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Una faglia sotto, una truffa sopra

Chi ha bisogno di valutazioni indipendenti, quando basta l’entusiasmo di Salvini? Con due ore di discussione e qualche settimana per aggiornare un progetto vecchio di 14 anni, il Cipess ha dato il via libera al Ponte sullo Stretto. Un’opera da quasi 14 miliardi, interamente a carico del bilancio nazionale, che i suoi promotori continuano a spacciare come «acceleratore di sviluppo».

Nel frattempo, restano 68 criticità irrisolte certificate dal Comitato scientifico del Mit. Tra queste, l’uso di materiali inadeguati, la sottovalutazione del rischio sismico e la presenza di una faglia attiva a venti metri dal pilone calabrese. Ma la società Stretto di Messina, come se niente fosse, nega la possibilità di terremoti.

Il progetto divide le opere in una miriade di mini-lotti, col risultato di moltiplicare i cantieri e rendere impossibile un controllo unitario. Il rischio? Dieci anni di devastazione urbana e sociale tra Messina e Villa San Giovanni, con oltre 700 famiglie in attesa di esproprio.

Manca ancora il parere della Corte dei Conti, ma si sa: in Italia il diritto segue l’annuncio. E se qualcosa dovesse andare storto, ci penserà la penale da 1,5 miliardi da pagare a Webuild.

Si chiama “opera strategica”, ma i dubbi sul ponte restano identici a quelli che portarono allo stop del 2012. Solo che oggi, anziché un piano, c’è una propaganda. E anziché una visione, c’è un plastico.

Il ponte, nelle parole del governo, è una promessa di futuro. Nei fatti è un debito, una frattura, un’ipoteca sulla pelle del Sud. Un simbolo di potere più che una necessità. Una passerella sospesa nel vuoto – tecnico, ambientale, democratico – costruita per far credere che il cemento possa colmare ciò che la politica ha distrutto.

Buon giovedì. 

Foto Gov

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Netanyahu non vuole vincere: vuole restare

Netanyahu parla di «conquista totale» di Gaza, ma la realtà lo smentisce ogni giorno. È il paradosso di una guerra che si racconta come già vinta mentre continua a fallire, sotto gli occhi stanchi dei comandi militari e la retorica furiosa di un premier che cerca consenso nel sangue. A ormai diversi mesi dall’inizio dell’operazione, Hamas non è stata distrutta, gli ostaggi non sono stati liberati, la Striscia non è sotto controllo. Secondo fonti dell’Idf, «Israele occupa solo una parte minima del territorio» e nei quartieri chiave «Hamas mantiene presenza e servizi civili».

Ma Netanyahu insiste. Parla alla pancia della destra messianica, promette sicurezza e vittoria, mentre Rafah è stata divisa dal resto di Gaza con un nuovo corridoio militare – il terzo – e si affonda nel disastro umanitario. Il sistema crolla: ospedali chiusi, aiuti bloccati, blackout imposti come arma. Ma l’unico piano che il governo sembra avere è continuare la guerra. E pazienza se il costo si misura in bambini denutriti, famiglie in fuga e città rase al suolo. Anche la diplomazia è paralizzata, stritolata tra cinismo e propaganda.

Intanto i generali si defilano. L’Idf chiede un’uscita strategica, ma il potere politico vuole la resa incondizionata. E mentre gli alleati tacciono, mentre gli ostaggi restano ostaggi, Netanyahu sale sui podi a dichiarare vittorie che non ci sono. Il risultato è una guerra che si perpetua per mantenere il potere e una menzogna che si autoalimenta: la conquista di Gaza come finzione necessaria, perché non c’è alcun progetto per il dopo. Né politico, né umano. Solo un vuoto. Armato. E feroce.

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Autonomia solo se fa comodo

Il governo Meloni è il più reazionario della storia repubblicana. Non per una singola riforma, ma per l’architettura di potere che sta costruendo. Predica l’autonomia differenziata, sbandiera il federalismo come modernità istituzionale, ma impugna sistematicamente ogni legge regionale che non rientri nel proprio perimetro ideologico. Toscana, Sicilia, Trentino: tre casi, tre schiaffi, tre rivelazioni. L’autonomia va bene solo se serve a rafforzare il centro. Va male se le Regioni iniziano a essere laboratori di diritti.

In Toscana, una norma approvata il 18 giugno 2025 premiava negli appalti pubblici le aziende che garantivano almeno 9 euro lordi all’ora ai lavoratori. Una soglia minima, non imposta ma incentivata. Un criterio premiale, non un vincolo. Il governo l’ha impugnata il 5 agosto, sostenendo che viola la competenza statale in materia di “concorrenza” e “ordinamento civile”. Tradotto: tutelare i salari altera il mercato. Il lavoro povero non è un’anomalia da correggere, è un elemento da preservare in nome della concorrenza. Il governo non consente alle Regioni di fare ciò che lo Stato si rifiuta di fare: garantire una soglia di dignità.

In Sicilia, l’Assemblea Regionale ha provato a intervenire su uno dei nodi più ipocriti della sanità pubblica: l’impossibilità di esercitare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, per carenza di medici non obiettori. La legge regionale n. 23 autorizzava le aziende sanitarie a bandire concorsi riservati a personale non obiettore, con la possibilità di revoca in caso di obiezione successiva. Anche qui, impugnativa immediata: violazione della libertà di coscienza, principio di uguaglianza, invasione di competenza. Il governo non difende la Costituzione: la piega. Impone la libertà astratta di obiettare contro il diritto concreto delle donne a curarsi. Ribadisce un ordine simbolico in cui il corpo femminile resta ostaggio della morale dominante. E lo fa anche in una Regione a guida centrodestra: segno che l’ideologia prevale sul pragmatismo, e che il controllo dei diritti vale più del consenso territoriale.

Poi c’è il caso Trentino. Una legge approvata ad aprile alzava da due a tre i mandati consecutivi del presidente di Provincia. La Lega l’ha voluta per blindare il suo uomo, Maurizio Fugatti. Fratelli d’Italia l’ha bloccata per tagliargli la strada. L’impugnativa è arrivata il 19 maggio, con i ministri leghisti contrari. Lo scontro è stato interno alla maggioranza. Non si trattava di principio, ma di potere. Il principio è servito solo come copertura. L’articolo 51 della Costituzione, la legge 165/2004, la giurisprudenza della Consulta: tutto vero. Ma tutto usato come leva politica. Un modo per tenere la Lega sotto tutela, in nome della legalità, ma con l’obiettivo di ridurne la forza competitiva dentro la coalizione.

Ecco il modello: autonomia nelle scartoffie, centralismo nei diritti. Le Regioni possono gestire fondi, firmare intese, ottimizzare burocrazie. Ma appena provano a fare politica – sui salari, sulla salute, sulle regole democratiche – interviene lo Stato. Non per proteggere un ordine costituzionale condiviso, ma per imporne uno unilaterale. Uniforme, conservatore, disciplinato. Non è incoerenza. È metodo. Il governo Meloni ha adottato un federalismo economico e un centralismo etico-giuridico. Autonomia per la gestione, verticalismo per i valori. Le Regioni sono libere solo se non disturbano. Se non anticipano. Se non provano a fare meglio.

L’impugnativa è diventata lo strumento con cui si chiude ogni esperimento di progresso. Non ci si limita a disattendere le proposte altrui: le si cancella, le si delegittima, le si blocca sul nascere. L’autonomia che si rivendica a Roma viene negata nelle Regioni, salvo che serva a rafforzare i rapporti di forza della maggioranza. Tutto il resto – il dibattito sui LEP, le rassicurazioni su scuola e sanità – è un’illusione semantica. Il governo sta costruendo un sistema ibrido e ipocrita: Regioni più deboli, cittadini più diseguali, diritti più negoziabili. La Costituzione come campo di battaglia, non come patto. E il pluralismo come minaccia da neutralizzare, non come ricchezza da tutelare. La Repubblica «una e indivisibile» è diventata indivisamente governata da una sola ideologia.

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Hiroshima, 80 anni dopo: la memoria tradita tra silenzi e arsenali nucleari

Alle 8.15 di questa mattina, a Hiroshima, una città ancora segnata da un silenzio incandescente, sono risuonate le parole del sindaco Kazumi Matsui: «L’umanità ignora le sue stesse tragedie. L’accettazione del nucleare come deterrente porterà nuove catastrofi». Ottant’anni dopo il bombardamento atomico che uccise almeno 140.000 persone, il monito si leva ancora una volta tra i resti della cupola dell’A-bomb Dome e i volti sempre più rari dei sopravvissuti, gli hibakusha, oggi con un’età media di oltre 86 anni.

Ma il paradosso è che, mentre la loro memoria si spegne, gli arsenali si moltiplicano. Il mondo dispone oggi di oltre 12.200 testate nucleari, di cui 3.900 pronte all’uso immediato e almeno 2.100 in stato di allerta operativa. Significa che in ogni istante ci sono migliaia di bombe nucleari – molte delle quali strategiche – pronte a essere impiegate in pochi minuti. Se si considera la potenza media degli ordigni odierni, l’arsenale globale equivale a più di 80.000 bombe come quella sganciata su Hiroshima.

La banalità dell’annientamento

Nel 1945 bastarono 15 kilotoni per radere al suolo una città. Oggi, una singola testata B83 americana può raggiungere 1,2 megatoni, 80 volte Hiroshima. Le nuove armi sono più potenti, ma anche più utilizzabili: termonucleari, miniaturizzate, montate su missili ipersonici e progettate per distruggere con precisione chirurgica. L’effetto di questa trasformazione non è solo tecnico, ma strategico: abbassa la soglia psicologica dell’impiego, alimenta la convinzione che una guerra nucleare limitata sia possibile.

È la fine del vecchio equilibrio del terrore. Dopo la Guerra Fredda, il numero di testate aveva toccato un minimo storico nel 2017, con circa 9.200 armi operative. Da allora, la tendenza si è invertita. Il riarmo è silenzioso, ma reale. Cina, India, Pakistan e Corea del Nord aumentano i propri arsenali. La Cina, in particolare, aggiunge circa 100 testate l’anno e punta a 1.500 entro il 2035. Russia e Stati Uniti continuano a detenere insieme quasi l’87% delle testate mondiali.

L’architettura del disarmo è crollata

Il Trattato INF non esiste più, il New START è stato sospeso dalla Russia nel 2023 e scadrà nel 2026 senza che siano in corso negoziati per un rinnovo. Nessuna potenza nucleare – né i suoi alleati – ha aderito al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) entrato in vigore nel 2021. Anzi: mentre il trattato è ignorato, la NATO, tramite il suo segretario generale Stoltenberg, chiede di «rafforzare la deterrenza nucleare» – proprio nei giorni in cui si commemorano Hiroshima e Nagasaki.

L’Europa ospita oggi circa 100 bombe nucleari B-61 statunitensi, di cui 35 in Italia, nelle basi di Ghedi e Aviano. Si tratta di armi tattiche che, per potenza e precisione, possono essere impiegate in scenari regionali: conflitti come quello in Ucraina o in Medio Oriente non sono più separati dalla minaccia atomica. Come ha detto oggi Matsui, «accettare il nucleare significa rinunciare alla civiltà. E il tempo per evitarlo sta finendo».

Hiroshima come simulacro

Nell’anniversario che probabilmente sarà l’ultimo a vedere un numero consistente di hibakusha in vita, il rischio non è l’oblio. È la distorsione della memoria. Hiroshima viene celebrata, ma svuotata di significato. Le colombe bianche si alzano in volo nel cielo giapponese, mentre nel resto del mondo si preparano nuovi vettori, si aggiorna il software dei missili balistici, si investono oltre 100 miliardi di dollari l’anno in modernizzazione.

In un documento letto oggi durante la cerimonia, la rete Nihon Hidankyo ha parlato di una «corsa contro il tempo», denunciando come la memoria dei sopravvissuti stia svanendo mentre la minaccia nucleare cresce. Le parole del sindaco Matsui, pronunciate davanti ai rappresentanti di 120 Paesi, sono un testamento politico: «Combattere per l’eliminazione delle armi nucleari è il minimo che possiamo fare per coloro che sono morti. E per chi non è ancora nato». L’umanità ha dimenticato la lezione. O forse, peggio, ha imparato a conviverci.

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Italia-Israele: la vergogna in calendario

Quando Mauro Berruto dice che Italia-Israele del 14 ottobre a Udine «è una partita che non dovrebbe essere giocata», non sta facendo ideologia. Sta ricordando che lo sport, se non prende posizione, diventa complice. È già accaduto. È accaduto quando la Russia è stata esclusa da tutte le competizioni dopo l’aggressione all’Ucraina. Ed è accaduto quando il Sudafrica dell’apartheid è rimasto fuori dal campo per ventiquattro anni. Due pesi, due misure: la Fifa, l’Uefa e il Cio sembrano allergici alla coerenza.

Berruto non chiede l’impossibile. Non invoca il boicottaggio della nazionale, ma un gesto simbolico. Come le magliette rosse di Panatta e Bertolucci nella finale in Cile contro Pinochet. Come gli striscioni, i bracciali, i segni che mostrano che anche il pallone ha una coscienza. Invece si finge che nulla accada. Che i bombardamenti, la fame imposta, le fosse comuni a Gaza, non siano sufficienti a giustificare nemmeno un sopracciglio alzato.

Il paradosso è evidente. Gli atleti russi possono gareggiare solo se prendono le distanze da Putin. Gli israeliani no: in molti casi rivendicano apertamente le scelte di Netanyahu, eppure nessuno muove un dito. La Federcalcio italiana, almeno, potrebbe dire qualcosa. Potrebbe dissociarsi, potrebbe suggerire un altro stadio, un’altra data, un’altra forma. Invece tace.

Non ci si nasconda dietro l’autonomia dello sport. Anche il silenzio è una decisione politica. E oggi, davanti all’occupazione, alla distruzione sistematica, all’assedio, non c’è neutralità che tenga. Chi gioca quella partita, la legittima.

Buon mercoledì.

Foto di Joshua Hoehne su Unsplash

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Soccorsi in mare, tra provvedimenti sospesi e annullati: i tribunali continuano a smontare il decreto del governo

Il Tribunale civile di Agrigento ha sospeso ieri il fermo amministrativo della nave Aurora di Sea-Watch, bloccata da 18 giorni nel porto nonostante avesse salvato 70 persone in mare. È l’ennesima decisione che, nel silenzio istituzionale, disinnesca una delle misure simbolo del governo: il blocco amministrativo delle navi Ong. La motivazione, semplice quanto devastante per l’impianto normativo dell’esecutivo, è che il comandante della nave “ha rispettato il diritto internazionale, adempiendo al dovere di portare in salvo i naufraghi”.

Dal gennaio 2023 al 5 agosto 2025, le autorità italiane hanno imposto almeno 26 fermi amministrativi a navi umanitarie per presunte violazioni del decreto. Ma l’uso reiterato dello strumento si sta scontrando, con crescente regolarità, con la giurisprudenza civile italiana. Ad oggi, almeno cinque provvedimenti (Sea-Watch 5, Aurora, Sea-Eye 4, Humanity 1 e una nave a Reggio Calabria) sono stati sospesi o annullati dai tribunali ordinari. Le motivazioni convergono: automatismo sanzionatorio incostituzionale, violazione degli obblighi internazionali di soccorso, ordini di autorità straniere giudicati illegittimi.

Un decreto formalmente in vigore, ma svuotato

Il decreto-legge n. 1/2023, convertito nella legge n. 15/2023, ha imposto restrizioni severe alle operazioni Sar delle Ong, vietando i salvataggi multipli, obbligando a seguire gli ordini anche della Guardia costiera libica e prevedendo fermi amministrativi fino a 60 giorni. L’obiettivo: disincentivare le partenze. Il risultato, però, è stato diverso.

La sentenza n. 101/2025 della Corte Costituzionale ha confermato la legittimità formale del decreto, ma ne ha imposto un’interpretazione vincolante: le navi sono obbligate a obbedire solo a ordini “legalmente dati e conformi alla disciplina internazionale”. Di fatto, la Consulta ha blindato il diritto di soccorso e reso inapplicabile ogni misura fondata su ordini libici o su violazioni non documentate in modo rigoroso.

I tribunali civili hanno recepito questa impostazione. A Reggio Calabria, il fermo della Sea-Eye 4 è stato annullato per “insufficienza probatoria” e per l’inattendibilità dei rapporti libici. A Crotone, il giudice ha dichiarato che l’unica nave a soccorrere in conformità al diritto era proprio quella fermata dallo Stato. E a Salerno, nel caso della Geo Barents, il tribunale ha sospeso il fermo per “pericolo irreparabile” alla funzione umanitaria della nave.

La contabilità degli ostacoli e dei danni

Il governo continua a difendere i fermi come strumento “necessario” al controllo dei flussi. Ma il bilancio operativo, giuridico ed economico è opposto. Le Ong denunciano costi insostenibili: Sos Mediterranée ha speso 1,3 milioni di euro in carburante aggiuntivo per raggiungere porti lontani, Emergency stima 938mila euro di spese evitabili, e solo per la Humanity 1 lo Stato ha dovuto rimborsare oltre 14mila euro per spese legali.

Secondo le stime consolidate nei dossier delle organizzazioni, i costi pubblici generati da questi procedimenti superano i 100mila euro in parcelle e costi processuali. Se si sommano i giorni in cui le navi sono rimaste bloccate, i viaggi forzati e le missioni saltate, la cifra reale sfiora i 2,2 milioni di euro. Una strategia inefficiente, costosa e giuridicamente instabile.

Ma il tributo più alto resta quello umano: secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, tra il 2023 e il 2024 almeno 4.225 persone sono morte nel Mediterraneo centrale. Molte in giorni e settimane in cui le navi umanitarie erano ferme in porto o deviate verso destinazioni lontane. Il soccorso mancato, o ritardato, ha un costo che nessuna cifra può risarcire.

Una guerra giudiziaria che il governo sta perdendo

Ma le sentenze parlano chiaro. Il principio sancito dalla Consulta è semplice: l’ordine amministrativo non può prevalere sul dovere di salvare vite. E la sua inosservanza non è sanzionabile. Il fermo, così concepito, è illegittimo.

Il decreto del governo, formalmente in vigore, è di fatto una norma svuotata. Ogni tentativo di applicarlo incontra la resistenza di giudici civili e Corte Costituzionale. Resta una norma di propaganda, inefficace nei risultati, screditata nei tribunali, devastante nei costi e nelle conseguenze. È il paradosso di una legge pensata per impedire il soccorso, che ha finito per certificare – sentenza dopo sentenza – la legittimità e l’urgenza di chi soccorre. Il Mediterraneo resta il mare più mortale del mondo. Ma non è il diritto a mancare. È la volontà politica.

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Calo demografico, disagio sociale e miopia politica: l’Italia non è un Paese per giovani

Il rischio più grande non è il declino demografico. È l’irrilevanza politica che ne consegue. L’Italia si sta rapidamente trasformando in un paese dove i giovani non sono solo sempre meno: sono anche sempre meno ascoltati, visti, considerati. E il paradosso è che proprio mentre avremmo bisogno di loro – delle loro energie, del loro sguardo – li stiamo lasciando soli.

Secondo le proiezioni Istat elaborate da Openpolis, entro il 2030 i giovani tra i 10 e i 19 anni diminuiranno del 9,5%. In alcune province, come Caltanissetta ed Enna, il calo supererà il 18%. In numeri assoluti, significa che tra cinque anni il paese perderà più di mezzo milione di adolescenti. E se diminuiscono, rischiano di contare ancora meno. È questo il vero bivio: trasformare la fragilità demografica in fragilità politica.

Il disagio normalizzato dei giovani

I dati sul disagio giovanile parlano chiaro. Nel 2023, 1,3 milioni di minori vivevano in famiglie in povertà assoluta, il livello più alto dal 2014: quasi il 14% del totale. Ma ridurre tutto alla dimensione economica è miope. La pandemia ha segnato una frattura educativa che non si è più ricomposta. Nel 2025, solo il 59% degli alunni raggiunge i traguardi previsti in italiano al termine del primo ciclo scolastico; in matematica siamo al 56%. Nel 2019 erano rispettivamente il 65% e il 60%. È una caduta secca, senza risalita.

Più che una crisi educativa, è una crisi di orizzonte. Il disagio mentale – ansia, depressione, sintomi da stress – è diventato la prima causa di carico di malattia tra gli adolescenti. Lo rileva la seconda commissione Lancet sul benessere giovanile: nel 2030 si perderanno 42 milioni di anni di vita in salute per disturbi psichici e suicidi. Il dato è globale, ma in Italia trova conferma nei segnali di sofferenza quotidiana. Non è un fenomeno improvviso. È il risultato di un decennio di rarefazione sociale, dove la solitudine è diventata la regola e la partecipazione l’eccezione.

Un capitale che non vogliamo investire

Eppure, sarebbe possibile un altro racconto. Quello di una generazione che, pur nel disincanto, partecipa. Nel 2024, oltre il 10% dei 18-19enni italiani ha preso parte ad attività di volontariato. Il 3,3% si è impegnato in associazioni ambientaliste o per i diritti civili, quasi il doppio della media nazionale. Sono cifre modeste, ma parlano di una voglia di esserci. Di un desiderio di agire, di cambiare.

Questo potenziale ha un nome: “triplice vantaggio”, lo chiama la Lancet Commission. Investire nei giovani significa rafforzare chi sono oggi, chi diventeranno da adulti, e i figli che metteranno al mondo. È un effetto moltiplicatore. Ma servono scelte. E servono subito.

Nel frattempo, la percezione è quella di un’esclusione sistemica. Solo il 37% dei giovani italiani pensa di avere voce sulle decisioni locali, contro una media UE del 44%. Eppure, sono anche quelli che esprimono maggiore fiducia nel futuro (47,5% contro il 42% Ue) e più rabbia (19,6% contro 14%). Due sentimenti che, insieme, dicono: non rassegnazione, ma urgenza.

Una generazione controvento

Il rischio è che questo patrimonio vada disperso, fagocitato da un sistema che, di fronte alla riduzione numerica dei giovani, smetta semplicemente di considerarli. È già accaduto: basti pensare al modo in cui la scuola è stata trattata durante la pandemia. O al progressivo abbandono degli spazi pubblici di socialità, partecipazione, aggregazione. La stessa retorica sui giovani – sfaccendati, assenti, pigri – è parte del problema.

Ma se c’è una verità che questo paese fatica a vedere, è che i giovani italiani non sono il problema. Sono la cartina di tornasole. Ci stanno dicendo che non si può vivere in una società senza futuro se a non avere futuro sono proprio loro.

Serve, soprattutto, un atto di fiducia istituzionale: riconoscere nei giovani un soggetto politico, non un problema demografico. Perché, continuando a trattarli come una voce a margine, presto ci accorgeremo che è il Paese intero a essere fuori campo.

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Gaza muore per la fame d’Israele

Fanno finta di cadere dal pero, ma è tutto nero su bianco. L’occupazione totale della Striscia da parte di Israele non è un’ipotesi: è un piano. Netanyahu l’ha deciso e lo ha detto, mentre convocava il gabinetto di sicurezza. Non è la deriva di un fanatico isolato, è l’obiettivo dichiarato di un governo che al fanatismo ha affidato le leve del potere. E non c’è bisogno di leggere tra le righe: i ministri Smotrich e Ben Gvir l’avevano già invocata a ottobre. Oggi ne discutono solo i dettagli.

Nel frattempo, Gaza muore. Ieri almeno 74 vittime nei raid. Tre palestinesi sono stati uccisi mentre aspettavano gli aiuti. Altri otto sono morti di fame, secondo il ministero locale della Salute. Si muore per le bombe e per il blocco. Si muore per la fame, ma è la fame d’Israele a uccidere. Una fame di terra, di cancellazione, di dominio. Il finto stupore degli editorialisti, degli analisti, dei diplomatici che si fingono sorpresi è il contorno grottesco di questa pulizia. Fingono di non sapere ciò che Netanyahu e soci vanno ripetendo da mesi: che non esiste Gaza senza Israele, che Hamas è solo un alibi, che gli ostaggi servono solo per procrastinare lo sterminio.

Chi si ostina a parlare di soluzione politica mentre si moltiplicano gli eccidi, chi chiede garanzie sul “dopoguerra” mentre Gaza viene polverizzata, è complice. Le dichiarazioni di Ben Gvir, la convocazione del gabinetto militare, gli elogi di Trump, le tensioni con l’Idf: tutto mostra che non c’è alcun interesse per la pace, solo l’ansia di completare la distruzione. Il crimine non è futuro: è in corso. E chi lo scopre oggi, troppo tardi, dovrebbe almeno avere il pudore di tacere.

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Italia e Ue in ginocchio da Trump

Con Donald Trump alla Casa Bianca, l’Unione Europea ha smesso anche di fingere fermezza. Di fronte alla minaccia di nuovi dazi al 35% se Bruxelles non investirà negli Stati Uniti “come promesso”, la Commissione sospende le contromisure e si aggrappa all’illusione di un “testo congiunto in fase avanzata”. Nel frattempo, Trump ribadisce che i 600 miliardi di dollari europei potranno essere usati “per qualsiasi cosa io voglia”. Un’umiliazione plateale, resa ancor più grottesca dal silenzio di chi dovrebbe difendere gli interessi europei.

Nessuna deroga per vino, alcolici, semiconduttori o farmaci: solo dazi, con punte previste fino al 250%. Berlino insorge, parla di resa, e da Bruxelles si dicono “sorpresi”. Ma la verità è che gli Stati membri hanno firmato a occhi aperti un’intesa sbilanciata, incapace di difendere i settori strategici e priva di meccanismi di garanzia. Un funzionario ammette: “Ci saranno ulteriori turbolenze”. Traduzione: ci siamo messi nelle mani del presidente americano, e ora speriamo che non le stringa troppo.

In Italia, lo spettacolo è persino più desolante. Giorgia Meloni continua la sua tournée elettorale travestita da presidenza del Consiglio, tra elicotteri, dolcetti e promesse. I suoi ministri rassicurano, minimizzano, sorvolano. Davanti all’aggressività trumpiana, si propongono come interlocutori moderati. In realtà, sono comparse in un teatrino dove il copione è già scritto a Washington.

L’Europa è sotto scacco, e l’Italia recita con diligenza il suo ruolo di comparsa entusiasta. Ma basta guardare bene: non è una scena diplomatica. È una resa. 

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Comando io, anche sui criminali

Giorgia Meloni ha deciso di togliersi la maschera: «Rivendico ogni scelta. Non sono Alice nel Paese delle Meraviglie». Lo dice lei stessa, con orgoglio. A differenza dei suoi ministri sotto accusa – Piantedosi, Nordio, Mantovano – lei è stata archiviata. Ma la vera notizia è un’altra: non si difende, rivendica. Apre la porta alla verità che finora avevano provato a coprire con gli omissis. E la verità è questa: il governo italiano ha liberato un criminale libico ricercato dalla giustizia internazionale. E l’ha fatto per «interessi di Stato» che nessuno ha mai avuto il coraggio di nominare.

Meloni vuole essere ricordata come una che comanda, non come una che governa. E allora si prende la scena, reclama per sé anche la responsabilità penale, se serve. Mette la faccia su una scelta che dovrebbe imbarazzare qualunque democrazia. Ma non è un’ammissione: è una sfida. Sfida i giudici, sfida l’opposizione, sfida la verità. Promette di sedersi in Aula accanto ai suoi accusati per «difendere l’operato del governo». E in nome della «sicurezza degli italiani» pretende anche l’archiviazione morale. Come se tutto si potesse derubricare a questione di fermezza. Come se la giustizia fosse una comparsa, e non un potere dello Stato.

Intanto, la liberazione del torturatore libico passa in secondo piano, occultata da una messinscena in cui la premier si erge a martire istituzionale, senza mai spiegare perché. La narrazione del governo coeso diventa così lo scudo perfetto per evitare di dire la verità. La verità, cioè, che a decidere non è stata una distrazione burocratica. È stata una scelta. E Meloni ce la sta raccontando come una medaglia. Ora la politica ha il dovere di chiederle perché. Davvero. Senza più omissis.

Buon martedì. 

foto gov

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