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Ve li ricordate quando erano sovranisti?

Ve li ricordate, quando gridavano? Quando Giorgia Meloni tuonava contro «la sistematica e scientifica svendita del nostro sistema produttivo», quando Matteo Salvini parlava di «shopping sottocosto» e Antonio Tajani denunciava «una vorace campagna acquisti ai danni dell’Italia»? Li ricordate sempre davanti a un microfono, sempre pronti a brandire l’orgoglio nazionale come uno scudo? Bene. Ora dimenticateli.

Perché la vendita di Iveco ai colossi indiani di Tata Motors, ufficializzata ieri, è passata con l’avallo tacito – anzi, complice – degli stessi che ieri invocavano il golden power e oggi preferiscono il silenzio. Salvini, che nel 2021 definì «una sciagura» la possibile cessione ai cinesi di FAW, oggi si nasconde dietro dichiarazioni ministeriali anodine. Tajani, che temeva lo “spezzatino” industriale, oggi ne è parte attiva. Meloni, che nel 2023 bloccava l’ingresso cinese in Pirelli, oggi approva un’operazione quasi identica, solo perché firmata con Nuova Delhi.

La giustificazione è che “l’India è un partner strategico”, e che l’unità militare di Iveco è salva grazie all’acquisto da parte di Leonardo. Ma il patriottismo industriale, se è serio, non può essere così flessibile. Se ieri la proprietà estera era «un furto di sovranità», oggi non può diventare «opportunità di crescita» solo perché fa comodo all’agenda diplomatica o serve a costruire rapporti economici graditi a Palazzo Chigi.

Tata ha promesso di non chiudere stabilimenti per due anni. E poi? Il golden power, che si sventolava come totem contro ogni minaccia estera, non viene nemmeno citato. La divisione militare è stata “salvata” perché altrimenti il governo avrebbe dovuto fare i conti con le sue stesse contraddizioni.

La verità è che lo Stato ha abdicato a ogni ruolo attivo. Il governo non ha gestito l’operazione: l’ha subita, l’ha giustificata, l’ha incartata in comunicati vaghi, nella speranza che nessuno si ricordasse degli strepiti del passato. Ma il passato, come sempre, torna. E pesa.

Chi ieri gridava “Iveco non si tocca” oggi applaude, o peggio: scompare. Non è cambiato il mondo. È cambiato chi lo raccontava.

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La parabola della destra italiana, da filo-palestinese a filo-israeliana: quando il sostegno a Gaza era un merito

A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci. La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra.

Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore.

Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana.

Tra fiamma e kefiah

La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventù negli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese.

Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale.

La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto.

Ieri Palestina, oggi premi da Israele

Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco. La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”.

Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali.

L’antisemitismo a orologeria

Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite. La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas.

Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma.

Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica.

La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno.

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Germania, l’offerta di Pier Silvio Berlusconi per acquisire la quota restante di ProSiebenSat.1 mette in allarme Berlino

Pier Silvio Berlusconi ha rilanciato l’operazione che potrebbe far tremare l’ecosistema mediatico tedesco. La sua MediaForEurope (MFE), erede dell’impero Mediaset, ha alzato l’offerta per acquisire la quota restante del gruppo ProSiebenSat.1, già secondo broadcaster privato in Germania. L’obiettivo è semplice: trasformare MFE in un gigante paneuropeo della televisione commerciale, capace di competere con Netflix e YouTube.

La nuova offerta – 4,48 euro in contanti e 1,3 azioni MFE A per ogni azione ProSieben – vale fino a 8,62 euro per azione e supera di netto la controproposta del gruppo ceco PPF. Non è solo una manovra finanziaria: Berlusconi jr. parla di “progetto industriale”, sinergie fino a 419 milioni annui e un’alleanza per l’indipendenza europea dei media. Ma la Germania, davanti a queste parole, ha reagito con fermezza insolita.

Il muro tedesco

Wolfram Weimer, Commissario per i Media, ha convocato Pier Silvio a Berlino per settembre. “Chi compra un gruppo mediatico in Germania assume una responsabilità politica“, ha dichiarato. A Berlino, del resto, hanno ben presente il modello costruito dal padre, tra interessi incrociati, propaganda politica e conflitti d’interesse mai risolti. E la proprietà MFE, controllata dalla famiglia Berlusconi, evoca timori profondi di condizionamento editoriale.

L’Associazione dei Giornalisti tedeschi ha parlato di “berlusconizzazione strisciante” e chiede che MFE venga bloccata sotto la soglia del 25% di proprietà, ormai superata. I giornali tedeschi rispolverano gli scandali del Cavaliere e l’uso partigiano dei notiziari Mediaset. In questo scenario, anche se Berlusconi jr. non fa politica, il suo cognome è un marchio indelebile che desta sospetti più della sua offerta industriale.

Il governo federale ha chiesto garanzie: indipendenza editoriale, mantenimento della sede in Germania, nessun licenziamento. E i regolatori hanno avviato un’indagine sull’eventuale “potere di opinione dominante” che MFE potrebbe assumere, un concetto giuridico tipicamente tedesco, che va oltre la concentrazione economica e tocca la struttura stessa del dibattito pubblico.

Italia e Germania, due mondi mediatici distanti

Il caso MFE-ProSiebenSat.1 è lo specchio di due sensibilità opposte. In Italia, la sovrapposizione tra potere politico e controllo mediatico è stata per anni una consuetudine istituzionalizzata: dalla legge Gasparri alla gestione lottizzata della Rai, dal Sic alle soglie antitrust aggirate per via normativa. La Legge Frattini, pensata per gestire il conflitto d’interessi, è stata così inefficace da diventare essa stessa parte del problema.

In Germania, la storia ha lasciato cicatrici più profonde. Il principio di Staatsferne – la distanza dello Stato dai media – è un pilastro costituzionale. Il sistema duale (ARD/ZDF da una parte, privati fortemente regolamentati dall’altra) è costruito per impedire concentrazioni e ingerenze. Il modello tedesco non teme tanto l’investitore straniero quanto l’investitore con una storia di strumentalizzazione politica. MFE, anche senza politici in carica, è considerato il prodotto di quell’intreccio. E proprio questo basta, per molti a Berlino, a renderla incompatibile con l’ecosistema mediatico tedesco.

Una battaglia per l’Europa (dei media)

Il confronto tra MFE e PPF non è solo economico. PPF, con la sua offerta in contanti e l’impegno a non modificare governance né identità editoriale, appare più rassicurante. Ma Pier Silvio, sostenuto da Fininvest e da una strategia pan-europea, insiste: “Vogliamo costruire un polo indipendente e competitivo, con radici locali”. La sfida, però, non è sul mercato. È sulla fiducia. E sulla stagione legata al padre che in Germania non è archiviata.

Nel frattempo, Bruxelles osserva. L’European Media Freedom Act, che entrerà in vigore ad agosto, impone standard comuni su proprietà, pluralismo e interferenze. L’operazione MFE sarà il primo vero test di questa nuova architettura europea. Ma se il confronto culturale resta irrisolto, nessuna norma basterà. Mentre la scadenza dell’Opa si avvicina (13 agosto), Berlino è già diventata il teatro di un conflitto molto più grande. E il nome Berlusconi, ancora una volta, è quello che divide.

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Diplomazia da salotto, mentre a Gaza si scava a mani nude

Quarantotto civili uccisi nei pressi del valico di Gaza, secondo l’ospedale locale. L’esercito israeliano nega che sia stato fuoco dell’IDF. Una disputa sulle responsabilità che diventa il simbolo di una guerra dove i morti sono veri e le verità sono di parte. Le immagini raccontano corpi stesi a terra, ospedali senza tregua, e un numero di vittime che continua a crescere. A Gaza non esiste più un luogo sicuro. La guerra si è fatta amministrazione quotidiana del dolore.

In questo scenario, il Canada annuncia che riconoscerà lo Stato di Palestina all’Assemblea generale dell’ONU di settembre. Non un gesto isolato: anche Regno Unito e Francia si muovono sulla stessa linea. Ma Ottawa mette condizioni severe, dall’esclusione di Hamas dalle elezioni del 2026 alla costruzione di un’autorità statale smilitarizzata. Il governo israeliano grida al «premio al terrorismo». Trump, fedele alla linea di Netanyahu, minaccia ritorsioni commerciali contro i canadesi.

Il riconoscimento, così com’è, sembra più un atto di pressione politica che un progetto di pace. Senza cessate il fuoco, senza un corridoio umanitario garantito, senza una strategia per fermare i massacri, ogni iniziativa diplomatica rischia di restare appesa al vuoto. La diplomazia non può essere una cerimonia di parole mentre la gente muore.

Il dato politico, però, è evidente. Il blocco internazionale che finora ha protetto Israele comincia a incrinarsi. Si impone una domanda: quanto ancora si potrà fingere che l’occupazione e la violenza siano l’unico linguaggio possibile? La risposta, per ora, arriva dalle fosse comuni di Gaza.

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Modello Albania, “Ferite al confine”: la denuncia del Report del Tavolo asilo e immigrazione

È una strategia. Il secondo report del Tavolo Asilo e Immigrazione, intitolato Ferite di confine, non documenta solo violazioni, ma descrive un sistema costruito per renderle sistemiche, opache, irreversibili. Dopo la fase iniziale del Protocollo Italia-Albania – pensato per deviare in territorio straniero le procedure d’asilo – il governo ha rimodulato il dispositivo, trasferendo in Albania non più i migranti intercettati in mare, ma le persone già trattenute nei Cpr italiani. Il centro di Gjader è diventato la proiezione esterna di una detenzione amministrativa sempre meno controllabile, collocata fuori dai confini nazionali e, con essi, fuori dalle garanzie costituzionali.

Un modello di governo, non solo di frontiera

Il Protocollo Italia-Albania, nato come risposta securitaria, ha assunto via via i contorni di un laboratorio politico anche per l’Europa. Non si tratta più solo di contenere i flussi migratori, ma di dimostrare che lo Stato è in grado di punire esemplarmente chi varca i confini senza autorizzazione. Un potere che si arroga la gestione della libertà personale in un territorio esterno, marginalizzando il Parlamento, indebolendo il controllo giudiziario e vanificando le prerogative dell’opinione pubblica.

Non è un caso che la trasformazione del “modello Albania” sia avvenuta dopo i primi stop giudiziari, riassegnando il protocollo alla detenzione dei migranti nei Cpr, con costi sproporzionati (circa 800 milioni di euro in cinque anni per appena 132 trasferimenti e 32 rimpatri) e logiche operative che nessuna necessità concreta giustifica. Non si libera spazio nei Cpr italiani (che risultano ancora sottoutilizzati), non si accelera alcun rimpatrio. Si allontana, semplicemente, il problema dalla vista. E dalla legge.

Trasferimenti coatti

Il report documenta con precisione la prassi dei trasferimenti coatti verso l’Albania. Che comprime il diritto di difesa.

La Corte Costituzionale ha chiarito che ogni limitazione della libertà personale deve avvenire con atto motivato della magistratura. Una violazione che si ripete e si aggrava nelle modalità materiali del trasferimento, descritte come “disumane e degradanti” anche dalla giurisprudenza della Corte EDU.

Eccezione permanente

Il Cpr di Gjader da luogo geografico è diventato una zona giuridica di eccezione. Gli standard di cura sono inferiori a quelli italiani, come rilevato dalla Cassazione. Gli episodi critici – atti di autolesionismo, crisi psicotiche, tentativi di suicidio – si moltiplicano (42 eventi critici in poco più di un mese), e i meccanismi di risposta sono spesso inefficaci o tardivi.

La struttura sanitaria è incompleta, il personale albanese non sempre ha titoli equiparati, e i rimandi a ospedali locali non garantiscono standard compatibili con i diritti sanciti dall’articolo 32 della Costituzione. La salute diventa, anche essa, un diritto degradato. I migranti in Albania non hanno accesso alle stesse cure né alla stessa tutela giuridica.

Il costo della propaganda

Dietro tutto questo manca completamente un piano razionale. Lo riconosce lo stesso report: il nuovo “uso” del Protocollo non ha efficacia, non ha coerenza con gli obiettivi dichiarati di rimpatrio. Serve solo a esibire fermezza. È un atto propagandistico che utilizza la vita delle persone per mantenere consenso politico. È uno spettacolo istituzionale in cui la punizione diventa messaggio e il dolore diventa deterrente. Ma non funziona: i numeri lo smentiscono.

E tuttavia continua. Proprio perché è utile non tanto a gestire le migrazioni, quanto a dare forma simbolica a un’ideologia di controllo e marginalizzazione.

L’informazione come ostacolo (da rimuovere)

Il tratto più grave e inquietante, però, è l’opacità. I nomi delle persone trattenute, le nazionalità, i motivi dei trasferimenti: tutto è secretato, retto da una narrazione unilaterale di efficienza e deterrenza, smentita da fatti e cifre. Ma è proprio in questo blackout informativo che si rivela la vera natura del “modello Albania”: uno spazio costruito per non essere visto, per non essere discusso, per sottrarsi al diritto. È il modo con cui si costruisce il silenzio attorno alle persone e si depotenzia ogni critica democratica.

Il report si chiude con un appello: sospendere i trasferimenti, cancellare l’accordo. Non si tratta solo di rispetto dei diritti umani, ma della salvaguardia dell’ordine giuridico democratico. Se uno Stato può trasferire coattivamente individui in un altro Paese, senza controllo, senza motivazione, senza difesa, allora il confine non è più solo geografico: è il punto in cui il diritto si spegne. Il “modello Albania” mostra cosa succede quando si tollera la sospensione dei diritti in nome dell’ordine. Mostra quanto è fragile la dignità, quando diventa merce di scambio nella comunicazione politica. Mostra quanto costa – a tutti – girarsi dall’altra parte.

Nessun confine vale una vita. Ma oggi, anche in Italia, c’è chi è pronto a sacrificare entrambe.

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Ricordarseli bene, ricordarseli tutti

Può essere un errore prendere a bersaglio «bambini assetati in fila per avere acqua»? Un errore sparare su ambulanze, medici, infermieri, su civili inermi e affamati che rischiano la vita per un pugno di farina Un errore distruggere ospedali, uccidere «bambini ricoverati per denutrizione»? Secondo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: no.
Anche dalle parti del Quirinale qualcuno deve avere pensato che fosse il caso di pronunciare una parola sul genocidio trasmesso in diretta da Gaza. La condanna (tardiva) di Mattarella arriva in contemporanea con l’avvio del percorso di riconoscimento della Palestina da parte di altri 14 Paesi alla conferenza promossa da Francia e Arabia Saudita alle Nazioni Unite. Un documento invita le nazioni che non hanno ancora riconosciuto la Palestina a farlo, invocando «un passo essenziale» verso una pace duratura.
L’argine dell’antisemitismo sventolato come scudo per l’impunità del governo Netanyahu si sbriciola giorno dopo giorno di fronte alla verità. La propaganda giorno dopo giorno si sbriciola sotto il peso dei fatti. E così la fame torna a chiamarsi fame, il sistematico assassinio degli innocenti diventa cristallino e il neonazismo israeliano si svela sotto la coltre della sua drammatica storia.
Vale quindi la pena ricordarsi di ricordare coloro che dal 7 ottobre del 2023 hanno concimato il genocidio (e insistono a farlo) da destra a sinistra, ricordare i servi sciocchi, ricordare i collaborazionisti, ricordare i vili, ricordare gli apparenti equidistanti che altro non erano che lubrificatori della strage. Ricordarseli bene, ricordarseli tutti.
Buon giovedì.

Disegno di Marilena Nardi

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Il crimine perfetto ha sponsor occidentali

Sessantamila morti. Sessantamila. Lo scriviamo tutto in lettere, perché è così che si contano i crimini storici: con parole che restano. La fame – che secondo l’Integrated Food Security Phase Classification sta “già realizzando lo scenario peggiore” – non è un effetto collaterale: è una scelta deliberata. Martedì a Gaza sono morti “per errore” quelli che aspettavano cibo: perché è così che si muore, a Gaza. Non sotto le bombe, ma per una bottiglia d’acqua.

Donald Trump, tra una buca e l’altra nel suo nuovo golf club scozzese, promette che “il cibo arriverà presto”. Parole vuote, dette come si parla di forniture di lattine alla Casa Bianca. Nel frattempo, il Regno Unito annuncia che riconoscerà lo Stato di Palestina se Israele non accetta una tregua. E Israele, con una faccia che ha smesso da tempo di vergognarsi, grida che è un premio a Hamas. Come se ogni diritto dei palestinesi dovesse essere sottoposto al permesso del loro carceriere.

Due milioni di persone intrappolate, private di tutto. Le Nazioni Unite parlano chiaro: “Il mondo sta guardando un genocidio in tempo reale”. Ma la parola “genocidio” fa paura ai palazzi: preferiscono “crisi umanitaria”. Come se la complicità occidentale non grondasse sangue.

E l’Italia Un sussurro. Tajani balbetta “sconcerto”. Meloni tace. E mentre le agenzie raccontano bambini scheletrici, noi scegliamo di voltare la faccia. Per viltà, per calcolo, per convenienza elettorale. E allora sì: è anche colpa nostra. Ma più ancora di chi tace, è colpa di chi mente. Di chi parla di civiltà mentre finanzia l’assedio. Di chi firma accordi commerciali con le mani sporche di fame.

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Liste d’attesa in Sanità, la Piattaforma nazionale non garantisce trasparenza. L’Osservatorio Cpi: “Dati solo a livello nazionali, poco utile per il cittadino”

Una Piattaforma nazionale online, una media statistica e una conferenza stampa. Così il governo ha deciso di raccontare il collasso del Servizio Sanitario Nazionale. Il nuovo portale dedicato ai tempi di attesa, presentato come uno strumento di trasparenza, in realtà oscura tutto ciò che conta: non indica i tempi massimi reali, non consente di sapere dove si aspetta di più, non permette di confrontare le strutture.

“Una prima osservazione sui dati disponibili dalla Piattaforma è che, nonostante i dati vengano trasmessi dalle regioni, questi sono disponibili soltanto a livello nazionale – scrive l’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università cattolica, diretto da Carlo Cottarelli -. Non potendo consultare i tempi nelle specifiche strutture o perlomeno a livello locale o regionale, la Piattaforma risulta quindi ancora poco utile per il cittadino”.

La fotografia ufficiale dei primi mesi del 2025 è un quadro in cui il ritardo si normalizza, la rinuncia si privatizza, la responsabilità evapora.

Dietro la piattaforma si muove un impianto normativo presentato come riforma strutturale. Il decreto-legge 73/2024 ha previsto misure in gran parte non attuate. L’Organismo nazionale di controllo è stato formalmente istituito, ma non ha ancora strumenti per intervenire. Il Centro Unico di Prenotazione (Cup) continua a escludere molti operatori, soprattutto tra i privati accreditati. E il tetto di spesa per il personale sanitario, che doveva essere superato, resta intatto. Nessun nuovo medico, nessun infermiere in più.

La piattaforma, così com’è, serve soprattutto a evitare lo scontro con le Regioni. Non indica dove si accumulano i ritardi, non dice quali Asl falliscono sistematicamente gli obiettivi. È una trasparenza apparente costruita per non disturbare nessuno. Dietro l’aggregazione statistica, il diritto alla salute diventa una scommessa geografica.

Dati e disuguaglianze

Il tempo medio nazionale per una visita specialistica, come scrive businessonline.it analizzando i dati raccolti dalla Piattaforma nazionale liste d’attesa tra gennaio e maggio 2025, varia tra 105 e 126 giorni; solo l’8% delle prestazioni viene erogato entro dieci giorni; oltre il 21% dei pazienti aspetta più di sei mesi; per le prestazioni differibili o programmabili – la maggioranza – la soglia del 75% di prestazioni nei tempi è pura utopia. I tempi massimi non sono indicati, ma dai dati raccolti da Federconsumatori e stampa locale emergono attese fino a 330 giorni per una colonscopia in Lombardia, 463 giorni per un elettrocardiogramma programmato a Milano, 748 per una visita ginecologica in Friuli.

Nel frattempo, quasi 4 milioni di persone nel 2024 hanno rinunciato a una prestazione per i tempi troppo lunghi. Un altro 5% ha rinunciato per motivi economici. La somma racconta una realtà fuori controllo: chi può paga, chi non può aspetta. Oppure rinuncia. E anche il meccanismo di tutela previsto dalla legge – che obbligherebbe le strutture a garantire la prestazione in intramoenia o presso il privato convenzionato senza costi aggiuntivi – si trasforma in una giungla burocratica. Ogni Regione ha regole diverse. I Cup non rilasciano certificazioni. Il paziente, lasciato solo, deve dimostrare di essere stato abbandonato.

Un diritto trasformato in eccezione

Il decreto-legge, nella sua architettura, ha replicato il vizio di origine del sistema: affastellare norme senza dotarle di strumenti, promettere obiettivi senza costruire le condizioni per raggiungerli. Il risultato è una riforma annunciata che produce esattamente il contrario di ciò che dichiara. Una sanità pubblica che non riesce a garantire i tempi è una sanità che non garantisce più niente. Non misura le attese: misura quanto ancora possiamo aspettare.

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Corsa al riarmo, l’Europa arruola pure il risparmio: da costo a investimento con il bollino della sostenibilità, anche i fondi pensione includono aziende produttrici di armi nei loro portafogli

C’è un nuovo lessico nella finanza europea e non è più quello del “verde”, ma quello della “sicurezza”. Sotto la sigla “ReArm Europe”, la Commissione europea ha lanciato un piano da 800 miliardi di euro che rovescia il paradigma economico continentale: la difesa non è più un costo, ma un investimento. E non è solo lo Stato a doverlo finanziare: è l’intero sistema finanziario europeo, dai fondi pensione alle banche pubbliche, dai titoli Esg (Environmental, social and corporate governance) ai conti correnti dei cittadini. Il motore di questa trasformazione è la deroga alle regole fiscali che consente di escludere le spese militari dal calcolo del deficit. Ma il vero cambio di passo sta nell’apertura esplicita al capitale privato e nella mobilitazione dei risparmi popolari. La difesa diventa un “bene pubblico”, le armi un “asset strategico” e la stabilità economica una scusa per ridefinire l’intera idea di sostenibilità.

Armi con il bollino della sostenibilità

Nel 2025 Allianz Global Investors ha ufficializzato un cambiamento di rotta che segna il passo. Ha incluso nei propri fondi Esg anche aziende produttrici di armi, comprese quelle nucleari se conformi al Trattato di non proliferazione. Il tutto con la benedizione dell’autorità europea Esma, che ha ristretto la definizione di “armi controverse”. Allianz non è sola: Ubs, Dws, AkademikerPension e Pfa Pension hanno seguito la stessa strada. E se i fondi “Articolo 9” restano più stringenti, gli “Articolo 8” – la grande maggioranza del mercato – si sono dimostrati sufficientemente porosi da legittimare, sotto etichetta “green”, investimenti bellici puri.

La finanza etica parla di “war-washing”: l’uso della retorica Esg per lavare la reputazione degli armamenti. Banca Etica, Gabv, Etica Sgr lo dicono apertamente: finanziare la guerra non sarà mai compatibile con la sostenibilità, a meno di riscrivere il significato stesso di etica.

Il paradosso dei fondi pensione

Questa trasformazione è tutt’altro che teorica. Milioni di cittadini europei, spesso ignari, stanno già finanziando l’industria della difesa. In Italia accade soprattutto attraverso i fondi pensione negoziali che affidano la gestione a colossi come Allianz, BlackRock e Amundi, i cui portafogli ora includono esplicitamente aziende belliche. Le policy di investimento sono generiche o deliberatamente ambigue. E le quote di esposizione non vengono comunicate in modo chiaro ai sottoscrittori.

È una catena di comando opaca: il lavoratore delega al fondo, che delega al gestore, che sceglie titoli di imprese belliche in Etf (Exchange Traded Funds) tematici o fondi Esg.

E poi c’è la Cassa Depositi e Prestiti: braccio finanziario dello Stato. La sua policy lo dichiara esplicitamente: “Il Settore della Difesa e Sicurezza rappresenta un settore strategico per garantire la sicurezza dei paesi ed è al contempo uno tra i settori più dibattuti in termini di compatibilità con i criteri Esg”. La soluzione? “Orientare l’operatività di CDP nel Settore della Difesa e Sicurezza stabilendo criteri di trattamento, di limitazione ed esclusione”.

Anche alcuni dei principali gruppi bancari italiani forniscono supporto diretto all’export di armamenti. Il risultato è un sistema chiuso: lo Stato è cliente, regolatore e azionista; le banche finanziano; i risparmiatori forniscono capitale. Senza saperlo.

La breccia della doppia materialità

C’è però un punto di rottura. Dal 2024 è in vigore la direttiva europea Csrd, che impone il principio di “doppia materialità”: le aziende devono rendicontare non solo come la sostenibilità incide sui loro conti, ma anche come le loro attività impattano sull’ambiente e sulle persone. Una rendicontazione seria imporrebbe alle imprese belliche di raccontare i danni delle loro armi, le vittime civili, la distruzione delle infrastrutture, l’inquinamento bellico. Difficile pensare che possano, senza conseguenze, mettere nero su bianco gli effetti “materiali” dei loro prodotti.

Ma proprio per questo il rischio è che si apra la strada a una “doppia materialità di comodo”: un reporting selettivo, concentrato su aspetti neutri (emissioni in sede, parità di genere) e capace di ignorare la funzione distruttiva primaria del prodotto. Un rischio che svuota la direttiva stessa e richiede una vigilanza costante da parte della società civile.

Risparmi armati

La finanziarizzazione della difesa non è più una tendenza, è un fatto. Spinta dal piano ReArm Europe, legittimata da regolatori compiacenti, giustificata con la narrativa della sicurezza, sostenuta dai risparmi dei cittadini. Il confine tra finanza pubblica e privata è saltato, e con esso la distinzione tra investimento e complicità. In questo scenario, la trasparenza non è un orpello ma una necessità politica. Chi gestisce fondi pensione deve essere chiamato a rispondere delle proprie scelte. Chi investe in nome dei cittadini deve sapere, e dire, dove finiscono quei soldi. Chi sventola la bandiera della sostenibilità deve dimostrare coerenza.

Perché il rischio, ormai evidente, è che un’etichetta Esg basti a lavare via anche il sangue.

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Report decapitato: ecco la Rai che vuole il governo

La Rai ha deciso: a Sigfrido Ranucci viene tolta la responsabilità della firma per Report. Contratti, trasferte, acquisti, rapporti legali: tutto riassegnato a un altro dirigente. Non è solo una questione organizzativa. È l’ennesimo tassello di una strategia di contenimento. Dopo i tagli al programma, dopo il caso del provvedimento disciplinare per la sua presenza a “Otto e mezzo” (smentito dall’azienda, ma annunciato dal diretto interessato), ora si passa a depotenziare chi da anni incarna uno dei pochi esempi di vero servizio pubblico.

Ranucci lo dice chiaramente: “Per motivi noti”. Motivi che non sono tecnici ma politici. In un’azienda normale, un audit superato e l’efficienza di una squadra coesa sarebbero motivo di fiducia. In Rai, nel 2025, diventano un problema se il coraggio editoriale mette in imbarazzo il potere. “Continueremo a fare il nostro lavoro”, promette il conduttore. Ma sarà sempre più difficile, sempre più ostacolato, sempre più condizionato.

La gestione Meloni ha già dimostrato cosa intende per pluralismo: lottizzazione sfacciata, censura strisciante, promozione del servilismo. Oggi è toccato a Ranucci. Domani a chiunque osi ancora confondere la televisione di Stato con il giornalismo. Il fatto che la Rai smentisca ogni intento punitivo mentre smonta pezzo dopo pezzo la macchina di Report è solo il segno di quanto la doppiezza sia diventata sistema.

Non è una faida tra colleghi, non è una banale riorganizzazione interna. È una spoliazione consapevole di una delle rare isole di inchiesta rimaste nella tv pubblica. E riguarda tutti: riguarda l’idea stessa di cosa debba essere un servizio pubblico. Se obbediente, prono e innocuo, o libero, scomodo e trasparente. Se raccontare la realtà significhi rischiare il posto o essere premiati. E oggi, in Rai, la risposta è fin troppo chiara.

Buon mercoledì.

L’appuntamento: Left incontra Sigfrido Ranucci al Percorsi Festival  il 23 agosto a Santo Stefano di Magra , il giornalista di Report sarà intervistato live dalla direttrice di Left Simona Maggiorelli

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