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Produzione, trading, lobby: chi ha fatto affari con la guerra dovrà adattarsi a convivere con la pace

L’idea di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina ha già ottenuto un risultato che la diplomazia raramente riesce a fare: ha mosso il denaro. Negli ultimi giorni, sulle indiscrezioni da Washington, i titoli europei della difesa hanno perso terreno: il sottoindice aerospazio-difesa è sceso, con Rheinmetall e Renk in testa. Se l’emergenza si attenua, chi ha prosperato grazie all’emergenza soffre per primo.

La filiera della difesa che vive di ordini urgenti

Negli ultimi due anni il comparto ha accumulato arretrati e contratti come non accadeva da decenni. BAE Systems — sottomarini, caccia Typhoon, elettronica — ha chiuso il 2024 con ordini per 77,8 miliardi di sterline e 28,3 miliardi di vendite (bilancio 2024). Rheinmetall — munizioni da 155 mm, veicoli corazzati, sistemi antiaerei — ha portato il backlog a 63,2 miliardi di euro nel primo semestre 2025 (relazione semestrale). Oltreoceano il quadro è simile. Lockheed Martin — HIMARS e razzi GMLRS — nel 2023 ha ottenuto contratti DoD per 615 milioni sui lanciatori e fino a 4,79 miliardi su due lotti di razzi (notifiche 2023). Il consorzio Javelin (Lockheed+RTX) ha incamerato nuovi ordini; RTX, tramite Raytheon, presidia Patriot e i radar LTAMDS. Sono commesse consolidate che con la pace perdono la spinta straordinaria e riportano i multipli su livelli più sobri.

Reti di sicurezza pubbliche

La politica industriale ha steso paracadute. L’Ue ha varato l’«Ukraine Facility» da 50 miliardi fino al 2027 (Regolamento 2024/792) e sta costruendo l’Edip; la Nato ha aggiornato il «Defence Production Action Plan». Anche con la pace, questi binari restano: garantiscono scorte e standardizzazione, ma tagliano i picchi di margine.

I profitti della volatilità: oil major e case di trading

Se qualcuno ha beneficiato del caos energetico seguito all’invasione, sono stati i colossi integrati e, soprattutto, i trader puri. Shell — integrata dall’upstream alle reti di vendita — nel 2022 ha registrato 39,9 miliardi di utili «adjusted» (Annual Report 2022), spinti da prezzi elevati e trading LNG. Quella rendita da shock è temporanea e si contrae quando i flussi si normalizzano.

Ancora più eloquenti i conti dei «nomadi» dell’energia. Vitol — leader nel trading fisico — ha stimato 15 miliardi di utile nel 2022, circa 13 nel 2023 e 8-8,5 nel 2024; Trafigura nel 2023 ha chiuso a 7,4 miliardi; Gunvor, dopo il picco 2022, a 1,252 miliardi nel 2023. Sono margini legati a differenziali di prezzo e colli di bottiglia che una pace tende a comprimere. Vitol ha indicato volumi stabili ma ricavi in calo nel 2024 per prezzi meno frizzanti.

Le catene agro-alimentari

Nelle catene agro-alimentari la rendita è stata soprattutto logistica. Cargill — trading e trasformazione di cereali e oleaginose — ha investito nel terminale profondo «Neptune» a Pivdennyi; Adm gestiva terminal, frantoi e silos poi sospesi all’inizio dell’invasione. La pace riapre i corridoi del Mar Nero, riduce noli e premi assicurativi, accorcia le rotte: è un bene per Kiev e per i consumatori, meno per chi ha monetizzato spread e colli di bottiglia.

L’inerzia degli apparati e la spinta delle lobby

Un’altra categoria esposta è quella del «momentum istituzionale»: task force, consorzi, piani straordinari nati sull’onda dell’invasione. Eppure il settore parte dall’alto: secondo il Sipri le vendite dei Top 100 dell’industria bellica hanno toccato 632 miliardi di dollari nel 2023, +4,2% sul 2022 (SIPRI Fact Sheet 2024). Negli Stati Uniti l’attrito politico è oliato da strutture permanenti: nel 2024 il comparto «Defense» ha speso circa 150,6 milioni di dollari in lobbying federale; a metà 2025 i dati di OpenSecrets mostrano spese già molto consistenti per Lockheed Martin e RTX. Con la pace questi investimenti non spariscono: cambiano obiettivo, dalla corsa all’urgenza alla sostituzione scorte e alle tecnologie dual use.

Il conto della pace

Chi perde, allora Perde chi intercetta i picchi: i produttori che hanno beneficiato degli acquisti d’urgenza (munizioni e componenti a pronta consegna), i trader dell’energia che hanno trasformato i colli di bottiglia in super-profitti, gli apparati che hanno giustificato programmi straordinari con l’eccezionalità permanente. Ma non c’è solo perdita: le aziende della difesa restano agganciate ai piani Nato ed europei; gli oil major continuano a generare utili in mercati più ordinati; i trader si adattano con logistica, finanza e servizi.

La pace riscrive la curva dei ricavi: più piatta, meno sorprendente, più competitiva. E il mercato lo ha già mostrato: i titoli della difesa scendono sulle voci di negoziato, ma gli indici non crollano. È l’anteprima di un’economia che guadagna con meno «rendita da disordine». Se e quando Kiev e Mosca firmeranno qualcosa, la vera scommessa sarà trasformare spesa d’emergenza in capacità produttiva efficiente e profitti di crisi in investimenti stabili. Chi ha puntato tutto sulla tempesta, la bonaccia non la ama. È un passaggio inevitabile. .

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Regionali, il centrodestra cerca il patto del Resort: vertice di fine agosto in Puglia per disegnare la geografia delle candidature

La destra arriva al dossier regionali con i nervi scoperti e una novità: Giorgia Meloni prepara un confronto con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini in Puglia, ipotesi 25 agosto, per sbloccare le candidature (anche se, per ora, fonti del centrodestra smentiscono questo incontro). Il vertice nasce dall’urgenza di chiudere conti rimandati, tra rivendicazioni incrociate e sondaggi disallineati. In controluce c’è la gerarchia della coalizione nel passaggio d’autunno.

Veneto e Campania, la frizione che accende tutto

Il Veneto è il tavolo più esplosivo. Salvini rivendica la casella per la Lega e benedice una “lista Zaia” come valore aggiunto, marchio del presidente uscente anche senza ricandidarlo. Tajani frena e richiama alla cautela sulle liste personali che spiazzano i moderati. Fratelli d’Italia non vuole restare spettatore: circola il nome di Luca De Carlo. Il rischio è la concorrenza interna tra liste alleate e un derby di leadership.

In Campania FdI ha scelto il proprio totem: Edmondo Cirielli. Indicato da settimane, l’interessato ha aperto mantenendo un profilo di servizio. L’ipotesi Sangiuliano presidente si è sgonfiata: l’ex ministro vuole restare dove è, al più da capolista. C’è spazio per un’intesa con Forza Italia e Lega su liste e ruoli. La vera contesa è il baricentro: candidatura identitaria o ticket largo per insidiare il voto moderato.

Toscana, Puglia, Marche, Calabria: dove scorre la corrente

In Toscana la macchina di FdI è già in moto su Alessandro Tomasi: una civica lo sostiene e endorsement parlano di candidatura già in campo. Forza Italia non ha ancora siglato l’intesa e la Lega pretende peso, mentre il voto è per il 12 e 13 ottobre. Qui la partita è più di metodo che di nomi: tenere insieme la coalizione attorno a un profilo che parli ai ceti produttivi senza sacrificare rappresentanza.

La Puglia cambia spartito: virata su un profilo industriale e civico per sfidare l’effetto Decaro. Si cerca un candidato capace di parlare ai distretti produttivi senza trascinarsi le correnti romane. Il tentativo precedente è rientrato: Enzo Magistà, lanciato e poi fermato, è il primo dei bruciati. I tavoli locali chiedono nomi dell’economia reale più che volti televisivi.

Nelle Marche il quadro è definito: Francesco Acquaroli corre per il bis a fine settembre, passaggio utile a misurare umori prima delle partite autunnali. La Calabria è il banco più scivoloso. Roberto Occhiuto si ripresenta verso il voto d’autunno, mentre i Cinque Stelle schierano Pasquale Tridico. In Forza Italia serpeggiano malumori, ma la linea resta la continuità. La sfida si giocherà su sanità, conti regionali ed effetto giudiziario: variabili capaci di spostare consensi in poche settimane.

Valle d’Aosta è variabile locale: si vota il 28 settembre con alleanze più civiche. Conta poco sui rapporti di forza nazionali; incide però sul clima: chi parte bene prende inerzia. Sul fondo scorrono frasi che pesano. Salvini insiste sul Veneto e sulla lista Zaia come «valore aggiunto». Tajani raffredda i personalismi e chiede una rotta per i centristi. Donzelli marca due paletti: «Tomasi è già in campagna» in Toscana e «Cirielli è il migliore» in Campania. Non sono slogan: definiscono il perimetro del vertice pugliese, dove si decide chi guida e quanto spazio lasciare agli alleati.

Il riassunto è asciutto: quattro dossier aperti, due regioni in continuità, un calendario che corre. L’incastro più probabile: Veneto in orbita Lega con un candidato istituzionale che dialoghi con l’eredità zaiana; Campania blindata a Fratelli d’Italia con Cirielli. Toscana verso la formalizzazione di Tomasi e un accordo sugli equilibri. Puglia a trazione civica-imprenditoriale. Marche apripista, Calabria pronta a orientare settembre. Il resort serve a chiudere ora per non inseguire dopo. Adesso. Fine.

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Brindisi amaro: il vino lo paga l’Italia

Palazzo Chigi celebra il «bicchiere mezzo pieno»: «non è l’ideale ma abbiamo evitato una guerra commerciale». Nel conto, però, c’è un mezzo bicchiere di vino costosissimo. L’accordo Usa-Ue sui dazi fissa una tariffa orizzontale del 15% e, soprattutto, non concede l’esenzione ai simboli del made in Italy agroalimentare: vini, olio, pasta, formaggi. Proprio i vini sono la voce più colpita: 317 milioni di euro solo qui; per l’agroalimentare l’ammanco vale circa 1 miliardo. Sul totale dell’export italiano, Unimpresa stima un danno tra 7 e 8 miliardi, su una base di 66-70 miliardi: oltre il 10%. 

Mentre a Palazzo Chigi si brinda, a pagare saranno imprese e famiglie. Se i margini si assottigliano, i listini salgono: un’inflazione +0,3–0,5 punti costerebbe 2,5–4,2 miliardi alle famiglie. La narrazione del «male minore» regge fino a quando? La task force dazi riunita alla Farnesina prova a raddrizzare la rotta, ma intanto l’intesa impegna l’Europa ad acquistare più energia statunitense e a «incrementare in modo sostanziale le commesse di attrezzature militari» americane. Bruxelles alleggerisce i vincoli su emissioni e deforestazione per le produzioni Usa e «riconosce gli Stati uniti come destinazione più sicura per gli investimenti», dirottando capitali e commesse oltreoceano.

Il sovranismo che aveva promesso scudi per il made in Italy presenta un conto. L’alleanza celebrata come friend-shoring diventa dipendenza: energia, armamenti, tariffe. E quel bicchiere che il governo descrive mezzo pieno, per chi produce e per chi compra è già mezzo vuoto. Anzi: lo paghiamo tutto.

Buon venerdì. 

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La palla è dell’Ue: sanzioni ora o complicità

I sindacati europei tornano a fare il loro mestiere: difendere i diritti quando la politica abdica. Confederazioni e federazioni del lavoro chiedono alla Commissione di sospendere l’Accordo di associazione con Israele e di bloccare gli scambi con gli insediamenti nei Territori occupati. È il punto in cui le parole di circostanza hanno esaurito la loro utilità: davanti a Gaza affamata e rasa al suolo, il registro delle “preoccupazioni” è un alibi. Le sanzioni sono uno strumento di diritto, non un tabù.

Nel frattempo, un altro fronte civile si è mosso: gli allenatori italiani hanno scritto alla Figc chiedendo di inoltrare a Uefa e Fifa la sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali. Niente crociate ideologiche: in ballo c’è un principio semplice, lo sport non può normalizzare l’eccezione permanente. Quando i corpi dei bambini pesano più delle classifiche, l’unico risultato che conta è la pressione per fermare la violenza. La richiesta dell’Aiac è netta e, per una volta, coraggiosa.

Matteo Salvini ha risposto che «gli allenatori facciano gli allenatori». Accogliamo il criterio: i ministri facciano i ministri. Chi guida le Infrastrutture garantisca treni puntuali e opere trasparenti, senza usare lo sport come paravento di una linea politica impalpabile. Il governo ripete: «non politicizzate il calcio». Intanto chiede al Paese di abituarsi alla politica che non decide. Se i sindacati europei indicano la strada del diritto e gli allenatori ricordano il peso della coscienza, all’esecutivo resta un compito minimo: prendere atto che la neutralità, oggi, coincide con la complicità. 

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Legalità a due velocità: via il Leoncavallo, salva CasaPound

Hanno scelto l’alba e i blindati, come se in via Watteau ci fosse un covo, non una storia. Lo sgombero del Leoncavallo fotografa un’idea di ordine che scambia la scena per sostanza: sirene, quartiere barricato, il sindaco all’oscuro. Milano perde un pezzo della sua biografia civile, un presidio che ha tenuto aperte le porte alla cultura, alla socialità, all’antifascismo praticato.

Si invoca la «legalità» come un tamburo. La «legalità» vive di coerenza e misura, non di coreografie. Qui si è scelta la passerella muscolare, utile ai titoli, dannosa. Si poteva continuare il lavoro su regole e spazi condivisi; si è preferito offrire un trofeo al giorno dell’indignazione. Mentre le periferie chiedono servizi e presenza.

Il Leoncavallo non è un santino. È un laboratorio che ha attraversato decenni con concerti, teatro, mutualismo, e un’idea concreta di cittadinanza. Perfino un Premio Nobel. Anche chi non lo ama sa che quell’esperienza ha cucito relazioni dove la città si sfalda. Spegnere una luce così significa affidarsi alla retorica dell’ordine e rinunciare all’ordine reale: quello che si tiene giorno per giorno, senza sirene né proclami.

Poi c’è la doppia misura. Quando ad occupare è CasaPound, con l’abito del vittimismo d’ordinanza, la mano pubblica trema. Riservando un riguardo che contraddice ogni parola di un centrodestra di governo che si erge a paladino dell’«ordine». Si sgombera un centro sociale che produce cultura; si tollera chi coltiva simbologie e pratiche che la Costituzione ripudia. Il paradosso non è più un paradosso: è un metodo.

La verità è semplice: lo Stato è forte quando è giusto, non quando fa la voce grossa. Un governo che confonde il manganello col governo rinuncia a indicare un progetto urbano. Restano i sigilli, le foto, i post esultanti. Milano resta con una domanda: quale spazio pubblico vogliamo costruire, con quali regole e priorità? La città che ha memoria sa distinguere tra giustizia e spettacolo. Oggi, ha visto solo lo spettacolo di forza cieco.

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A Bruxelles è guerra sul riarmo: ricorso del Parlamento Ue alla Corte di giustizia contro il fondo prestiti per le spese militari varato dal Consiglio

Il Parlamento europeo ha depositato il 20 agosto un ricorso alla Corte di giustizia contro il regolamento Safe, chiedendone l’annullamento. Al centro c’è la scelta del Consiglio di adottare lo strumento da 150 miliardi utilizzando l’articolo 122 del Trattato, la clausola d’emergenza che consente di legiferare senza il Parlamento. Per l’aula si tratta di un aggiramento del ruolo di co-legislatore su un atto che incide in profondità su bilanci, industria e regole del mercato della difesa.

Il 27 maggio i ministri hanno approvato Safe, entrato in vigore il 29 maggio, con l’astensione dell’Ungheria. La Commissione potrà emettere debito comune fino a 150 miliardi e prestarlo agli Stati per acquisti militari congiunti; i prestiti saranno ripagati dai beneficiari con piani nazionali. L’iniziativa è il primo pilastro del pacchetto Readiness 2030/ReArm Europe, che mira a mobilitare fino a 800 miliardi entro il decennio.

Il nodo dell’articolo 122

Per giustificare la procedura accelerata, il Consiglio richiama l’«eccezionale deterioramento del contesto di sicurezza» e la necessità di investimenti rapidi nell’industria europea. Ma l’articolo 122 TFEU esclude il Parlamento: è stato usato per le crisi energetiche e viene esteso a un programma di lungo periodo. A giugno la commissione giuridica dell’aula ha votato il mandato al contenzioso; il ricorso è stato notificato a Lussemburgo. Il messaggio politico è limpido: il riarmo dell’Unione non può essere sottratto al controllo democratico.

Lo schema impone, «in linea di principio», procure comuni tra almeno due Stati, con una deroga temporanea per gli acquisti di un solo Paese. Fissa un contenuto europeo minimo: almeno il 65% del valore dei componenti deve provenire da imprese stabilite in Ue, See o Ucraina; introduce clausole per evitare il controllo da parte di soggetti di Paesi terzi e un tetto del 35% ai componenti extra-Ue nei contratti. Prevede l’accesso di partner come il Regno Unito tramite specifici accordi. Le priorità coprono munizioni e missili, artiglierie, mobilità militare, difesa aerea e droni.

Effetti immediati e posta in gioco

Il ricorso non sospende automaticamente il regolamento: per bloccarne l’efficacia servirebbero misure cautelari, concesse solo in ipotesi eccezionali. Intanto gli Stati si muovono. Al 30 luglio diciotto governi hanno manifestato interesse preliminare per almeno 127 miliardi di prestiti; tra i principali richiedenti c’è la Polonia. La scadenza per presentare le domande formali è il 30 novembre e Bruxelles prepara le emissioni sul mercato, mentre le capitali definiscono gli elenchi prioritari e i consorzi industriali.

Il contenzioso ridisegna l’equilibrio tra istituzioni. L’esclusione del Parlamento tocca la legittimazione democratica di un debito comune orientato a un settore sensibile. Per le capitali, l’urgenza strategica dopo l’invasione russa e l’incertezza del legame transatlantico giustificano l’uso di strumenti straordinari. Sul terreno industriale, le regole di contenuto europeo e le restrizioni ai componenti esteri spingono a consolidamenti e integrazioni di filiera; l’apertura a Ucraina e Regno Unito allarga il perimetro dei fornitori, entro paletti rigidi di sicurezza.

La causa segna un bivio. Se la Corte confermerà Safe senza censure di metodo, l’articolo 122 rischia di diventare la corsia preferenziale per politiche ad alto impatto anche oltre l’emergenza. Se invece accoglierà le ragioni dell’aula, la difesa tornerà nel perimetro ordinario della co-decisione, con tempi più lunghi e maggior controllo parlamentare. In entrambi i casi, la rincorsa europea alla capacità militare proseguirà: a decidere sarà quanto saprà correre senza lasciare indietro le regole Ue senza scorciatoie.

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Il caso vaccini fa traballare la poltrona di Schillaci: ecco le opzioni sul tavolo del governo se il ministro tecnico dimezzato non resta

Il 5 agosto Orazio Schillaci firma le nuove nomine del gruppo tecnico sulle vaccinazioni, 22 componenti chiamati a orientare le politiche immunizzanti. Il finale è cronaca degli ultimi giorni. Montano le polemiche per la designazione di due esperti per le loro posizioni critiche sugli mRNA e la somministrazione in età pediatrica.

Il Patto Trasversale per la Scienza lancia una petizione che supera le 34 mila adesioni, con gli interventi pubblici di Giorgio Parisi e Silvio Garattini; Francesca Russo lascia l’organismo in segno di dissenso. Il 16 agosto il ministro azzera l’intero NITAG e rinvia a settembre una ricostituzione «rigorosa». La FNOMCeO esprime soddisfazione per la scelta, ma il caso certifica la perdita di controllo politico di un dicastero guidato da un tecnico senza retroterra di partito. Da Palazzo Chigi trapela irritazione per una decisione poco condivisa e per una gestione percepita come esposta al vento delle polemiche. 

Le faglie nella maggioranza

La crepa è politica, non procedurale. Forza Italia si allinea al mondo scientifico e spinge per criteri di nomina impermeabili alle polemiche; la Lega imbocca la strada del “pluralismo” e accusa la revoca di essere un cedimento. Matteo Salvini parla di «qualcosa che non funziona al ministero», mentre Francesco Lollobrigida ricorda che «non sempre il pensiero scientifico dominante è quello giusto».

Sono frasi che mettono in pubblico la sfiducia e raccontano l’idea di un commissariamento politico del dicastero.  Nel frattempo il calendario fa la sua parte: la maggioranza vuole evitare scosse prima delle regionali già fissate (Marche 28–29 settembre; Valle d’Aosta 28; Toscana 12–13 ottobre), preferendo il controllo dei dossier alla narrativa del rimpasto. Le date sono sui decreti e sulle agenzie, e tengono il governo in modalità attesa. 

Gli scenari sul tavolo

Nel brevissimo periodo lo schema più probabile è la sopravvivenza a tempo: Schillaci resta, ma con un perimetro ridotto. Si ricostituisce il NITAG con criteri “blindati”, si chiude il cantiere organizzativo del ministero e si attiva l’ufficio del viceministro per una catena di comando più corta. Il Consiglio dei ministri ha già approvato in via preliminare il regolamento che reintroduce la figura, anche se la promozione resta congelata.

In questa cornice si colloca l’ascesa di Marcello Gemmato, oggi sottosegretario: promozione a viceministro già scritta nei regolamenti ma congelata due volte tra giugno e luglio, con ipotesi di staffetta a ministro dopo il voto. È l’opzione funzionale alla filiera Palazzo Chigi–Salute. Il profilo alternativo che raccoglie consensi nel mondo ordinistico è Andrea Mandelli, farmacista ed ex vicepresidente della Camera: una scelta “di sistema” capace di rassicurare la comunità scientifica e riequilibrare i pesi con Forza Italia, ma politicamente costosa per Fratelli d’Italia. Da Palazzo Chigi fanno sapere che l’ipotesi Arianna Meloni è “fantascienza”.

Sullo sfondo restano l’extrema ratio di un tecnico puro e la pista del commissariamento di fatto via staff, con il rafforzamento della segreteria e la figura di Rita Di Quinzio come snodo di fiducia dell’area Meloni. Un vincolo esplicito riguarda il Quirinale: profili percepiti come scettici sui vaccini avrebbero poche chance di superare il vaglio. Intanto il ministero fa i conti con la faglia strutturale della sanità. Il definanziamento tendenziale, le liste d’attesa, la fuga di personale e il commissariamento di Agenas spiegano la spinta a riportare le leve al centro, ridisegnando l’organigramma e chiamando un viceministro “forte” a fare da cinghia di trasmissione.

Il punto politico 

Il punto politico è lineare. La contesa sui vaccini è stata il catalizzatore, non la causa. La maggioranza usa il caso NITAG per ridefinire confini e gerarchie: la Lega parla alla propria base identitaria, Forza Italia marca un profilo istituzionale, Fratelli d’Italia testa la tenuta della sua filiera. Nel mezzo, Schillaci ha smarrito l’unico capitale che un tecnico può spendere in un governo fortemente politico: l’autorevolezza.

Se resterà, sarà un ministro dimezzato, funzionale alla tenuta fino a dopo le regionali; se salterà, il nome del successore racconterà più della linea che il governo intende dare alla sanità che del giudizio su di lui. È l’esame che attende Palazzo Chigi nelle prossime settimane: scegliere se restituire centralità alla politica fondata sulle evidenze o piegare la sanità alla convenienza del momento. In gioco c’è il Ssn, non un giro di nomine

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Sbalzi di temperature estivi dell’economia italiana: spiagge roventi, fabbriche gelate

La fotografia scattata a fine luglio è limpida: l’economia italiana ha preso freddo proprio in piena estate. Nel secondo trimestre il Pil è sceso dello 0,1% sul trimestre precedente, con una crescita annua che rallenta allo 0,4%. La variazione acquisita per l’anno è appena +0,5%: numeri che non reggono la retorica dell’ottimismo e che indicano domanda interna in affanno e contributo estero negativo.

Gli indicatori: produzione, servizi e ordini

Giugno ha offerto un rimbalzo minimo della produzione industriale: +0,2% congiunturale, ma ancora –0,9% tendenziale. Il segnale vero è un altro: ad aprile si era interrotta una scia di ventisei mesi di cali su base annua, senza che questo si sia tradotto in una ripartenza solida. Siamo in una fase di limbo, con cicli di commesse intermittenti e impianti che lavorano a singhiozzo.

Nei questionari alle imprese, il manifatturiero resta sotto la soglia-50: a luglio l’HCOB PMI è salito a 49,8, «un soffio» dalla stabilità, mentre i servizi tengono a 52,3. Il composito tocca 51,5, il massimo da maggio, ma gli ordini esteri nei servizi sono in calo da dodici mesi e l’industria continua a segnalare tagli prudenziali alla produzione. Il messaggio è coerente con i conti nazionali: un’economia sospesa, sostenuta soprattutto dal mercato domestico. 

Se si guarda ai decreti su cassa e solidarietà, l’estate è stata un rosario di emergenze. Nel secondo trimestre sono state autorizzate 73,2 milioni di ore di Cassa Integrazione Ordinaria (–20% sul trimestre precedente, ma su livelli ancora elevati), mentre il primo trimestre aveva già segnato 176,5 milioni di ore complessive. Al quadro produttivo si aggiunge l’effetto-clima: l’Inps ha ricordato alle imprese la possibilità di richiedere integrazioni per sospensioni dovute a caldo eccessivo, un’ulteriore variabile di fragilità. 

Le crisi aziendali non sono episodi isolati, ma tasselli di una mappa nazionale che attraversa automotive, elettrodomestico, chimica, moda e logistica. In controluce anche le parole della Cgil: «persistente calo della produzione» e «crisi strutturale dell’industria», con la richiesta di una politica industriale vera, investimenti in innovazione e formazione. 

Ammortizzatori e casi aziendali: l’estate gelida sul campo

Sul versante internazionale, da agosto gli Stati Uniti hanno introdotto un dazio generalizzato del 15% su un’ampia gamma di importazioni, includendo l’Unione europea dopo settimane di minacce su aliquote più alte. Per un Paese manifatturiero e terzista come l’Italia l’impatto non è neutro: l’Istat ha già segnalato un contributo negativo del commercio estero alla crescita. 

Il mercato del lavoro regge ma cambia pelle. A giugno il tasso di disoccupazione è sceso al 6,3% (giovanile al 20,1%), con 16mila occupati in più sul mese. Crescono i dipendenti stabili e gli autonomi, calano gli occupati a termine: un riequilibrio che incrocia la frenata delle filiere cicliche e il maggiore ricorso agli ammortizzatori. La tenuta statistica non cancella il rischio di una normalizzazione al ribasso di ore lavorate e salari reali, specie nei territori più esposti alla crisi industriale.

Il punto, allora, è la direzione. Senza una cornice anti-ciclica che alzi i salari contrattuali, spinga gli investimenti produttivi e acceleri la riqualificazione nei settori a transizione difficile, il Paese continuerà a galleggiare tra rimbalzi tecnici e nuovi stop. Le imprese chiedono certezze su volumi e costi dell’energia; i sindacati una rotta che tenga insieme produttività e qualità del lavoro. In mezzo c’è l’estate italiana del 2025: tiepida nelle spiagge, fredda nelle fabbriche. 

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Marah, funerale d’accusa

A San Giuliano Terme l’addio a Marah non è un rito: è una deposizione. Vent’anni, evacuata da Gaza, è morta a Pisa di corpo sfinito e di assedio. I medici hanno parlato di malnutrizione estrema, il Comune di «genocidio». La procura, per ora, ha scelto di non aprire un’indagine. Intanto, a poche ore di distanza, il governo israeliano rilancia il piano di colonizzazione E1, e l’esercito annuncia la nuova spinta su Gaza City. I puntini si uniscono da soli.

Il funerale dice l’essenziale che la politica tace: «Marah è il simbolo della sofferenza» e della responsabilità che rimbalza dall’Europa a Tel Aviv. Chi chiama “incidenti” le morti da fame confida nella stanchezza dell’opinione pubblica; chi interrompe i corridoi umanitari, o li riduce a vetrina, si fida dell’impunità. Da mesi la strategia è l’esibizione della forza come comunicazione: mostrare il crimine per normalizzarlo, amministrare il lutto per renderlo invisibile.

C’è un punto di non ritorno in questa estetica dell’occupazione: la giuridicizzazione al contrario. Le autorità amministrano la tragedia con verbali, determine, protocolli, ma sospendono la domanda centrale: da dove viene questa morte. Finché l’Italia accetta di assistere in silenzio, continueremo a contare i funerali e a distribuire responsabilità in frazioni.

Il nome di Marah obbliga a scegliere. O si prende sul serio il diritto internazionale – cessate il fuoco, fine dell’assedio, stop a colonie e complicità – oppure si decide che la ragione di Stato vale più della vita. Nel primo caso la democrazia respira; nell’altro, si abitua a trattenere il fiato.

Buon giovedì. 

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Gaza, il referto che fa crollare gli slogan

A Verona la cartella clinica ha fatto quello che la politica elude: ha riportato i fatti. Osama, 5 anni, il bambino di Gaza bollato come «fake», è stato dimesso dopo due mesi di cure al Borgo Trento. Era arrivato il 12 giugno con un volo umanitario, 9,2 chili di peso, diagnosi di grave malnutrizione e un deficit immunitario moderato; oggi è attorno ai 14 chili, continuerà profilassi e controlli ambulatoriali. È una storia medica, prima che mediatica. 

Per settimane il suo volto è stato trascinato nel gioco della propaganda. L’unità COGAT e lo stesso Benjamin Netanyahu hanno indicato le foto dei «bambini affamati» come costruzioni, citando il caso e minacciando azioni legali contro chi le pubblicava. «Sono tutte false», ha detto il premier, trasformando un referto in un processo d’intenti. Qui, invece, hanno parlato i medici. 

«Tra le cause del grave malassorbimento intestinale anche le condizioni imposte dalla guerra», ha spiegato il pediatra che lo ha seguito. Non è un dettaglio: spiega perché un bimbo con comorbidità sia precipitato laddove i farmaci di base, gli enzimi per digerire, il cibo proteico e l’accesso alle cure sono diventati beni rari. Già a maggio Osama era stato fotografato al Nasser Hospital in un ambulatorio per la malnutrizione; e intanto l’ONU registra, solo a luglio, oltre 12 mila casi di malnutrizione acuta sotto i cinque anni, 2.500 gravi. Dati, non slogan. 

Questa vicenda dice qualcosa di più largo del singolo caso. Quando i corpi diventano argomenti, la prima vittima è la verità. Gli ospedali, in Italia come a Gaza, sono gli unici luoghi dove il dibattito torna misurabile: peso, esami, terapie, esiti.

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