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Sanità in trincea, l’Italia prepara gli ospedali alla guerra. Mentre restano le carenze di medici e fondi

L’Italia si prepara ad attrezzare i propri ospedali a scenari di conflitto, seguendo l’esempio di Francia e Germania. Da aprile è operativo un tavolo tecnico interministeriale – con Salute, Difesa e Infrastrutture – istituito dal decreto legislativo 134/2024, che recepisce la direttiva europea 2022/2557 sulla resilienza delle infrastrutture critiche.

L’obiettivo è delineare un piano che definisca ruoli, responsabilità e protocolli in caso di grandi emergenze, comprese le minacce Cbrn (chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari) e persino l’attivazione degli articoli 3 e 5 del Trattato Nato.

Le linee di lavoro discusse riguardano l’integrazione tra sanità civile e militare, la creazione di una catena di comando chiara, lo svolgimento di esercitazioni congiunte e l’introduzione di percorsi di formazione specifica. Tra le competenze richieste: la gestione dei traumi da esplosione, le amputazioni, le maxi-evacuazioni e la capacità di interfacciarsi con ospedali da campo o strutture esterne.

Il modello operativo è suddiviso in tre fasi: accoglienza e triage avanzato dei feriti, gestione durante la crisi con espansione delle capacità interne e infine supporto a missioni o rientri. Alcuni grandi policlinici universitari e hub traumatologici sono stati indicati in via informale come possibili centri di riferimento, ma al momento manca una lista ufficiale.

Il modello europeo e il ritardo italiano

Il confronto europeo non è irrilevante. In Francia, il “Plan Blanc” viene attivato ogni volta che un’emergenza sanitaria supera le capacità ordinarie: prevede la rapida riconversione di spazi, la sospensione delle attività differibili e il richiamo straordinario di personale.

In Germania, la pianificazione del Zivilschutz si è ampliata fino a contemplare scenari di guerra, con un ruolo diretto degli ospedali militari e dei grandi centri urbani. In Italia, al contrario, il dibattito si concentra ancora sulla cornice istituzionale e sull’organizzazione di esercitazioni, senza aver definito né i criteri tecnici per l’adeguamento degli ospedali né la dotazione finanziaria necessaria.

Fondi, personale e comando: i nodi irrisolti

I nodi restano numerosi. Anzitutto la scelta degli ospedali destinati a fungere da hub: non è stato chiarito se saranno uno per regione o se si privilegeranno i centri metropolitani. Poi la questione dei fondi: il decreto di recepimento della direttiva europea ha istituito organi di governance ma non ha previsto stanziamenti dedicati.

Restano da sciogliere anche i dubbi sulla catena di comando: chi avrà la responsabilità di coordinare, tra Ministeri, Regioni, Protezione civile e Difesa? Senza una regia unitaria il rischio è la sovrapposizione di competenze.

Sul piano operativo, la sfida più delicata è quella del personale. La sanità pubblica italiana affronta da anni carenze croniche di medici, infermieri e tecnici, aggravate da bilanci regionali sempre più tesi. In questo contesto, l’idea di formare specialisti per scenari bellici rischia di restare un esercizio teorico se non accompagnata da nuove assunzioni e risorse.

Le stesse esercitazioni congiunte, previste come momento di addestramento, hanno senso solo se gli ospedali dispongono di strutture dedicate: reparti schermati, presidi Cbrn, percorsi di decontaminazione e capacità di espansione rapida dei posti letto.

Il paradosso

Il paradosso è evidente: si chiede al sistema sanitario di prepararsi a un livello massimo di emergenza dopo anni di tagli e sottofinanziamenti che hanno messo in difficoltà la gestione dell’ordinario. Lo stesso tavolo tecnico lavora con l’obiettivo di allineare l’Italia agli standard europei sulla protezione delle infrastrutture critiche, ma finché non verranno resi pubblici gli standard minimi e garantite coperture certe, il rischio è di limitarsi a un piano sulla carta.

In altre parole, la sfida non è solo organizzativa o militare, ma soprattutto politica: senza risorse stabili e senza una governance trasparente, gli ospedali “a prova di guerra” restano uno slogan che rischia di scaricare sull’eccezione le carenze strutturali dell’ordinario.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #17

A Gaza City, all’alba, altri 33 morti sotto le macerie. La rete telefonica e internet sono collassate dopo i raid, gli ospedali denunciano il blocco dei rifornimenti di carburante, mentre le organizzazioni umanitarie avvertono che «l’offensiva a Gaza City è estensione della guerra genocida». È l’immagine quotidiana di un massacro che la Commissione ONU ha ormai definito genocidio. Eppure le bombe non si fermano: i quartieri si svuotano, le famiglie restano intrappolate ma le cancellerie guardano altrove.

Il 22 settembre la Cgil ha indetto lo sciopero generale per la Palestina. Un segnale forte, ma resta la domanda più amara: Gaza City ci sarà ancora quel giorno? Le piazze italiane si preparano a scendere in strada mentre i raid cancellano interi isolati. La distanza tra chi manifesta e chi muore sotto i bombardamenti è vertiginosa, ma necessaria per spezzare il silenzio.

La Global Sumud Flotilla continua a navigare. Le barche partite dalla Tunisia avanzano verso la Striscia. A bordo c’è la consapevolezza che rompere l’assedio significa riaffermare il diritto universale alla vita, come recita la Carta dei Valori della missione: «scegliamo di non restare in silenzio davanti a un genocidio in corso, perché la neutralità equivale alla complicità». La Flotilla ribadisce che le azioni sono «pacifiche, disarmate e trasparenti», ispirate alla disobbedienza civile nonviolenta, che nella storia «ha abbattuto muri e regimi di oppressione».

La Flotilla non porta solo cibo e medicine. Porta un messaggio: la solidarietà può essere più forte dei muri, e la nonviolenza, anche oggi, è la risposta etica a chi vorrebbe condannare Gaza al silenzio.

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Italia complice fino all’ultimo: un sì tardivo che non lava il sangue di Gaza

L’Italia oggi voterà sì alle sanzioni contro Smotrich e Ben-Gvir. Ma è la foglia di fico di un Paese che per mesi ha fatto scudo a Israele insieme alla Germania, bloccando perfino il congelamento di Horizon, i fondi che possono finire a sostenere anche l’industria bellica. Roma si concede il lusso di colpire due ministri estremisti già bollati dalla comunità internazionale: un atto minimo, utile solo a salvare la faccia.

Meloni lo presenterà come svolta, ma nessuno potrà dimenticare il silenzio sugli ospedali bombardati, sui campi profughi spianati, sul genocidio certificato dall’Onu che il governo continua a fingere di non vedere. Il paragone con l’Ucraina è imbarazzante: allora l’Europa, Italia compresa, aprì le porte a centinaia di migliaia di rifugiati; per Gaza non si concede neppure lo status di protezione temporanea.

Il voto di oggi è la scelta di chi vuole restare nel gruppo, non la presa di coscienza di una responsabilità. Roma continua a proteggere i contratti militari e i legami strategici, sacrificando ogni coerenza sui diritti umani. Le parole «mai più» pronunciate a ogni commemorazione diventano carta straccia quando servirebbe il coraggio di interrompere rapporti con chi bombarda e affama una popolazione.

L’Italia arriva al voto trascinata, non convinta. E questo è il segno più grave: non è la giustizia a guidarla, ma la paura dell’isolamento. La verità è che Roma non sceglie i diritti, ma i bilanci; non difende la pace, ma le forniture. Con questo voto timido, l’Italia non lava le proprie mani: le lascia sporche di complicità.

Buon mercoledì. 

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Netanyahu, i massacri di Gaza come scudo giudiziario: il premier israeliano ancora in fuga dal processo

Il processo a Benjamin Netanyahu non è una parentesi secondaria della sua carriera politica: è l’asse su cui ruota la sua strategia di sopravvivenza. In Israele, da maggio 2020, il Tribunale distrettuale di Gerusalemme lo giudica per tre distinti capi di accusa. Il cosiddetto Caso 1000 riguarda i regali ricevuti da uomini d’affari — sigari, champagne, gioielli — in cambio di favori. Il Caso 2000 si concentra sugli accordi tentati con l’editore Arnon Mozes per ottenere articoli favorevoli in cambio di una legge contro i concorrenti. Ma il fascicolo più grave è il Caso 4000: l’accusa di avere favorito la compagnia di telecomunicazioni Bezeq, controllante del sito Walla, attraverso decisioni regolatorie, in cambio di copertura mediatica compiacente. Le imputazioni sono di frode, abuso di fiducia e corruzione, con pene che potrebbero portarlo in carcere.

Rinviato tra guerre e “urgenze diplomatiche”

Il processo procede a singhiozzo, ma non per ragioni tecniche. A più riprese Netanyahu ha chiesto rinvii, esenzioni, cancellazioni. A dicembre 2024 i suoi avvocati hanno chiesto di ridurre le giornate di testimonianza a causa di «impegni governativi straordinari», ma la corte ha respinto. A gennaio 2025 la difesa ha invocato motivi medici dopo un’operazione, ottenendo un rinvio di settimane, salvo poi vederlo uscire dall’ospedale per un voto alla Knesset. A giugno, ancora, i legali hanno chiesto due settimane di sospensione per «questioni diplomatiche di primo ordine»; anche in questo caso la corte ha negato, salvo poi cancellare alcune udienze dopo che i capi del Mossad e dell’intelligence militare avevano parlato di «motivi di sicurezza classificati».

Il copione è sempre lo stesso: emergenze politiche e militari invocate come scudo processuale. È accaduto anche all’inizio di luglio, quando Netanyahu è stato autorizzato a saltare due giornate di deposizione per recarsi negli Stati Uniti. Ed è accaduto a settembre, quando un attacco a Gerusalemme è stato sufficiente per ottenere lo slittamento di un’udienza. Il paradosso è che lo stesso premier che rivendica di essere l’unico in grado di difendere Israele dai nemici esterni, usa quei nemici come leva per sottrarsi ai giudici interni.

Il leader che trasforma la guerra in scudo giudiziario

Netanyahu accompagna ogni richiesta con la retorica dell’assedio. Le accuse sarebbero un «colpo di stato giudiziario» contro il leader della destra israeliana, un «complotto politico-mediatico» orchestrato per abbatterlo. È lo stesso linguaggio con cui ha difeso la riforma giudiziaria del 2023, che limitava i poteri della Corte suprema: smantellare il controllo dei giudici è parte della stessa logica che spinge a trasformare ogni rinvio in un atto di governo.

Il risultato è un processo che, a cinque anni dall’apertura, non è ancora arrivato al cuore delle imputazioni. La giustizia procede a velocità ridotta, mentre Netanyahu usa la scena internazionale per tenere in ostaggio il calendario giudiziario. È il cortocircuito di uno Stato che si definisce democrazia ma consente al suo premier imputato di sfruttare le urgenze di guerra per guadagnare tempo.

La cronaca di queste settimane è emblematica. L’offensiva notturna su Gaza ha coinciso con una nuova giornata in tribunale. Netanyahu era lì, ma l’eco dell’operazione militare ha avvolto la sua deposizione come uno scudo mediatico. È l’immagine plastica del suo metodo: trasformare il conflitto in un paravento, piegare la sicurezza nazionale a copertura delle proprie responsabilità penali.

Dietro la facciata del “difensore della patria”, resta un imputato che scappa dal processo. E un Paese che accetta che la guerra diventi la scusa permanente per sospendere la giustizia.

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Dalla destra Usa a quella italiana: querelare i giornalisti, disturbatori della democrazia

Donald Trump ha depositato una causa da 15 miliardi di dollari contro il New York Times e alcuni suoi reporter, accusandoli di «diffamazione con malizia» per articoli e un libro usciti prima del voto 2024. È l’ultimo capitolo di una campagna giudiziaria contro la stampa che l’ex presidente Usa porta avanti come simbolo e bersaglio, nel solco delle azioni già condotte contro altri media. La cifra, sproporzionata, è un messaggio: intimidire, scoraggiare, drenare risorse. Non a caso il ricorso lega perfino l’andamento in Borsa della sua società mediatica ai “danni” della critica.

La normalizzazione che non placa la ferocia

La storia recente mostra che una parte dell’informazione statunitense ha tentato di normalizzare Trump, offrendogli una visibilità senza precedenti: miliardi in “earned media” nel 2016, comizi trasmessi in diretta, la corsa al click come criterio editoriale. Perfino il numero uno di CBS ammise che quella stagione «non era buona per l’America, ma dannatamente buona per noi». La saturazione non ha attenuato l’aggressività: ha alimentato un ecosistema dove la critica è delegittimata come “fake news” e l’avversario è descritto come nemico interno. Le rettifiche arrivate dopo, i report accademici sulla copertura sbilanciata e povera di contenuti di policy, sono serviti a poco: la macchina della denigrazione era già diventata narrativa politica.

Italia, la stessa musica (con meno garbo)

Da questa parte dell’Atlantico, la maggioranza di governo ha trasformato la querela in strumento ordinario di pressione. Il caso Saviano – condannato in primo grado dopo la denuncia di Giorgia Meloni – è diventato un precedente simbolico. La premier ha poi ritirato la querela contro il quotidiano “Domani”, ma il segnale resta: l’uso del penale e del civile per “gestire” la critica. E non è solo Palazzo Chigi: il sottosegretario Fazzolari ha querelato lo stesso giornale, mentre altri esponenti hanno brandito azioni legali o iniziative di polizia contro redazioni. Nel frattempo l’azienda pubblica è terreno di scontro: scioperi dei giornalisti Rai per “ingerenze politiche” e casi di monologhi cassati alimentano il clima.

I numeri danno contesto: secondo la coalizione europea CASE, nel 2023 l’Italia è il Paese con più SLAPP mappate (26) su 166 totali in 41 Stati, mentre Reporter senza frontiere registra un deterioramento del quadro e segnala allarmi su querele intimidatorie e interferenze. Le cosiddette SLAPP, Strategic Lawsuits Against Public Participation, sono cause temerarie intentate da politici o grandi aziende non tanto per vincere, quanto per intimidire e fiaccare economicamente chi scrive. Non è solo statistica: significa redazioni che spendono in legali invece che in inchieste, freelance che rinunciano a pubblicare, editori che preferiscono non rischiare. È una tassa occulta sulla verità.

A Bruxelles il tema è esplicito: l’Unione europea ha varato l’European Media Freedom Act e la direttiva anti-SLAPP; nel dibattito europeo l’Italia viene citata per possibili violazioni dei principi di pluralismo e indipendenza. Anche sul fronte sicurezza, le denunce sull’uso di spyware contro cronisti hanno portato esposti e interrogazioni. È il contesto in cui la querela smette di essere un rimedio e diventa metodo.

Trump e la destra italiana condividono la stessa chiave: i giornalisti non come mediatori scomodi, ma come disturbatori della democrazia. Da punire in tribunale o delegittimare in piazza digitale. La fotografia è identica: l’uomo forte invoca risarcimenti astronomici o multe esemplari, spiega che la stampa “mente”, pretende titoli compiacenti, accusa di faziosità chiunque verifichi i fatti. E se le testate si allineano per convenienza, non basta: la ferocia chiede sempre un nemico nuovo, un colpevole diverso, un altro silenzio.

La lezione americana è già scritta: l’inseguimento dell’audience ha contribuito alla torsione dell’opinione pubblica senza ottenere la tregua. La lezione italiana è in corso: record di SLAPP, indici internazionali in calo, servizio pubblico in apnea, cause “esemplari” come scorciatoia politica. È qui che si misura il valore della stampa indipendente: non nella neutralità finta, ma nella documentazione accurata; non nella reverenza, ma nel controllo del potere; non nel titolo accomodante, ma nei conti che tornano, nelle carte messe in fila, nelle responsabilità attribuite con nome e data.

Se c’è un antidoto all’erosione democratica non è la prudenza complice. È investire in redazioni libere, norme anti-SLAPP efficaci, trasparenza nei media pubblici, editori che preferiscano perdere una causa che perdere la schiena. La democrazia regge solo se qualcuno continua a fare domande. E continua a farle anche quando chi governa – a Washington come a Roma – minaccia di presentar loro il conto.

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Italia regina dei visti Schengen: il governo predica fermezza contro Mosca, ma tiene aperte le porte ai turisti (e ai rubli) russi

L’Unione europea si ritrova ancora spaccata sulla questione dei visti turistici ai cittadini russi. Da un lato Polonia, Stati baltici e Finlandia invocano un divieto pressoché totale per motivi di sicurezza; dall’altro Italia, Francia e Spagna difendono l’apertura controllata, appellandosi all’impatto economico del turismo e alla necessità di distinguere la società civile russa dal Cremlino. In questa contraddizione, l’Italia si conferma il Paese più permissivo: nel 2024 ha concesso 152.254 visti Schengen a cittadini russi, più della Francia (123.890) e della Spagna (111.187), con un tasso di approvazione superiore al 94%.

La frattura europea

La sospensione dell’accordo di facilitazione sui visti, decisa dal Consiglio Ue il 9 settembre 2022, ha reso la procedura più onerosa e lunga per i cittadini russi. Tuttavia, le conseguenze non sono state uniformi. I Paesi dell’Est hanno stretto le maglie fino a chiudere le frontiere, come nel caso della Finlandia che dal 2022 non rilascia più visti turistici, mentre la Polonia nel 2024 ha respinto il 65% delle richieste.

Al contrario, gli Stati del Sud e dell’Ovest hanno mantenuto canali preferenziali. Roma guida questo fronte, sostenendo formalmente le sanzioni contro Mosca ma rifiutando un divieto totale. La posizione ufficiale del governo è quella di applicare controlli più rigorosi senza chiudere del tutto la porta. Una linea che si traduce in numeri concreti: nel 2024 quasi tre quarti dei visti italiani concessi a russi erano a ingressi multipli, agevolando viaggi ripetuti nello spazio Schengen.

Contraddizione italiana

La contraddizione italiana emerge con chiarezza. Da un lato, il nostro governo dichiara di sostenere la coerenza delle sanzioni e denuncia l’aggressione russa; dall’altro mantiene l’Italia come principale porta d’ingresso per i viaggiatori russi in Europa. L’indotto economico spiega la scelta: prima della guerra il turismo russo valeva fino a 2 miliardi di euro l’anno, con una spesa pro capite giornaliera di 145 euro e una forte incidenza sul settore del lusso, dalle boutique di Milano alle località balneari come Forte dei Marmi e la Costa Smeralda.

Questa politica ha però effetti collaterali. I Paesi dell’Est, che vedono nella Russia una minaccia diretta, denunciano il rischio che i flussi turistici vengano sfruttati per attività di intelligence o spionaggio. Il ministro degli Esteri ceco Jan Lipavský ha ricordato che i servizi russi hanno storicamente usato i viaggiatori per mappare infrastrutture critiche. La conseguenza è una crisi di fiducia interna: i divieti unilaterali introdotti da Polonia e Baltici equivalgono a dichiarare che non si fidano dei controlli italiani e francesi, minando il principio stesso di Schengen. Il risultato è che, mentre Varsavia e Tallinn blindano le frontiere, Roma diventa il corridoio privilegiato per i russi che vogliono entrare in Europa.

Il compromesso danese

La presidenza danese del Consiglio Ue, in carica fino a dicembre 2025, sta lavorando a un compromesso. Sul tavolo ci sono quote per Paese, limitazioni ai visti multipli e criteri più severi per verificare la finalità del viaggio e le capacità economiche dei richiedenti. Rimane però improbabile un divieto assoluto: la Commissione europea ha chiarito che il diritto Ue non permette di introdurre un bando generalizzato basato sulla sola nazionalità.

In questo quadro, l’Italia continua a tenere una posizione ambivalente: sostiene le misure di Bruxelles ma resta il Paese che più di tutti garantisce l’accesso ai turisti russi. Una scelta che mette in evidenza l’incoerenza della linea del nostro esecutivo, divisa tra la retorica della fermezza e la difesa dei flussi economici che i rubli portano nelle casse del settore turistico nazionale. Un gioco a doppio binario che logora la credibilità internazionale di Roma e rivela, dietro la propaganda della fermezza, il peso di un calcolo economico che vale più della coerenza politica.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #16

La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha accusato Israele di genocidio a Gaza, un atto che porta con sé il peso della storia e la forza della parola più estrema che l’umanità si sia data per descrivere l’annientamento di un popolo. Ma non sono le parole a contare: sono i corpi, le vite, le famiglie cancellate. Nella notte più lunga a Gaza City i bombardamenti hanno colpito senza tregua. Fonti locali parlano di almeno 45 morti dall’alba, tra cui bambini e donne. L’Idf ha confermato di controllare già il 40% della città, dopo avere colpito 850 obiettivi in una settimana. La Commissione Onu avverte che 640mila persone sono a rischio carestia entro fine mese.

Le voci da Gaza parlano di un inferno senza tregua: raid aerei, blindati telecomandati fatti esplodere nelle strade, ospedali ridotti al silenzio dai blackout, interi quartieri spazzati via. È la distruzione di una città e, con essa, la distruzione di chi la abitava.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scelto di reagire accusando l’atto dell’Onu: «scorretto e grave». È il solito governo che protegge le relazioni con Israele più che le vite civili palestinesi. Una posizione che riduce la denuncia internazionale a un’offesa da respingere, mentre sotto le macerie di Gaza si consuma il crimine di cui parla l’Onu.

Intanto, la Global Sumud Flotilla ha superato le acque territoriali ed è entrata in acque internazionali. Le barche continuano la rotta con a bordo viveri e medicinali, cittadini comuni che hanno deciso di rompere l’assedio e di portare la loro presenza come denuncia.

Davvero c’è ancora qualcuno che si domanda perché serva la Global Sumud Flotilla

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Il genocidio e le molte mani sporche di sangue

C’è sempre qualcuno, nei palazzi del potere, pronto a scandalizzarsi se gli si ricorda che ha le mani sporche di sangue. Ministri, premier, presidenti: tutti indignati, tutti pronti a dire che “non è vero”, che loro chiedono pace, che loro non c’entrano. Ma Gaza City oggi è invasa dai carri armati israeliani, i quartieri vengono sbriciolati, e migliaia di famiglie fuggono a piedi con il cielo arancione di bombe sopra la testa. Le mani sporche non sono un’opinione: sono un fatto scolpito nelle macerie.

A Doha, i Paesi arabi e musulmani riuniti in vertice straordinario accusano Israele di crimini di guerra e sabotaggio dei negoziati. Il Qatar chiede sanzioni e misure concrete, l’Egitto e la Turchia spingono per una linea dura. È la prima risposta coordinata, ma intanto i bombardamenti continuano. E in Occidente? Si ricorre alla solita formula: “moderazione”. Una parola che pesa come una pietra, perché tradotta significa complicità.

In Israele, le famiglie degli ostaggi parlano di “710ª notte”, forse l’ultima. Accusano Netanyahu di sacrificare i loro figli per calcoli politici, mentre l’esercito intensifica l’operazione proprio nelle aree dove potrebbero trovarsi. La politica usa i vivi e i morti come pedine, e lo fa senza pudore.

E poi ci sono i governi occidentali, quelli che si offendono quando li accusi di complicità. Parlano di diritti umani nei salotti, ma intanto firmano contratti miliardari con le stesse industrie che armano l’assedio. Fingono neutralità mentre scelgono sempre da che parte stare: dalla parte del business. Gaza brucia, i bambini muoiono, i palazzi si sbriciolano. E loro, con la faccia pulita davanti alle telecamere, si fingono innocenti. La verità è che complici lo sono davvero. Ogni loro lacrima è finta, ogni condoglianza è veleno, ogni parola di “preoccupazione” è benzina gettata sul fuoco. Gaza oggi è il loro specchio: e il riflesso è quello di un mondo marcio.

Buon martedì.

 

Foto WP

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Stop trade with settlements, la campagna che chiede di fermare gli affari con le colonie illegali israeliane

A un anno esatto dal voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva a Israele di ritirarsi dai Territori Occupati Palestinesi entro il settembre 2025, Oxfam e decine di organizzazioni italiane e internazionali lanciano la campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”. Al centro c’è un rapporto che documenta l’impatto devastante dell’occupazione israeliana sulla vita e sull’economia palestinese, aggravato dai flussi commerciali e finanziari che continuano a legittimare l’espansione delle colonie.

Secondo i dati raccolti, oltre il 42% della Cisgiordania è occupato da insediamenti israeliani. Negli ultimi cinque anni le nuove costruzioni sono cresciute del 180%, con 30.682 unità abitative autorizzate solo nel 2023. Oggi più di 700.000 coloni vivono in centinaia di insediamenti collegati da infrastrutture dedicate, mentre ai palestinesi restano restrizioni crescenti: 900 checkpoint, aree interdette e tempi di spostamento che costano ai lavoratori 764.600 dollari al giorno in salari persi.

Povertà, acqua e ulivi

Il quadro economico fotografato dal rapporto è netto. La povertà in Cisgiordania è passata dal 12% al 28% in due anni, con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 35% a inizio 2025, secondo il Palestine Economic Policy Research Institute. L’annessione di fatto porta con sé espropri, demolizioni, sfollamenti forzati. Le donne palestinesi pagano il prezzo più alto: circa 6.500 lavorano negli insediamenti israeliani in condizioni precarie, senza contratti né tutele, con salari che raramente superano i 20 dollari al giorno.

Dal 1967 le forze israeliane hanno sradicato oltre 800.000 ulivi, privando le comunità di una coltura che rappresenta il 14% dell’economia palestinese. Solo nel 2023 sono stati distrutti o vandalizzati più di 10.000 alberi. Sul fronte idrico la disparità è abissale: i coloni consumano in media 247 litri d’acqua al giorno, contro gli 82 dei palestinesi. Per chi non è allacciato alla rete idrica, la disponibilità crolla a 26 litri, ben al di sotto dei 100 litri raccomandati dall’Oms. La Banca Mondiale stima che la carenza d’acqua per l’irrigazione comporti perdite pari al 10% del Pil palestinese e oltre 110.000 posti di lavoro.

Ue, Italia e il commercio che alimenta l’occupazione

L’Unione europea resta il principale partner commerciale di Israele, con il 32% del totale degli scambi. Nel 2024 l’import-export ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro; l’Italia da sola ha scambiato merci e servizi per oltre 4 miliardi, di cui 1 miliardo di importazioni. Nonostante la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue del 2019, che vieta l’etichetta “Made in Israel” sui prodotti provenienti dalle colonie, sugli scaffali europei circolano ancora merci degli insediamenti con marchi fuorvianti.

Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 ha stabilito che gli Stati hanno l’obbligo giuridico di «astenersi dall’intrattenere relazioni economiche o commerciali» che consolidino la presenza illegale di Israele nei Territori Occupati. Ma le aziende internazionali continuano a operare negli insediamenti.

Le organizzazioni promotrici chiedono quindi a Italia e Ue di andare oltre le etichette e adottare leggi che vietino esplicitamente commercio, investimenti e servizi legati agli insediamenti, trasferendo l’onere della prova sull’origine dei prodotti agli esportatori israeliani. In assenza di un bando, denunciano, governi e imprese europee continueranno a essere parte attiva nel mantenimento di un sistema illegale che priva i palestinesi di terra, acqua, reddito e futuro.

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Missione Salute Pnrr, speso solo il 34% dei fondi: allarme a nove mesi dalla scadenza

Nove mesi alla fine del Pnrr e la Missione 6 dedicata alla sanità resta bloccata. I numeri, elaborati dalla Cgil sui dati ufficiali ReGiS del Mef aggiornati al 30 giugno 2025, parlano chiaro: su 19,3 miliardi complessivi ne sono stati spesi 6,6, il 34,4%. I progetti completati sono 3.863, il 38,2% del totale. Nonostante gli annunci, i cantieri arrancano e la riforma dell’assistenza territoriale, cardine del Piano, rischia di rimanere incompiuta.

Pnrr, case e ospedali di comunità in ritardo

Le criticità più gravi riguardano le strutture simbolo della riorganizzazione territoriale. Le Case della Comunità, finanziate con 2,8 miliardi, hanno assorbito pagamenti per appena 486 milioni: il 17,1% delle risorse. A oggi ne risultano completate 50 su 1.415, appena il 3,5%. A dicembre 2024 la spesa era al 9,2%, salita al 12,4% a marzo: il ritmo è troppo lento, serviranno almeno cinque anni per terminare i lavori.

Situazione simile per gli Ospedali di Comunità: su 428 progetti finanziati per 1,3 miliardi di euro, le strutture completate sono 14, pari al 3,3%. I pagamenti si fermano a 190 milioni, il 15,1% dei fondi disponibili. Nel Molise la spesa è ferma all’1,7%, in Sardegna al 6,2%, in Calabria all’1,2%. Solo la Valle d’Aosta, con l’80,9%, e la Provincia di Bolzano superano la metà dei finanziamenti. In quasi tutte le altre regioni i lavori restano indietro, con intere aree prive di nuove strutture a fronte di un fabbisogno crescente.

Fondi, personale e rischio fallimento

A preoccupare è anche il personale. Il DM 77 del 2022 ha definito standard precisi per rendere operative le nuove strutture: servono almeno 35 mila nuove unità tra infermieri, operatori sociosanitari e assistenti sociali, senza contare i medici. Secondo le elaborazioni della Cgil, con 1.415 Case e 428 Ospedali di Comunità serviranno tra 12 e 19 mila infermieri e fino a 14 mila operatori sociosanitari. Eppure, a oggi, non risulta alcuna intesa tra Ministero della Salute ed Economia per garantire le coperture economiche necessarie.

Il quadro non migliora guardando agli altri investimenti della Missione. L’ammodernamento tecnologico e digitale registra un completamento del 40,7%, la telemedicina si ferma al 37,5%, la ricerca biomedica all’11,4%. Lo sviluppo delle competenze professionali del personale è quasi inesistente: appena il 2,1% della spesa effettuata. Gli stessi dati dimostrano che, rispetto a dicembre 2024, i progressi sono minimi: 19,5% dei fondi spesi allora, 21,3% a marzo, 34,4% oggi. Una crescita che non basta a colmare i ritardi.

La segretaria confederale della Cgil, Daniela Barbaresi, ha definito «vergognosa» la situazione, denunciando un rischio concreto di perdita delle risorse europee e accusando il governo Meloni di «boicottare nei fatti la riforma per incentivare il mercato privato della salute». «Siamo all’ultima chiamata», ha aggiunto, chiedendo uno scatto straordinario per difendere il Servizio sanitario nazionale.

Dietro i numeri si misura l’impatto sulla vita delle persone: la mancata apertura delle Case della Comunità significa rinunciare a strutture pensate per ridurre le liste d’attesa, garantire la presa in carico e alleggerire i pronto soccorso. Gli Ospedali di Comunità avrebbero dovuto offrire cure intermedie e continuità assistenziale, evitando ricoveri inappropriati e degenze più lunghe del necessario. La loro assenza lascia i cittadini soli di fronte a un sistema che non riesce a rispondere ai bisogni.

In questo scenario, la propaganda di governo e regioni che parlano di obiettivi raggiunti viene smentita dai dati ufficiali. Restano cantieri fermi, spese insufficienti e nessuna programmazione sul personale. Con appena un terzo delle opere realizzate e due terzi ancora da completare, la Missione Salute rischia di diventare il simbolo di un’occasione storica sprecata.

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