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Legalità a due velocità: via il Leoncavallo, salva CasaPound

Hanno scelto l’alba e i blindati, come se in via Watteau ci fosse un covo, non una storia. Lo sgombero del Leoncavallo fotografa un’idea di ordine che scambia la scena per sostanza: sirene, quartiere barricato, il sindaco all’oscuro. Milano perde un pezzo della sua biografia civile, un presidio che ha tenuto aperte le porte alla cultura, alla socialità, all’antifascismo praticato.

Si invoca la «legalità» come un tamburo. La «legalità» vive di coerenza e misura, non di coreografie. Qui si è scelta la passerella muscolare, utile ai titoli, dannosa. Si poteva continuare il lavoro su regole e spazi condivisi; si è preferito offrire un trofeo al giorno dell’indignazione. Mentre le periferie chiedono servizi e presenza.

Il Leoncavallo non è un santino. È un laboratorio che ha attraversato decenni con concerti, teatro, mutualismo, e un’idea concreta di cittadinanza. Perfino un Premio Nobel. Anche chi non lo ama sa che quell’esperienza ha cucito relazioni dove la città si sfalda. Spegnere una luce così significa affidarsi alla retorica dell’ordine e rinunciare all’ordine reale: quello che si tiene giorno per giorno, senza sirene né proclami.

Poi c’è la doppia misura. Quando ad occupare è CasaPound, con l’abito del vittimismo d’ordinanza, la mano pubblica trema. Riservando un riguardo che contraddice ogni parola di un centrodestra di governo che si erge a paladino dell’«ordine». Si sgombera un centro sociale che produce cultura; si tollera chi coltiva simbologie e pratiche che la Costituzione ripudia. Il paradosso non è più un paradosso: è un metodo.

La verità è semplice: lo Stato è forte quando è giusto, non quando fa la voce grossa. Un governo che confonde il manganello col governo rinuncia a indicare un progetto urbano. Restano i sigilli, le foto, i post esultanti. Milano resta con una domanda: quale spazio pubblico vogliamo costruire, con quali regole e priorità? La città che ha memoria sa distinguere tra giustizia e spettacolo. Oggi, ha visto solo lo spettacolo di forza cieco.

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A Bruxelles è guerra sul riarmo: ricorso del Parlamento Ue alla Corte di giustizia contro il fondo prestiti per le spese militari varato dal Consiglio

Il Parlamento europeo ha depositato il 20 agosto un ricorso alla Corte di giustizia contro il regolamento Safe, chiedendone l’annullamento. Al centro c’è la scelta del Consiglio di adottare lo strumento da 150 miliardi utilizzando l’articolo 122 del Trattato, la clausola d’emergenza che consente di legiferare senza il Parlamento. Per l’aula si tratta di un aggiramento del ruolo di co-legislatore su un atto che incide in profondità su bilanci, industria e regole del mercato della difesa.

Il 27 maggio i ministri hanno approvato Safe, entrato in vigore il 29 maggio, con l’astensione dell’Ungheria. La Commissione potrà emettere debito comune fino a 150 miliardi e prestarlo agli Stati per acquisti militari congiunti; i prestiti saranno ripagati dai beneficiari con piani nazionali. L’iniziativa è il primo pilastro del pacchetto Readiness 2030/ReArm Europe, che mira a mobilitare fino a 800 miliardi entro il decennio.

Il nodo dell’articolo 122

Per giustificare la procedura accelerata, il Consiglio richiama l’«eccezionale deterioramento del contesto di sicurezza» e la necessità di investimenti rapidi nell’industria europea. Ma l’articolo 122 TFEU esclude il Parlamento: è stato usato per le crisi energetiche e viene esteso a un programma di lungo periodo. A giugno la commissione giuridica dell’aula ha votato il mandato al contenzioso; il ricorso è stato notificato a Lussemburgo. Il messaggio politico è limpido: il riarmo dell’Unione non può essere sottratto al controllo democratico.

Lo schema impone, «in linea di principio», procure comuni tra almeno due Stati, con una deroga temporanea per gli acquisti di un solo Paese. Fissa un contenuto europeo minimo: almeno il 65% del valore dei componenti deve provenire da imprese stabilite in Ue, See o Ucraina; introduce clausole per evitare il controllo da parte di soggetti di Paesi terzi e un tetto del 35% ai componenti extra-Ue nei contratti. Prevede l’accesso di partner come il Regno Unito tramite specifici accordi. Le priorità coprono munizioni e missili, artiglierie, mobilità militare, difesa aerea e droni.

Effetti immediati e posta in gioco

Il ricorso non sospende automaticamente il regolamento: per bloccarne l’efficacia servirebbero misure cautelari, concesse solo in ipotesi eccezionali. Intanto gli Stati si muovono. Al 30 luglio diciotto governi hanno manifestato interesse preliminare per almeno 127 miliardi di prestiti; tra i principali richiedenti c’è la Polonia. La scadenza per presentare le domande formali è il 30 novembre e Bruxelles prepara le emissioni sul mercato, mentre le capitali definiscono gli elenchi prioritari e i consorzi industriali.

Il contenzioso ridisegna l’equilibrio tra istituzioni. L’esclusione del Parlamento tocca la legittimazione democratica di un debito comune orientato a un settore sensibile. Per le capitali, l’urgenza strategica dopo l’invasione russa e l’incertezza del legame transatlantico giustificano l’uso di strumenti straordinari. Sul terreno industriale, le regole di contenuto europeo e le restrizioni ai componenti esteri spingono a consolidamenti e integrazioni di filiera; l’apertura a Ucraina e Regno Unito allarga il perimetro dei fornitori, entro paletti rigidi di sicurezza.

La causa segna un bivio. Se la Corte confermerà Safe senza censure di metodo, l’articolo 122 rischia di diventare la corsia preferenziale per politiche ad alto impatto anche oltre l’emergenza. Se invece accoglierà le ragioni dell’aula, la difesa tornerà nel perimetro ordinario della co-decisione, con tempi più lunghi e maggior controllo parlamentare. In entrambi i casi, la rincorsa europea alla capacità militare proseguirà: a decidere sarà quanto saprà correre senza lasciare indietro le regole Ue senza scorciatoie.

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Il caso vaccini fa traballare la poltrona di Schillaci: ecco le opzioni sul tavolo del governo se il ministro tecnico dimezzato non resta

Il 5 agosto Orazio Schillaci firma le nuove nomine del gruppo tecnico sulle vaccinazioni, 22 componenti chiamati a orientare le politiche immunizzanti. Il finale è cronaca degli ultimi giorni. Montano le polemiche per la designazione di due esperti per le loro posizioni critiche sugli mRNA e la somministrazione in età pediatrica.

Il Patto Trasversale per la Scienza lancia una petizione che supera le 34 mila adesioni, con gli interventi pubblici di Giorgio Parisi e Silvio Garattini; Francesca Russo lascia l’organismo in segno di dissenso. Il 16 agosto il ministro azzera l’intero NITAG e rinvia a settembre una ricostituzione «rigorosa». La FNOMCeO esprime soddisfazione per la scelta, ma il caso certifica la perdita di controllo politico di un dicastero guidato da un tecnico senza retroterra di partito. Da Palazzo Chigi trapela irritazione per una decisione poco condivisa e per una gestione percepita come esposta al vento delle polemiche. 

Le faglie nella maggioranza

La crepa è politica, non procedurale. Forza Italia si allinea al mondo scientifico e spinge per criteri di nomina impermeabili alle polemiche; la Lega imbocca la strada del “pluralismo” e accusa la revoca di essere un cedimento. Matteo Salvini parla di «qualcosa che non funziona al ministero», mentre Francesco Lollobrigida ricorda che «non sempre il pensiero scientifico dominante è quello giusto».

Sono frasi che mettono in pubblico la sfiducia e raccontano l’idea di un commissariamento politico del dicastero.  Nel frattempo il calendario fa la sua parte: la maggioranza vuole evitare scosse prima delle regionali già fissate (Marche 28–29 settembre; Valle d’Aosta 28; Toscana 12–13 ottobre), preferendo il controllo dei dossier alla narrativa del rimpasto. Le date sono sui decreti e sulle agenzie, e tengono il governo in modalità attesa. 

Gli scenari sul tavolo

Nel brevissimo periodo lo schema più probabile è la sopravvivenza a tempo: Schillaci resta, ma con un perimetro ridotto. Si ricostituisce il NITAG con criteri “blindati”, si chiude il cantiere organizzativo del ministero e si attiva l’ufficio del viceministro per una catena di comando più corta. Il Consiglio dei ministri ha già approvato in via preliminare il regolamento che reintroduce la figura, anche se la promozione resta congelata.

In questa cornice si colloca l’ascesa di Marcello Gemmato, oggi sottosegretario: promozione a viceministro già scritta nei regolamenti ma congelata due volte tra giugno e luglio, con ipotesi di staffetta a ministro dopo il voto. È l’opzione funzionale alla filiera Palazzo Chigi–Salute. Il profilo alternativo che raccoglie consensi nel mondo ordinistico è Andrea Mandelli, farmacista ed ex vicepresidente della Camera: una scelta “di sistema” capace di rassicurare la comunità scientifica e riequilibrare i pesi con Forza Italia, ma politicamente costosa per Fratelli d’Italia. Da Palazzo Chigi fanno sapere che l’ipotesi Arianna Meloni è “fantascienza”.

Sullo sfondo restano l’extrema ratio di un tecnico puro e la pista del commissariamento di fatto via staff, con il rafforzamento della segreteria e la figura di Rita Di Quinzio come snodo di fiducia dell’area Meloni. Un vincolo esplicito riguarda il Quirinale: profili percepiti come scettici sui vaccini avrebbero poche chance di superare il vaglio. Intanto il ministero fa i conti con la faglia strutturale della sanità. Il definanziamento tendenziale, le liste d’attesa, la fuga di personale e il commissariamento di Agenas spiegano la spinta a riportare le leve al centro, ridisegnando l’organigramma e chiamando un viceministro “forte” a fare da cinghia di trasmissione.

Il punto politico 

Il punto politico è lineare. La contesa sui vaccini è stata il catalizzatore, non la causa. La maggioranza usa il caso NITAG per ridefinire confini e gerarchie: la Lega parla alla propria base identitaria, Forza Italia marca un profilo istituzionale, Fratelli d’Italia testa la tenuta della sua filiera. Nel mezzo, Schillaci ha smarrito l’unico capitale che un tecnico può spendere in un governo fortemente politico: l’autorevolezza.

Se resterà, sarà un ministro dimezzato, funzionale alla tenuta fino a dopo le regionali; se salterà, il nome del successore racconterà più della linea che il governo intende dare alla sanità che del giudizio su di lui. È l’esame che attende Palazzo Chigi nelle prossime settimane: scegliere se restituire centralità alla politica fondata sulle evidenze o piegare la sanità alla convenienza del momento. In gioco c’è il Ssn, non un giro di nomine

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Sbalzi di temperature estivi dell’economia italiana: spiagge roventi, fabbriche gelate

La fotografia scattata a fine luglio è limpida: l’economia italiana ha preso freddo proprio in piena estate. Nel secondo trimestre il Pil è sceso dello 0,1% sul trimestre precedente, con una crescita annua che rallenta allo 0,4%. La variazione acquisita per l’anno è appena +0,5%: numeri che non reggono la retorica dell’ottimismo e che indicano domanda interna in affanno e contributo estero negativo.

Gli indicatori: produzione, servizi e ordini

Giugno ha offerto un rimbalzo minimo della produzione industriale: +0,2% congiunturale, ma ancora –0,9% tendenziale. Il segnale vero è un altro: ad aprile si era interrotta una scia di ventisei mesi di cali su base annua, senza che questo si sia tradotto in una ripartenza solida. Siamo in una fase di limbo, con cicli di commesse intermittenti e impianti che lavorano a singhiozzo.

Nei questionari alle imprese, il manifatturiero resta sotto la soglia-50: a luglio l’HCOB PMI è salito a 49,8, «un soffio» dalla stabilità, mentre i servizi tengono a 52,3. Il composito tocca 51,5, il massimo da maggio, ma gli ordini esteri nei servizi sono in calo da dodici mesi e l’industria continua a segnalare tagli prudenziali alla produzione. Il messaggio è coerente con i conti nazionali: un’economia sospesa, sostenuta soprattutto dal mercato domestico. 

Se si guarda ai decreti su cassa e solidarietà, l’estate è stata un rosario di emergenze. Nel secondo trimestre sono state autorizzate 73,2 milioni di ore di Cassa Integrazione Ordinaria (–20% sul trimestre precedente, ma su livelli ancora elevati), mentre il primo trimestre aveva già segnato 176,5 milioni di ore complessive. Al quadro produttivo si aggiunge l’effetto-clima: l’Inps ha ricordato alle imprese la possibilità di richiedere integrazioni per sospensioni dovute a caldo eccessivo, un’ulteriore variabile di fragilità. 

Le crisi aziendali non sono episodi isolati, ma tasselli di una mappa nazionale che attraversa automotive, elettrodomestico, chimica, moda e logistica. In controluce anche le parole della Cgil: «persistente calo della produzione» e «crisi strutturale dell’industria», con la richiesta di una politica industriale vera, investimenti in innovazione e formazione. 

Ammortizzatori e casi aziendali: l’estate gelida sul campo

Sul versante internazionale, da agosto gli Stati Uniti hanno introdotto un dazio generalizzato del 15% su un’ampia gamma di importazioni, includendo l’Unione europea dopo settimane di minacce su aliquote più alte. Per un Paese manifatturiero e terzista come l’Italia l’impatto non è neutro: l’Istat ha già segnalato un contributo negativo del commercio estero alla crescita. 

Il mercato del lavoro regge ma cambia pelle. A giugno il tasso di disoccupazione è sceso al 6,3% (giovanile al 20,1%), con 16mila occupati in più sul mese. Crescono i dipendenti stabili e gli autonomi, calano gli occupati a termine: un riequilibrio che incrocia la frenata delle filiere cicliche e il maggiore ricorso agli ammortizzatori. La tenuta statistica non cancella il rischio di una normalizzazione al ribasso di ore lavorate e salari reali, specie nei territori più esposti alla crisi industriale.

Il punto, allora, è la direzione. Senza una cornice anti-ciclica che alzi i salari contrattuali, spinga gli investimenti produttivi e acceleri la riqualificazione nei settori a transizione difficile, il Paese continuerà a galleggiare tra rimbalzi tecnici e nuovi stop. Le imprese chiedono certezze su volumi e costi dell’energia; i sindacati una rotta che tenga insieme produttività e qualità del lavoro. In mezzo c’è l’estate italiana del 2025: tiepida nelle spiagge, fredda nelle fabbriche. 

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Marah, funerale d’accusa

A San Giuliano Terme l’addio a Marah non è un rito: è una deposizione. Vent’anni, evacuata da Gaza, è morta a Pisa di corpo sfinito e di assedio. I medici hanno parlato di malnutrizione estrema, il Comune di «genocidio». La procura, per ora, ha scelto di non aprire un’indagine. Intanto, a poche ore di distanza, il governo israeliano rilancia il piano di colonizzazione E1, e l’esercito annuncia la nuova spinta su Gaza City. I puntini si uniscono da soli.

Il funerale dice l’essenziale che la politica tace: «Marah è il simbolo della sofferenza» e della responsabilità che rimbalza dall’Europa a Tel Aviv. Chi chiama “incidenti” le morti da fame confida nella stanchezza dell’opinione pubblica; chi interrompe i corridoi umanitari, o li riduce a vetrina, si fida dell’impunità. Da mesi la strategia è l’esibizione della forza come comunicazione: mostrare il crimine per normalizzarlo, amministrare il lutto per renderlo invisibile.

C’è un punto di non ritorno in questa estetica dell’occupazione: la giuridicizzazione al contrario. Le autorità amministrano la tragedia con verbali, determine, protocolli, ma sospendono la domanda centrale: da dove viene questa morte. Finché l’Italia accetta di assistere in silenzio, continueremo a contare i funerali e a distribuire responsabilità in frazioni.

Il nome di Marah obbliga a scegliere. O si prende sul serio il diritto internazionale – cessate il fuoco, fine dell’assedio, stop a colonie e complicità – oppure si decide che la ragione di Stato vale più della vita. Nel primo caso la democrazia respira; nell’altro, si abitua a trattenere il fiato.

Buon giovedì. 

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Gaza, il referto che fa crollare gli slogan

A Verona la cartella clinica ha fatto quello che la politica elude: ha riportato i fatti. Osama, 5 anni, il bambino di Gaza bollato come «fake», è stato dimesso dopo due mesi di cure al Borgo Trento. Era arrivato il 12 giugno con un volo umanitario, 9,2 chili di peso, diagnosi di grave malnutrizione e un deficit immunitario moderato; oggi è attorno ai 14 chili, continuerà profilassi e controlli ambulatoriali. È una storia medica, prima che mediatica. 

Per settimane il suo volto è stato trascinato nel gioco della propaganda. L’unità COGAT e lo stesso Benjamin Netanyahu hanno indicato le foto dei «bambini affamati» come costruzioni, citando il caso e minacciando azioni legali contro chi le pubblicava. «Sono tutte false», ha detto il premier, trasformando un referto in un processo d’intenti. Qui, invece, hanno parlato i medici. 

«Tra le cause del grave malassorbimento intestinale anche le condizioni imposte dalla guerra», ha spiegato il pediatra che lo ha seguito. Non è un dettaglio: spiega perché un bimbo con comorbidità sia precipitato laddove i farmaci di base, gli enzimi per digerire, il cibo proteico e l’accesso alle cure sono diventati beni rari. Già a maggio Osama era stato fotografato al Nasser Hospital in un ambulatorio per la malnutrizione; e intanto l’ONU registra, solo a luglio, oltre 12 mila casi di malnutrizione acuta sotto i cinque anni, 2.500 gravi. Dati, non slogan. 

Questa vicenda dice qualcosa di più largo del singolo caso. Quando i corpi diventano argomenti, la prima vittima è la verità. Gli ospedali, in Italia come a Gaza, sono gli unici luoghi dove il dibattito torna misurabile: peso, esami, terapie, esiti.

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Due Stati, due posture

Giorgia Meloni viene celebrata per la postura ferma sull’Ucraina. In realtà pratica omeopatia diplomatica: dosi infinitesimali di coraggio diluite in litri di propaganda. Quando il dossier è Israele, il governo imbocca l’ambiguità: inchini cerimoniali all’unica “democrazia del Medio Oriente”, zero parole nette sul diritto violato, nessuna conseguenza politica. È una geometria della viltà: basta non guardare e le mappe tornano comode.

L’Italia ripete “due Stati” come un rosario automatico. Se ci credi, condanni gli insediamenti senza caveat, chiedi lo stop alle operazioni che travolgono civili, imponi un percorso misurabile. Qui invece si preferisce la soglia: “seguire con attenzione”, “auspicare”, “monitorare”. Lessico da sonnambulismo istituzionale, utile a rinviare ogni scelta.

La realtà, intanto, incalza: nuovo cemento che spezza la Cisgiordania, richiamo di riservisti, evacuazioni, Gaza di nuovo sotto i colpi. Non è rumore di fondo; è il luogo dove si misura la credibilità. Se la sovranità ucraina non è negoziabile, non lo è neppure il diritto internazionale a sud del Mediterraneo.

Di cosa avrebbe bisogno una premier “seria e pragmatica”? Di frasi semplici e atti conseguenti. Dichiarare illegali gli insediamenti e trattarli come tali in Ue. Condizionare scambi e licenze militari al rispetto del diritto umanitario, con una clausola secca: alla violazione corrisponde sospensione. Votare in modo coerente all’Onu, sostenere un cessate il fuoco con garanzie per ostaggi e civili, spingere un negoziato reale.

Il resto è coreografia. Chi governa non deve tifare: deve scegliere. L’Italia non è spettatrice, pesa. E pesa soprattutto quando decide di non decidere. A forza di fischiettare, la politica estera si riduce a posa da passerella: fotogenica, innocua, inutile. Il coraggio, quello vero, oggi si misura nel rompere la nebbia delle formule e dire con chiarezza da che parte si sta: dalla parte del diritto, sempre, senza ipotesi di sonno. Punto, senza equivoci.

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Più rimpatri, ma solo nei comizi: i numeri smentiscono le promesse di Meloni. Il Fact Checking di Pagella Politica

Giorgia Meloni aveva promesso «più rimpatri» e un cambio di paradigma: fermare le partenze, velocizzare le espulsioni, “rimettere ordine” con Centri di permanenza più capienti e “funzionanti”. In campagna elettorale l’icona era il «blocco navale», formula-slogan mai diventata politica pubblica: impraticabile sul piano giuridico e logistico, lo hanno ripetuto giuristi e perfino membri dell’attuale maggioranza, a partire dal ministro Nordio.

A ogni Ferragosto, però, il Viminale canta vittoria. Quest’anno ha esibito il video dei «dati già buoni» e l’ennesimo impegno a «far entrare solo per vie regolari», rivendicando l’aumento delle espulsioni. Ma i numeri non reggono il tono trionfale: nel 2024 i rimpatri forzati sono stati 5.414 (erano 4.751 nel 2023) e nei primi sette mesi del 2025 sono a quota 3.463 (+12% sul 2024). La tendenza è in crescita, sì, ma resta sotto i livelli pre-pandemia: tra il 2017 e il 2019 la media mensile oscillava fra 533 e 544 casi e nel 2019 furono 6.531, oltre mille in più del 2024. Anche i rimpatri volontari assistiti: 290 in tutto il 2024, 382 già a luglio 2025, ma ben al di sotto dei picchi del 2017-2018. Lo documenta con chiarezza l’analisi di Pagella Politica, che smonta la narrazione del governo: «Nel complesso, i numeri restano inferiori al passato». 

Rimpatri, promesse e realtà dei numeri

Il punto sta qui: la promessa era di “aumentare i rimpatri” come leva risolutiva. La realtà è un apparato che fatica: accordi bilaterali instabili, costi elevati, tempi lunghi, identificazioni difficili. La propaganda si affida all’enfasi del momento – conferenze stampa, dossier ferragostani, slogan sulla “tolleranza zero” – ma l’indicatore che conta resta inchiodato: rispetto agli anni in cui al Viminale sedevano Minniti, Salvini o Lamorgese, l’Italia di Meloni rimpatria meno. Lo confermano i dati ufficiali raccolti e messi in serie da Pagella Politica, che fanno piazza pulita delle iperboli agostane. 

C’è poi l’altra faccia, quella che non finisce nei comunicati: mentre i rimpatri “per vie legali” arrancano, l’Italia continua a sostenere la cosiddetta Guardia costiera libica, che intercetta in mare e riporta indietro persone in fuga verso l’Europa. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ripete da anni che la Libia «non è un porto sicuro», e contabilizza settimana dopo settimana gli “intercettati e riportati a terra”. A fine luglio 2025 gli intercettati risultavano già oltre 14.100 dall’inizio dell’anno, con centinaia di morti e dispersi; il flusso continua anche in agosto, con aggiornamenti settimanali che registrano centinaia di persone riportate a Tripoli e Tobruk. Sono numeri che descrivono una delega strutturale del contenimento ai partner nordafricani.

Respingimenti delegati alla Libia

Il quadro giuridico è noto: la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso «Hirsi Jamaa c. Italia», ha stabilito che riportare persone in Libia viola il divieto di respingimenti collettivi e il principio di non-refoulement. Cambiano gli attori sullo schermo – più spesso pattugliatori libici invece di unità italiane – ma il risultato non cambia: si torna in un Paese dove l’IOM e le ONG documentano detenzioni arbitrarie, violenze, estorsioni.

Nel 2023 e nel 2024 l’Italia ha continuato a fornire mezzi e addestramento: gli stessi pattugliatori donati da Roma sono stati coinvolti in episodi di intimidazione ai danni dei soccorsi umanitari in acque internazionali. E a livello europeo, in tre anni Frontex ha trasmesso oltre duemila “posizioni” di barche dirette ai libici, alimentando un meccanismo di intercettazioni che scarica lontano dagli occhi il fallimento delle politiche di asilo.

Qui sta la contraddizione che conta: a casa si celebra l’aumento degli allontanamenti coatti, ma al largo si accetta – e si alimenta – un sistema di respingimenti che sposta il confine giuridico fuori campo, violando lo spirito delle sentenze e i principi base della protezione internazionale. Il governo aveva promesso ordine e legalità; la fotografia restituisce meno rimpatri di ieri e più “esternalizzazione” di oggi. La politica dei numeri funziona solo se sono veri, verificabili e coerenti con il diritto. Quelli raccontati nelle veline estive non lo sono; quelli raccolti da chi misura davvero, sì. E dicono che il governo Meloni, sui rimpatri, fa peggio di chi lo ha preceduto. 

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Compagno Salvo, memoria viva dell’antimafia

Tra le sue molte qualità, Salvo Vitale aveva quella di ridere di mafia molto più sul serio di molti polverosi e narcisisti studiosi del crimine organizzato. Salvo Vitale era uno dei compagni di Peppino Impastato, ma soprattutto Salvo Vitale era quell’idea, nata in quegli anni, di dedicarsi totalmente all’attivismo.

Oggi potremmo dire che Salvo Vitale ha inventato l’antimafia internazionale ancora prima che qualcuno coniasse il termine. Era mille cose, perché conteneva migliaia di battaglie e di tutte sapeva sempre dove fosse il capo del filo.

Aveva compiuto 82 anni pochi giorni fa. Facendosi carico della lezione di Peppino e dell’esperienza della trasmissione radiofonica Onda pazza, è diventato il più autorevole giullare antimafioso dalla parte degli oppressi. Con la sua generosità spericolata ha tenuto viva la memoria di Peppino e di mamma Felicia attraversandone tutte le stagioni: sia quando quella storia era un culto che rischiava di appannare i sensi sia quando qualcuno sperava di rimetterla nel cassetto dei memorabilia.

Salvo Vitale è morto, ma è stato tremendamente vivo. Così vivo che se lo portano in giro a pezzi i tanti giovani che ha incontrato, infaticabile araldo della giustizia come bene vitale, insieme all’arte, insieme alla conoscenza, insieme alla consapevolezza. Cercava “il focolaio di agitazione che nasce dove ci sono uomini che subiscono ingiustizie”. “È lì che c’è un compagno, è lì che resiste l’idea della lotta, la volontà di non arrendersi alla sopraffazione”, aveva scritto.

Salvo non c’è più. “Mettere in mezzo a tutto una grande, comune risata”, diceva. Un sorriso, compagno Salvo.

Buon mercoledì.

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Regionali al buio, partita la corsa alle elezioni spezzatini: i candidati consiglieri fanno campagna, ma non sanno per chi

È partita la corsa più surreale dell’anno: gazebo, santini e dirette social dei futuri consiglieri regionali, mentre in mezza Italia mancano ancora date certe e candidati presidente. Nei mercati e nelle piazze si moltiplicano volti e promesse; la domanda che rimbalza ai banchetti è semplice e spietata: «Ma per chi sto facendo campagna». Oggi le agende realmente fissate sono poche: Valle d’Aosta al voto domenica 28 settembre; Marche in cabina domenica 28 e lunedì 29 settembre; Toscana domenica 12 e lunedì 13 ottobre, con deposito liste entro il 12 settembre. A fare da comprimaria, la Calabria anticipata al 5–6 ottobre. Il resto è ancora un orizzonte di ipotesi.   

Tre certezze (e un’ultima ora)

In Valle d’Aosta il decreto è in bollettino e le macchine elettorali sono già in stampa; qui il presidente viene scelto dal Consiglio regionale dopo il voto, non direttamente. Nelle stesse ore arriva una novità sostanziale: la legge elettorale appena promulgata introduce fino a tre preferenze (con vincolo di genere), in vigore da domani per il voto del 28 settembre. È un dettaglio tecnico che racconta un clima opposto al resto del Paese: regole chiare, tempi definiti.

Nelle Marche il quadro è lineare: il presidente uscente Francesco Acquaroli cerca il bis e sfida Matteo Ricci, con la campagna già nel vivo. In Toscana Eugenio Giani ha firmato il decreto e, il 18 agosto, ha chiuso con il M5S un patto scritto: si vota il 12–13 ottobre e le scadenze sono scolpite. Due cornici nitide in un panorama che altrove resta sfuocato.

Poi c’è la Calabria, compressa dai tempi: l’anticipo al primo weekend di ottobre, conseguenza delle dimissioni del governatore Roberto Occhiuto, costringe alleanze e liste a una rincorsa in pieno settembre. 

Veneto, Campania, Puglia: partite senza fischio d’inizio

Il Veneto è la cartina di tornasole. Il “dopo-Zaia” ha aperto un braccio di ferro nel centrodestra: la Lega rivendica la continuità, Fratelli d’Italia la leadership. Tra i nomi che circolano compaiono Luca De Carlo, Elena Donazzan e Flavio Tosi; il centrosinistra ha già investito Giovanni Manildo. Il Consiglio di Stato ha fissato il paletto: si deve votare entro il 20 novembre. La data non c’è, e la sola ipotesi di una lista personale dell’ex presidente aleggia come variabile destabilizzante della coalizione.

In Campania lo stallo è strutturale. La strada del terzo mandato è stata chiusa dalla Consulta; nel campo progressista prende quota l’ipotesi Roberto Fico, mentre a destra rimbalzano i nomi di Edmondo Cirielli e profili “tecnici”. Sulle date, la finestra del 16–17 novembre riappare a ondate, ma senza un decreto restano solo indiscrezioni.

In Puglia la trama riguarda l’architettura delle alleanze: l’asse Decaro–Conte si costruisce tra diffidenze e veti incrociati; il centrodestra prova un profilo civico-industriale e testa più nomi. L’uscente Michele Emiliano, non ricandidabile, pesa comunque sugli equilibri con l’ipotesi di una discesa al Consiglio. Anche qui, senza decreto, la campagna resta sospesa.  

Lo spezzatino che fa comodo

Niente election day: si voterà a macchia di leopardo, in weekend diversi. La prima conseguenza è mediatica: il voto sparso impedisce una lettura nazionale, spezza il giudizio e attenua l’onda d’urto di eventuali sconfitte. La seconda è logistica: raccolte firme, stampe e depositi scivolano su calendari mobili, con costi e incertezze a cascata per liste e comitati. La terza è politica: coalizioni e programmi restano in stand-by finché non si scioglie il nodo dei nomi. È l’effetto pratico dello “spezzatino” d’autunno. 

C’è anche un risvolto regolatorio: dalla convocazione dei comizi scattano i divieti di comunicazione istituzionale per le amministrazioni, mentre la propaganda “privata” dei candidati può correre. Risultato: gli uscenti dosano le apparizioni, gli aspiranti consiglieri presidiano il territorio con un «branding personale» spesso slegato da un programma di coalizione. Sono i «candidati fantasma»: facce, promesse e hashtag senza un presidente a cui legarsi, monologhi senza copione che popolano feed e rotatorie.

Effetto midterm diluito 

Sul fondo, la lettura più scomoda: frammentare il calendario diluisce l’effetto di midterm e consente di “gestire” i risultati regione per regione. È una scelta che privilegia la convenienza politica rispetto alla chiarezza del confronto pubblico e ai risparmi dell’accorpamento. L’autunno a macchia di leopardo non è un disguido organizzativo: è il perimetro in cui si chiede agli elettori di decidere con informazioni incomplete e ai candidati di fare campagna senza sapere per chi. 

La domanda che rimbalza ai banchetti non è uno slogan, è un sintomo: «Ma per chi sto facendo campagna» Finché decreti e nomi resteranno nel limbo, la risposta sarà quella che si sente sussurrare sotto i gazebo: per nessuno. Con un costo evidente – settimane sottratte al merito, alla trasparenza sulle alleanze, alla verifica dei programmi – e un vantaggio altrettanto evidente per chi tiene in mano il metronomo del voto.

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