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Immigrazione, a Torino condannata la Questura per discriminazione: il volto sistemico dell’Italia che nega il diritto d’asilo

L’8 agosto 2025 il Tribunale civile di Torino, con la sentenza n. 3818/2025, ha stabilito che l’organizzazione dell’Ufficio Immigrazione produceva discriminazione diretta nell’accesso alla procedura di asilo. Una violazione accertata in termini individuali e collettivi. Il verdetto ordina di riorganizzare il servizio «sul modello Milano» entro quattro mesi, vieta le code notturne, impone un sistema di prenotazione trasparente e condanna il Ministero dell’Interno – in solido con la Questura – al pagamento di 13.000 euro di spese legali. Il Viminale ha annunciato ricorso.

La prova di un modello inaccessibile

Il caso nasce da una class action di 18 richiedenti asilo, sostenuti da Asgi e Cgil, per contestare un sistema organizzativo che rendeva di fatto impossibile presentare la domanda di protezione. Le evidenze raccolte documentano attese di giorni all’aperto, assenza di servizi essenziali, ingressi regolati da criteri opachi e discrezionali. Il Tribunale ha qualificato come “mortificanti” le condizioni riservate agli utenti, accertando che l’assenza di un sistema di prenotazione e la selezione arbitraria all’ingresso costituivano una barriera invalicabile. Non rileva l’intenzione soggettiva dell’amministrazione: basta l’effetto oggettivo di una prassi che impedisce a una categoria definita – i cittadini stranieri – di esercitare un diritto previsto dalla legge.

Sei Questure sotto i riflettori giudiziari

Torino è parte di un quadro più ampio. Negli ultimi tre anni almeno altre cinque Questure – Roma, Parma, Bologna, Monza e Verona – sono state destinatarie di provvedimenti giudiziari per ostacoli illegittimi nell’accesso alla protezione internazionale. A Roma, dal 2023 al 2025, ordinanze hanno imposto di formalizzare domande anche per detenuti e titolari di “protezione speciale”, censurando l’assenza di sistemi di prenotazione e le code notturne. A Parma, nel 2023, il Tribunale di Bologna ha dichiarato illegittimi i ritardi che impedivano l’accesso all’accoglienza. A Monza e Brianza, nel 2024, la formalizzazione è stata ordinata dopo un anno di inerzia. A Verona, lo stesso anno, il Tribunale ha ridotto da otto mesi a 45 giorni l’attesa per un appuntamento. In Veneto sono in corso azioni collettive per ritardi sistematici superiori ai tre mesi.

Il quadro normativo

Il quadro normativo è chiaro. L’articolo 26 del d.lgs. 25/2008 impone la verbalizzazione della domanda entro tre giorni, prorogabili a dieci in casi eccezionali. Gli articoli 4 e 22 del d.lgs. 142/2015 garantiscono il rilascio del permesso provvisorio e il diritto al lavoro dopo 60 giorni dalla formalizzazione. Le prassi censurate ignorano sistematicamente questi termini, imponendo richieste di documenti non previsti – come il passaporto o la dichiarazione di ospitalità – e ritardando il rilascio del titolo provvisorio, con effetti diretti sull’accesso al lavoro e all’accoglienza. La giurisprudenza europea (Corte di giustizia UE, causa Danqua) vieta modalità che rendano “in pratica impossibile o eccessivamente difficile” l’esercizio del diritto d’asilo.

La catena delle responsabilità

La competenza operativa è della Questura, responsabile della ricezione e verbalizzazione delle domande. La responsabilità politica e strategica ricade sul Ministero dell’Interno, chiamato a garantire risorse, linee guida e monitoraggio. La condanna di Torino ha accertato il fallimento di entrambi i livelli: l’organizzazione locale incapace di garantire l’accesso, il centro inerte di fronte a un sistema inadeguato. Il sottodimensionamento degli organici – circa il 30% in meno rispetto alle dotazioni previste – e l’assenza di una pianificazione strutturale alimentano prassi di esclusione già radicate.

Un costo sociale e istituzionale

Alle spese legali e ai risarcimenti si sommano costi indiretti: emergenza abitativa, esclusione dal lavoro regolare, impossibilità di accedere alla sanità. Per i richiedenti asilo, la mancanza di un permesso valido o della ricevuta della domanda significa vivere in un limbo giuridico, esposti a sfruttamento e marginalità. Per lo Stato, significa un contenzioso crescente e una perdita di credibilità istituzionale.

La sentenza di Torino, con il richiamo esplicito al “modello Milano” come parametro di legalità, è un precedente che smentisce la giustificazione dell’eccessivo carico di lavoro. Dimostra che, a parità di norme, un’organizzazione rispettosa dei diritti è possibile. La scelta ora è politica: intervenire per riformare o continuare a difendere in appello un sistema già dichiarato illegittimo.

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Un’Italia più vecchia e più povera, verso l’inverno demografico: dodici milioni di lavoratori in meno entro il 2060

L’Employment Outlook 2025 dell’Ocse non lascia margini di ambiguità: l’Italia è il Paese più esposto tra i 38 membri all’impatto del declino demografico. Da qui al 2060, la popolazione in età lavorativa crollerà del 34%, un’erosione di circa dodici milioni di persone. Il ritmo della riduzione è quattro volte superiore alla media Ocse.

L’attuale apparente “piena occupazione” maschera un paradosso. I livelli record di partecipazione al lavoro sono sostenuti soprattutto dai lavoratori più anziani, trattenuti dalle riforme pensionistiche, ma destinati a uscire in massa nei prossimi anni. Le nuove coorti, numericamente ridotte da decenni di bassa natalità, non basteranno a sostituirli. È il picco finale prima di una caduta demograficamente garantita.

Produttività ferma, Pil in caduta

Se la produttività dovesse restare sui valori medi degli ultimi anni (+0,31% annuo), il Pil pro capite subirebbe una contrazione media dello 0,5% l’anno, pari a un -22% cumulato al 2060. Lo scenario opposto – crescita della produttività all’1,34% annuo – permetterebbe solo di mantenere invariato il tenore di vita. Ma per ottenere quel ritmo servirebbe un’accelerazione mai registrata negli ultimi due decenni, con investimenti e innovazione che il sistema produttivo, frammentato e sotto-capitalizzato, oggi non sembra in grado di generare.

Le cause del collasso sono strutturali. Il tasso di fecondità totale è sceso a 1,18 figli per donna, tra i più bassi dell’Ocse, con appena 370mila nascite nel 2024 e un’età media delle madri di 32,6 anni. L’invecchiamento è tra i più rapidi al mondo: un anziano ogni 2,4 lavoratori oggi, quasi uno ogni 1,3 entro il 2060. Il saldo migratorio positivo attenua ma non annulla il declino, anche perché l’apporto demografico degli stranieri si riduce e la “fuga dei cervelli” priva il Paese di capitale umano qualificato.

Divari strutturali e Sud Italia in ritirata

A peggiorare il quadro è il cronico sottoutilizzo del lavoro disponibile. Il tasso di occupazione complessivo è al 62,9%, quasi otto punti sotto la media Ocse. Il divario di genere è tra i più alti in Europa: il tasso di occupazione femminile si ferma al 49%, con una concentrazione in settori a bassa retribuzione e un’alta incidenza di part-time involontario. I giovani Neet sono 1,34 milioni (16,1% della fascia 15-29 anni), con picchi nel Mezzogiorno superiori al 35%, a testimonianza di una frattura territoriale profonda che alimenta esclusione sociale ed emigrazione interna. In intere aree del Sud, la perdita di capitale umano giovanile è ormai strutturale, accelerando il declino economico locale.

La stagnazione della produttività è il vero collo di bottiglia: scarsa intensità di capitale, prevalenza di microimprese incapaci di economie di scala, disallineamento tra competenze e fabbisogni produttivi. Sul fronte salariale, l’Italia ha registrato dal 1990 al 2023 un calo reale del 3,4%, mentre Francia e Germania crescevano di circa il 30%. L’erosione del potere d’acquisto, accentuata dall’inflazione post-pandemica, rischia di indebolire ulteriormente la coesione sociale e la domanda interna.

L’Ocse indica quattro direttrici d’azione: mobilitare donne e giovani oggi inattivi; rilanciare la produttività con investimenti in capitale umano e innovazione; riformare welfare e pensioni per garantire sostenibilità; sviluppare una politica migratoria strutturale. Ma i dati dicono che senza una strategia integrata – servizi per l’infanzia diffusi, formazione tecnica e scientifica, politiche attive mirate, integrazione tra scuola e lavoro – il rischio è quello di un “declino gestito”: un Paese più vecchio, più povero, meno influente. Con una finestra temporale per intervenire che si restringe ogni anno.

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“Land, Not Life”: la formula del genocidio a Gaza

C’è un punto dirimente per dividere i collaborazionisti dagli analisti: il piano di Netanyahu non ha nulla a che vedere con la sicurezza o con la fine della guerra. È il compimento di una logica dichiarata: terra al posto delle vite. “Land, Not Life” non è un titolo a effetto, è la formula di governo. Prendere Gaza, non salvarla.

Contro ogni evidenza strategica, l’esecutivo israeliano punta alla spoliazione civile e alla cancellazione fisica di chi la abita: un milione di persone spinte verso lo sfollamento forzato, in una campagna militare che non distingue più tra obiettivo militare e resistenza all’annientamento. Lo stesso establishment israeliano avverte il rischio di una trappola militare e morale, ma la coalizione al potere è salda: la visione messianica di “Greater Israel” giustifica ogni passo, ogni vittima, ogni rovina.

Le vittime palestinesi quindi non sono un “effetto collaterale”. Basta ipocrisia: sono la condizione necessaria del progetto. È questo che rende Gaza il laboratorio di un genocidio visibile, annunciato, documentato giorno per giorno. Eppure, come da mesi, le cancellerie occidentali si rifugiano nelle formule di rito, rimandano, promettono verifiche, si limitano a “monitorare la situazione” mentre il terreno si riempie di fosse comuni e le mappe militari sostituiscono le strade delle città.

Quello che a Gaza si consuma oggi non è l’ennesima pagina nera della storia: è un crimine in diretta, permesso dall’immobilismo di chi dovrebbe fermarlo e scelto da chi lo esegue come dottrina di governo. Mentre quelli si lambiccano sui termini stanno sprofondando le persone.

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Meloni parla di lettini, l’Italia pensa al mutuo

Giorgia Meloni ha scelto di trasformare un dato parziale in una bandiera: «Il turismo cresce, Schlein dice falsità». Lo ha scritto sui social, citando le rilevazioni del Viminale sugli arrivi estivi. Ma nei numeri che agita come trofei c’è un dettaglio che non compare nei post: la crescita è trainata dagli stranieri, mentre gli italiani in vacanza sono sempre meno. Secondo stime di settore, nelle località balneari più popolari il calo di presenze italiane a luglio ha toccato punte del 20–25%, in parte compensate da arrivi dall’estero. È il segno di una spaccatura sociale profonda: le spiagge non sono vuote, ma a svuotarsi è la classe media.

Non serve chiederlo all’opposizione: lo riconoscono gli stessi alleati della premier. Matteo Salvini, interpellato sul tema, ha messo da parte la retorica balneare e ammesso l’evidenza: «Il problema non è il lettino o l’ombrellone a Forte dei Marmi, il problema è il mutuo». È una frase che vale più di un bilancio: i salari italiani sono fermi da anni, erosi dall’inflazione, incapaci di reggere il costo della vita. Lo dice anche il presidente di Assobalneari Fabrizio Licordari: «Anche con due stipendi, molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese. Le prime spese a saltare sono quelle per le vacanze».

Il quadro dei prezzi completa la scena: l’onda lunga dei rincari ha colpito tutto ciò che rende possibile partire. A luglio i voli nazionali sono saliti sensibilmente rispetto all’anno scorso, i traghetti pure; una parte dell’hotellerie ha riempito con sconti last minute stanze rimaste invendute, mentre file di ombrelloni sono rimaste chiuse. Consumatori e operatori lo dicono da settimane: non è una crisi d’immagine, è un problema di portafogli. Dove la domanda domestica arretra e il turnover lo fanno gli stranieri, l’Italia reale resta fuori dall’inquadratura.

C’è poi il non detto statistico che la propaganda non spiega: la banca dati “Alloggiati” misura i check-in nelle strutture ricettive, non la capacità di spesa delle famiglie né la composizione sociale di chi viaggia. Una curva che sale può nascondere un Paese che cambia faccia: più turisti esteri ad alta spesa, meno italiani e meno classe media. È la fotografia che scorre sotto i post trionfali: un’Italia-vetrina che non coincide con l’Italia che fa la spesa.

Il paradosso è che Meloni reagisce alle accuse di Schlein – «milioni di italiani rinunciano alle vacanze» – come se fosse lesa maestà, accusando chi denuncia la crisi di “screditare la nazione”. Eppure, secondo Istat ed Eurostat, oltre il 31% della popolazione italiana non può permettersi nemmeno una settimana di ferie, la percentuale più alta d’Europa. Sono più di 18 milioni di persone. In parallelo, oltre 5,6 milioni vivono in povertà assoluta, e il numero cresce da tre anni consecutivi.

Questa non è propaganda: è il ritratto di un Paese in cui il turismo di lusso convive con famiglie che non riescono a pagare l’affitto o a mettere insieme i pasti. In cui il governo, mentre celebra le cifre aggregate di arrivi e presenze, blocca il salario minimo e non interviene sul caro-bollette, sul caro-affitti, sull’aumento record dei generi alimentari. Dove l’assenza di una politica seria sui salari e sui contratti si traduce in milioni di rinunce: non solo alle ferie, ma alla vita quotidiana.

La narrazione ufficiale è quella di un’Italia attrattiva, forte, “orgogliosa di sé”. Quella reale è un Paese dove chi lavora è più povero, dove il turismo è una vetrina per stranieri e un lusso inaccessibile per chi vive qui. Salvini, senza volerlo, ha fatto cadere il sipario: non è il mare il problema, ma la terra sotto i piedi. E lì, tra stipendi fermi e costi insostenibili, l’acqua è già alla gola. Non basteranno arrivi record dall’estero a raddrizzare un modello che esclude i residenti: finché i conti non tornano in cucina, davanti al frigo e all’affitto, ogni esultanza sui lettini resta un manifesto pubblicitario. E mal riuscito.

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Trump l’imbonitore e l’Europa da scenografia

Uno squilibrato incidentalmente presidente degli Stati Uniti d’America – Donald Trump – sta gestendo il conflitto in Ucraina come un reality show di cui lui è l’assoluto protagonista. Nella sceneggiatura della Casa Bianca Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky sono banalmente le spalle. Il primo è l’impero del male, con la fisiognomica perfetta di chi non vuole decadere. Il secondo è lo sconfitto designato – dal copione – che annoia il pubblico per il suo pietoso insolentire.

Inutili le analisi e inutili gli editoriali pensosi. Ieri Trump di fronte ai giornalisti ha letteralmente dichiarato che «ci saranno dei cambiamenti nel territorio… La Russia si è impossessata di alcuni territori di prima qualità. Si è impossessata in gran parte di terreni oceanici, che chiamiamo proprietà fronte mare. Sono sempre le proprietà più preziose». Sembra l’apertura di una puntata di “Temptation Donbass” perché è esattamente così: Trump l’imbonitore, Trump l’anestetico della complessità, Trump che fa spettacolo sui corpi degli assediati, dei bombardati, dei periferici, dei devastati.

L’aspetto moralmente più contundente del triste spettacolo è però l’Unione europea, nelle forme e nelle facce della presidente von der Leyen, della sua commissaria Kallas, dei capi (e cape) dei governi in Europa e del caravanserraglio sghembo di tutti i ministri degli esteri. Questi sono pura scenografia, stantia, ma cicaleggiano da leader rilasciando comunicati stampa che non pesano nemmeno come un’interferenza lontana. Sculettano da leader. Hanno ragione: mai visti dei campioni di rarefazione politica di tal guisa.

Buon martedì.

Foto di Jørgen Håland su Unsplash

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Migranti, Starmer insegue Trump: arruolate le piattaforme di delivery per stanare gli irregolari

Nel Regno Unito di Keir Starmer, il partito nato dalle lotte dei lavoratori ha scelto di combattere il lavoro irregolare trasformando le piattaforme di delivery in agenti di polizia amministrativa. Il 22 luglio il governo ha firmato con Deliveroo, Just Eat e Uber Eats un accordo che va oltre i controlli interni già esistenti: l’Home Office condivide con le aziende la posizione degli “asylum hotels”, gli edifici turistici o dismessi riconvertiti in alloggi per richiedenti asilo, per incrociare i dati con le rotte dei rider e individuare chi lavora senza permesso. In parallelo, sono stati introdotti controlli biometrici giornalieri e tecnologie anti-frode avanzate.

In una sola settimana di operazioni, dal 20 al 27 luglio, sono stati effettuati 1.780 controlli, 280 arresti e revocati i sussidi a 53 richiedenti asilo. Il governo rivendica un +50% di ispezioni per “illegal working” e promette di estendere l’obbligo di verifiche anche a tutti i lavoratori della gig economy, con sanzioni fino a 60.000 sterline per chi impiega migranti irregolari. L’impianto è chiaro: spostare sul settore privato il peso dell’enforcement, fondendo banche dati pubbliche e infrastrutture di sorveglianza aziendali.

La sorveglianza come regola

La logica dichiarata è quella di smantellare il business dei trafficanti e proteggere “i lavoratori onesti”. La realtà documentata da Refugee Council e Joint Council for the Welfare of Immigrants è diversa: vietare il lavoro regolare ai richiedenti asilo, costringerli a mesi o anni di inattività e poi criminalizzare il ricorso a lavori precari significa mantenere in vita l’irregolarità prodotta dal sistema stesso. Il Regno Unito, libero dai vincoli Ue, ha scelto di ignorare la direttiva europea sui lavoratori delle piattaforme che introduce una presunzione legale di subordinazione e limiti alla sorveglianza digitale.

Il giro di vite non si ferma ai rider. Nel White Paper del 12 maggio, il governo ha ridotto da due anni a 18 mesi il visto post-laurea per studenti internazionali, imposto controlli biometrici periodici e previsto un prelievo obbligatorio del 6% sulle rette estere da versare allo Stato. Ha inoltre alzato i requisiti per il visto di lavoro qualificato – ora serve almeno una laurea e un salario minimo più alto – e allungato da cinque a dieci anni il percorso per ottenere la residenza permanente, con eccezioni solo per alcune professioni sanitarie.

Università e lavoro sotto pressione

Gli effetti potenziali sono rilevanti: nel 2022/23 quasi metà delle entrate universitarie proveniva da studenti internazionali, ora disincentivati da costi più alti e percorsi più brevi. Per molti atenei, significa un colpo alla sostenibilità economica e alla capacità di attrarre talenti globali.

Sul piano politico, la convergenza con Donald Trump è evidente nelle modalità di enforcement, nell’uso del linguaggio del “controllo” e nella delega della sorveglianza al settore privato. Negli Stati Uniti, l’amministrazione repubblicana ha fatto di E-Verify e delle partnership con data broker un’arma contro il lavoro irregolare; Starmer ha scelto come apripista il delivery, ma con la stessa logica di rendere “frizionale” la vita lavorativa degli irregolari.

La differenza è nella scala e nella cornice giuridica: Trump punta alla deportazione di massa e alla riscrittura delle regole costituzionali, Starmer agisce all’interno dell’ordinamento britannico. Ma la direzione è simile: deterrenza, detenzione, deportazione. Con la differenza che a Londra queste politiche sono state varate da un governo laburista, mentre nelle piazze universitarie e nelle cucine dei ristoranti si fa sempre più evidente il prezzo sociale di questa scelta.

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Ma noi abbiamo visto già tutto

L’ultimo atto della notte di San Lorenzo, a Gaza, non è stato uno spettacolo di stelle cadenti. È stata la luce livida di un’esplosione a illuminare la tenda di Al Jazeera accanto all’ospedale di al-Shifa, dove Anas al-Sharif e altri cinque membri della redazione sono stati uccisi. Un giornalista che aveva trasformato il suo obiettivo in testimonianza quotidiana del genocidio, e che per questo era stato indicato come “bersaglio” da una campagna diffamatoria dell’esercito israeliano. La sua unica arma era la verità, e l’ha pagata con la vita.

Israele sostiene che “si spacciasse per giornalista” e che fosse con Hamas. È la stessa strategia che, da Shireen Abu Akleh in poi, cerca di neutralizzare le voci scomode prima di eliminarle fisicamente. La sequenza è sempre più chiara: prima la delegittimazione, poi il fuoco. La guerra di Benjamin Netanyahu non si limita a radere al suolo Gaza; punta a cancellarne anche la memoria, eliminando chi potrebbe trasmetterla al mondo.

Mentre la fame uccide già cento bambini, mentre gli aiuti vengono colpiti e le “zone sicure” bombardate, il premier israeliano annuncia un’operazione ancora più vasta, ringrazia Donald Trump per il sostegno e respinge come “menzogne globali” le accuse di genocidio. In parallelo, dal 31 agosto, la Global Sumud Flotilla salperà con decine di imbarcazioni per rompere il blocco e consegnare aiuti, sostenuta da attivisti di oltre 44 Paesi.

In fondo, la morte di Anas e dei suoi colleghi dice già tutto: non è un “effetto collaterale” ma il cuore stesso di una strategia che teme i testimoni più delle armi. Ma noi abbiamo visto già tutto. 

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Regionali, tra lista Zaia e logoramento: il Veneto come banco di prova per il Centrodestra

Luca Zaia ha scelto il Corriere della Sera per ribadire che la sua lista civica si presenterà alle prossime regionali venete. “La lista col mio nome porta voti al centrodestra” ha detto il governatore uscente, respingendo l’accusa di narcisismo e rivendicando una formula già sperimentata in passato. A bloccarlo non è il consenso – ancora altissimo – ma il tetto al terzo mandato, difeso da Giorgia Meloni anche a costo di un contenzioso costituzionale. Il risultato è un braccio di ferro che ormai ha travalicato i confini regionali, diventando un test sulla leadership nella coalizione.

Il precedente e il calcolo dei seggi

Nel 2020 la Lista Zaia ottenne un consenso superiore a quello della Lega ufficiale, attestandosi su un 44,6% che spinse la coalizione al 76,8%. Numeri che oggi il presidente leghista brandisce come prova della sua capacità di “vincere bene”, condizione che – secondo la lettura della legge elettorale veneta – aumenterebbe i seggi della maggioranza. È questo il messaggio implicito a Fratelli d’Italia: senza il traino personale di Zaia, il rischio è una vittoria meno larga e una maggioranza più fragile. Una tesi che Meloni respinge, temendo di veder certificata la supremazia del “modello Zaia” sul marchio FdI in una regione dove il suo partito alle europee 2024 è arrivato primo.

Strategie e diffidenze

Il governatore lega la lista a tre obiettivi: contenere l’astensionismo di una tornata fissata a fine novembre, garantire una maggioranza solida e rivendicare un “mandato corale” per le sfide dell’Autonomia differenziata. Meloni punta invece a un “pacchetto” di intese che riequilibri le presidenze nel Nord, concedendo il Veneto alla Lega ma senza lista personale. Antonio Tajani, dopo aver definito l’idea ”una confusione per gli elettori”, ha aperto sulla candidatura leghista ma non sul brand personale. All’interno della Lega le posizioni non sono univoche: l’assessore Roberto Marcato teme che la lista svuoti il partito, mentre il segretario veneto Alberto Stefani la sostiene come parte di un’architettura a tre gambe. La finestra legale per il voto si chiude il 23 novembre: il tempo diventa un’arma nelle mani di chi punta a logorare l’avversario.

Un logoramento calcolato

Ogni settimana di attesa riduce lo spazio per un compromesso e alimenta la pressione su Fratelli d’Italia. Salvini, dopo iniziali cautele, ha rilanciato definendo la lista ”un valore aggiunto” e portandola al tavolo con Meloni e Tajani. La mossa serve a ribadire che il Veneto resta “fortino” leghista e a rafforzare la sua posizione in un partito che nel 2024, in regione, era sceso al 14%. Per la premier, cedere significherebbe rinunciare a intestarsi la vittoria e rischiare di trasformare le regionali venete in un plebiscito pro-Zaia. Per Salvini, rinunciare vorrebbe dire ammettere che la Lega non può vincere senza il suo governatore più popolare, un segnale pericoloso anche per la sua leadership interna.

Il rischio di frattura

Dietro il duello c’è una questione più ampia: chi controlla il Nord e con quale modello politico. Zaia incarna il pragmatismo amministrativo e il radicamento territoriale della “Lega Nord” delle origini; Meloni il centralismo di un partito nazionale in espansione; Salvini è costretto a mediare, consapevole che una rottura in Veneto potrebbe avere ricadute sulla stabilità del governo e sulla tenuta dell’intera coalizione. La “Lista Zaia” è quindi più di un simbolo elettorale: è una leva per ridefinire rapporti di forza, un banco di prova che mette in gioco seggi, equilibri e il destino dell’Autonomia differenziata. In autunno, nel voto veneto, il centrodestra misurerà non solo la sua capacità di vincere, ma anche la sua tenuta come alleanza di governo.

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La macchina del fango che prepara la tomba dei giornalisti

La notte dell’11 agosto, nella tendopoli stampa accanto all’ospedale Al-Shifa, un missile israeliano ha ucciso sei professionisti di Al Jazeera: Anas al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa, Mohammed Noufal e Mohamed al-Khalidi. Erano tra le poche voci rimaste a raccontare Gaza, affamati, stremati, sotto minaccia costante. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, li ricorda come «voci ormai quasi afone e occhi stanchi» che, nonostante sofferenza personale e collettiva, hanno continuato a testimoniare il genocidio israeliano. «I loro omicidi intenzionali costituiscono un crimine di guerra».

Il copione è sempre lo stesso: prima la campagna di delegittimazione, poi l’eliminazione. Mesi prima, l’IDF aveva accusato al-Sharif di essere “a capo di una cellula di Hamas” senza prove, come già accaduto con Hamza al-Dahdouh e Ismail al-Ghoul. Secondo Noury, il quotidiano Repubblica ha trasmesso in diretta la definizione «giornalista-terrorista» senza virgolette né attribuzione, aprendo la strada a una conclusione implicita: che i sei fossero un bersaglio legittimo.

In Italia, emblematico un post del giornalista del servizio pubblico Giambattista Brunori: «Anas Al Sharif, corrispondente di Al Jazeera ucciso in un attacco mirato israeliano a Gaza City. Qui un selfie con l’ormai defunto capo di Hamas Yaya Sinwar». Una foto senza contesto o comunque priva di prova di attualità. Potrebbe risalire a anni fa, ma il dettaglio non ha impedito che finisse per rafforzare la narrazione di chi giustifica l’assassinio di un cronista.

I numeri raccontano l’eccezionalità del massacro: oltre 230 giornalisti palestinesi uccisi in meno di due anni, uno ogni tre giorni, molti con giubbotti “PRESS”. Gaza è il conflitto più letale per la stampa nella storia moderna: un tasso di uccisioni dieci volte superiore a quello dell’Iraq post-2003. Più di Vietnam, Iraq e Siria messi insieme se si guarda alla densità temporale. Ma la reazione occidentale è tiepida: dove per l’Ucraina si sono visti mandati di cattura e sanzioni, qui si collezionano “profonde preoccupazioni” e richiami al “diritto di Israele a difendersi”, evitando di nominare l’aggressore nei titoli.

Il diritto internazionale umanitario è inequivocabile: l’articolo 79 del Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra riconosce i giornalisti come civili protetti. Colpirli deliberatamente è un crimine di guerra. Eppure, quaranta di quelli uccisi portavano addosso l’identificazione. La protezione non vale quando il bersaglio viene trasformato in “terrorista” da una didascalia o un post, cancellandone la legittimità professionale prima della vita stessa.

L’Ordine nazionale dei Giornalisti, in una nota diffusa l’11 agosto, ha definito «atto vile e spietato» l’ennesima uccisione deliberata di reporter a Gaza, denunciando l’uso della fame come arma di guerra, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili e sanitarie. «Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni europee un intervento deciso in difesa della libertà di informazione e del diritto internazionale e umanitario. 250 reporter assassinati non sono sufficienti?». Una domanda che non ha ancora ricevuto risposta.

C’è un tempo in cui il giornalismo deve scegliere se restare mestiere o diventare complicità. A Gaza, i cronisti locali scelgono ogni giorno la prima via, pagandola con la vita. Qui, troppi scelgono la seconda, travestendo da informazione la riproduzione di veline e insinuazioni. Delegittimare i colleghi uccisi significa dare una mano a chi li ha voluti morti. Non è più cronaca: è collaborazionismo.

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Murgia, anniversario e avvoltoi

Troppo ciechi per osservare la caduta delle stelle ieri sono tornati a galla gli odiatori di Michela Murgia. Hanno pensato – quelli – che fossero una ghiotta occasione i quarantotto mesi passati dalla morte della scrittrice per evacuare la loro bile che avevano tenuto in serbo, pronta per gli anniversari successivi.

Michela Murgia si è portata nella tomba peccati non emendabili: ha scorto l’autoritarismo all’amatriciana che sta insozzando le istituzioni ed è quindi odiata da chi l’aveva relegata nel cassetto dei maniacali; ha previsto la caduta dell’archetipo del maschio tradizionale italiano, pronosticando perfino la maschera da commedia dell’arte dell’uomo in divisa in difesa del pregresso; ha rivendicato il diritto – nonché dovere – di parola, senza fermarsi all’elaborazione di un’opinione ma reclamando il diritto di ostentarla; ha insegnato come avviene la compressione degli spazi quando la banalità del male diventa pop.

Per il compleanno della sua morte – rito caro alla stampa – le hanno regalato qualche articolo stanco scritto di fretta copiando i ricordi dei suoi amici. Qualcuno non è riuscito a frenare l’impulso di definirla controversa. Qualcun altro ha intervistato i suoi famigliari con pochissima famigliarità , che hanno sminuito la famigliarità degli altri. Ciò che contava era avere un “Michela Murgia” dentro il sito o nei social per irretire clic.

Tutti hanno potuto tirare fuori dai cassetti i propri giudizi, i pregiudizi e perfino i postgiudizi. La missione è stata compiuta. Ma che pena per i necrofili mai abbastanza vivi, terrorizzati all’idea che i loro avversari se ne vadano tutti.

Buon lunedì.

In foto, il murale di LaiKa dedicato a Michela Murgia

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