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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #2

La testa della flotta è già in mare dopo la partenza del 1° settembre da Barcellona. La notte è stata dura: mare grosso, apparati in tilt, molte radio mute. Gli attivisti parlano di «tempesta elettromagnetica» che ha costretto alcune barche al rientro, mentre chi è rimasto in rotta ha navigato a vista con quattordici unità. In mattinata il segnale è tornato: i report di bordo dicono che la navigazione prosegue, con danni leggeri e equipaggi in grado di tenere la linea.

A terra si muove il resto del mosaico. Le unità che hanno fatto scalo a Genova hanno già lasciato il porto; il concentramento italiano e le partenze sono in Sicilia, in coordinamento con Tunisi. A metà mese l’obiettivo è tagliare la rotta verso Gaza.

Sul piano politico la pressione sale di grado. Tel Aviv continua a criminalizzare la missione e ora minaccia l’intera Europa che la sostiene: un avvertimento che fa coincidere la solidarietà civile con la guerra ibrida. Nelle capitali si discute di sicurezza marittima evitando la parola blocco, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani, incalzato, ha detto l’ovvio: «terroristi a bordo? Non mi risulta».

Intanto Gaza resta una ferita aperta. Le cifre dei morti e della fame scivolano via dalle cronache; ogni miglio percorso rimette al centro chi sopravvive dietro il muro e chi prova a raggiungerlo dal mare. È il senso del “sumud”, la testardaggine del restare umani: una flotta di gommoni, pescherecci e persone comuni che trasformano il Mediterraneo in un registro pubblico. Se arriveranno, avremo una prova che la politica può ancora inseguire il diritto. Se verranno fermati, resterà, nitida, la traccia della mano che li ha fermati.

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Il giocattolo di Salvini trema: il Ponte non è una spesa militare

Toh, che sorpresa! La Nato vuole i soldi veri, niente finanza creativa. A Bled, il 2 settembre, l’ambasciatore Usa presso la Nato Matthew Whitaker ha gelato i contabili di Palazzo Chigi: l’obiettivo del 5% chiesto da Trump riguarda «specificamente la difesa e le spese correlate», non «ponti privi di valore strategico-militare» né scuole. Traduzione: stop a infilare il Ponte sullo Stretto nel capitolo Difesa per far quadrare i numeri. 

Per Meloni è un problema politico e contabile. Per mesi il governo ha ammiccato alla classificazione “strategica” dell’opera da 13,5 miliardi, arruolando il cantiere nella retorica della sicurezza nazionale e internazionale; Salvini ha parlato di «doppio uso», civile e militare, per spingere la pratica. Ora Washington risponde che la lista della spesa è fatta di truppe, mezzi, munizioni, e cyberdifesa. Il resto sono «stravaganti opere di ingegneria». 

E così il Ponte, da scorciatoia contabile, torna a essere quello che è: un gigantesco impegno di cassa senza marchio Nato. In soldoni, costa il doppio: perché l’Italia dovrà mettere i 13,5 miliardi sull’infrastruttura e, in aggiunta, trovare risorse vere per colmare il divario verso il 5% del Pil. Fine dell’alchimia. Inizia la responsabilità: dire agli italiani chi paga, con quali priorità e perché l’emergenza vera — salari, scuole reali, sanità — viene sempre dopo il giocattolo del «bambino Salvini».  Da Bled la smentita: la Nato vuole capacità reali, non slogan; i conti truccati non fanno deterrenza.

Buon mercoledì. 

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Cimitero Mediterraneo, dieci anni dopo Aylan: l’Europa che aveva promesso “mai più”

Dieci anni fa, il 2 settembre 2015 il corpo del piccolo Aylan Kurdi, tre anni, fu ritrovato senza vita su una spiaggia di Bodrum. L’immagine, scattata dalla fotoreporter Nilüfer Demir, divenne un simbolo globale e spinse i leader europei a giurare che simili tragedie non sarebbero più state tollerate. Le parole furono solenni: «mai più», «solidarietà», «responsabilità condivisa». Dieci anni dopo, il conto è di almeno 30mila persone morte o disperse nel Mediterraneo secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Europa che aveva promesso di cambiare rotta si è rifugiata nell’esternalizzazione dei confini e in un lessico burocratico che ha reso invisibili altre centinaia di bambini annegati.

Il pacchetto Juncker e le promesse del 2015

Il 9 settembre 2015, nello State of the Union, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker propose un pacchetto straordinario: ricollocamento obbligatorio di 160mila richiedenti asilo da Italia e Grecia, apertura di hotspot per identificazioni rapide, più fondi per reinsediamenti e corridoi umanitari, una riforma strutturale del regolamento di Dublino. Angela Merkel, pochi giorni prima, aveva pronunciato il suo «Wir schaffen das»; François Hollande si allineò, Donald Tusk promise di rafforzare Frontex «senza rinunciare a salvare vite». In Italia, Matteo Renzi rivendicò il «dovere di salvare vite umane» chiedendo una risposta europea.
Nel concreto, però, la relocation straordinaria si fermò a meno di 29mila persone tra il 2015 e il 2017, circa il 18% dell’obiettivo. Nel 2020 la Corte di giustizia condannò Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per il rifiuto delle quote. La riforma di Dublino rimase bloccata fino al nuovo Patto migrazione e asilo del 2024. La promessa simbolica di quel settembre è stata tradita.

Dal “mai più” all’esternalizzazione

L’anno successivo arrivò la svolta. Il 18 marzo 2016 l’Unione europea firmò l’accordo con la Turchia: contenere le partenze nell’Egeo in cambio di miliardi di euro e concessioni politiche. Amnesty International e l’Onu denunciarono violazioni dei diritti e respingimenti. Nel febbraio 2017 l’Italia sottoscrisse con la Libia il memorandum che ancora oggi finanzia e addestra la cosiddetta Guardia costiera libica, documentata per intercettazioni illegali e ritorni in centri di detenzione segnati da torture e violenze. Rinnovato nel 2020 e nel 2023, è diventato un pilastro della politica migratoria italiana, sostenuto da governi di segno diverso.
Nel frattempo l’operazione europea “Sophia”, che almeno aveva avuto una componente di ricerca e soccorso, è stata chiusa nel 2020 e sostituita da “Irini”, centrata sull’embargo di armi. Una scelta che ha svuotato di fatto l’impegno pubblico europeo per il salvataggio in mare. Tra il 2023 e il 2024 Bruxelles ha replicato lo schema: intesa da oltre un miliardo con la Tunisia, partenariato con l’Egitto per 7,4 miliardi, protocollo Italia-Albania che consente di trattenere e processare richiedenti soccorsi da navi italiane in centri extra-UE. Nel 2024, con il Patto migrazione e asilo, la solidarietà è diventata “flessibile”: gli Stati possono sostituire i ricollocamenti con contributi finanziari.

Trentamila morti e i bambini senza nome

I dati OIM e UNHCR dicono che tra il 2015 e l’agosto 2025 nel Mediterraneo sono morte o scomparse almeno 32.854 persone. Il 2016 resta l’anno più letale con 5.096 vittime. Dopo un calo nel 2019, le morti sono risalite: 3.231 nel 2021, 4.110 nel 2023, 3.530 nel 2024 e già 1.292 nei primi otto mesi del 2025. La letalità della rotta centrale è aumentata: nel 2024 è morto un migrante ogni 120 persone partite.
Tra queste vittime ci sono circa 3.500 bambini, uno ogni tre giorni. Molti senza nome, mai diventati simbolo come Aylan. Nel 2020 «Joseph», sei mesi, muore dopo un’evacuazione; nel 2022 annega un neonato di venti giorni; nel 2023 un bimbo di cinque mesi non sopravvive a un naufragio a Lampedusa. Nel giugno 2023, nel naufragio al largo della Grecia, decine di minori risultano dispersi, ma la vicenda è stata rapidamente archiviata dai governi e dalla stampa.

Dieci anni dopo, la promessa di Bodrum non si misura più nelle parole ma nei vuoti. I leader europei che nel 2015 garantivano solidarietà hanno eretto barriere giuridiche e fisiche; gli Stati che piangevano Aylan hanno rinnovato intese con milizie accusate di crimini. Senza canali legali di ingresso, senza una missione pubblica di ricerca e soccorso, senza un meccanismo obbligatorio e automatico di redistribuzione, il Mediterraneo resterà un cimitero liquido. Ogni anniversario, più che ricordare, certifica l’ipocrisia.

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Regionali in Puglia, la proxy war nel Pd che può logorare Schlein. E intanto il centrodestra aggiusta la mira: “Loro litigano, noi governiamo”

Il fatto. Il 22 agosto Antonio Decaro ha rotto il silenzio: «Sono pronto a candidarmi». Ma a una condizione esplicita: niente candidatura al Consiglio regionale per Michele Emiliano e Nichi Vendola. «Voglio essere un presidente libero, non ostaggio delle decisioni di chi mi ha preceduto», ha scritto nel post che ha riaperto la partita. Da allora la bussola non si muove: Emiliano non arretra sull’idea di correre, Vendola respinge il veto e rivendica l’autonomia delle liste di Avs, mentre il M5S conferma l’appoggio a Decaro. Il Nazareno prova a cucire: la vicenda non è più solo locale.  

Veti incrociati, stallo reale

Il veto su Emiliano è politico, non personale: per Decaro la coabitazione in Consiglio con i due predecessori trasformerebbe il nuovo presidente in un «presidente a metà». Emiliano, che di Decaro riconosce il profilo più competitivo, rifiuta però il «parricidio» e rivendica il diritto a correre da capolista Pd. Vendola, indicato come «candidato naturale», fissa il perimetro: «le liste Avs le decide Avs». Avs tiene la linea dell’autonomia, il M5S con Giuseppe Conte ha già dato il via libera a Decaro.  

Il peso specifico di Decaro influenza ogni mossa. Alle Europee 2024 ha raccolto quasi 500 mila preferenze; sondaggi di agosto (Yoodata) lo indicano nettamente avanti nello scenario secco. È la ragione per cui il Pd nazionale considera la sua candidatura la più competitiva e, allo stesso tempo, il motivo per cui la “discontinuità” indicata da Decaro diventa un ultimatum: governare senza “padri nobili” in lista. Non un affronto personale, ma un perimetro politico da cui far partire la legislatura. La controspinta arriva dagli alleati: Avs non accetta veti, il M5S pretende una rottura visibile con il ciclo Emiliano.  

La guerra interna al Pd

Ridurre tutto a un contenzioso locale è fuorviante. La Puglia è una proxy war che misura la tenuta di Elly Schlein sul terreno più scivoloso: il rapporto fra il “partito dei sindaci” e le culture politiche che hanno retto il laboratorio pugliese. Decaro gioca su due tavoli. A Bari si propone come discontinuità: niente delfinati in Consiglio, nessuna coabitazione forzata con i predecessori. A Roma costringe il Nazareno a riconoscere che senza di lui la coalizione perderebbe narrazione, voto moderato e un pezzo di credibilità nel Sud. Nelle letture interne, l’attrito è tattica: testare il perimetro di comando della segretaria e accumulare forza nell’area riformista e amministrativa che guarda a Bonaccini e, in prospettiva, allo stesso Decaro. Qui la questione pugliese diventa strumento di logoramento: se Schlein concede, appare sotto schiaffo; se resiste, rischia di bruciare una regione simbolo.  

Scenari e calendario

Il tempo è già politica. Il Nazareno ha fissato un perimetro: chiudere entro la Festa dell’Unità regionale di Bisceglie (5–7 settembre); convocare in settimana una riunione di coalizione; e incrociare domani la presenza congiunta di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sul palco della festa Avs al Monk di Roma, occasione utile per un contatto di vertice. In questo corridoio temporale si deciderà se la parola “discontinuità” sarà sostanza o mero slogan.  

Tre esiti sono sul tavolo. Il compromesso: Emiliano fa un passo di lato dalla corsa al Consiglio (o cambia ruolo), Avs preserva l’autonomia senza trasformare Vendola in totem, Decaro ufficializza e avvia la campagna. Il piano B: se i veti saltano, Decaro si sfila e il Pd cerca un nome di garanzia, con l’ipotesi Vendola che riemerge nel perimetro progressista e nuove frizioni con il M5S. La rottura: stallo prolungato, pratica rimessa a Roma, “campo largo” lacerato e vantaggio strutturale alla destra. In tutti i casi, più il tempo passa, più la decisione scivola da Bari alla capitale, erodendo margini e credibilità.  

Nel frattempo il centrodestra aggiusta il mirino. In quota FdI circola il sottosegretario Marcello Gemmato; nell’orbita di Forza Italia resta il nome di Mauro D’Attis. Una soluzione civica non è esclusa. È la narrativa più comoda per gli avversari: «loro litigano, noi governiamo». Il rischio per il centrosinistra è di regalare all’avversario la campagna più semplice, costruita sull’argomento più solido, la divisione degli altri.  

Il punto

Con Decaro candidato alle sue condizioni, Schlein potrà rivendicare di aver cucito il “campo largo”, pagando però un prezzo di autorità interna. Senza Decaro, la segretaria guadagnerebbe margine al Nazareno ma consegnerebbe alla destra l’immagine di un Pd diviso e a trazione romana. La Puglia non è una cartolina congressuale: è la regione più popolosa del Sud e un banco di prova su lavoro, sanità, transizione e fondi europei. Lì si misura la politica, oltre i personalismi. E lì, per ora, si misurano i veti.  

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Trump, il «capolavoro» che regala a Xi le chiavi del mondo

Donald Trump rivendica «l’arte dell’accordo», ma a forza di trattare per la foto di copertina ha dato a Xi Jinping le chiavi dell’ordine globale. L’incontro con Putin, venduto come discontinuità, ha sdoganato il Cremlino dall’angolo delle sanzioni e consegnato a Pechino un partner rivitalizzato, libero di giocare la partita anti-occidentale senza pagare il prezzo dell’isolamento. Il risultato non è una pace: è una resa.

Il «capolavoro» è tutto qui. Trump ha smontato, pezzo dopo pezzo, il perno atlantico costruito dagli Stati Uniti. Ha messo in saldo la sicurezza europea e trasformato l’Ucraina in moneta di scambio, mentre Xi e Putin incassano il dividendo: un asse che propone un nuovo ordine, meno regole condivise e più sfere d’influenza.

Il resto è propaganda. Mentre a Washington si celebra l’«accordo storico», a Mosca si brinda alla fine dell’isolamento: a Putin è bastato presentarsi per tornare interlocutore inevitabile. A Pechino, invece, si pianifica. La Cina ottiene tempo e margini: guida il sud globale, attira capitali fuori dal dollaro, fissa norme alternative per infrastrutture e tecnologie. E gli alleati europei restano senza bussola, costretti a negoziare da deboli su energia e sicurezza e tecnologia. E l’Europa paga il conto: una Nato più fragile, mercati nervosi, diritti ridotti a pedine sulla scacchiera delle concessioni.

Non è realpolitik: è miopia. Un presidente che scambia le luci del palco per politica estera ha regalato ai rivali ciò che inseguivano da anni. Chiamarlo capolavoro è corretto solo se si aggiunge l’aggettivo: fallimentare.

Buon martedì. 

 

Foto di rob walsh su Unsplash

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #1

Diario di bordo, giorno uno. La Global Sumud Flottilla lascia Barcellona e Genova con viveri, medici, delegazioni da 44 Paesi su una ventina di barche. Appena l’orizzonte si apre, arrivano le ritorsioni annunciate: il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir promette che gli attivisti «saranno trattati come terroristi». Non una figura retorica: carceri speciali, condizioni punitive, sequestro delle imbarcazioni. La minaccia è un programma politico dichiarato.  

Dalla Spagna arriva la postura che in Europa dovrebbe essere normale e che invece fa notizia: il ministro degli Esteri José Manuel Albares annuncia «tutta la protezione diplomatica» per i cittadini imbarcati e mette sul tavolo in Ue embargo sulle armi a Israele, sospensione dell’accordo di associazione e nuove sanzioni contro i coloni violenti. La legge internazionale non è un’opinione, ricorda. 

Che cosa fa l’Italia Balbetta. Le richieste di tutela arrivano da parlamentari di opposizione; il Pd parla di minacce «da rispedire al mittente», Più Europa chiede sostegno diplomatico, Conte domanda alla premier se intenda difendere i connazionali e quando si deciderà a prendere le distanze dalle parole di Ben-Gvir. Dal governo, silenzio operativo: un vuoto che pesa come una scelta.  

La portavoce in Italia Maria Elena Delia ricorda che Global Sumud Flottilla opera nella totale legalità. La politica di domani dirà chi, tra Stati membri, ha difeso i suoi cittadini e il diritto internazionale. La Spagna alza la testa. L’Italia, come troppo spesso accade, la china. E quando si china la testa in mare, si rischia di ingoiare acqua.  

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Riarmo, surge, readiness, truppe… Ecco il nuovo lessico unico di Ursula von der Leyen

Il punto è misurabile. Nei palchi di massima risonanza istituzionale tra dicembre 2024 e agosto 2025 – vertici Ue, Monaco, Parlamento, conferenze stampa “difesa”, lettere ai leader – il 62–70% degli interventi di Ursula von der Leyen è centrato su sicurezza, industria militare e Ucraina. Su lavoro, salari, povertà e ambiente restano passaggi episodici, senza un pacchetto paragonabile per scala e densità.  

Il 18 febbraio 2025 alla Munich Security Conference la presidente fissa il frame: «al centro di tutto c’è la difesa e la sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa». Il 4 marzo, a Bruxelles, la conferenza sul “defence package” porta l’espressione-chiave: «siamo in un’era di riarmo», con il lancio di Readiness 2030/ReArm Europe; l’11 marzo in plenaria a Strasburgo parla di «surge nella difesa europea».  

Tra il 28 agosto e il 1° settembre 2025 rivendica piani «abbastanza precisi» per un dispiegamento multinazionale di truppe in Ucraina come garanzia post-conflitto: parole che confermano la centralità militare del mandato.  

I soldi e le regole: debito e deroghe per le armi

Lo squilibrio non è solo retorico, è materiale. Readiness 2030 mette sul tavolo una capacità di mobilitazione «fino a 800 miliardi» tra flessibilità del Patto, prestiti comuni e capitali privati; lo strumento SAFE abilita fino a 150 miliardi di prestiti per acquisti congiunti; EDIP vale 1,5 miliardi in grant entro il 2027; il Fondo europeo per la difesa nel 2025 alloca 1,065 miliardi per la R&S collaborativa.  

La Commissione, tra febbraio e marzo, propone di allentare temporaneamente le regole di bilancio per accomodare l’aumento delle spese militari (la “clausola di fuga”), aprendo uno spazio fiscale dedicato alla difesa che nei fatti non ha equivalenti per welfare o clima. È il segno politico: per armare l’Europa si piegano regole che sul sociale restano inflessibili.  

Nel frattempo si stabilizza l’architettura industriale: la strategia EDIS e il nuovo commissario alla Difesa spingono verso un vero mercato unico degli armamenti, con obiettivi su acquisti congiunti e “made in Ue” e con la retorica della «economia di guerra» evocata dal responsabile del Mercato interno. Un ecosistema che integra produzione, procurement e finanza, con regia della Commissione.  

Il resto dell’agenda: sociale e clima in retromarcia

Sul lavoro e sui salari si registrano richiami a produttività, competenze e dialogo sociale (Tripartite Social Summit), ma senza una nuova architettura di intervento: a Davos 2025 la presidente insiste su competitività e “piano comune per decarbonizzazione e competitività”, senza cifre paragonabili alle risorse evocate per la difesa.  

Sul clima la bussola slitta verso il “Clean Industrial Deal”. Reti indipendenti segnalano il rischio di un annacquamento della dimensione verde nel reset economico, con tagli o riassegnazioni ai programmi ambientali del MFF e a LIFE; sul Fondo per una transizione giusta (19,3 miliardi 2021–2027) pesa l’ipotesi di fusione in contenitori più ampi che ne diluirebbero la missione. Allarmi che fotografano la priorità ridotta, mentre l’asse militare cresce.  

Anche l’allargamento e la politica industriale vengono assorbiti nel lessico della sicurezza: autonomia strategica, supply chain critiche, «deterrenza attraverso il diniego». È la cornice che, occupando il centro, spinge ai margini povertà, salari, casa, servizi.  

La sproporzione è nei fatti. Nei nove mesi osservati, tre elementi oggettivi si sommano: frequenza dei discorsi-chiave sulla difesa; massa finanziaria e ingegneria normativa messe a disposizione del settore (clausole di flessibilità, prestiti comuni, programmi dedicati); lessico e simboli – «riarmo», «surge», «readiness», «truppe» – che occupano lo spazio politico e mediatico. Il resto c’è, ma non muove l’asticella.  

Più difesa a scapito del sociale

La controprova sta nei confronti: mentre si costruisce una potenza di fuoco potenziale da centinaia di miliardi, gli strumenti sociali muovono decine di miliardi in sette anni e, in alcuni casi, arretrano. Per la povertà infantile non si vedono impegni strutturali paragonabili; per l’abitazione si crea un portafoglio, non un “Housing Action for Europe” con debito comune e deroghe. Il messaggio implicito è chiaro: le emergenze sociali diventano gestione ordinaria, la difesa è la priorità che consente di piegare regole e bilanci.

In questo quadro, la presidente rivendica «piani abbastanza precisi» perfino per opzioni sul terreno ucraino. È una scelta politica, non un automatismo tecnico: l’Unione mostra di saper mobilitare risorse straordinarie quando definisce un’urgenza esistenziale. La domanda, per i cittadini europei, resta in sospeso: perché questa urgenza non vale per i salari stagnanti, la povertà che cresce, l’aria che respiriamo.  

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Direttiva TTD: il braccio di ferro sulla tassazione su sigarette, e-cig e nicotina in Ue – Lettera43

La Commissione europea è impegnata nella revisione della accise. E, come sempre, aumenta la pressione delle lobby con incontri “non registrati” e triangolazioni con associazioni ombrello. Bruxelles che promette una generazione senza tabacco riuscirà a proteggere le politiche dagli interessi industriali? Il resto è fumo.

Direttiva TTD: il braccio di ferro sulla tassazione su sigarette, e-cig e nicotina in Ue

La cornice è semplice e brutale. Il fumo provoca in Europa circa 700 mila morti l’anno; la promessa è ridurre al 5 per cento la popolazione che consuma tabacco entro il 2040. La domanda politica non è se si intervenire, ma quanto resistere ai professionisti del rinvio. La proposta tocca tre nervi scoperti. Aumenta in modo significativo le accise sulle sigarette; estende l’armonizzazione ai nuovi prodotti con aliquote minime orientative (40 per cento per i liquidi da svapo, 55 per cento per gli stick riscaldati, 50 per cento per le bustine di nicotina); rafforza i controlli sul tabacco grezzo e introduce l’idea di destinare una quota fissa del gettito al bilancio Ue. È una riforma che mira a chiudere buchi usati come vie di fuga commerciali. Il copione è collaudato. I grandi gruppi del tabacco presidiano l’argomento economico (posti di lavoro, gettito, contrabbando). Attorno, l’ecosistema dei nuovi prodotti promuove lo svapo e le bustine come strada di «riduzione del danno», chiedendo sconti fiscali e regolatori. Nei registri europei la spesa dichiarata sfiora i 19–20 milioni l’anno: definita dagli osservatori «punta dell’iceberg» rispetto alle risorse effettive.

Riforma della Rai, corsa contro il tempo per evitare l'infrazione Ue
Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue (Imagoeconomica).

Il modello Svezia e le critiche dell’Oms

La storia recente racconta come funziona. Nella revisione del 2014 sulla presentazione e vendita dei prodotti del tabacco, l’industria dispiegò oltre 160 lobbisti, raggiunse 233 eurodeputati, e ottenne di spostare il centro di gravità dalle direzioni sanitarie a quelle economiche della Commissione. Nel frattempo esplose il “Dalli-gate“, con le dimissioni del commissario alla Salute per una presunta mazzetta da un produttore di tabacco e un processo rallentato. Quell’intensità ha normalizzato il contatto costante con chi vende dipendenza. Oggi la narrazione «Svezia modello» viene agitata per sostenere che tassare poco gli alternativi riduce i fumatori. L’Organizzazione mondiale della sanità contesta quel racconto come storytelling di matrice industriale. È il cuore della disputa: presentare prodotti di nicotina come soluzione mentre se ne difende la convenienza fiscale. Dopo i richiami del Mediatore europeo, dal primo gennaio 2025 Bruxelles ha imposto a circa 1.500 funzionari la pubblicazione degli incontri e il principio degli appuntamenti con l’industria «solo se strettamente necessari».

Una ricerca inglese ha scoperto che svapo e fumo cagionano gli stessi danni ai polmoni dei giovani. Dall'affaticamento al fiato, i risultati.
Una donna fuma una e-cig (Getty Images).

Parlamento e Consiglio Ue restano impermeabili

È un passo avanti. Ma parlamento e Consiglio Ue restano più permeabili, e la zona grigia è ancora viva. Nelle ultime settimane sono ricomparsi interlocutori non iscritti al registro della trasparenza che chiedono meeting con eurodeputati sul dossier nicotina; alcuni sono stati rifiutati, altri no. Accade anche che l’industria entri da porte laterali, appoggiandosi a grandi associazioni datoriali per ottenere incontri al riparo dalle nuove cautele. È esattamente il varco da chiudere. Non è un tecnicismo. Se l’Unione destina una quota fissa del gettito al proprio bilancio mentre discute se alzare le accise, si espone all’accusa di conflitto di interessi che l’industria userà per seminare scetticismo. L’unico antidoto è documentare tutto: chi incontra chi, quando, con quali argomenti. La neutralità, qui, è un alibi.

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Alberto Trentini ancora là. E noi?

Da 290 giorni Alberto Trentini, 46 anni, cooperante veneziano, è in cella a El Rodeo, Caracas, senza accuse e senza visite. Fu fermato il 15 novembre mentre viaggiava verso Guasdualito; da allora due sole telefonate. Un ex compagno di cella svizzero racconta di 45 minuti d’aria tre volte la settimana; intanto due italo-argentini sono stati liberati il 10 agosto e una decina di americani sono rientrati in patria. La sua storia, con nomi e date, l’ha ricostruita Carlo Verdelli sul Corriere il 30 agosto 2025. 

Il punto è politico: dopo la rielezione di Nicolás Maduro a luglio oltre 60 stranieri sono merce di scambio; Trentini è l’unico italiano «puro». L’Italia si è mossa forse male e sicuramente tardi: ad aprile la telefonata di Giorgia Meloni alla madre; a fine luglio l’inviato speciale Luigi Maria Vignali con la sua missione a vuoto a Caracas. Antonio Tajani dice che «ci sono altri prigionieri» come se fosse un alibi possibile. Serve diplomazia ora, non proclami: con Erdogan, Al-Sisi e Putin i canali non sono mai mancati. La credibilità politica si misura con i risultati, mica con con la narrazione dell’impegno. 

Trentini lavorava per «Humanity & Inclusion», Nobel per la pace 1997; portava protesi e acqua nelle periferie. La sua avvocata è Alessandra Ballerini, la stessa che da nove anni chiede giustizia per Giulio Regeni. Al Lido la madre di Alberto ha chiesto: «Cosa penserà mio figlio del suo Paese?». Oggi la risposta è amara. Governo e opposizioni hanno lasciato scivolare il caso in fondo all’agenda. A Roma servirebbero astuzia e tenacia: missione preparata, mediatori terzi, un’offerta concreta. Finché Alberto non torna il risultato minimo non è raggiunto. 

Buon lunedì.

Immagine dalla pagina Facebook “Alberto Trentini libero”

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Lido pieno, palazzi vuoti: Gaza chiede politica, non posture

Gaza City è stata dichiarata «zona di combattimento». Israele rallenta o interrompe gli aiuti al nord e spinge nuove evacuazioni verso sud. La Croce Rossa avverte che un’evacuazione di massa «non può avvenire in modo sicuro e dignitoso».

I fatti delle ultime ore: raid e un panificio colpito ad al-Nasr, undici civili uccisi. Dall’alba 44 morti, 66 nelle 24 ore secondo le autorità sanitarie locali. Colpire i forni quando manca il pane è più di un segnale militare: è una scelta politica sulla vita dei civili.

L’Europa parla ma resta ferma. «Gaza ha bisogno di meno guerra, non di più», dice Kaja Kallas. Ma non è una guerra quella in cui un esercito trucida civili, donne e bambini, gente in fila per la farina e il pane. Gaza ha bisogno di meno vigliaccheria europea. Solo quello. 

Fuori dai palazzi la realtà spinge: in cinquemila al Lido di Venezia e, da Genova, la Global Sumud Flottilla prepara oltre 300 tonnellate di aiuti. La società civile misura il vuoto della politica.

Intanto Washington restringe il perimetro diplomatico: visti revocati ad Abu Mazen e a funzionari palestinesi a ridosso dell’Assemblea generale. L’Onu chiede chiarimenti.

Se “sicurezza” significa bombardare quartieri, ridurre gli aiuti e mettere in strada un milione di persone senza rifugio, allora stiamo descrivendo altro. Lo sanno le agenzie umanitarie, lo vedono le piazze europee. L’unica scelta seria è cessate il fuoco, pieno accesso umanitario, sanzioni efficaci contro chi sabota il diritto internazionale. Chiamare le cose col loro nome non è radicalismo: è la minima igiene della verità. Ora.

La storia condannerà chi ha parlato senza agire. 

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