiega che ci sono contatti quotidiani con l’Unità di crisi della Farnesina, ma non con il governo in prima persona. «Quello che ci è stato detto è che il governo italiano può muoversi solo entro i limiti imposti dalla legge israeliana. Se in mezzo al mare, pur in acque internazionali, ci attaccano con i droni, non è possibile darci protezione». Una posizione che Delia giudica paradossale: «In acque internazionali è possibile essere attaccati da uno Stato, ma non è possibile essere difesi. Mi chiedo: se invece della Flotilla ci fossero dieci barche di amici italiani in vacanza e venissero attaccati con i droni, cosa farebbe il nostro governo? Io penso che interverrebbe».
Infine, la portavoce lancia un appello a chi, da terra, chiede come aiutare. «Quello che le persone possono fare è mobilitarsi. Si può, ad esempio, presentare una denuncia contro ignoti alla Procura di Roma, alla Polizia o ai Carabinieri per gli attacchi subiti questa notte dai nostri cittadini. Qualcosa di configurabile come un reato è avvenuto. Non sappiamo da parte di chi, non ci possiamo difendere, bene: denunciamolo. Iniziamo a mettere nero su bianco che è accaduto».
Per Delia la missione non è solo un viaggio simbolico, ma una prova di legalità internazionale. «Noi stiamo navigando nel pieno rispetto del diritto. Se oggi si accetta che imbarcazioni civili possano essere bombardate in acque internazionali, domani chiunque potrà farlo di nuovo. Ecco perché non torniamo indietro».
Nel Partitodemocratico le correnti non chiudono mai bottega: cambiano insegna, ma restano l’infrastruttura reale del potere interno. L’ultima è quella costruita da Lorenzo Guerini, che il 20 settembre ha sancito l’archiviazione dell’asse con Stefano Bonaccini e ha messo in cantiere un nuovo polo riformista. Ufficialmente per “organizzare un pensiero” leale con la segreteria Schlein. Nella pratica, un dispositivo che si attrezza per il dopo: quando i numeri in assemblea e nei gruppi parlamentari consentiranno di aprire la partita sulla guida del partito.
La scelta del tempo racconta la strategia. A ridosso delle regionali, con una Direzione contestata nei metodi e rinviata nei contenuti, la corrente gueriniana prende forma senza clamori di piazza, con la consueta liturgia delle riunioni riservate. Non è l’annuncio di una battaglia sui temi, è l’avvio di un lavoro di posizionamento: mappe dei delegati, dialoghi con amministratori, sguardo attento ai mondi cattolici e liberali che chiedono una postura più accomodante verso destra, in Parlamento e nei territori.
Correnti per il dopo-Schlein
Il quadro che si compone è fatto di tasselli compatibili: “Comunità Democratica” di Graziano Delrio, la “Rete Civica Solidale” di Paolo Ciani con Marco Tarquinio e Stefania Proietti, e ora l’area gueriniana che si propone europeista e atlantica, con frequenti richiami all’“interesse nazionale”. L’agenda richiamata è classica: lavoro, transizioni industriali, welfare territoriale. Pochi conflitti scoperti, molta manutenzione del perimetro. È la grammatica di chi deve tenere insieme sensibilità diverse in vista di un tornante: non spaccare oggi per poter capitalizzare domani.
In controluce emerge il vero banco di prova: non una proposta che sposti l’asse del Pd nel Paese, ma la costruzione di una maggioranza interna pronta a contestare la leadership quando la finestra si aprirà. Qui la frattura diventa politica: il mandato espresso da iscritti ed elettori nelle primarie che hanno eletto Schlein scivola sullo sfondo, trattato come un orpello cerimoniale rispetto alla geografia dei gruppi. Si lavora a un “congresso di fatto” senza proclamarlo, con mozioni soft, ordini del giorno neutri, appelli all’unità che preparano la conta. L’obiettivo è predisporre un approdo: una segreteria più dialogante verso il centro-destra sociale e istituzionale, capace di rassicurare i poteri amministrativi e i mondi economici che mal sopportano l’impronta attuale.
Il metodo è coerente con la biografia politica di Guerini: nessuna rottura urlata, diplomazia telefonica, dossier curati, promesse di affidabilità. È l’opposizione che piace ai palazzi: ordinata, leggibile, con margini di trattativa su ogni dossier. Un’opposizione così può ribaltare una guida senza mai sporcarsi con il conflitto a cielo aperto, perché sposta i pesi dove contano davvero: nelle commissioni, nelle direzioni, nelle liste.
L’opposizione più trasparente
La corrente che nasce si definisce per sottrazione. Non mobilita vertenze, non sfida sui grandi nodi – precarietà, salari, scuola, sanità, politiche industriali – e non apre fronti reali sulla politica estera. Preferisce calibrare il lessico, evitare le parole che dividono, offrire mediazioni. È un’omeopatia politica che lenisce i malumori senza intaccarne le cause. L’idea di alternativa è rimandata alla prossima curva: quando i numeri diranno che si può chiedere un cambio al timone, allora si chiamerà “responsabilità”.
Intanto il Paese scivola tra inflazione dei redditi bassi, deserti industriali e conflitti che impattano su bilanci e diritti. In questo scenario, la nuova corrente misura la propria utilità sulla stabilità interna più che sulla capacità di egemonia sociale. È un’opposizione trasparente: non disturba l’ordine del giorno, non sposta la narrazione, ma lavora per la resa dei conti. Se accadrà, si dirà che lo chiedeva la “governabilità”. E il voto delle primarie, con gli elettori convocati a indicare una direzione, resterà sul tavolo come un soprammobile: rispettato nelle formule, aggirato nelle pratiche.
Il Pd conosce bene questa meccanica. Correnti che promettono un partito più largo e finiscono per regolare conti interni; richiami al riformismo che non diventano progetto; rally di amministratori che si trasformano in pesi per congressi futuri. La novità di oggi, nella sostanza, è la chiarezza del disegno: preparare il cambio di segreteria senza dirlo, facendo della discrezione una forza. È politica di precisione, efficiente nelle stanze dove si decide. Ma resta da capire se possa ancora parlare a chi, fuori da quelle stanze, chiede un partito che scelga e che rischi.
Tra l’una e le quattro del mattino del 24 settembre, in acque internazionali a sud di Creta, la Global Sumud Flotilla è stata bersaglio di un’azione continuata: sorvoli ripetuti di droni ogni dieci minuti, interferenze sulle radio VHF, esplosioni a ridosso degli scafi. La missione umanitaria — che trasporta aiuti per Gaza con equipaggi civili e delegazioni da decine di Paesi — ha contato almeno tredici esplosioni o deflagrazioni nelle immediate vicinanze e oggetti sganciati su non meno di dieci barche.
Nessun ferito, danni materiali su più unità e un rischio per l’incolumità dei partecipanti tale da spingere gli organizzatori a parlare di “operazioni psicologiche” finalizzate a intimidire. I precedenti di settembre (un sabotaggio denunciato in Tunisia e successivi sorvoli in alto mare) compongono una sequenza che fa sistema. Lo dicono i dispacci della notte e la nota ufficiale della spedizione, che quantifica droni e impatti e chiede protezione agli Stati che hanno cittadini a bordo.
Le prove della notte e i danni dichiarati
Le comunicazioni diffuse dalla Flotilla documentano: droni non identificati, disturbo delle radio, esplosioni registrate da più imbarcazioni. In una comunicazione social citata dalle agenzie si legge che il limite a cui «si è disposti a spingersi» per prolungare l’assedio è “disgustoso”, ma «non ci faremo intimidire: continueremo a navigare»; cronologia e modalità coincidono con il quadro tracciato dalle fonti di stampa nelle ore successive.
L’impatto più grave è stato descritto a bordo dellaZefiro, con lo strallo di prua distrutto da una deflagrazione; altre barche hanno segnalato vele principali strappate e avarie al rigging. Il conto delle esplosioni sale a tredici secondo la stessa missione.
La politica a bordo e le prime voci da dentro la Flotilla
La presenza di rappresentanti eletti ha reso l’attacco un caso politico immediato. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi, in collegamento dall’imbarcazione, ha riferito tre impatti di oggetti «che possono fare danni materiali», uno dei quali ha colpito l’albero rompendo la vela principale: «Eravamo in acque internazionali».
Il senatore M5S Marco Croatti — anch’egli imbarcato — ha messo a confronto la protezione diplomatica assicurata da Madrid alla Flotilla con il silenzio di Roma, legando la divergenza alla scelta sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Le sue parole confermano il punto politico: quando le navi sono civili e battono bandiere europee, la tutela non è un atto discrezionale ma un dovere.
Le reazioni italiane: l’intervento di Tajani e ciò che resta scoperto
Alle 7:28 di stamattina la Farnesina ha formalizzato la linea: il ministro AntonioTajani, a New York per l’Assemblea generale Onu, «ha chiesto all’ambasciata a Tel Aviv di assumere informazioni e di rinnovare la richiesta […] di garantire la assoluta tutela del personale imbarcato», ricordando che la Flotilla «incrocia in acque internazionali» e che a bordo ci sono «cittadini italiani, assieme a parlamentari ed europarlamentari». È un passaggio importante perché riconosce contesto giuridico e natura civile delle navi. Resta però l’assenza di una condanna esplicita degli attacchi con droni e, soprattutto, di misure concrete di protezione in mare.
Dall’opposizione arrivano richieste puntuali. Elly Schlein ha chiesto al governo italiano e all’Ue di «proteggere gli attivisti della flottiglia» e di smettere di «criminalizzare ogni piazza e ogni forma di dissenso», collegando le mobilitazioni in Italia al dovere di tutela dei civili in mare. AVS, con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, ha definito gli eventi «attacchi militari a tutti gli effetti», ricordando che alcune imbarcazioni battono bandiera italiana e chiedendo «iniziative concrete» del governo.
“È un attacco indegno, inaccettabile. Mi sono messo in contatto con il nostro senatore Marco Croatti a bordo delle imbarcazioni della Flotilla verso Gaza e mi ha aggiornato sugli attacchi di stanotte alle barche, sui danni, sulle vele distrutte, evidentemente per sabotare questa missione umanitaria che ha la spinta di tutti coloro che non si girano dall’altra parte rispetto al genocidio del criminale governo Netanyahu a Gaza. Attacchi avvenuti in acque internazionali, nei pressi di Creta” scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte.
Le opposizioni – Pd, M5s, Avs – hanno chiesto a inizio seduta la convocazione urgente di una capigruppo della Camera per discutere di quanto avvenuto questa notte. Decisa la protesta dei 5 stelle che con Ascari prima e Ricciardi dopo hanno annunciato che avrebbero bloccato “con ogni mezzo” i lavori parlamentari sia in Aula che nelle Commissioni. Il presidente di turno, Giorgio Mulè, ha riferito di aver avuto disponibilità da parte del presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ad anticipare la capigruppo già convocata per questo pomeriggio, al termine dei lavori mattutini dell’Aula.
Sul piano internazionale, la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha rilanciato l’appello a proteggere la Flotilla; Amnesty Italia ha scritto «Giù le mani dalla Global Sumud Flotilla: i governi la proteggano». Nel frattempo, da Israele sono arrivate dichiarazioni che accusano la Flotilla di connessioni con Hamas, tesi utile a giustificare il blocco ma non suffragata da atti giudiziari resi pubblici. Il dato nuovo è politico: la Francia ha riconosciuto lo Stato di Palestina; la Spagna ha chiesto «di fermare il massacro» e di ammettere la Palestina all’Onu; più Paesi hanno invitato a un cessate il fuoco e a una protezione internazionale. In Italia, la stessa Farnesina ha ribadito ieri «il sogno dei palestinesi di avere uno Stato», senza però sciogliere il nodo operativo della tutela delle navi civili aggredite in alto mare.
Diritto del mare e responsabilità
Le norme sono chiare: in acque internazionali le navi civili non possono essere colpite o intimidite; le interferenze alle comunicazioni e l’uso di ordigni o oggetti dall’alto configurano atti ostili, tanto più se ripetuti e coordinati. La stessa nota della missione richiama la qualificazione penale: «qualsiasi attacco […] costituirebbe un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità». È il punto di frizione tra legalità e forza che questa crisi mette a nudo: se gli Stati che hanno cittadini a bordo — Italia compresa — non attivano strumenti di tutela, l’impunità diventa prassi.
Cosa resta da fare, adesso
I fatti della notte a sud di Creta sono l’ennesimo tassello di una strategia di interdizione extragiudiziale contro una missione umanitaria. La protezione diplomatica dichiarata non basta se non è accompagnata da azioni verificabili: richiesta di inchiesta internazionale, missione di pattugliamento civile sotto egida Onu o Ue, pressione politica sui responsabili.
Finché la Flotilla resterà in mare, la credibilità del diritto — e dell’Europa che lo invoca — si misurerà su una domanda semplice: i civili possono navigare in sicurezza in acque internazionali? O la notte dei droni diventerà la nuova normalità del Mediterraneo?
Un’intervista senza domande. O meglio, a domande concordate. È quella che Ursula von der Leyen ha concesso ai quotidiani del gruppo Lena (Leading European Newspaper Alliance). Niente confronto, niente rilanci, niente possibilità di incalzare: le redazioni hanno dovuto inviare le domande per iscritto e hanno ricevuto risposte già confezionate. Un format imposto dai servizi della Commissione europea, trasformando il lavoro giornalistico in un esercizio di copia e incolla. Il quotidiano spagnolo ElPaís ha rifiutato di prestarsi, denunciando il metodo, mentre il belgaLe Soir ha scelto di rendere pubblico le procedure imposte. Il risultato è un prodotto che somiglia più a un comunicato ufficiale che a un’intervista, con la stampa ridotta a canale distributivo del messaggio politico.
Le interviste scritte e le conferenze rare
Non è un episodio isolato. Le conferenze stampa della Presidente della Commissione Ue sono sempre più rare, dominate da formule preparate dai consiglieri e recitate a memoria. Quando c’è da affrontare la stampa libera, Ursula von der Leyen appare a disagio. Quando invece incontra i grandi editori, lontano dagli occhi del pubblico, la disponibilità cambia. Mercoledì scorso ha ricevuto a Bruxelles i dirigenti del gruppo Lena per discutere di intelligenza artificiale e fake news, in un incontro che non è stato nemmeno registrato nell’agenda ufficiale della Commissione. Anche l’Associazione della stampa internazionale di Bruxelles ha formalizzato a luglio una protesta contro il Berlaymont, parlando di «violazioni dell’accordo» sull’accesso alle informazioni.
La gestione selettiva dell’informazione ha già avuto riscontri giudiziari. Lo scorso maggio il Tribunale dell’Unione europea ha annullato la decisione della Commissione di negare l’accesso ai messaggi tra von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, giudicando inaccettabile la spiegazione secondo cui gli sms non sarebbero reperibili. Un colpo alla credibilità di una presidenza già accusata di scarsa trasparenza.
Il parallelo con l’Italia
Il format senza contraddittorio richiama un modello sperimentato da Giorgia Meloni in Italia. Le conferenze stampa della premier sono sempre meno frequenti, sostituite da video autoprodotti e spazi amichevoli. Un fact-checking di Pagella Politica ha mostrato che nel 2024, su dieci dichiarazioni ufficiali, solo in due occasioni Meloni ha accettato domande dei giornalisti. Emblematico anche l’episodio della CasaBianca, quando in un fuori onda Meloni disse di «non voler mai parlare con la stampa italiana». Lo schema è lo stesso: sterilizzare le domande, ridurre i rischi del contraddittorio, preferire messaggi unidirezionali.
In entrambi i casi, il potere sceglie di comunicare senza mediazioni scomode, limitando il ruolo dei cronisti e selezionando accuratamente i contesti. La differenza è che in Europa la presidente della Commissione rappresenta tutti i cittadini dell’Unione, ed è chiamata a un livello di accountability che mal si concilia con interviste senza giornalisti e incontri fuori agenda.
Libertà di stampa a rischio
Le organizzazioni per la libertà di stampa hanno già lanciato l’allarme. Nel 2024 il rapporto dell’European Broadcasting Union segnalava la tendenza crescente dei leader politici a trasformare le interviste in messaggi blindati, mentre l’European Centre for Press and Media Freedom denunciava la normalizzazione di comunicazioni verticalizzate. Il rischio è che questa pratica diventi la regola: conferenze stampa ridotte, accesso alla Presidente concesso solo ai grandi editori, incontri non tracciati ufficialmente, interviste trasformate in semplici trasmissioni di comunicati.
In un momento in cui l’Unione europea affronta crisi economiche, conflitti alle porte e tensioni interne, la scelta di limitare la trasparenza e il confronto diretto con i giornalisti mostra un segnale preciso: il potere preferisce la sicurezza della comunicazione controllata al rischio delle domande. Per la democrazia europea, è un prezzo che rischia di diventare troppo alto.
Il comunicato diffuso il 23 settembre dalla Global Sumud Flotilla risponde all’ennesimo tentativo di Israele di piegare il diritto internazionale ai propri interessi. La richiesta di “attraccare e trasferire” gli aiuti umanitari al porto di Ashkelon non è una misura logistica, ma parte integrante del blocco illegale. Amnesty e Human Rights Watch hanno condannato pratiche simili come violazioni del diritto umanitario e strumenti per ritardare e negare l’assistenza. Parlare di “sicurezza” è un pretesto per esercitare controllo e trasformare soccorsi civili in merce di scambio. Etichettare la flotta come minaccia significa legittimare l’uso della forza contro chi porta aiuti.
Mentre Israele fabbrica cavilli, Gaza continua a contare i morti. Nella notte almeno 37 persone sono state uccise nei raid, altre 17 all’alba, e dodici strutture dell’Unrwa sono state colpite a Gaza City. Gli ospedali senza carburante parlano di “morte certa”. Numeri che non sono statistiche ma volti cancellati: bambini, donne, uomini privati di acqua, cure, cibo. E mentre a Roma si tace, a Madrid il premier Sanchez chiede all’Onu misure immediate per proteggere i civili palestinesi, dimostrando che la responsabilità politica non è un optional.
In Italia la voce resta quella delle piazze: 20mila a Padova, migliaia ad Ancona, Milano, Bergamo. Una società civile che ricorda al governo che il silenzio è complicità. La flottiglia naviga, e a terra una rete di mani tiene la rotta. La ciurma di terra protegge. Ricordarselo sempre. Gli occhi sono su Gaza.
ll 12 settembre a Ginevra tre collettivi guidati da rifugiati – Refugees in Libya, Refugees in Tunisia e Refugees in Niger – hanno presentato davanti alla sede centrale dell’Unhcr un volume che segna un punto di svolta: Book of Shame: How Unhcr Fails to Protect Refugees in Libya, Tunisia and Niger (Vol. 1, 2025). È la prima pubblicazione scritta e compilata interamente da rifugiati. Non un rapporto di Ong, ma un atto politico e un documento di resistenza che accusa l’Agenzia delle Nazioni Unite di aver abdicato al suo mandato, diventando strumento di contenimento delle politiche europee.
Le accuse: protezione negata e complicità nel contenimento
Il volume raccoglie testimonianze dirette dal 2024 al settembre 2025: dai centri di detenzione libici ai campi desertici di Agadez in Niger, fino ai presidi di protesta in Tunisia. I contributi denunciano violenze sistematiche, corruzione negli uffici, criteri arbitrari di vulnerabilità e una protezione che arriva solo “quando la morte è già ineludibile”.
Secondo David Yambio, rifugiato sudsudanese e fondatore del movimento Refugees in Libya, «Unhcr non ha mai agito per la libertà. Ha visto le torture, i corpi bruciati, le donne stuprate, i bambini lasciati morire. Ha distribuito coperte e biscotti, ma ha lasciato intatte le sbarre e armati i carcerieri».
Il “Libro della vergogna” documenta la trasformazione dell’Unhcr in quello che i rifugiati chiamano “Unfair – The UN Refusal Agency”: un’istituzione che decide chi vive e chi muore, chi viene evacuato e chi resta prigioniero, seguendo la logica della gestione dei flussi per conto dell’Europa.
Dalla protesta di Tripoli al manifesto collettivo
Il libro nasce dall’esperienza del sit-in di cento giorni davanti alla sede Unhcr di Tripoli nel 2021-2022, quando migliaia di rifugiati furono sgomberati e deportati nei centri di detenzione con la complicità delle milizie. Tre anni dopo, poco è cambiato: i movimenti guidati da rifugiati vengono ancora trattati come minacce, le manifestazioni represse, le voci ridotte al silenzio.
Le pagine raccontano storie precise: Shoaib, 16 anni, morto di abbandono a Tripoli nel 2021; suo fratello Yasin sopravvissuto solo grazie alla determinazione dei compagni; i bambini nati senza cittadinanza nei campi di Agadez, condannati a un futuro senza scuola né sanità; le proteste represse a Tunisi con la cooperazione dell’Unhcr. La denuncia è chiara: l’Agenzia, invece di garantire protezione, ha contribuito a “esternalizzare” le frontiere europee, sostenendo campi e sistemi che trasformano rifugiati e migranti in corpi da contenere.
Il volume si chiude con un manifesto collettivo dei movimenti di Libia, Tunisia e Niger, che rivendicano il diritto a parlare con la propria voce: «Non scriviamo per chiedere carità. Non scriviamo come vittime da salvare. Scriviamo come comunità che si organizzano, che resistono, che hanno osato nominare la macchina dell’abbandono».
L’atto politico e il futuro delle lotte
La presentazione di Ginevra è stata accompagnata dall’annuncio di una manifestazione fatta il 13 settembre davanti alla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I promotori sottolineano che questa non è un’operazione di advocacy classica: è la costruzione di un archivio di testimonianze per impedire che la sofferenza venga cancellata dalle statistiche. «Il testimone deve parlare» scrive Yambio, e il libro – curato da un collettivo di rifugiati, attivisti e ricercatori – è pensato come un atto d’accusa pubblico contro un sistema che, con il linguaggio della protezione, pratica invece la regolazione e il contenimento.
La forza del “Libro della vergogna” vuole essere nel ribaltare la prospettiva: non sono Ong occidentali o istituzioni a scrivere dei rifugiati, sono i rifugiati stessi a redigere il catalogo delle omissioni e delle complicità. Ne esce un quadro in cui l’Unhcr, in Libia come in Tunisia e Niger, appare più attento a non disturbare governi e donatori che a salvare vite umane. «Unhcr ha fallito me» si legge in una delle testimonianze, frase che diventa sintesi di un’esperienza collettiva.
Con questa iniziativa, i rifugiati dimostrano di non voler più essere relegati al ruolo di destinatari passivi di aiuti. La scelta di presentare il libro davanti alla sede centrale dell’Unhcr a Ginevra rende la denuncia ancora più diretta: il messaggio è rivolto non solo all’agenzia, ma anche ai governi europei che finanziano e sostengono la politica di esternalizzazione. Ma mentre i rifugiati hanno portato le loro denunce davanti alla sede centrale, l’Unhcr a oggi non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul contenuto del libro né sulle accuse. Nei giorni successivi l’Agenzia ha diffuso comunicati su altre emergenze, dall’Afghanistan alle vie di ingresso regolari, senza alcun riferimento al “Libro della vergogna” e alle proteste di Ginevra. Una scelta che i movimenti leggono come ulteriore conferma del silenzio istituzionale che intendono spezzare.
«Io odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro». È con questa frase, pronunciata durante il funerale di Charlie Kirk domenica scorsa a Phoenix, che Donald Trump ha reso inutile ogni esercizio accademico sull’origine dell’ostilità politica. Nessun incidente linguistico, nessuna esasperazione della polemica: il presidente degli Stati Uniti ha trasformato l’odio in dichiarazione di intenti, in codice morale da ostentare di fronte al suo pubblico. Non un sottotesto, ma la regola del gioco.
Il dato di contesto è chiaro. Negli Stati Uniti un bambino su 31 riceve una diagnosi di disturbo dello spettro autistico: Trump ne ha fatto il pretesto per teorie senza basi scientifiche, così come ora la morte di Kirk diventa l’occasione per canonizzare il conflitto permanente. È la stessa finestra di Overton applicata al linguaggio politico: normalizzare l’inimicizia come segno di autenticità, legittimare l’aggressività come arma identitaria.
La traduzione italiana: Salvini e Meloni
In Italia, la destra di governo non ha mai nascosto di aver importato lo schema. Matteo Salvini ha fatto dell’ostilità il marchio della sua comunicazione: dalle “ruspe” per abbattere i campi rom alle campagne sui “porti chiusi”, fino al lessico contro le Ong definite “taxi del mare”. Una retorica che non rimane confinata agli slogan, ma trova riscontro in scelte politiche, decreti e processi. Nel 2023-2024 l’operazione Vannacci ha rappresentato il salto di qualità: un generale che ha costruito la propria popolarità sulla marginalizzazione delle minoranze e delle comunità LGBTQ+, trasformato dalla Lega in simbolo di “parlar chiaro”.
La presidente del Consiglio Giorgia Melonialterna registri differenti ma attinge allo stesso serbatoio. Il ministro Lollobrigida ha parlato apertamente di “sostituzione etnica”, importando in Italia un tropo complottista internazionale. Quando Antonio Scurati fu escluso dal palinsesto RAI, il governo rispose rovesciando i ruoli: la censura non sarebbe stata il problema, ma la denuncia stessa. Allo stesso tempo, Meloni ripete di essere vittima di un “clima d’odio” costruito da sinistra e media. Il paradosso è evidente: si accusa l’opposizione di fomentare rancore mentre il governo alimenta un discorso pubblico fondato sulla stigmatizzazione del dissenso.
La cassa di risonanza mediatica
Il sistema informativo che gravita intorno alla destra ha contribuito a istituzionalizzare l’odio come linguaggio legittimo. Il precedente resta la prima pagina di Libero “Bastardi islamici” nel 2015, che ha segnato un confine più permissivo. Da allora, titoli, rubriche e talk hanno spesso preferito la delegittimazione morale alla critica politica, moltiplicando il repertorio di nemici: migranti, magistrati, intellettuali, attivisti. Nel frattempo, all’interno della Rai, i giornalisti hanno denunciato con scioperi e comunicati il “soffocante controllo” dell’esecutivo, segnalando un sistema in cui la voce critica si riduce e l’eco dell’aggressività diventa dominante.
La sequenza è ricorrente: un evento traumatico, la costruzione del nemico, la rivendicazione vittimistica del potere, la traduzione in atti politici o mediatici. È la stessa logica che ha trasformato il funerale di Kirk in un pulpito da cui Trump ha potuto canonizzare l’odio come virtù civica. In Italia, le sue imitazioni non mancano.
Per questo le fanfare che si sono levate nelle ore successive alla morte di Kirk suonano vuote. Trump è il modello più alto della strumentalizzazione dell’odio, ed è a quel modello che guardano le destre anche in Italia. Non c’è pacificazione da costruire: l’odio non è una deriva, ma il cemento di una propaganda che funziona solo finché riesce a produrre nemici.
Sul Ponte sullo Stretto cala la nebbia. Non quella del mare, ma quella che serve a nascondere. La Società Stretto di Messina, guidata da Pietro Ciucci, ha risposto al deputato Angelo Bonelli che la sua carica non basta per ottenere i documenti sul contratto con Eurolink. È il paradosso: un parlamentare escluso da un’opera da oltre 13,5 miliardi, come se la democrazia fosse un orpello da archiviare.
Dentro quel contratto ci sono penali feroci: un milione di euro per ogni giorno di ritardo, 650 milioni di cauzione, clausole che trasformano lo Stato in debitore perpetuo. Eppure la firma è arrivata in fretta, prima della pubblicazione in Gazzetta e senza il parere della Corte dei conti. Una scorciatoia che rivela la fretta di blindare interessi e vincoli, prima che qualcuno potesse alzare la mano.
Non è solo un affare interno. Bruxelles ha già bussato due volte, chiedendo chiarimenti su appalti e impatto ambientale. Ma qui la nebbia conviene: oscura i numeri, copre i rischi, spegne le domande. È la stessa nebbia che alimenta il mito del “grande cantiere” mentre si tagliano scuole e ospedali.
Il Ponte viene venduto come sogno d’acciaio e cemento, ma cresce come un debito opaco, custodito in una cassaforte di segreti. La nebbia lo protegge, certo. Ma ogni nebbia si alza: e allora resterà solo un viadotto di menzogne appoggiato sul nulla.
Le piazze italiane ieri hanno parlato con numeri che non si possono cancellare: centinaia di migliaia di persone, 50mila solo a Roma, 15mila a Napoli, migliaia a Torino, Firenze, Genova, Cagliari, Bari. Dai porti alle scuole, dalle fabbriche alle università, lo sciopero generale ha bloccato pezzi interi del Paese. Non è stata una sommatoria di cortei, è stato un unico corpo che si è alzato in piedi contro il genocidio a Gaza.
Ogni bandiera palestinese appesa ai balconi, ogni presidio nelle piazze, ogni linea di produzione ferma, ogni aula occupata è stato un messaggio diretto al governo: le vostre scelte di fiancheggiamento, la complicità con la guerra, non sono la voce dell’Italia. L’Italia rifiuta lo sterminio del popolo palestinese, condanna la vendita di armi a Israele e respinge la solidarietà offerta a soldati che hanno massacrato bambini e civili. Ogni contratto di fornitura firmato in queste settimane è una ferita alla memoria di chi ha combattuto per la libertà.
Questo movimento per la pace è l’Italia che si riconosce nell’umanità e urla: «Non in nostro nome». È la promessa di una sopravvivenza collettiva che non è semplice memoria, ma scelta quotidiana di vita.
E mentre le piazze gridavano, i politici di governo balbettavano accuse di “violenza”, fingendo di non vedere la loro. Parlano di ordine pubblico quelli che pagano bombe, fiancheggiano un genocidio, ammazzano di fame e di ordigni donne e bambini. Sono gli stessi che stringono le mani insanguinate di Netanyahu. Sono gli stessi che ieri, davanti a mezzo milione di persone, hanno provato a indossare i panni delle maestrine del decoro. La vergogna è tutta loro.