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Gaza è una sindone

«Gaza non è un’eccezione. Gaza è la sindone del governo di Israele.» La trama si legge nitida aprendo il rapporto di Mediterranea with Palestine su Masafer Yatta: in 129 giorni, 838 violazioni in 27 villaggi; quasi una su due è un’invasione di proprietà (409), poi 51 demolizioni, 110 tra arresti e detenzioni, 12 nuovi o ampliati avamposti. È un metodo: coloni e forze dell’ordine agiscono in sincrono per produrre spossessamento e resa. 

Il diritto lo dice da tempo. Nel Parere del 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia qualifica l’insieme delle pratiche israeliane nei Territori occupati come illegale; impone agli Stati terzi obblighi di non riconoscere, non assistere, cooperare per far cessare la situazione. Non una nota a margine: un vincolo giuridico. 

I numeri descrivono l’ingegneria demografica: oltre 700.000 coloni in Cisgiordania, avamposti incentivati e poi “legalizzati”; l’invasione della sfera privata come anticamera di aggressioni, incendi, blocchi, confische. La “de-palestinizzazione” è una politica di Stato. 

C’è poi l’architettura carceraria: corti militari con tassi di condanna fino al 99,7%; detenzioni amministrative senza capi d’accusa rinnovabili; a maggio 2025 i prigionieri palestinesi sono 10.068, con migliaia di persone senza processo. È la normalizzazione dell’arbitrio come strumento di governo. 

Per questo Gaza è una sindone: imprime sul tessuto del presente l’immagine rovesciata di un sistema che si vede identico, seppure a intensità variabile, da Hebron a Khan Younis. La comunità internazionale non può continuare a contemplare il lenzuolo e fingere di non riconoscere il corpo.

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Tra Gaza e Kiev la destra litiga sui vaccini

Ferragosto è il paravento. Fuori, Gaza conta i morti e l’Ucraina è nell’ennesimo tornante della guerra. Dentro, il governo trova il tempo per azzuffarsi sui vaccini come in un’aula scolastica. La sequenza è istruttiva: il 6 agosto il ministro Schillaci nomina 22 membri del Nitag, tra cui due figure contestate per posizioni anti-vaccinali; il 16 agosto, travolto dalle proteste scientifiche e politiche, revoca tutto. Dieci giorni per certificare l’improvvisazione. 

Poi arriva il rimbalzo di responsabilità. Salvini accusa: «Pessimo segnale», «prima nomina poi si auto-azzera». Lollobrigida attacca la «scienza dominante». Palazzo Chigi fa filtrare irritazione. È la destra di governo che litiga con se stessa mentre rivendica “ordine” al Paese. Fotografia nitida dello spessore politico: si preferisce la rissa ideologica alla gestione silenziosa di una materia che richiede rigore, continuità, trasparenza. 

Nel merito, il danno è doppio. Si mortifica il lavoro della sanità pubblica, esponendo la politica vaccinale a ondate di propaganda, e si trasmette l’idea che l’evidenza scientifica sia negoziabile a seconda dell’umore del giorno. Lo dicono anche pezzi della stessa maggioranza, da Gasparri a Ronzulli, costretti a sostenere la retromarcia del ministro per arginare l’ennesima figuraccia. Un governo che deve smentire se stesso in quattro comunicati ha un problema di metodo prima ancora che di contenuti. 

La vicenda Nitag non è un incidente estivo: è un promemoria. In un Paese provato da crisi sociali e sanitarie, discutere di vaccini come tifoserie avverse significa legittimare le bolle complottiste e svuotare la responsabilità istituzionale. Mentre il mondo brucia, qui si gioca ai soldatini con la salute pubblica. E quando si spalanca la porta della scuola, i bambini crescono; il governo, invece, resta fermo al cortile.

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Meloni e il rapporto con i media: “Non ho voglia di parlare con la stampa italiana”. Un programma di governo in due parole

Nello Studio Ovale allargato, Giorgia Meloni risponde con un sorriso all’osservazione del finlandese Alexander Stubb sulla disponibilità di Donald Trump a far entrare i giornalisti: «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana». È un fuori onda, ma è soprattutto una confessione. Pochi minuti dopo, quando Trump propone di prendere qualche domanda, la premier sussurra che «è meglio di no, andremmo troppo lunghi». La scena vale come prova regina: non un incidente, ma la sintesi di un metodo rodato a Roma e riprodotto a Washington. 

Evitare il contraddittorio

Dopo il naufragio di Cutro e la conferenza tesa del 9 marzo 2023, le “vere” conferenze stampa diventano rare. Si preferiscono dichiarazioni a margine, tempi contingentati, nessuna replica. È un pattern misurabile: analisi comparative indicano che nell’arco del mandato, Meloni ha tenuto in media circa una conferenza stampa al mese, molto meno dei predecessori; e alla conferenza di inizio 2025 la regola è «una domanda a testa», senza possibilità di incalzare. Anche la tradizionale conferenza di fine 2024 fu rinviata a gennaio, con relative polemiche sui motivi dello slittamento.  

Nel frattempo cresce la comunicazione “diretta”: la rubrica social “Gli appunti di Giorgia”, le interviste a reti e giornali amici, il controllo narrativo spostato su canali selezionati. Il risultato è un’agenda senza mediazioni, in cui il confronto pubblico si riduce a monologo e le domande ostili vengono sterilizzate. Anche a Washington, lo si è visto, la scelta è evitare il rito del Q&A.  

A difesa, la premier ostenta numeri («350 domande nel 2024») che confondono scambi mordi e fuggi, interviste benevole e occasioni di reale contraddittorio. Gli ordini professionali hanno fatto notare che senza repliche il dialogo è sbilanciato: non è una formalità, è la sostanza del controllo democratico.  

L’attacco preventivo ai media

Al disinnesco del contraddittorio si affianca la delegittimazione. A Pechino la premier bollò come «portatori di interesse» alcune testate critiche, confondendo un rapporto ufficiale Ue sullo Stato di diritto con un dossier indipendente: un errore fattuale trasformato in strumento retorico. Il messaggio è costante: se la critica esiste, è sospetta; se insiste, è “fake news”. 

Il braccio politico esegue. Fratelli d’Italia ha intrapreso azioni senza precedenti contro Report e il giornalista Giorgio Mottola, mentre in Parlamento sono comparsi emendamenti punitivi sulla diffamazione, poi ritirati dopo le proteste. Sul terreno giudiziario, la stagione delle querele “temerarie” resta un fatto: casi celebri (Saviano) e contenziosi con testate indipendenti (compresa La Notizia) hanno segnato questi anni, con esiti alterni ma con un effetto certo, l’autocensura.  

C’è di più. L’episodio Scurati – monologo sul 25 aprile cancellato e poi “recuperato” dalla premier sui propri canali – ha mostrato come il potere possa intervenire prima sul quadro e poi sulla cornice, intestandosi la riparazione e perfino il testo. L’Usigrai ha parlato di «Tele-Meloni» e ha respinto il ruolo di megafono del governo. 

Classifiche, watchdog, servizio pubblico

La confessione americana arriva su un terreno già arato dagli osservatori. Reporters sans frontières registra il peggioramento dell’Italia nell’Indice sulla libertà di stampa: dal 46° posto (2024) al 49° (2025), con riferimenti alle pressioni politiche, alla concentrazione editoriale e al caso Agi. Non è un giudizio d’opinione: è un dato comparato internazionale. 

Il consorzio europeo Mfrr parla, dal 2024, di «pressioni senza precedenti» e censisce un picco di segnalazioni su minacce e interferenze; i numeri raccolti sulla piattaforma Mapping Media Freedom indicano un balzo di alert dall’insediamento del governo. La Fnsi ha denunciato perfino «liste di proscrizione» contro cronisti indicati come “anti-Meloni”, chiedendo l’intervento del Viminale.  

Sul servizio pubblico, le nomine e i casi editoriali hanno alimentato scioperi e proteste. Il sindacato Rai ha segnalato una torsione dell’indipendenza e della pluralità; i dossier internazionali registrano la tendenza. Nello stesso contesto, è esplosa la vicenda spyware (Paragon/Graphite): tra i bersagli anche giornalisti italiani, con richieste di chiarimenti da parte di istituzioni e ong. Palazzo Chigi ha negato abusi, ma il danno alla fiducia resta. 

Social senza contraddittorio

Le giustificazioni ufficiali non spostano il punto. Delegare i ministri «per evitare il leaderismo» non equivale a sottrarsi al confronto come capo del governo; rivendicare l’uso dei social non sostituisce le domande in diretta; evocare “campagne” contro l’esecutivo non assolve dalle responsabilità di trasparenza. Gli standard liberali prevedono che chi governa si sottoponga a domande difficili, regolarmente, in sedi aperte, con repliche, senza scelta preventiva degli interlocutori. La fotografia scattata dai dati e dagli episodi dice altro.  

C’è infine l’effetto sistemico. Se si riduce lo spazio del contraddittorio, se si etichetta la stampa scomoda, se si minaccia sul piano legale o si restringe l’accesso agli atti giudiziari, l’ecosistema informativo si impoverisce: i cittadini diventano destinatari di messaggi, non partecipanti al dibattito; i giornalisti si muovono in un clima di rischio e convenienza; il servizio pubblico si adatta. È la democrazia a perdere definizione.  

La frase intercettata alla Casa Bianca chiude il cerchio più di ogni analisi. «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana» non è un vezzo privato; è la rivendicazione di un modello di governo che preferisce il monologo al confronto, l’adesione alla verifica. In tre anni i segnali c’erano tutti. Ora sono diventati parole. E, soprattutto, prassi. 

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Usa, stop ai visti sanitari per i minori di Gaza: l’ultradestra segna un altro punto

Washington ha fermato l’unico corridoio verso sale operatorie, protesi e trapianti per i bambini di Gaza. Il Dipartimento di Stato ha sospeso l’emissione dei visti medico-umanitari, ufficialmente per una «revisione delle procedure». La stretta arriva dopo giorni di campagna online dell’ultradestra guidata da Laura Loomer, che ha agitato allarmi infondati su presunti «rischi jihadisti» legati agli arrivi. In poche ore propaganda e amministrazione hanno marciato insieme: gli influencer rivendicano la vittoria, l’apparato federale si chiude in una formula anodina. Nel mezzo ci sono minori con fratture esposte, ustioni, amputazioni traumatiche, candidati a innesti, riabilitazioni complesse, protesi su misura. Per loro il rinvio non è carta in più: è un intervento che salta e una disabilità che si cristallizza.

La sequenza dei fatti è nitida. Organizzazioni come Heal Palestine e il Palestine Children’s Relief Fund, insieme a équipe statunitensi, avevano attivato trasferimenti per casi gravi già valutati e documentati. Ogni pratica passava controlli multipli: vagli ai valichi, verifiche di sicurezza, appuntamenti consolari, certificazioni cliniche. Poi il blocco: pratiche congelate, voli cancellati, famiglie lasciate in attesa. I numeri sono piccoli, l’impatto enorme. Un sistema costruito in mesi per garantire poche decine di cure ad alta complessità è stato sospeso con un comunicato che non porta dati, solo prudenza.

Conseguenze cliniche, non burocrazia

Il tempo, in medicina, non è neutro. Una protesi montata in ritardo altera per sempre la postura di un bambino in crescita. Un innesto pelle-muscolo che salta apre la strada a infezioni e nuove amputazioni. Una frattura non trattata nel giusto tempo diventa dolore cronico. La sospensione dei visti non è un atto tecnico; è una terapia negata. Le Ong parlano di scelta «crudele». I medici ricordano che i programmi non sono reinsediamenti ma cicli di cura con rientro in Medio Oriente, e che i costi sono coperti da fondazioni, non dal contribuente americano. La catena di sicurezza era robusta: i pazienti sono tracciati, gli accompagnatori identificati, le strutture ospedaliere accreditate. Il presunto rischio evocato dalla rete non trova riscontro nei dossier.

La cornice politica

Sulla scena interna il partito del sospetto brinda. Esponenti repubblicani definiscono lo stop un successo politico. Loomer applaude e invoca ulteriori divieti, trasforma i corpi dei feriti in un totem identitario. È la solita regia: la narrativa social sposta l’agenda, l’istituzione si adegua, il linguaggio della sicurezza occupa lo spazio lasciato vuoto dai fatti. Mancano prove di minacce concrete; abbondano invece le testimonianze di équipe che attendevano i pazienti a Houston e a San Francisco. La sproporzione è il punto: poche decine di casi, una macchina di controlli multilivello, una decisione che colpisce l’obiettivo più facile da sacrificare, i minori feriti.

Il controluce internazionale aiuta a capire. In Europa proseguono programmi di accoglienza temporanea per interventi specialistici e protesici; anche l’Italia, a metà agosto, ha distribuito piccoli pazienti in più regioni con protocolli firmati e responsabilità chiare. La differenza è nel criterio: qui decide il bisogno clinico, lì la pressione digitale. Una democrazia solida misura le paure, non le amplifica. Quando la cautela diventa spettacolo e sostituisce la prova, la politica abdica alla sua funzione minima: proteggere i vulnerabili, a partire dai bambini. Non serve retorica per chiudere: bastano tre immagini. Un tutore vuoto appeso a un letto perché la protesi non è arrivata. Un volo che non decolla. Un foglio consolare che sposta la cura a data da destinarsi. Washington può chiamarla revisione; per chi aspetta è rinuncia alla cura.

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Legge Fornero intatta: la promessa di Salvini sulle pensioni, spernacchio incluso, è rimasta solo uno slogan

Matteo Salvini l’aveva messa semplice: «La prima legge che il mio governo cancellerà è la Fornero», con l’impegno personale a farsi «spernacchiare» se entro un anno non fosse avvenuto. Oggi, agosto 2025, quella frase è un reperto storico: la Fornero resta il regime ordinario con cui si va in pensione. Le norme e i numeri non lasciano scampo.

Il triennio delle deroghe alla legge Fornero

Al governo nel 2018–2019, la “cancellazione” si è tradotta in una deroga a tempo. Con il Dl 4/2019 arrivò Quota 100 (62+38) valida per il solo triennio 2019–2021: un binario parallelo, non un’abolizione. A consuntivo, le domande accolte sono state poco meno di 380mila contro le circa 678mila stimate; la spesa si è fermata a 23,2 miliardi rispetto ai 33,5 stanziati, con 10,3 miliardi “risparmiati” perché la platea è stata molto inferiore al previsto. La riforma del 2011, intanto, è rimasta in piedi come cornice ordinaria.

La ritirata con Quota 103

Con Meloni a Palazzo Chigi e Salvini vicepremier, la parola «abolizione» è evaporata. È nata Quota 103 (62+41), ma in versione asciutta: calcolo interamente contributivo, tetto all’assegno fino a quattro volte il minimo fino ai 67 anni, finestre più lunghe (7–9 mesi). L’uso è rimasto modesto e via via più selettivo, con volumi di domanda inferiori alle attese; nel frattempo l’ordinario è rimasto quello della Fornero. La sequenza 100–102–103 non ha sostituito la riforma del 2011: ha prodotto deroghe via via più restrittive e a scadenza.

La bandiera identitaria è rimasta sullo sfondo: Quota 41 «per tutti». Non è arrivata per una ragione semplice: costa. Le stime più citate quantificano oltre 65 miliardi in nove anni. Da qui gli slittamenti: dall’«entro un anno» al «fine legislatura», fino alle versioni “light” con ricalcolo contributivo che tagliano gli assegni pur di poter dire «l’abbiamo fatta». È il riconoscimento, tra le righe, che l’obiettivo integrale è incompatibile con i conti pubblici e con i vincoli di bilancio.

La narrazione è scivolata dall’«azzerare» allo «smontare pezzo per pezzo», fino al «abbiamo fermato la Fornero» dopo Quota 103: formule che non corrispondono agli atti. In Gazzetta Ufficiale l’architettura Fornero resta intatta nei suoi cardini: età, aspettativa di vita, calcolo. Ape sociale e misure selettive per lavori gravosi hanno tenuto insieme pezzi di consenso, ma non sostituiscono una riforma complessiva. È la differenza tra politica degli slogan e politica dei saldi: la prima riempie i talk show, la seconda fa quadrare i conti.

Il punto giuridico e quello politico

Il punto giuridico è netto: la Legge Fornero non è stata abrogata né sostituita. Quello politico pure: la promessa «Azzero la Fornero» è rimasta slogan. A fare testo sono gli atti e i bilanci, che raccontano altro: deroghe a termine, adesioni inferiori alle attese, un sistema ricondotto verso l’assetto del 2011. E quella sfida al pubblico – «se tra un anno non l’avremo fatto siete titolati a spernacchiarmi» – oggi suona come un’autocertificazione del fallimento. 

«Stop Fornero» è rimasto uno striscione buono per i palchi; il diritto positivo racconta altro. Le “quote” hanno agito come valvola temporanea, poi sempre più ristretta, senza scardinare la legge del 2011. Quota 41 universale si è rivelata economicamente insostenibile nel perimetro dato. E lo “spernacchio” evocato da Salvini, alla prova dei fatti e delle leggi, è diventato un’autocertificazione del fallimento: chi promette l’abolizione totale e consegna deroghe con assegni più bassi certifica da sé il valore attuale della promessa. Zero o giù di lì.

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Mediterranea accerchiata: la guardia che sembra una gang

A 35 miglia da Zawiya, in acque internazionali, la nave umanitaria Mediterranea è stata circondata per due ore da otto barchini con il segnale di riconoscimento spento (AIS). Alla radio insulti e intimidazioni: «Andate via». I mezzi sono rientrati verso la costa libica. Su uno si vede la livrea della Gacs, la polizia costiera del ministero dell’Interno (che opera su motovedette cedute dell’Italia, ndr), su altri il simbolo della Stability Support Authority (SSA), un potente gruppo armato di Tripoli. È il cortocircuito che conosciamo: sigle statali e milizie che si muovono insieme.

L’episodio fotografa un sistema. Da anni l’Italia e l’Unione europea finanziano la “gestione” dei confini in Libia. Il risultato è sotto gli occhi: navi civili minacciate in mare, persone intercettate e riportate in centri dove le agenzie dell’Onu segnalano violenze e detenzioni arbitrarie. La catena di comando è opaca, le sigle si sovrappongono, la linea tra Stato e bande si sbriciola. Quando un mezzo con colori ufficiali agisce come un gruppo irregolare, una quota di responsabilità ricade anche su chi paga.

Il punto ora è pratico. Servono tre decisioni verificabili: trasparenza su chi comanda cosa, sospensione dei fondi alle unità coinvolte in minacce o abusi, corridoi legali e missioni di soccorso europee coordinate. Continuare a delegare al buio significa accettare che scene come quella di Zawiya diventino routine. In mare il linguaggio è semplice: o proteggi le persone e chi le salva, oppure proteggi il ricatto di chi punta le armi. E questo non può essere il nostro nome nel Mediterraneo.

Buon martedì.

Immagine da un video ufficiale della Gacs libica

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Punire tutti, salvare il potere: dottrina Gaza

Il genocidio è una politica, non un incidente. Il ciclo è chiaro: mentre in Israele decine di migliaia di persone chiedono un accordo per liberare gli ostaggi, il premier attacca chi protesta, equipara i familiari a «fiancheggiatori di Hamas» e avverte che le piazze «garantiscono un nuovo 7 ottobre». È l’uso del dolore come strumento di governo, funzionale a prolungare la guerra e a schiacciare il dissenso. Sul tavolo, intanto, c’è una nuova proposta di cessate il fuoco mediata da Qatar ed Egitto; le fazioni palestinesi hanno sollecitato Hamas a rispondere. Ma Netanyahu insiste sul pacchetto “tutto in uno”: liberazione completa, resa di Hamas, controllo israeliano su Gaza. Ha ripetuto che le intese parziali «appartengono al passato». Condizioni scritte per non atterrare: l’esito utile non è l’accordo, è il rinvio. 

A Gaza la politica diventa geografia: ordini di evacuazione di interi quartieri, la parrocchia della Sacra Famiglia avvisa che «si distribuiscono tende». È il trasferimento forzato in forma amministrativa, l’urbanistica della precarietà. La fame resta l’arma meno rumorosa. Amnesty parla di una strategia deliberata di affamamento: convogli bloccati, infrastrutture distrutte, bambini denutriti. È la distruzione delle condizioni di vita, non un danno collaterale.

Chiamare questa sequenza “guerra” oscura la realtà: punizione collettiva, deportazione di fatto, negazione del soccorso. Si può misurare nei corpi e nelle mappe. Finché la comunità internazionale accetterà la semantica dell’emergenza, la politica del genocidio resterà ordinaria amministrazione.

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Il vero record italiano sul Pnrr

La Procura europea (Eppo) conta 179 indagini in Italia sui fondi del Recovery a fine 2023, su 233 totali legate al Rrf. Sono fascicoli, non sentenze, ma bastano a incrinare la narrazione del governo: le rate arrivano, i controlli arretrano. La centralizzazione a Palazzo Chigi e la “semplificazione” degli appalti hanno accelerato la spesa; hanno anche aperto varchi a irregolarità che oggi esplodono nelle procure. È questo il punto: l’architettura scelta per correre ha ridotto la trasparenza lungo la filiera, mentre la dimensione del piano italiano (circa 194,4 miliardi) massimizza l’esposizione ai rischi.

Chi governa ripete che “sono solo indagini”. Vero, ma il loro volume è indicativo della vulnerabilità del sistema. L’Italia ha il Recovery più imponente d’Europa, quindi più progetti e più controlli; e tuttavia la sproporzione non si spiega con la sola scala. L’Eppo apre fascicoli quando intercetta indizi su appalti distorti, rendicontazioni gonfiate, catene di sub-affidamenti opache, autoriciclaggio: segnali tipici di una spesa che privilegia l’adempimento formale. Il modello a milestone spinge a chiudere step amministrativi più che a validare costi e risultati; la Corte dei conti europea ha già richiamato l’attenzione su presìdi insufficienti, su aiuti di Stato e contratti pubblici. È il motivo per cui, mentre l’Italia incassa regolarmente le rate, in parallelo crescono i sequestri, le perquisizioni e i procedimenti su digitalizzazioni fantasma, efficienze energetiche gonfiate, consulenze fotocopiate. Non è un incidente statistico: è il segno di un ecosistema amministrativo dove deroghe, urgenze e catene di comando accorciate hanno reso più conveniente il rischio d’abuso rispetto alla probabilità di essere scoperti.

Dalla fine del 2023 la cabina di regia è stata assorbita a Palazzo Chigi con la promessa di “mettere in sicurezza” il piano. La traduzione operativa è nota: più commissari, procedure accelerate, maggior spazio al subappalto nel nuovo Codice dei contratti, obblighi di pubblicità alleggeriti, piattaforme pubbliche che non consentono ancora il tracciamento completo dei beneficiari finali. La “velocità” è diventata un fine in sé. Quando emergono le inchieste, la colpa ricade sui furbi locali; ma i furbi prosperano dove la politica tratta la trasparenza come un intralcio e l’Anac come un soprammobile. Blindare davvero il Pnrr significava pubblicare integralmente contratti e varianti, rendere tracciabili pagamenti e subappalti fino all’ultimo fornitore, rafforzare gli audit ex ante, dotare gli enti attuatori di personale stabile e competenze tecniche. Invece la retorica della «semplificazione» ha sostituito l’idea di controllo, e il controllo è rimasto il parente povero della governance.

Il governo rivendica i risultati: obiettivi spuntati, tranche erogate, cantieri avviati. È giusto, ma insufficiente. La domanda politica non è quante rate si incassano, bensì quanta spesa produce valore misurabile e quanto è robusta la diga contro frodi e rendite. Oggi il dato sulle indagini non certifica colpe ma certifica un rischio di sistema. Se l’esecutivo vuole invertire l’immagine di un Paese esposto, deve cambiare postura: meno comunicati trionfali, più tracciabilità, open data completi su affidamenti e sub-affidamenti, poteri e risorse a chi controlla, supporto vero agli enti che eseguono. Finché questo cambio non avverrà, quei 179 fascicoli peseranno come giudizio politico sulla gestione del Pnrr, più ancora che come vicenda giudiziaria.

Un’ultima evidenza: il confronto con gli altri Paesi aderenti all’Eppo mostra che dove i dati sono granulari e i registri dei titolari effettivi restano accessibili, le anomalie vengono intercettate prima. L’Italia deve allinearsi agli standard più alti: anagrafe unica dei contratti, cronologia pubblica delle varianti, tracciabilità dei subappalti, sanzioni automatiche su ritardi e scostamenti, audit ex ante sulla qualità dei risultati e non solo sugli adempimenti. La propaganda resiste un ciclo mediatico; i buchi di controllo restano negli atti e, alla lunga, nel debito. È lì che si misura la responsabilità di governo.

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Naufragio di Lampedusa, la pietà sequestrata da Palazzo Chigi

Chiamano pietà ciò che è strategia: all’alba, in un’area interdetta del porto di Porto Empedocle, le prime undici bare del naufragio del 13 agosto sono state sbarcate e benedette in fretta, lontano dai familiari e dallo sguardo civile. Il cordoglio ridotto a pratica amministrativa, per togliere voce alle domande.

La Prefettura ha smembrato il congedo: feretri dispersi tra Canicattì, Palma di Montechiaro, Grotte, Castrofilippo, Joppolo Giancaxio. Sull’isola restano 23 salme. Una madre somala chiede di riposare accanto alla figlia e al marito annegati a pochi metri dalla salvezza.

Sul traghetto Las Palmas viaggiavano anche 259 persone classificate “vulnerabili”: gravidanze, menomazioni, mutilazioni, i segni dei lager libici. Un ammiraglio ricorda che atti e direttive trattano le barche in rotta come affari di polizia: il soccorso ha cambiato asse. Ecco l’empietà: osservare, delegare, occultare.

L’invisibilità è una tecnica. Niente file di bare, nessun rito collettivo che apra crepe nella narrazione sui “trafficanti”. È già successo: Roccella Jonica 2024, salme distribuite su più porti; Cutro 2023, trasferimenti fermati dalle famiglie.

Le domande restano: chi ha avvistato e quando? chi ha valutato il rischio? quali mezzi erano disponibili? Sottrarre il funerale allo spazio pubblico non disinnesca la responsabilità, la espone. Silenzio: prova di paura e distanza dallo Stato che pretende di rappresentare. È il trucco antico del potere: negare i riti per negare i fatti. I morti restano e con loro la domanda: chi ha deciso, chi ha visto, chi risponde? Ora. Risposte, adesso. Subito.

Buon lunedì.

Immagine dal video delle operazioni di ricerca e soccorso a sud di Lampedusa a cura della Guardia Costiera

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«Una Nakba ogni tanto»: il manifesto della vendetta

Benjamin Netanyahu sogna una nuova Nakba. È la grammatica della forza, mentre in Israele i familiari delle vittime annunciano scioperi e blocchi per forzare un compromesso. A Gaza l’offensiva non si ferma: vengono colpite anche aree dichiarate “sicure” come Muwasi, i bambini continuano a morire, la fame è diventata struttura, l’acqua è contaminata, le malattie corrono. È il risultato di un assedio che ha trasformato la sopravvivenza in concessione politica.
Nel frattempo riemergono le parole dell’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva: per ogni vita spezzata il 7 ottobre “cinquanta palestinesi devono morire”, “anche se sono bambini”, “serve una Nakba ogni tanto”. Non sono scivoloni: sono la verbalizzazione di una dottrina. Il castigo collettivo come metodo, la morte civile di un popolo come prezzo accettabile. Quando il lessico della vendetta diventa politica, il genocidio smette di essere un’accusa e diventa la logica conseguenza.
All’orrore sistemico si affianca una scena che resta negli occhi: il giurista Ghanem Al-Attar cammina alla ricerca d’acqua, vestito con la cura di chi rifiuta di consegnarsi al fango. È la lezione di Primo Levi attraverso il signor Steinlauf: lavarsi nel poco, tenere la schiena dritta, negare il consenso al carnefice. Dignità come ultimo diritto fondamentale.
Per questo l’Europa non può più barattare il proprio silenzio con condizionali diplomatici. Servono sanzioni efficaci, embargo sulle armi, riconoscimento giuridico dei crimini in corso. Chiamare genocidio ciò che coincide con i suoi elementi costitutivi non è un abuso del linguaggio: è un dovere. Il resto è fuffa criminale.

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