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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #15

Global Sumud Flotilla, giorno 15. Edificio dopo edificio, Gaza sta svanendo. Ad aprile l’Onu stimava che il 92% delle abitazioni fosse stato distrutto o danneggiato. Oggi la percentuale è ancora più alta.

Trenta minuti. Questo è il tempo concesso per lasciare la casa in cui hai vissuto tutta la vita. Trenta minuti per raccogliere ciò che puoi, per fuggire e sperare di non morire. Trenta minuti per voltarti un’ultima volta verso il luogo che custodiva i tuoi ricordi.

L’esercito israeliano continua a spingersi oltre ogni limite di crudeltà, forte del silenzio complice che accompagna decenni di occupazione, pulizia etnica e – negli ultimi due anni – genocidio. A Gaza non esiste un posto sicuro. Eppure la popolazione resiste: rimane nella propria città, difende ciò che resta, rifiuta di arrendersi.

Le agenzie raccontano l’ennesima notte di sangue: almeno 25 palestinesi uccisi dall’alba, tra loro bambini di sei anni. L’Unrwa denuncia dieci dei propri edifici bombardati in quattro giorni. Israele rivendica l’evacuazione forzata di oltre 320 mila persone da Gaza City. Nelle chiese, i canti vengono interrotti dal fragore delle esplosioni. Dall’esterno giungono solo vertici e dichiarazioni, mentre dentro la Striscia si consuma l’irreparabile. Perfino il presidente Mattarella riferisce di “disumana, ostinata condizione di Gaza” parlando di “un peso di inciviltà insostenibile per la comunità internazionale”. 

Il tempo per fermare tutto questo è adesso. E in mare le vele della Global Sumud Flotilla sono cinquanta imbarcazioni che si muovono verso un punto d’incontro, per mirare a Gaza insieme. Una rotta collettiva per dire no, non in nostro nome.

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Dalla bugia all’indecenza: Meloni fa campagna sull’omicidio Kirk

Per giorni giornali e commentatori si sono lanciati in ricostruzioni isteriche: “antifascisti”, “scontro politico”, “odio di sinistra”. Niente di tutto questo era provato, e infatti i fatti hanno smentito le fantasie. Ma chi si aspettava un minimo di pudore, un passo indietro, un’ammissione di responsabilità, ha sbagliato indirizzo. La destra italiana non conosce vergogna: preferisce usare un cadavere come megafono.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha colto l’occasione per esibirsi alla kermesse di Vox, in Spagna, e trasformare l’omicidio di Charlie Kirk in uno spot politico. «Il suo sacrificio ci ricorda da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ha scandito, accreditando la solita sinistra-mostro, utile come spauracchio a ogni stagione. Un’esibizione che non ha nulla a che vedere con la prudenza istituzionale, e molto con la propaganda da comizio, pronunciata tra gli applausi di un partito che dell’odio fa identità.

Poco importano le indagini, poco importano le contraddizioni: il copione è sempre lo stesso, agitare lo spettro dell’odio per presentarsi vittime e custodi della libertà. Il risultato è una caricatura della realtà, utile solo a blindare il consenso interno.

Lo schema funziona perché trova eco in una stampa già pronta a rilanciare generalizzazioni e bugie. Si cancella la realtà, si fabbrica il nemico, si recita indignazione a comando. È un gioco sporco che sporca tutto: la memoria della vittima, la qualità del dibattito pubblico, la tenuta democratica. Non è solo strumentalizzazione, è necrofilia politica.

Meloni non ha parlato di Kirk, ha parlato di sé: e per farlo ha usato un cadavere come specchio.

Buon lunedì.

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Scuola, stipendi fermi: chi guadagna e chi resta indietro

Gli insegnanti italiani restano indietro. I dati dell’ultimo rapporto Education at a Glance dell’Ocse collocano la loro retribuzione ben al di sotto della media internazionale: un docente di scuola superiore con 15 anni di carriera percepisce circa 44mila dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 50–55mila dei colleghi medi Ocse. In Germania e Paesi Bassi la soglia arriva a 65mila. Nel complesso, i professori italiani guadagnano il 16% in meno dei pari livello negli altri Paesi avanzati.

Il divario è ancora più evidente se confrontato con i laureati. In Italia lo stipendio dei docenti si ferma sotto i tre quarti del salario medio di un lavoratore con titolo universitario, mentre la media Ocse sfiora il 95%. La conseguenza è che insegnare continua a essere percepito come un ripiego, un impiego stabile ma scarsamente riconosciuto.

Il vertice guadagna, le aule no

Il quadro si ribalta osservando le retribuzioni dei dirigenti scolastici. In Italia guadagnano in media il 72% in più rispetto a un laureato medio, contro un differenziale del 45% nei Paesi Ocse. La forbice fra chi sta in cattedra e chi occupa degli uffici di presidenza è diventata il tratto strutturale del sistema. Secondo dati Indire ed Eurydice, lo stipendio di un dirigente può superare di oltre il doppio quello di un docente con 15 anni di servizio.

Si tratta di una dinamica che premia la funzione amministrativa e lascia in secondo piano quella didattica. La scuola italiana riconosce economicamente la gestione, non l’insegnamento. Una scelta che produce effetti sulla qualità complessiva: il corpo docente è demotivato, il turnover resta alto, le carriere si spostano altrove.

Le differenze nascoste: umanisti e scienziati

Dietro la media nazionale si celano però differenze profonde. Un’analisi di Tortuga sui microdati Istat 2021 mostra che gli insegnanti di materie umanistiche, letterarie e linguistiche guadagnano leggermente meglio dei laureati dello stesso settore che lavorano altrove, salendo di mezzo o un intero decile nella distribuzione dei redditi. Il quadro si capovolge per gli insegnanti di discipline scientifiche: chi ha una formazione STEM e sceglie la scuola scende di un decile rispetto ai coetanei impiegati nel privato, dove stipendi d’ingresso e progressioni restano sensibilmente più alti.

È la fotografia di una scuola che non solo retribuisce poco in media, ma soprattutto penalizza i profili scientifici. Proprio quelli di cui l’Italia ha maggiore bisogno per colmare ritardi cronici su matematica, tecnologia e competenze digitali.

Le implicazioni di policy sono chiare. Gli studi internazionali mostrano come stipendi più competitivi riducano l’abbandono della professione e migliorino i risultati degli studenti. Continuare con aumenti indistinti a pioggia rischia di lasciare intatto il problema: un sistema che trattiene soprattutto i laureati umanistici e perde i profili più richiesti dal mercato.

Secondo l’Ocse, per invertire la rotta serve un doppio binario: recupero generale delle retribuzioni e incentivi mirati alle discipline in maggiore scarsità, in particolare quelle scientifiche. Le analisi di Tortuga insistono sulla necessità di differenziali retributivi legati a formazione e responsabilità, per rendere l’insegnamento una scelta competitiva anche per chi proviene dalle facoltà STEM. I sindacati di categoria chiedono inoltre di rafforzare le carriere orizzontali che riconoscano il valore della professionalità didattica, mentre associazioni di presidi e ricercatori propongono maggiore trasparenza nei criteri di retribuzione dei dirigenti scolastici.

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Cpr in Albania, la Cassazione chiama la Consulta: la norma sul trattenimento è a rischio

La Corte di Cassazione ha fermato il meccanismo che il governo aveva introdotto per blindare i trasferimenti nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), compresi quelli allestiti in Albania. Con l’ordinanza n. 30297 del 4 settembre, la Prima sezione penale ha rimesso alla Corte costituzionale la norma che consente, dopo una mancata convalida del trattenimento da parte del giudice, che il richiedente asilo già rinchiuso resti comunque nel centro fino a quando non arriva la decisione su un nuovo decreto del questore. Per la Cassazione è un trattenimento “ex lege”, cioè senza titolo valido, in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione che tutela la libertà personale.

Il caso riguarda un cittadino senegalese trasferito il 9 maggio nel Cpr di Gjadër, in Albania, struttura al centro dell’intesa tra Roma e Tirana. L’uomo aveva chiesto asilo il 14 giugno, domanda respinta due settimane dopo. Il 4 luglio la Corte d’appello di Roma non aveva convalidato il trattenimento. Il giorno successivo, però, il questore di Bari aveva firmato un nuovo decreto di trattenimento per “pericolosità sociale” e disposto il trasferimento nel Cpr di Bari-Palese, misura poi convalidata dalla Corte barese. La difesa ha contestato la legittimità della permanenza “forzata” nel centro albanese nelle ore tra la non convalida e il nuovo provvedimento.

La norma delle 48 ore

Il punto contestato è l’articolo 6, comma 2-bis, del decreto legislativo 142/2015, introdotto dal decreto legge 37 di quest’anno. Stabilisce che, quando un trattenimento non viene convalidato, il richiedente non sia liberato subito se il questore emette entro 48 ore un nuovo decreto. In quel lasso di tempo la persona rimane nel centro, anche senza un titolo già convalidato dal giudice.

La Cassazione ha sottolineato che questa disciplina genera una compressione automatica della libertà personale, senza provvedimento individuale valido, solo perché la persona si trova già in un Cpr. Un cittadino straniero in libertà non subirebbe la stessa sorte: di fronte a un nuovo decreto del questore, attenderebbe la convalida del giudice da libero. È qui che la Suprema Corte ravvisa una disparità di trattamento e un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione.

Il rinvio alla Consulta chiama in causa anche il rispetto degli obblighi internazionali: l’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani, l’articolo 9 del Patto Onu sui diritti civili e politici e l’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tutti fissano un principio chiaro: la privazione della libertà dev’essere sempre sorretta da un provvedimento legittimo e immediatamente controllabile da un giudice.

Il modello Albania alla prova

La questione giuridica si inserisce in un contesto politico delicato. L’accordo con l’Albania, firmato nel 2023 e operativo dal 2024, è stato presentato dal governo Meloni come un “modello” capace di alleggerire la pressione migratoria e accelerare i rimpatri. Le strutture di Gjadër, però, hanno funzionato a singhiozzo: su 144 posti disponibili per i trattenimenti e altri 880 per le procedure accelerate, le presenze effettive sono rimaste basse, mentre le organizzazioni indipendenti hanno segnalato costi elevati e difficoltà nell’accesso alla difesa e ai servizi sanitari.

È in questo quadro che il legislatore ha inserito la clausola delle 48 ore, per evitare liberazioni immediate dopo le non convalide. Ma se la Consulta dovesse dichiararla incostituzionale, ogni rigetto da parte di un giudice comporterebbe la liberazione immediata dello straniero. Sarebbe un colpo al cuore del modello Albania e, più in generale, alla logica dei Cpr come strumento di gestione dei flussi migratori.

Non è la prima volta che i centri finiscono davanti alla Corte costituzionale. Nel 2025 la sentenza n. 39 ha già richiamato la necessità di rafforzare le garanzie difensive nei procedimenti di trattenimento. Ora la domanda è più radicale: può una legge consentire che la privazione della libertà prosegua anche dopo che un giudice l’ha appena dichiarata illegittima La risposta arriverà nei prossimi mesi e avrà conseguenze non solo per le persone rinchiuse a Gjadër, ma per tutto il sistema dei Cpr in Italia.

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Il diversivo suprematista sui genocidi

Nelle ultime ore i membri del governo si sono affannati a rendere omaggio a un suprematista razzista, idolatra delle armi, uno che considerava le stragi da fuoco negli Stati Uniti un prezzo inevitabile della libertà. Hanno scelto di ricordare lui, mentre il presente brucia. Nelle stesse ore sono riusciti a parlare di Gaza senza mai nominarla. Hanno distribuito condanne omeopatiche contro Israele, con la cautela di chi misura le parole come fossero benzina, e hanno ridotto la Global Sumud Flotilla a un diversivo da reality, pur di non affrontare il genocidio che scorre davanti agli occhi del mondo.

Intanto i giornali amici del governo hanno inaugurato la caccia agli “amici di Hamas”: titoli costruiti senza prove e insinuazioni, secondo uno schema noto. L’importante è non parlare di quello che accade davvero. Qui accade che la scuola ha riaperto con decine di migliaia di cattedre scoperte, con gli insegnanti intrappolati nei bachi di un algoritmo e con famiglie che si ritrovano senza sostegno né continuità. Qui accade che l’Italia si presenta al vertice internazionale come un peso piuma, irrilevante nei dossier decisivi. Qui accade che i dati sulla povertà restituiscono un Paese spaccato, con oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo l’Istat, mentre la retorica ufficiale continua a raccontare una ripresa inesistente.

Eppure l’agenda resta un’altra: l’eco di un culto per la violenza travestito da memoria, la prudenza lessicale per non disturbare l’alleato israeliano, le insinuazioni su chi prova a rompere il silenzio. Tutto pur di sviare lo sguardo. L’importante è che tutto il resto sia chiacchiericcio, che la realtà venga sostituita da un racconto addomesticato e funzionale. L’importante è eclissarsi fingendo di dire qualcosa senza dire niente. Ma fuori dal palazzo le parole non bastano più: c’è un Paese che non ha più tempo da perdere.

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Un’altra alba di raid a Gaza e solita conta dei morti

Gaza oggi è una mappa di sirene. Dall’alba i raid hanno colpito in serie: 35 morti nel primo bilancio, poi 42. L’UNICEF avverte che «450 mila bambini a Gaza City rischiano di morire» per mancanza di cibo e cure. Gli ospedali funzionano a singhiozzo, i convogli umanitari si accalcano ai valichi, interi quartieri vengono evacuati sotto le bombe. Le ore si consumano come conti alla rovescia, e ogni numero che arriva dalle agenzie è una condanna senza appello.

Intanto in Italia si consuma l’ennesima recita. La prima pagina di un blasonato quotidiano parla di «rete del terrore dietro la Flotilla». È il riflesso automatico di chi preferisce spostare il dibattito dalla catastrofe umanitaria alla caricatura politica. La Federazione nazionale della stampa ha diffuso un comunicato, a cui la Global Sumud Flotilla ha risposto chiarendo finalità, composizione e regole della missione. Tutto legittimo, tutto previsto, tutto secondario rispetto al rumore delle esplosioni che continuano a seppellire case e vite.

Mentre l’Europa discute mozioni e il governo italiano balbetta di diplomazia, le immagini da Gaza sono di tende sbriciolate, di famiglie in fuga nella notte, di ambulanze ferme davanti a cancelli chiusi. È la contabilità dell’emergenza che cresce a ogni ora, mentre da questa parte del Mediterraneo ci si accapiglia sulle etichette. Allora la domanda è semplice: cosa vi sembra più importante? I titoli che accusano chi porta aiuti o i nomi che scompaiono ogni giorno a Gaza Qui continueremo a raccontare la missione e le polemiche, ma l’unico compito che resta è uno: tenere gli occhi su Gaza. Sempre.

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Gaza muore, l’Europa discute

Mentre l’Unione europea si divide su una mozione d’acqua tiepida e Antonio Tajani balbetta giustificazioni, a Gaza si contano i morti. Dall’alba, almeno 43 persone uccise dai raid, famiglie spezzate in case senza ripari, con ospedali che non hanno più letti né anestetici. L’UNRWA ricorda che duemila civili sono stati ammazzati mentre erano in fila per un sacco di farina: non «scudi umani», ma affamati in attesa di aiuti. A Gaza City l’UNICEF certifica la carestia: un bambino su cinque è colpito da malnutrizione acuta; in tutta la Striscia il tasso è salito al 13,5% ad agosto (era l’8,3% a luglio). Tra i piccoli ricoverati, la forma più letale (SAM) è raddoppiata in sei mesi: dal 12% al 23%. Dieci centri nutrizionali sono stati costretti a chiudere sotto gli ordini di evacuazione e le esplosioni: niente visite, niente screening, niente cibo terapeutico. Il risultato si vede in culla: un neonato su cinque nasce prematuro o sottopeso.

I numeri sono persone. Dodicimila e ottocento bambini “identificati” come malnutriti in un solo mese: scheletri con occhi enormi, madri che allattano senza latte, acqua inquinata, antibiotici introvabili. A Khan Younis, i sanitari descrivono «una situazione mai vista prima». Le cliniche restano l’ultimo argine: quella di Emergency ad al-Qarara ha superato le 23 mila visite in sette mesi, con oltre metà pazienti minorenni. Intorno crolla tutto: scuole, acquedotti, strade. Anche le chiese tremano: il parroco di Gaza parla di esplosioni a quattrocento metri dalla parrocchia.

Mentre Netanyahu discute di «emigrazione volontaria» per svuotare la Striscia, l’Europa applaude la propria irrilevanza e l’Italia si rifugia nel paternalismo. Non servono altre parole, servono fatti: cessate il fuoco, accesso umanitario pieno, sanzioni verso chi bombarda e affama. Perché quando un continente non trova il coraggio, la contabilità la fanno i bambini. E la loro è già una sentenza.

Buon venerdì.

Disegno di Marilena Nardi

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #11

La Global Sumud Flotilla è salpata ieri da Siracusa, accompagnata dall’incoraggiamento della folla e dalle parole di Maria Elena Delia, portavoce italiana: «A bordo ci sono medici, giuristi, insegnanti, professionisti che scelgono di non voltarsi dall’altra parte». Non simboli astratti, ma competenze reali. Eppure il governo continua a trattarli come ragazzini da sorvegliare.

Antonio Tajani, in Senato, ha ribadito l’«assistenza diplomatica» ai 58 italiani a bordo, come se l’unica cornice possibile fosse quella dei cittadini da riportare a casa illesi. Una riduzione comoda, che evita di nominare l’assedio di Gaza, il blocco navale illegale e la missione politica che la Flotilla rappresenta. Il ministro ha usato la sua arma preferita: il paternalismo. Si preoccupa dei “sogni” palestinesi, come se fosse generoso concederli. Nel frattempo, l’Italia resta silente di fronte a un genocidio documentato, preferendo barcamenarsi tra i diktat atlantici e l’irrilevanza diplomatica.

Quelle navi non portano illusioni, ma un atto politico concreto che rivela l’impotenza – o la complicità – di chi governa. Non è un corteo folkloristico in mare, è la dimostrazione che cittadini europei si assumono responsabilità che i governi hanno scelto di abbandonare.

La scena è grottesca: da un lato le barche che sfidano il blocco, dall’altro un esecutivo che si limita a mettere timbri mentre a Gaza si contano centinaia di morti ogni settimana. La differenza è tra chi prova a forzare l’illegalità di un embargo e chi, per calcolo politico, si rifugia nella prudenza. La Flotilla è già il promemoria più severo per il governo: non esiste diplomazia credibile quando ci si riduce a custodi del silenzio altrui.

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Nuove droghe sintetiche: l’onda europea arriva in Italia

L’onda delle droghe sintetiche che attraversa l’Europa non si ferma più alle frontiere. Nel 2023 i sequestri di catinoni hanno toccato le 37 tonnellate (27 nel 2022; 4,5 nel 2021), secondo l’EU Drugs Agency. Il 3-CMC da solo rappresenta oltre il 60% delle partite intercettate, seguito da 2-MMC e N-ethylnorpentedrone. L’India resta la fonte principale, con i Paesi Bassi come hub di smistamento e la Polonia ormai consolidata come centro produttivo, con decine di laboratori clandestini smantellati in pochi mesi. La logica è industriale: poche spedizioni “bulk”, volumi elevati, rotte precise.

Parallelamente si affaccia una nuova minaccia: i nitazeni, oppioidi sintetici fino a cinquanta volte più potenti del fentanyl. L’ONU ne segnala la diffusione in 28 Paesi già nel 2023, con overdose difficili da trattare perché il naloxone tradizionale risulta spesso insufficiente. Secondo l’UNODC, sette dei dieci nuovi oppioidi segnalati nel 2023 appartenevano a questa famiglia, confermando un’espansione che segue logiche autonome rispetto all’eroina. Francia e altri Stati hanno già inserito i nitazeni tra le sostanze vietate, mentre a livello internazionale si raccomanda la predisposizione di scorte cliniche e protocolli dedicati.

I segnali italiani: acque reflue e sequestri

L’Italia non è più solo terra di transito. Le analisi delle acque reflue 2025 mostrano aumenti di MDMA e altri stimolanti a Milano, Bolzano e in numerose città, con picchi nel fine settimana che rivelano un consumo legato alla “party scene”. Lo studio europeo Score, che monitora 128 città, conferma che l’Italia segue la dinamica continentale, con MDMA e cocaina in crescita costante.

La Relazione al Parlamento 2025 del Dipartimento per le Politiche Antidroga certifica un’attenzione crescente verso MDMA, amfetamine e nuove sostanze psicoattive. Tra i 15-19enni l’uso di stimolanti è passato dal 2,1 al 2,9% e le NPS dal 5,8 al 6,4%. Nel 2023 quasi 360 mila minorenni hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale: il 39% di chi consuma cocaina vi si è avvicinato prima dei 15 anni. Sono dati che smontano l’idea che le sintetiche restino fenomeni marginali o confinati a fasce ristrette della popolazione.

Sul fronte repressivo, la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga registra nel 2023 136,8 kg e 19.577 dosi di sintetiche sequestrate, con un incremento netto rispetto al 2022. Malpensa e i valichi lombardi risultano i principali punti di ingresso. A livello europeo, nel solo 2023 sono stati smantellati 93 laboratori di amfetamine e 36 di MDMA.

L’allarme degli esperti e le criticità italiane

Il criminologo Vincenzo Musacchio avverte che l’Italia rischia di essere sottovalutata come mercato finale: sequestri in crescita, diffusione tra i giovanissimi e un sistema di allerta nazionale che non riesce a intercettare in tempo reale le nuove molecole. Il Sistema Nazionale di Allerta Precoce (SNAP), attivo dal 2009 e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, è stato rafforzato negli ultimi anni ma resta più lento della rapidità con cui i laboratori illeciti immettono nuove varianti. Nel 2024 sono state identificate 70 sostanze emergenti, ma il processo di riconoscimento e divieto è ancora troppo macchinoso.

Le sfide sanitarie sono altrettanto evidenti. Per i nitazeni, le overdose richiedono protocolli dedicati, dosi multiple di naloxone e un monitoraggio prolungato per il rischio di risedazione. Le stesse relazioni parlamentari segnalano l’impreparazione del personale di primo soccorso, spesso privo di strumenti per fronteggiare intossicazioni acute da sostanze mai incontrate prima. A questo si aggiunge la pressione del policonsumo: MDMA e ketamina nei contesti ricreativi, cocaina e catinoni nelle piazze di spaccio urbane, con rischi di interazioni tossiche ancora poco conosciute.

Gli esperti insistono sulla necessità di una strategia intersettoriale. Sanità, forze dell’ordine e scuole devono muoversi insieme: formazione clinica mirata, protocolli aggiornati, cooperazione doganale con India e Paesi Bassi, campagne di prevenzione che parlino direttamente ai giovanissimi. «Il rischio – spiega Musacchio – è che la sottovalutazione trasformi l’Italia in un mercato stabile per le sintetiche».

L’onda europea è già arrivata. La finestra per predisporre risposte efficaci si sta restringendo e i dati raccontano che non è più possibile fingere di non vederla.

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Il caso Regna e l’Italia che arretra: quando la Giustizia assolve la violenza

Il pestaggio di Lucia Regna non è stato ritenuto abbastanza grave da mandare in carcere chi l’ha ridotta in fin di vita. Sette minuti di colpi, il volto sfigurato e ricostruito con ventuno placche di titanio, un occhio compromesso per sempre. Eppure il tribunale di Torino ha escluso i maltrattamenti, condannando l’ex compagno a un anno e mezzo con la condizionale. Nelle motivazioni si parla di «sfogo riconducibile alla logica delle relazioni umane», attribuendo alla vittima la responsabilità di aver «sfaldato un matrimonio ventennale».

Non solo il caso Regna, il filo rosso delle sentenze minimizzanti

Non è un incidente isolato. È un linguaggio che ritorna. Quando Salvatore Montefusco uccise moglie e figlia all’uscita dal tribunale, la Corte d’Assise parlò di «crimine umanamente comprensibile», riducendo la pena a trent’anni. Nel 2018, a Bologna, la Corte d’Appello dimezzò la condanna all’assassino di Olga Matei: la «tempesta emotiva» scatenata dalla gelosia venne considerata un’attenuante, fino all’intervento della Cassazione che dovette ricordare che gli stati passionali non riducono la responsabilità penale. Nel 2017, ad Ancona, due imputati per stupro furono assolti perché la ragazza era giudicata «troppo mascolina» per essere credibile. Anche in quel caso la Cassazione annullò, ma intanto la vittima aveva dovuto subire una seconda umiliazione.

Gli esempi recenti non mancano. A Torino, nel 2022, una corte parlò di «invito a osare» per giustificare un presunto consenso, solo perché la porta del bagno era rimasta socchiusa. A Roma, nel 2023, un operatore scolastico fu assolto perché la «palpata» a una studentessa sarebbe durata «pochi secondi». A Firenze, due carabinieri condannati per lo stupro di due studentesse americane hanno visto le pene dimezzate in appello: le giovani erano ubriache, quindi «non credibili». Casi di normalizzazione giudiziaria che ridimensiona i fatti, riportandoli dentro la cornice dei rapporti privati, cancella la parola femminicidio e la sostituisce con “raptus” o “dramma familiare”.

Cultura patriarcale e parole della politica

Il problema è sistemico. La Corte europea dei diritti umani ha condannato più volte l’Italia per l’uso di stereotipi sessisti nei processi. La Commissione parlamentare sul femminicidio ha documentato decisioni che riducono la violenza a «relazione turbolenta», occultando la struttura di potere che porta all’aggressione. Le statistiche sono implacabili: nel 2022 le donne uccise in Italia sono state 125, il 39% di tutti gli omicidi. Nel 91% dei casi in cui il partner uccide, la vittima è donna. Eppure, nei tribunali, i colpi diventano «pugni», le coltellate «gesti dettati dall’amarezza».

A rendere il terreno ancora più fertile sono le parole della politica. Ignazio La Russa ha parlato di «impeto di rabbia» per descrivere un femminicidio. Vittorio Sgarbi ha definito lo stalking «una delle forme di corteggiamento». Nella Lega a più riprese si riconducono i femminicidi all’immigrazione, quando i dati del Viminale mostrano che più dell’80% degli omicidi avviene in ambito familiare. E mentre Giorgia Meloni in pubblico invoca la difesa delle donne, nei fatti il governo continua a proporre misure punitive senza investire su centri antiviolenza, educazione affettiva, formazione della magistratura.

In Europa, la distanza si misura in leggi. La Spagna ha da vent’anni una normativa organica sulla violenza di genere che unisce prevenzione, protezione e pene. L’Italia resta indietro: l’indice europeo di uguaglianza di genere ci colloca al 14° posto, sotto la media. Ogni volta che un tribunale assolve, derubrica, attenua, non è solo un verdetto: è un segnale politico e culturale. È la conferma che nel Paese in cui fino al 1981 esistevano ancora i delitti d’onore, la tentazione di giustificare la violenza maschile è dura a morire.

Lucia Regna, oggi, legge le motivazioni con la sua psicologa. Le resta un volto sfregiato e la sensazione di essere stata processata lei, non chi l’ha massacrata. È la stessa ferita che accomuna centinaia di donne. Ed è la misura di un’Italia che continua a confondere il dolore con l’alibi, la violenza con lo sfogo, la giustizia con la comprensione.

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