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Punire tutti, salvare il potere: dottrina Gaza

Il genocidio è una politica, non un incidente. Il ciclo è chiaro: mentre in Israele decine di migliaia di persone chiedono un accordo per liberare gli ostaggi, il premier attacca chi protesta, equipara i familiari a «fiancheggiatori di Hamas» e avverte che le piazze «garantiscono un nuovo 7 ottobre». È l’uso del dolore come strumento di governo, funzionale a prolungare la guerra e a schiacciare il dissenso. Sul tavolo, intanto, c’è una nuova proposta di cessate il fuoco mediata da Qatar ed Egitto; le fazioni palestinesi hanno sollecitato Hamas a rispondere. Ma Netanyahu insiste sul pacchetto “tutto in uno”: liberazione completa, resa di Hamas, controllo israeliano su Gaza. Ha ripetuto che le intese parziali «appartengono al passato». Condizioni scritte per non atterrare: l’esito utile non è l’accordo, è il rinvio. 

A Gaza la politica diventa geografia: ordini di evacuazione di interi quartieri, la parrocchia della Sacra Famiglia avvisa che «si distribuiscono tende». È il trasferimento forzato in forma amministrativa, l’urbanistica della precarietà. La fame resta l’arma meno rumorosa. Amnesty parla di una strategia deliberata di affamamento: convogli bloccati, infrastrutture distrutte, bambini denutriti. È la distruzione delle condizioni di vita, non un danno collaterale.

Chiamare questa sequenza “guerra” oscura la realtà: punizione collettiva, deportazione di fatto, negazione del soccorso. Si può misurare nei corpi e nelle mappe. Finché la comunità internazionale accetterà la semantica dell’emergenza, la politica del genocidio resterà ordinaria amministrazione.

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Il vero record italiano sul Pnrr

La Procura europea (Eppo) conta 179 indagini in Italia sui fondi del Recovery a fine 2023, su 233 totali legate al Rrf. Sono fascicoli, non sentenze, ma bastano a incrinare la narrazione del governo: le rate arrivano, i controlli arretrano. La centralizzazione a Palazzo Chigi e la “semplificazione” degli appalti hanno accelerato la spesa; hanno anche aperto varchi a irregolarità che oggi esplodono nelle procure. È questo il punto: l’architettura scelta per correre ha ridotto la trasparenza lungo la filiera, mentre la dimensione del piano italiano (circa 194,4 miliardi) massimizza l’esposizione ai rischi.

Chi governa ripete che “sono solo indagini”. Vero, ma il loro volume è indicativo della vulnerabilità del sistema. L’Italia ha il Recovery più imponente d’Europa, quindi più progetti e più controlli; e tuttavia la sproporzione non si spiega con la sola scala. L’Eppo apre fascicoli quando intercetta indizi su appalti distorti, rendicontazioni gonfiate, catene di sub-affidamenti opache, autoriciclaggio: segnali tipici di una spesa che privilegia l’adempimento formale. Il modello a milestone spinge a chiudere step amministrativi più che a validare costi e risultati; la Corte dei conti europea ha già richiamato l’attenzione su presìdi insufficienti, su aiuti di Stato e contratti pubblici. È il motivo per cui, mentre l’Italia incassa regolarmente le rate, in parallelo crescono i sequestri, le perquisizioni e i procedimenti su digitalizzazioni fantasma, efficienze energetiche gonfiate, consulenze fotocopiate. Non è un incidente statistico: è il segno di un ecosistema amministrativo dove deroghe, urgenze e catene di comando accorciate hanno reso più conveniente il rischio d’abuso rispetto alla probabilità di essere scoperti.

Dalla fine del 2023 la cabina di regia è stata assorbita a Palazzo Chigi con la promessa di “mettere in sicurezza” il piano. La traduzione operativa è nota: più commissari, procedure accelerate, maggior spazio al subappalto nel nuovo Codice dei contratti, obblighi di pubblicità alleggeriti, piattaforme pubbliche che non consentono ancora il tracciamento completo dei beneficiari finali. La “velocità” è diventata un fine in sé. Quando emergono le inchieste, la colpa ricade sui furbi locali; ma i furbi prosperano dove la politica tratta la trasparenza come un intralcio e l’Anac come un soprammobile. Blindare davvero il Pnrr significava pubblicare integralmente contratti e varianti, rendere tracciabili pagamenti e subappalti fino all’ultimo fornitore, rafforzare gli audit ex ante, dotare gli enti attuatori di personale stabile e competenze tecniche. Invece la retorica della «semplificazione» ha sostituito l’idea di controllo, e il controllo è rimasto il parente povero della governance.

Il governo rivendica i risultati: obiettivi spuntati, tranche erogate, cantieri avviati. È giusto, ma insufficiente. La domanda politica non è quante rate si incassano, bensì quanta spesa produce valore misurabile e quanto è robusta la diga contro frodi e rendite. Oggi il dato sulle indagini non certifica colpe ma certifica un rischio di sistema. Se l’esecutivo vuole invertire l’immagine di un Paese esposto, deve cambiare postura: meno comunicati trionfali, più tracciabilità, open data completi su affidamenti e sub-affidamenti, poteri e risorse a chi controlla, supporto vero agli enti che eseguono. Finché questo cambio non avverrà, quei 179 fascicoli peseranno come giudizio politico sulla gestione del Pnrr, più ancora che come vicenda giudiziaria.

Un’ultima evidenza: il confronto con gli altri Paesi aderenti all’Eppo mostra che dove i dati sono granulari e i registri dei titolari effettivi restano accessibili, le anomalie vengono intercettate prima. L’Italia deve allinearsi agli standard più alti: anagrafe unica dei contratti, cronologia pubblica delle varianti, tracciabilità dei subappalti, sanzioni automatiche su ritardi e scostamenti, audit ex ante sulla qualità dei risultati e non solo sugli adempimenti. La propaganda resiste un ciclo mediatico; i buchi di controllo restano negli atti e, alla lunga, nel debito. È lì che si misura la responsabilità di governo.

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Naufragio di Lampedusa, la pietà sequestrata da Palazzo Chigi

Chiamano pietà ciò che è strategia: all’alba, in un’area interdetta del porto di Porto Empedocle, le prime undici bare del naufragio del 13 agosto sono state sbarcate e benedette in fretta, lontano dai familiari e dallo sguardo civile. Il cordoglio ridotto a pratica amministrativa, per togliere voce alle domande.

La Prefettura ha smembrato il congedo: feretri dispersi tra Canicattì, Palma di Montechiaro, Grotte, Castrofilippo, Joppolo Giancaxio. Sull’isola restano 23 salme. Una madre somala chiede di riposare accanto alla figlia e al marito annegati a pochi metri dalla salvezza.

Sul traghetto Las Palmas viaggiavano anche 259 persone classificate “vulnerabili”: gravidanze, menomazioni, mutilazioni, i segni dei lager libici. Un ammiraglio ricorda che atti e direttive trattano le barche in rotta come affari di polizia: il soccorso ha cambiato asse. Ecco l’empietà: osservare, delegare, occultare.

L’invisibilità è una tecnica. Niente file di bare, nessun rito collettivo che apra crepe nella narrazione sui “trafficanti”. È già successo: Roccella Jonica 2024, salme distribuite su più porti; Cutro 2023, trasferimenti fermati dalle famiglie.

Le domande restano: chi ha avvistato e quando? chi ha valutato il rischio? quali mezzi erano disponibili? Sottrarre il funerale allo spazio pubblico non disinnesca la responsabilità, la espone. Silenzio: prova di paura e distanza dallo Stato che pretende di rappresentare. È il trucco antico del potere: negare i riti per negare i fatti. I morti restano e con loro la domanda: chi ha deciso, chi ha visto, chi risponde? Ora. Risposte, adesso. Subito.

Buon lunedì.

Immagine dal video delle operazioni di ricerca e soccorso a sud di Lampedusa a cura della Guardia Costiera

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«Una Nakba ogni tanto»: il manifesto della vendetta

Benjamin Netanyahu sogna una nuova Nakba. È la grammatica della forza, mentre in Israele i familiari delle vittime annunciano scioperi e blocchi per forzare un compromesso. A Gaza l’offensiva non si ferma: vengono colpite anche aree dichiarate “sicure” come Muwasi, i bambini continuano a morire, la fame è diventata struttura, l’acqua è contaminata, le malattie corrono. È il risultato di un assedio che ha trasformato la sopravvivenza in concessione politica.
Nel frattempo riemergono le parole dell’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva: per ogni vita spezzata il 7 ottobre “cinquanta palestinesi devono morire”, “anche se sono bambini”, “serve una Nakba ogni tanto”. Non sono scivoloni: sono la verbalizzazione di una dottrina. Il castigo collettivo come metodo, la morte civile di un popolo come prezzo accettabile. Quando il lessico della vendetta diventa politica, il genocidio smette di essere un’accusa e diventa la logica conseguenza.
All’orrore sistemico si affianca una scena che resta negli occhi: il giurista Ghanem Al-Attar cammina alla ricerca d’acqua, vestito con la cura di chi rifiuta di consegnarsi al fango. È la lezione di Primo Levi attraverso il signor Steinlauf: lavarsi nel poco, tenere la schiena dritta, negare il consenso al carnefice. Dignità come ultimo diritto fondamentale.
Per questo l’Europa non può più barattare il proprio silenzio con condizionali diplomatici. Servono sanzioni efficaci, embargo sulle armi, riconoscimento giuridico dei crimini in corso. Chiamare genocidio ciò che coincide con i suoi elementi costitutivi non è un abuso del linguaggio: è un dovere. Il resto è fuffa criminale.

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Alaska, pace rimandata: Trump e Putin giocano di sponda, l’Europa resta alla finestra

Donald Trump e Vladimir Putin si sono presi l’Alaska, le foto, la passerella, la limousine condivisa. Si sono presi anche il vantaggio politico che deriva dall’apparire, in controluce, come i due soli padroni del tavolo. Non si sono presi la pace. Dopo quasi tre ore di incontro, il cessate il fuoco in Ucraina non c’è. A beneficio di telecamere e taccuini, i due si sono presentati per pochi minuti e hanno concesso solo dichiarazioni. Niente domande: dettaglio non secondario, perché un’apparizione senza possibilità di porre quesiti non è una conferenza stampa. È una scenografia. E la scenografia, in questo caso, è servita a ribadire che «l’accordo non c’è», che «ci sono stati progressi» di natura non specificata e che «la prossima volta» ci si rivedrà a Mosca. Il resto rimane nel cono d’ombra della comunicazione controllata.

Il metodo Trump, i paletti di Putin

Nel merito, Trump ha fatto sapere che non intende dire «cosa manca» per chiudere, ma ha assegnato i compiti: «Ora tocca a Zelensky e agli europei». Voto alla giornata: «dieci su dieci». Sulle leve, ha ventilato l’ipotesi di nuove sanzioni «forse tra due o tre settimane», mentre in tv ha lasciato scivolare che i “punti” toccano perfino scambi territoriali con garanzie alternative alla Nato. È la sua grammatica: alzare l’asticella, dare un orizzonte breve, accreditarsi come unico mediatore possibile.

Putin, dal canto suo, ha rimesso in riga i contorni della sua posizione: niente tregua immediata, «condizioni» da ribadire e soprattutto un avvertimento diretto a Kiev e all’Unione europea: non «interferire» e non «sabotare» gli sforzi di pace. Ha aggiunto il controfattuale più utile alla narrativa cremliniana: se Trump fosse stato alla Casa Bianca nel 2022, «la guerra non ci sarebbe stata». Il messaggio vero però è un altro: il leader russo non si sente più paria, cammina su tappeti rossi su suolo americano e invita il presidente Usa «la prossima volta a Mosca». Il risultato politico — immagini e prestigio — è già in cassa.

Zelensky vaso di coccio

Il terzo convitato, Volodymyr Zelensky, resta per ora il più esposto. Ha parlato a lungo con Trump e vedrà il presidente Usa a Washington; si è affacciata l’ipotesi di un incontro a tre «molto presto», subito smentita da Mosca. Nel frattempo, la parte più fragile del mosaico — il «vaso di coccio» — è invitata a “fare un accordo” con la potenza che l’ha invasa. Un capovolgimento che dice molto su come è stato allestito il set: due che dettano il perimetro, uno che deve adeguarsi.

Trump-Putin, Europa alla finestra

E l’Europa? Riunioni degli ambasciatori, dichiarazioni di rito, il lessico della «valutazione dell’esito». È la fotografia più fedele della postura europea: arrivare dopo, commentare, prendere atto. Il continente resta diviso tra i «volenterosi» (Macron & C., che continuano a evocare persino l’invio di truppe a sostegno di Kiev) e gli «svogliati» (Meloni & C., che quell’ipotesi non la contemplano). Dopo la resa totale nella partita dei dazi pretesi da Washington, immaginare una rotta di collisione con gli Stati Uniti assomiglia a un esercizio accademico. La «grande mediatrice» Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi si era candidata a sponde e contatti, si è affacciata nella call di aggiornamento a valle del summit: il resto, verosimilmente, l’ha guardato in televisione.

Gli sviluppi possibili

I “progressi” evocati da entrambi somigliano più a una cornice che a contenuti. Se davvero sul tavolo c’è l’idea di scambi territoriali, allora la pace che si delinea è una pace di potenza, con garanzie di sicurezza da definire e un equilibrio che sposta sull’Ucraina il peso della rinuncia. Se invece il cantiere fosse quello di un cessate il fuoco con linee di contatto congelate, restano due nodi: chi garantisce e con quali strumenti; e quale ruolo vogliono (e possono) prendersi gli europei, oscillanti tra la voglia di rivendicare centralità e la paura di pagarne il costo.

Nel frattempo, Mosca capitalizza l’effetto-simbolo dell’Alaska e il rientro nel salotto buono, Trump si accredita come l’unico in grado di “fermare le uccisioni” in tempi rapidi tenendo in sospeso l’arma delle sanzioni, e Kiev si presenta a Washington nel ruolo più scomodo: chiedere sicurezza mentre gli altri scrivono la bozza. Lunedì si capirà se Zelensky potrà sedersi a un tavolo dove i margini non siano già assegnati e se i «volenterosi» europei hanno un piano che non sia la semplice ratifica della geometria decisa altrove.

Finché andrà così, i vertici produrranno soprattutto immagini. E saranno altri a scrivere il testo.

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Export, cresce in valore e arretra in volumi: tra conti veri e propaganda sui dazi

L’export italiano cresce davvero, nonostante i dazi? I numeri messi in fila da Pagella Politica impongono prudenza. Nel primo semestre 2025 il valore delle vendite all’estero è salito di circa il 2,1% sullo stesso periodo del 2024, mentre le quantità esportate sono scese di circa il 2%. È la differenza tra fatturato e colli spediti: l’effetto prezzo e la composizione delle merci gonfiano l’incasso senza dire molto sulla competitività reale. In parallelo, il secondo trimestre arretra rispetto al primo: il dato semestrale sorride, l’ultimo spicchio si increspa.

La geografia conta: nel semestre gli scambi intra-Ue corrono più dell’extra-Ue. Questo indica che l’impulso viene dalle filiere europee integrate, non dai mercati dove le barriere crescono. E il punto statistico è essenziale: il dato principale è nominale, misura il valore a prezzi correnti. Se i listini si muovono più delle quantità, le percentuali seducono ma non spiegano. Servono deflatori e serie sui volumi per capire se le imprese stanno davvero guadagnando terreno o se incassano di più vendendo pezzi simili.

Export, i numeri del semestre

A trainare ci sono farmaceutica e chimico-medicinali, mezzi di trasporto esclusi gli autoveicoli, alimentari e bevande, metalli di base. Dove si frena, lo si fa con decisione: raffinati e coke, e l’automotive. Il cambio euro-dollaro aiuta i ricavi espressi in valuta locale, ma non risolve i nodi industriali: scala, standard, continuità di investimento. La logistica si è normalizzata rispetto al biennio delle strozzature, ma la transizione dell’auto, i semiconduttori e il packaging restano fronti dove la manifattura italiana rischia di inseguire.

Dentro il dato medio convivono due Italie: i grandi gruppi che presidiano la fascia alta e le Pmi che soffrono margini compressi e tempi di consegna. Laddove qualità, certificazioni e assistenza post-vendita sono solide, il prezzo pesa meno; altrove la concorrenza si gioca su centesimi e su dilazioni, e il rallentamento dei volumi è un campanello. È qui che una politica industriale dovrebbe intervenire con strumenti non retorici: tecnologie abilitanti, reti di fornitura qualificate, credito all’innovazione che premi chi aumenta produttività e non chi gonfia fatturati nominali.

Dazi, scorte e realtà

Il capitolo Stati Uniti – quello più politicizzato – mostra un aumento del valore dell’export nei primi sei mesi. Non è una patente d’immunità. Gli annunci tariffari si sono moltiplicati e corretti in poche settimane, con aliquote rimaneggiate e finestre di applicazione scaglionate. Nel mezzo agisce un probabile “effetto scorte”: importatori che anticipano gli ordini per mettersi al riparo, rigonfiando i conti prima di un fisiologico raffreddamento. Il giudizio serio si dà sui dati di fine estate e autunno, quando gli anticipi si esauriscono e le nuove aliquote entrano a regime; fino ad allora la curva racconta più le tattiche che le tendenze.

Qui si innesta la politica. Il governo usa il semaforo verde nominale per minimizzare l’impatto dei dazi e rivendicare la «resilienza» delle imprese. Una politica industriale, però, richiede strumenti e non slogan: assicurazioni pubbliche selettive contro gli shock tariffari, coordinamento Ue sulle difese commerciali e sulle regole d’origine, un piano per l’auto e per i componenti strategici, logistica e dogane che riducano tempi e costi, incentivi alla scala e all’innovazione di processo. Sace e Simest proteggono margini e investimenti, ma non sostituiscono la strategia: senza produttività misurabile, standard condivisi e qualità verificabile si resta aggrappati ai cicli esterni.

La lezione è chiara: l’export cresce in valore, arretra in volume, e la giostra dei dazi non ha ancora presentato il conto. Chi si ferma al fotogramma più favorevole fa propaganda. Il mestiere, qui, è distinguere prezzi da pezzi, picchi tattici da traiettorie, narrativa politica da contabilità. I prossimi mesi diranno se quel 2,1% è sostanza o solo aria calda di stagione.

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Campo largo al bivio: il complicato puzzle della Puglia con Decaro che chiude ai nomi ingombranti

Antonio Decaro ha scelto la via più netta: “Se in lista ci sono Emiliano e Vendola, io non corro”. È il punto fermo del 14 agosto e vale più di un annuncio: l’eurodeputato del Pd condiziona la sua discesa in campo a una discontinuità reale, nelle facce e nel racconto. Non pretende primarie o bilancini, pretende di chiudere la stagione degli ex presidenti in lista. È un messaggio a tutto l’arco della coalizione, dal Pd pugliese ad Avs fino al Movimento 5 Stelle.

Dalle inchieste alle regole: come ci siamo arrivati

Per capire la rigidità della condizione bisogna riavvolgere il nastro. A febbraio il Viminale ha archiviato l’ipotesi di scioglimento per mafia del Comune di Bari: niente commissariamento dell’aula consiliare, ma una ferita politica che la destra continuerà a esibire. A luglio la Consulta ha poi bocciato la “norma anti-sindaci” che anticipava le dimissioni per chi volesse candidarsi alle Regionali: regola incostituzionale, fine dei giochi. Due passaggi che hanno spostato il terreno sotto i piedi dei protagonisti e reso più trasparente – e più esposta – la contesa.

Intanto la cornice del voto si è aggiornata: arriva la doppia preferenza di genere, attesa da anni e approvata in primavera tra frizioni di maggioranza. Resta l’impianto a turno unico con premio di maggioranza e la possibilità di voto disgiunto, un meccanismo che spinge naturalmente a coalizioni ampie e ordinate. Traduzione: ogni ambiguità identitaria si paga cara, perché l’elettore può scegliere il presidente e, separatamente, la lista.

I nomi sono il cuore della crisi. Michele Emiliano ha ribadito la volontà di candidarsi da consigliere regionale, forte della rete costruita in due mandati e di una presenza pervasiva sul territorio. Nichi Vendola, per Avs, valuta il ritorno come capolista: patrimonio simbolico per la sinistra e al tempo stesso fattore polarizzante. Qui s’innesta il paletto di Decaro: chiedere discontinuità con in lista i due ex presidenti rischia di trasformare lo slogan del “nuovo corso” in un boomerang comunicativo. Non è un processo alle persone: è la consapevolezza che, nell’elettorale reale, le biografie pesano almeno quanto i programmi.

Campo largo al bivio

Lo sguardo nazionale complica tutto. Giuseppe Conte ha già messo in chiaro che l’alleanza col Pd sta in piedi solo con “discontinuità” verificabile su sanità e nomine: il segnale è politico, non cosmetico. Dentro il Pd, Elly Schlein deve tenere insieme il profilo europeista del suo “front-runner” più forte al Sud e l’inerzia di un gruppo dirigente locale che non vuole scendere dal palco. Francesco Boccia prova a cucire, ma i tavoli delle ultime settimane si sono chiusi senza fumo bianco. Dall’altra parte, il centrodestra fiuta l’occasione e lavora a un profilo “civico” di area imprenditoriale: prova di forza per sfruttare ogni incrinatura avversaria.

Qui la Puglia esce dai confini regionali. È stata il laboratorio in cui il centrosinistra, dal 2005, ha costruito un racconto di governo capace di resistere a più stagioni. Oggi lo stesso laboratorio è un crash test: capire se l’unità valga comunque, col rischio di apparire autoreferenziali, oppure se l’unità debba passare da un sacrificio reale di chi ha guidato fin qui. La scelta non riguarda solo le liste: misura la credibilità del “campo largo” che Schlein e Conte vogliono portare in autunno su altri tavoli, dalla Toscana alle Marche.

Decaro, da presidente della Commissione Ambiente (Envi) dell’Europarlamento, può permettersi di perdere una corsa senza perdere ruolo. È la sua forza e il suo limite: più è forte a Bruxelles, più diventa vulnerabile a Bari se il Pd non scioglie il nodo degli ingombranti. Emiliano e Vendola sanno che la loro presenza sposta voti e pesi interni. Conte sa che una rottura in Puglia diventerebbe un messaggio d’impotenza strategica per il progetto di alternativa nazionale. In mezzo, Schlein è chiamata a trasformare veti incrociati in un profilo politico leggibile: un’operazione che vale il risultato elettorale e, forse, la leadership del campo.

Le prossime mosse diranno se prevarrà l’“unità con discontinuità” – l’unico compromesso capace di salvare la coalizione e chiarire la rotta – oppure l’ennesimo giro di valzer che consegna alla destra una regione contendibile. Per ora resta l’istantanea di un candidato condizionato che indica la porta agli ingombranti, e di due ingombranti che non intendono uscire. È una fotografia crudele ma utile: se il centrosinistra vuole governare la Puglia, prima deve decidere come vuole farsi vedere dai pugliesi. E poi, finalmente, presentarsi.

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Accogliamo le vittime, investiamo nei carnefici

Accogliamo i bambini che feriamo. L’Italia apre corridoi umanitari, annuncia l’arrivo di altri 31 piccoli pazienti da Gaza e rivendica di aver già curato più di 180 minori. Bello, giusto, necessario. Ma la foto è incompleta: mentre li abbracciamo sugli aeroporti, continuiamo a oliare i meccanismi che li hanno resi pazienti.

Il 31 luglio Cdp Venture Capital, braccio pubblico dell’innovazione, entra nel round di finanziamento della israeliana Classiq (quantum computing). Denaro pubblico italiano che sostiene l’ecosistema tecnologico di Tel Aviv in piena guerra. «Strategico», dicono le note ufficiali. Strategico per chi?

Sul versante militare, i flussi non si fermano. Nel 2024 l’Italia ha rilasciato 42 nuove autorizzazioni d’importazione di armamenti da Israele per quasi 155 milioni di euro e ne ha importati fisicamente per oltre 37 milioni. E verso Israele, sempre nel 2024, abbiamo esportato “armi e munizioni” per 5,2 milioni secondo Istat; tra dicembre 2023 e gennaio 2024 sono partite forniture da guerra per oltre 2 milioni, dopo gli 817 mila euro di ottobre-novembre 2023. Tutto mentre il ministro Tajani ripeteva che «dal 7 ottobre abbiamo bloccato i contratti».

C’è una parola per questa scena di comodo: «childwashing». Accogliere alcune delle stesse vittime per coprire con sentimento ciò che si continua a finanziare con atti e bonifici. L’Italia che porta i bambini in ospedale è la stessa che investe nell’hi-tech israeliano e mantiene aperti canali d’affari militari. Finché non si tagliano quei flussi, l’abbraccio resta una posa: la carità a valle che serve a rendere accettabile la complicità a monte nella catena del genocidio.

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Il mare restituisce corpi, la politica alibi

Sotto l’ombrellone d’agosto il mare ha restituito corpi. A 14 miglia da Lampedusa, in area Sar italiana, il bilancio provvisorio parla di almeno 27 morti, 60 superstiti e decine di dispersi: tra le vittime una bambina di un anno e mezzo e tre adolescenti.  La rotta è la solita: due barchini partiti dalla Libia, il trasbordo su un’unica barca che imbarca acqua, il capovolgimento, l’avvistamento a mezzogiorno da un elicottero della Finanza. 

La fotografia morale è in un grido: «My baby, my baby», la giovane madre somala arrivata al molo Favaloro senza più la figlia e senza più il marito.  Per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni è il peggior naufragio del 2025, in un anno che ha già superato le settecento vite inghiottite nel Mediterraneo centrale.   Le Ong ricordano che le loro navi veloci potevano intervenire, «ma nessuno le ha allertate». 

Il governo ripropone il rosario dell’alibi: «loschi trafficanti», «prevenire le partenze», «dispositivo pronto e operativo».  Intanto a Lampedusa si parla di pattugliamento e soccorso «inadeguati» e di morti annunciate, responsabilità politiche prima che meteorologiche. 

Questa strage è accaduta a ferragosto, quando l’attenzione scivola leggera come la crema solare. È comodo per i distratti: l’indignazione dura il tempo di un reel, poi si cambia ombra. Ma non è il mare a essere crudele: è l’assenza di un sistema europeo di ricerca e salvataggio, la scelta di spostare il problema altrove, la criminalizzazione di chi salva.  

La peggiore tragedia in mare del 2025 è avvenuta quasi a vista di casa. Lì finiscono le vite, qui iniziano gli alibi.

Buon giovedì

 

foto adobestock

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Tra critpo e Mar-a-Lago: la presidenza fa più ricco Trump

Tre cifre: 3,4 miliardi di dollari è la ricchezza che Donald Trump e la sua famiglia avrebbero maturato grazie alla Presidenza USA, secondo l’inchiesta del “New Yorker” firmata da David Kirkpatrick. Il grosso arriva dal comparto cripto — 2,37 miliardi tra meme coin “Trump” e “Melania”, stablecoin e veicoli di famiglia — poi accordi nel Golfo e l’extra-rendita di Mar-a-Lago. Kirkpatrick parla di una monetizzazione «frenetica, quasi disperata» che valorizza asset creati dall’aura presidenziale. Stima prudente, ricostruita da atti societari e flussi.

Cripto, politica, profitti

Il segmento più opaco è il nesso tra agenda pubblica e utili privati nel mondo cripto. Le stime attribuiscono 385 milioni alle due monete di famiglia e il resto a fee e valorizzazioni del pivot cripto del gruppo media. La famiglia avrebbe detenuto quote dominanti dei token, incassando su vendite e scambi mentre l’amministrazione apriva al settore. È un circuito: la popolarità spinge il prezzo, il prezzo finanzia il potere, il potere allenta i vincoli. Un «market making presidenziale» che sposta incentivi.

Il denaro non arriva solo dagli scambi digitali. Nel Golfo l’impero di licenze e mattoni si è allargato con partner pubblici e para-statali. Il caso-scuola è in Oman: un complesso turistico su terreni di proprietà governativa, con ritorni diretti al marchio Trump. Emirati e Arabia Saudita compaiono con sviluppi, fee e legami con fondi sovrani: la politica estera diventa variabile di cassa. Partner e veicoli schermano proprietà e beneficiari.

Mar-a-Lago, la “Casa Bianca d’inverno”

Il resort di Palm Beach è la rendita più visibile dell’aura presidenziale: 125 milioni di profitti extra. Il club è diventato epicentro di raccolte fondi e vetrina per delegazioni; quote d’ingresso alle stelle e ricavi in scia all’ascesa del proprietario. Gli apparati federali hanno pagato alloggio e servizi durante le visite, alimentando cassa nelle proprietà. Mar-a-Lago ha alzato membership e indotto di eventi.

Il contatto più esplicito tra diplomazia e affari è l’investimento da 2 miliardi del fondo sovrano saudita in Affinity Partners, creato da Jared Kushner sei mesi dopo la fine del suo incarico. Il comitato interno del PIF l’aveva bocciato per «inesperienza» e fee «eccessive», poi il principe ereditario ha imposto il via libera. Gli atti della Commissione Finanze del Senato registrano commissioni elevate, nessun ritorno agli investitori e una clausola che rende rinegoziabili i fondi nel 2026.

Nel mosaico rientra anche un jet di lusso valutato 150 milioni, attribuito al Qatar. Il caso riaccende il dibattito sulla Emoluments Clause e si affianca a pagamenti di governi esteri verso le proprietà del gruppo. Nel secondo mandato cade il divieto autoimposto a nuovi accordi all’estero. In gioco anche le clausole sugli emolumenti, i controlli e le verifiche effettive.

La difesa ufficiale di Trump

La Casa Bianca liquida le accuse come «assolutamente assurde»: «il presidente ha agito con integrità e trasparenza», sostiene la portavoce Karoline Leavitt. Ma l’incrocio fra inchiesta, documenti e audizioni restituisce un dato sostanziale: la Presidenza come piattaforma commerciale, con conflitti d’interesse resi strutturali.

Qui il punto non è soltanto penale. È la tenuta delle barriere che separano l’interesse generale dal portafoglio di una dinastia politica. La monetizzazione del potere in scala industriale apre falle nella sicurezza nazionale e deforma l’arena democratica, dove l’accesso si compra in token, in fee, in inviti. L’inchiesta del “New Yorker” consegna la mappa; alle istituzioni resta l’obbligo di chiudere le falle con regole nuove per riportare la politica fuori dal listino prezzi.

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