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Alaska, pace rimandata: Trump e Putin giocano di sponda, l’Europa resta alla finestra

Donald Trump e Vladimir Putin si sono presi l’Alaska, le foto, la passerella, la limousine condivisa. Si sono presi anche il vantaggio politico che deriva dall’apparire, in controluce, come i due soli padroni del tavolo. Non si sono presi la pace. Dopo quasi tre ore di incontro, il cessate il fuoco in Ucraina non c’è. A beneficio di telecamere e taccuini, i due si sono presentati per pochi minuti e hanno concesso solo dichiarazioni. Niente domande: dettaglio non secondario, perché un’apparizione senza possibilità di porre quesiti non è una conferenza stampa. È una scenografia. E la scenografia, in questo caso, è servita a ribadire che «l’accordo non c’è», che «ci sono stati progressi» di natura non specificata e che «la prossima volta» ci si rivedrà a Mosca. Il resto rimane nel cono d’ombra della comunicazione controllata.

Il metodo Trump, i paletti di Putin

Nel merito, Trump ha fatto sapere che non intende dire «cosa manca» per chiudere, ma ha assegnato i compiti: «Ora tocca a Zelensky e agli europei». Voto alla giornata: «dieci su dieci». Sulle leve, ha ventilato l’ipotesi di nuove sanzioni «forse tra due o tre settimane», mentre in tv ha lasciato scivolare che i “punti” toccano perfino scambi territoriali con garanzie alternative alla Nato. È la sua grammatica: alzare l’asticella, dare un orizzonte breve, accreditarsi come unico mediatore possibile.

Putin, dal canto suo, ha rimesso in riga i contorni della sua posizione: niente tregua immediata, «condizioni» da ribadire e soprattutto un avvertimento diretto a Kiev e all’Unione europea: non «interferire» e non «sabotare» gli sforzi di pace. Ha aggiunto il controfattuale più utile alla narrativa cremliniana: se Trump fosse stato alla Casa Bianca nel 2022, «la guerra non ci sarebbe stata». Il messaggio vero però è un altro: il leader russo non si sente più paria, cammina su tappeti rossi su suolo americano e invita il presidente Usa «la prossima volta a Mosca». Il risultato politico — immagini e prestigio — è già in cassa.

Zelensky vaso di coccio

Il terzo convitato, Volodymyr Zelensky, resta per ora il più esposto. Ha parlato a lungo con Trump e vedrà il presidente Usa a Washington; si è affacciata l’ipotesi di un incontro a tre «molto presto», subito smentita da Mosca. Nel frattempo, la parte più fragile del mosaico — il «vaso di coccio» — è invitata a “fare un accordo” con la potenza che l’ha invasa. Un capovolgimento che dice molto su come è stato allestito il set: due che dettano il perimetro, uno che deve adeguarsi.

Trump-Putin, Europa alla finestra

E l’Europa? Riunioni degli ambasciatori, dichiarazioni di rito, il lessico della «valutazione dell’esito». È la fotografia più fedele della postura europea: arrivare dopo, commentare, prendere atto. Il continente resta diviso tra i «volenterosi» (Macron & C., che continuano a evocare persino l’invio di truppe a sostegno di Kiev) e gli «svogliati» (Meloni & C., che quell’ipotesi non la contemplano). Dopo la resa totale nella partita dei dazi pretesi da Washington, immaginare una rotta di collisione con gli Stati Uniti assomiglia a un esercizio accademico. La «grande mediatrice» Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi si era candidata a sponde e contatti, si è affacciata nella call di aggiornamento a valle del summit: il resto, verosimilmente, l’ha guardato in televisione.

Gli sviluppi possibili

I “progressi” evocati da entrambi somigliano più a una cornice che a contenuti. Se davvero sul tavolo c’è l’idea di scambi territoriali, allora la pace che si delinea è una pace di potenza, con garanzie di sicurezza da definire e un equilibrio che sposta sull’Ucraina il peso della rinuncia. Se invece il cantiere fosse quello di un cessate il fuoco con linee di contatto congelate, restano due nodi: chi garantisce e con quali strumenti; e quale ruolo vogliono (e possono) prendersi gli europei, oscillanti tra la voglia di rivendicare centralità e la paura di pagarne il costo.

Nel frattempo, Mosca capitalizza l’effetto-simbolo dell’Alaska e il rientro nel salotto buono, Trump si accredita come l’unico in grado di “fermare le uccisioni” in tempi rapidi tenendo in sospeso l’arma delle sanzioni, e Kiev si presenta a Washington nel ruolo più scomodo: chiedere sicurezza mentre gli altri scrivono la bozza. Lunedì si capirà se Zelensky potrà sedersi a un tavolo dove i margini non siano già assegnati e se i «volenterosi» europei hanno un piano che non sia la semplice ratifica della geometria decisa altrove.

Finché andrà così, i vertici produrranno soprattutto immagini. E saranno altri a scrivere il testo.

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Export, cresce in valore e arretra in volumi: tra conti veri e propaganda sui dazi

L’export italiano cresce davvero, nonostante i dazi? I numeri messi in fila da Pagella Politica impongono prudenza. Nel primo semestre 2025 il valore delle vendite all’estero è salito di circa il 2,1% sullo stesso periodo del 2024, mentre le quantità esportate sono scese di circa il 2%. È la differenza tra fatturato e colli spediti: l’effetto prezzo e la composizione delle merci gonfiano l’incasso senza dire molto sulla competitività reale. In parallelo, il secondo trimestre arretra rispetto al primo: il dato semestrale sorride, l’ultimo spicchio si increspa.

La geografia conta: nel semestre gli scambi intra-Ue corrono più dell’extra-Ue. Questo indica che l’impulso viene dalle filiere europee integrate, non dai mercati dove le barriere crescono. E il punto statistico è essenziale: il dato principale è nominale, misura il valore a prezzi correnti. Se i listini si muovono più delle quantità, le percentuali seducono ma non spiegano. Servono deflatori e serie sui volumi per capire se le imprese stanno davvero guadagnando terreno o se incassano di più vendendo pezzi simili.

Export, i numeri del semestre

A trainare ci sono farmaceutica e chimico-medicinali, mezzi di trasporto esclusi gli autoveicoli, alimentari e bevande, metalli di base. Dove si frena, lo si fa con decisione: raffinati e coke, e l’automotive. Il cambio euro-dollaro aiuta i ricavi espressi in valuta locale, ma non risolve i nodi industriali: scala, standard, continuità di investimento. La logistica si è normalizzata rispetto al biennio delle strozzature, ma la transizione dell’auto, i semiconduttori e il packaging restano fronti dove la manifattura italiana rischia di inseguire.

Dentro il dato medio convivono due Italie: i grandi gruppi che presidiano la fascia alta e le Pmi che soffrono margini compressi e tempi di consegna. Laddove qualità, certificazioni e assistenza post-vendita sono solide, il prezzo pesa meno; altrove la concorrenza si gioca su centesimi e su dilazioni, e il rallentamento dei volumi è un campanello. È qui che una politica industriale dovrebbe intervenire con strumenti non retorici: tecnologie abilitanti, reti di fornitura qualificate, credito all’innovazione che premi chi aumenta produttività e non chi gonfia fatturati nominali.

Dazi, scorte e realtà

Il capitolo Stati Uniti – quello più politicizzato – mostra un aumento del valore dell’export nei primi sei mesi. Non è una patente d’immunità. Gli annunci tariffari si sono moltiplicati e corretti in poche settimane, con aliquote rimaneggiate e finestre di applicazione scaglionate. Nel mezzo agisce un probabile “effetto scorte”: importatori che anticipano gli ordini per mettersi al riparo, rigonfiando i conti prima di un fisiologico raffreddamento. Il giudizio serio si dà sui dati di fine estate e autunno, quando gli anticipi si esauriscono e le nuove aliquote entrano a regime; fino ad allora la curva racconta più le tattiche che le tendenze.

Qui si innesta la politica. Il governo usa il semaforo verde nominale per minimizzare l’impatto dei dazi e rivendicare la «resilienza» delle imprese. Una politica industriale, però, richiede strumenti e non slogan: assicurazioni pubbliche selettive contro gli shock tariffari, coordinamento Ue sulle difese commerciali e sulle regole d’origine, un piano per l’auto e per i componenti strategici, logistica e dogane che riducano tempi e costi, incentivi alla scala e all’innovazione di processo. Sace e Simest proteggono margini e investimenti, ma non sostituiscono la strategia: senza produttività misurabile, standard condivisi e qualità verificabile si resta aggrappati ai cicli esterni.

La lezione è chiara: l’export cresce in valore, arretra in volume, e la giostra dei dazi non ha ancora presentato il conto. Chi si ferma al fotogramma più favorevole fa propaganda. Il mestiere, qui, è distinguere prezzi da pezzi, picchi tattici da traiettorie, narrativa politica da contabilità. I prossimi mesi diranno se quel 2,1% è sostanza o solo aria calda di stagione.

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Campo largo al bivio: il complicato puzzle della Puglia con Decaro che chiude ai nomi ingombranti

Antonio Decaro ha scelto la via più netta: “Se in lista ci sono Emiliano e Vendola, io non corro”. È il punto fermo del 14 agosto e vale più di un annuncio: l’eurodeputato del Pd condiziona la sua discesa in campo a una discontinuità reale, nelle facce e nel racconto. Non pretende primarie o bilancini, pretende di chiudere la stagione degli ex presidenti in lista. È un messaggio a tutto l’arco della coalizione, dal Pd pugliese ad Avs fino al Movimento 5 Stelle.

Dalle inchieste alle regole: come ci siamo arrivati

Per capire la rigidità della condizione bisogna riavvolgere il nastro. A febbraio il Viminale ha archiviato l’ipotesi di scioglimento per mafia del Comune di Bari: niente commissariamento dell’aula consiliare, ma una ferita politica che la destra continuerà a esibire. A luglio la Consulta ha poi bocciato la “norma anti-sindaci” che anticipava le dimissioni per chi volesse candidarsi alle Regionali: regola incostituzionale, fine dei giochi. Due passaggi che hanno spostato il terreno sotto i piedi dei protagonisti e reso più trasparente – e più esposta – la contesa.

Intanto la cornice del voto si è aggiornata: arriva la doppia preferenza di genere, attesa da anni e approvata in primavera tra frizioni di maggioranza. Resta l’impianto a turno unico con premio di maggioranza e la possibilità di voto disgiunto, un meccanismo che spinge naturalmente a coalizioni ampie e ordinate. Traduzione: ogni ambiguità identitaria si paga cara, perché l’elettore può scegliere il presidente e, separatamente, la lista.

I nomi sono il cuore della crisi. Michele Emiliano ha ribadito la volontà di candidarsi da consigliere regionale, forte della rete costruita in due mandati e di una presenza pervasiva sul territorio. Nichi Vendola, per Avs, valuta il ritorno come capolista: patrimonio simbolico per la sinistra e al tempo stesso fattore polarizzante. Qui s’innesta il paletto di Decaro: chiedere discontinuità con in lista i due ex presidenti rischia di trasformare lo slogan del “nuovo corso” in un boomerang comunicativo. Non è un processo alle persone: è la consapevolezza che, nell’elettorale reale, le biografie pesano almeno quanto i programmi.

Campo largo al bivio

Lo sguardo nazionale complica tutto. Giuseppe Conte ha già messo in chiaro che l’alleanza col Pd sta in piedi solo con “discontinuità” verificabile su sanità e nomine: il segnale è politico, non cosmetico. Dentro il Pd, Elly Schlein deve tenere insieme il profilo europeista del suo “front-runner” più forte al Sud e l’inerzia di un gruppo dirigente locale che non vuole scendere dal palco. Francesco Boccia prova a cucire, ma i tavoli delle ultime settimane si sono chiusi senza fumo bianco. Dall’altra parte, il centrodestra fiuta l’occasione e lavora a un profilo “civico” di area imprenditoriale: prova di forza per sfruttare ogni incrinatura avversaria.

Qui la Puglia esce dai confini regionali. È stata il laboratorio in cui il centrosinistra, dal 2005, ha costruito un racconto di governo capace di resistere a più stagioni. Oggi lo stesso laboratorio è un crash test: capire se l’unità valga comunque, col rischio di apparire autoreferenziali, oppure se l’unità debba passare da un sacrificio reale di chi ha guidato fin qui. La scelta non riguarda solo le liste: misura la credibilità del “campo largo” che Schlein e Conte vogliono portare in autunno su altri tavoli, dalla Toscana alle Marche.

Decaro, da presidente della Commissione Ambiente (Envi) dell’Europarlamento, può permettersi di perdere una corsa senza perdere ruolo. È la sua forza e il suo limite: più è forte a Bruxelles, più diventa vulnerabile a Bari se il Pd non scioglie il nodo degli ingombranti. Emiliano e Vendola sanno che la loro presenza sposta voti e pesi interni. Conte sa che una rottura in Puglia diventerebbe un messaggio d’impotenza strategica per il progetto di alternativa nazionale. In mezzo, Schlein è chiamata a trasformare veti incrociati in un profilo politico leggibile: un’operazione che vale il risultato elettorale e, forse, la leadership del campo.

Le prossime mosse diranno se prevarrà l’“unità con discontinuità” – l’unico compromesso capace di salvare la coalizione e chiarire la rotta – oppure l’ennesimo giro di valzer che consegna alla destra una regione contendibile. Per ora resta l’istantanea di un candidato condizionato che indica la porta agli ingombranti, e di due ingombranti che non intendono uscire. È una fotografia crudele ma utile: se il centrosinistra vuole governare la Puglia, prima deve decidere come vuole farsi vedere dai pugliesi. E poi, finalmente, presentarsi.

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Accogliamo le vittime, investiamo nei carnefici

Accogliamo i bambini che feriamo. L’Italia apre corridoi umanitari, annuncia l’arrivo di altri 31 piccoli pazienti da Gaza e rivendica di aver già curato più di 180 minori. Bello, giusto, necessario. Ma la foto è incompleta: mentre li abbracciamo sugli aeroporti, continuiamo a oliare i meccanismi che li hanno resi pazienti.

Il 31 luglio Cdp Venture Capital, braccio pubblico dell’innovazione, entra nel round di finanziamento della israeliana Classiq (quantum computing). Denaro pubblico italiano che sostiene l’ecosistema tecnologico di Tel Aviv in piena guerra. «Strategico», dicono le note ufficiali. Strategico per chi?

Sul versante militare, i flussi non si fermano. Nel 2024 l’Italia ha rilasciato 42 nuove autorizzazioni d’importazione di armamenti da Israele per quasi 155 milioni di euro e ne ha importati fisicamente per oltre 37 milioni. E verso Israele, sempre nel 2024, abbiamo esportato “armi e munizioni” per 5,2 milioni secondo Istat; tra dicembre 2023 e gennaio 2024 sono partite forniture da guerra per oltre 2 milioni, dopo gli 817 mila euro di ottobre-novembre 2023. Tutto mentre il ministro Tajani ripeteva che «dal 7 ottobre abbiamo bloccato i contratti».

C’è una parola per questa scena di comodo: «childwashing». Accogliere alcune delle stesse vittime per coprire con sentimento ciò che si continua a finanziare con atti e bonifici. L’Italia che porta i bambini in ospedale è la stessa che investe nell’hi-tech israeliano e mantiene aperti canali d’affari militari. Finché non si tagliano quei flussi, l’abbraccio resta una posa: la carità a valle che serve a rendere accettabile la complicità a monte nella catena del genocidio.

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Il mare restituisce corpi, la politica alibi

Sotto l’ombrellone d’agosto il mare ha restituito corpi. A 14 miglia da Lampedusa, in area Sar italiana, il bilancio provvisorio parla di almeno 27 morti, 60 superstiti e decine di dispersi: tra le vittime una bambina di un anno e mezzo e tre adolescenti.  La rotta è la solita: due barchini partiti dalla Libia, il trasbordo su un’unica barca che imbarca acqua, il capovolgimento, l’avvistamento a mezzogiorno da un elicottero della Finanza. 

La fotografia morale è in un grido: «My baby, my baby», la giovane madre somala arrivata al molo Favaloro senza più la figlia e senza più il marito.  Per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni è il peggior naufragio del 2025, in un anno che ha già superato le settecento vite inghiottite nel Mediterraneo centrale.   Le Ong ricordano che le loro navi veloci potevano intervenire, «ma nessuno le ha allertate». 

Il governo ripropone il rosario dell’alibi: «loschi trafficanti», «prevenire le partenze», «dispositivo pronto e operativo».  Intanto a Lampedusa si parla di pattugliamento e soccorso «inadeguati» e di morti annunciate, responsabilità politiche prima che meteorologiche. 

Questa strage è accaduta a ferragosto, quando l’attenzione scivola leggera come la crema solare. È comodo per i distratti: l’indignazione dura il tempo di un reel, poi si cambia ombra. Ma non è il mare a essere crudele: è l’assenza di un sistema europeo di ricerca e salvataggio, la scelta di spostare il problema altrove, la criminalizzazione di chi salva.  

La peggiore tragedia in mare del 2025 è avvenuta quasi a vista di casa. Lì finiscono le vite, qui iniziano gli alibi.

Buon giovedì

 

foto adobestock

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Tra critpo e Mar-a-Lago: la presidenza fa più ricco Trump

Tre cifre: 3,4 miliardi di dollari è la ricchezza che Donald Trump e la sua famiglia avrebbero maturato grazie alla Presidenza USA, secondo l’inchiesta del “New Yorker” firmata da David Kirkpatrick. Il grosso arriva dal comparto cripto — 2,37 miliardi tra meme coin “Trump” e “Melania”, stablecoin e veicoli di famiglia — poi accordi nel Golfo e l’extra-rendita di Mar-a-Lago. Kirkpatrick parla di una monetizzazione «frenetica, quasi disperata» che valorizza asset creati dall’aura presidenziale. Stima prudente, ricostruita da atti societari e flussi.

Cripto, politica, profitti

Il segmento più opaco è il nesso tra agenda pubblica e utili privati nel mondo cripto. Le stime attribuiscono 385 milioni alle due monete di famiglia e il resto a fee e valorizzazioni del pivot cripto del gruppo media. La famiglia avrebbe detenuto quote dominanti dei token, incassando su vendite e scambi mentre l’amministrazione apriva al settore. È un circuito: la popolarità spinge il prezzo, il prezzo finanzia il potere, il potere allenta i vincoli. Un «market making presidenziale» che sposta incentivi.

Il denaro non arriva solo dagli scambi digitali. Nel Golfo l’impero di licenze e mattoni si è allargato con partner pubblici e para-statali. Il caso-scuola è in Oman: un complesso turistico su terreni di proprietà governativa, con ritorni diretti al marchio Trump. Emirati e Arabia Saudita compaiono con sviluppi, fee e legami con fondi sovrani: la politica estera diventa variabile di cassa. Partner e veicoli schermano proprietà e beneficiari.

Mar-a-Lago, la “Casa Bianca d’inverno”

Il resort di Palm Beach è la rendita più visibile dell’aura presidenziale: 125 milioni di profitti extra. Il club è diventato epicentro di raccolte fondi e vetrina per delegazioni; quote d’ingresso alle stelle e ricavi in scia all’ascesa del proprietario. Gli apparati federali hanno pagato alloggio e servizi durante le visite, alimentando cassa nelle proprietà. Mar-a-Lago ha alzato membership e indotto di eventi.

Il contatto più esplicito tra diplomazia e affari è l’investimento da 2 miliardi del fondo sovrano saudita in Affinity Partners, creato da Jared Kushner sei mesi dopo la fine del suo incarico. Il comitato interno del PIF l’aveva bocciato per «inesperienza» e fee «eccessive», poi il principe ereditario ha imposto il via libera. Gli atti della Commissione Finanze del Senato registrano commissioni elevate, nessun ritorno agli investitori e una clausola che rende rinegoziabili i fondi nel 2026.

Nel mosaico rientra anche un jet di lusso valutato 150 milioni, attribuito al Qatar. Il caso riaccende il dibattito sulla Emoluments Clause e si affianca a pagamenti di governi esteri verso le proprietà del gruppo. Nel secondo mandato cade il divieto autoimposto a nuovi accordi all’estero. In gioco anche le clausole sugli emolumenti, i controlli e le verifiche effettive.

La difesa ufficiale di Trump

La Casa Bianca liquida le accuse come «assolutamente assurde»: «il presidente ha agito con integrità e trasparenza», sostiene la portavoce Karoline Leavitt. Ma l’incrocio fra inchiesta, documenti e audizioni restituisce un dato sostanziale: la Presidenza come piattaforma commerciale, con conflitti d’interesse resi strutturali.

Qui il punto non è soltanto penale. È la tenuta delle barriere che separano l’interesse generale dal portafoglio di una dinastia politica. La monetizzazione del potere in scala industriale apre falle nella sicurezza nazionale e deforma l’arena democratica, dove l’accesso si compra in token, in fee, in inviti. L’inchiesta del “New Yorker” consegna la mappa; alle istituzioni resta l’obbligo di chiudere le falle con regole nuove per riportare la politica fuori dal listino prezzi.

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Doppia morale dell’Italia: prima condanna poi investe

Doppia contabilità italiana: in pubblico «linea critica» su Gaza, in riservato il braccio finanziario del governo investe sulle startup israeliane. Cassa Depositi e Prestiti, fondo sotto il MEF da 4,7 miliardi, ha iniziato a investire in società israeliane, con focus su intelligenza artificiale e quantistica e l’obiettivo di portarne attività in Italia. La notizia è stata rivelata dal quotidiano economico israeliano «Globes». 

Nel pezzo si ricostruisce l’ingresso di CDP nel round di Classiq insieme a SoftBank (operazione valutata 20–30 milioni di dollari) e la strategia di «decine di milioni» su altre realtà, con la motivazione della «sovranità digitale» e della competitività del Paese. Le parole chiave arrivano dal responsabile degli investimenti diretti di CDP Venture Capital, Alessandro Scortecci, che rivendica il contributo alla competitività italiana «sul palcoscenico globale». 

Il passaggio politicamente più sensibile è attribuito a «una fonte israeliana di alto livello a conoscenza dell’attività del fondo»: Giorgia Meloni sarebbe «pienamente informata» del dossier e CDP viene considerata «uno strumento importante di politica pubblica», in coerenza con il programma da un miliardo per l’IA. Nel frattempo, il fondo sovrano norvegese avvia dismissioni da società israeliane: due traiettorie opposte nello stesso contesto di guerra e accuse di crimini internazionali. 

In Italia, su questo, nessuna prima pagina: eppure si tratta di denaro pubblico e politica estera. Palazzo Chigi e MEF riferiscano in Parlamento, rendano pubblici i documenti, aprano il dossier: l’ambizione tecnologica vive solo dentro un perimetro democratico verificabile.

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Prezzi pazzi e stipendi a picco: casa più cara del salario minimo

Nel 2025 l’Europa ha aumentato i salari minimi in quasi tutti i Paesi che li prevedono. Ma il guadagno reale, per chi è in fondo alla scala salariale, si ferma sulla soglia di casa: in media i percettori del minimo destinano il 34,8% del reddito all’alloggio, contro il 26,2% dei meglio retribuiti. È il dato che rovescia l’ottimismo dei grafici: i rialzi ci sono, la vita non costa meno. E l’autonomia diventa un lusso. Quasi uno su due tra i 16–34enni che guadagnano il minimo vive ancora con i genitori: 48,9%. La maggioranza non sceglie; è costretta. L’uscita dalla famiglia, nell’UE, avviene in media a 26,3 anni. Dove gli affitti corrono, l’età si allunga.  

La fotografia di Eurofound è nitida: il costo della casa «smorza» l’effetto degli adeguamenti legati alla direttiva europea sui salari minimi. L’indice c’è, ma la vita reale è altrove: il carico abitativo si mangia l’aumento. Senza politiche integrate su affitti, edilizia sociale e sostegni mirati, il salario minimo resta un pavimento con l’acqua che sale. 

Una generazione parcheggiata

L’abitare è il nuovo cuscinetto sociale, ma funziona al contrario: ammortizza comprimendo i progetti. La casa che non c’è frena la mobilità del lavoro, ritarda la formazione di famiglie, erode natalità. È un circuito chiuso: senza un tetto accessibile non si accetta un lavoro in un’altra città; senza lavoro stabile non si firma un contratto d’affitto. Nel mezzo, anni in sospeso. 

Il paradosso si vede meglio nelle aree metropolitane: dove si trovano le opportunità, i canoni espellono i salari bassi. Milano ha raggiunto affitti medi che assorbono oltre metà del budget familiare; Roma segue a ruota. Il risultato è un doppio filtro: geografico e di classe. La «lotteria della nascita» — avere genitori con una casa capiente — pesa più del merito. 

Il caso Italia: vuoto di legge, morsa metropolitana

L’Italia è una delle cinque eccezioni europee senza salario minimo legale. A differenza dei Paesi nordici, la copertura della contrattazione non basta a proteggere i lavoratori poveri, specie nei comparti più esposti. Da anni i salari reali ristagnano, mentre l’alloggio corre. Il risultato è un Paese ad alto costo senza una base salariale garantita: l’età di uscita dalla famiglia resta attorno ai 30 anni, ben sopra la media europea.  

Sulla carta, la direttiva 2022/2041 spinge a misurare l’adeguatezza dei minimi; nella pratica, Roma evita la scelta. La proposta unitaria di opposizione per fissare 9 euro lordi l’ora è stata svuotata con una delega generica al governo. E quando la Toscana ha introdotto una soglia da 9 euro negli appalti, l’esecutivo l’ha impugnata ad agosto: un messaggio chiaro alle Regioni che provano a forzare la mano. Nel frattempo i canoni nelle grandi città restano a livelli storicamente elevati. 

L’inerzia legislativa si somma a un’emergenza sociale che i numeri degli sportelli raccontano ogni settimana: sempre più famiglie chiedono aiuto per l’affitto, mentre i fondi nazionali a sostegno della locazione e per la morosità incolpevole vivono di rifinanziamenti episodici, mai strutturali. È la cornice in cui il lavoro povero paga il prezzo più alto. 

Politica ferma, problema che corre

Il nodo è semplice: salari e casa non possono essere trattati come due dossier separati. Un minimo legale — o, in alternativa, un sistema che renda esigibili i minimi dei contratti realmente rappresentativi — sarebbe il primo argine contro i contratti pirata. Ma senza un piano casa credibile, l’argine salta. Servono offerta di edilizia sociale, regole sugli affitti brevi, standard nazionali per gli alloggi per studenti, detrazioni mirate sui primi contratti. Altrimenti la percentuale del 34,8% resterà il promemoria di una politica che alza la paga con una mano e regala l’aumento ai proprietari con l’altra.  

L’Italia paga un conto doppio: non ha un salario minimo legale e non ha ancora un’idea di abitare all’altezza della crisi. La conseguenza è una generazione parcheggiata, una mobilità del lavoro inceppata, un Paese che perde capitale umano. Finché il governo continuerà a rinviare la scelta sui salari e a distribuire bonus a pioggia sull’alloggio, il divario tra redditi bassi e costo della casa resterà la vera tassa occulta sulla gioventù. 

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L’economia di guerra ha vinto: Gino Strada lo aveva detto

Ieri, 13 agosto, abbiamo ricordato Gino Strada. Quattro anni che sembrano cento: lo dice lo scarto fra la sua grammatica della cura e il lessico aziendale con cui oggi si discute di guerra. Si parla di filiere e rendimenti; si invoca una “sicurezza” che esige più armi, più segretezza, meno diritti; i tiranni cambiano profilo a seconda degli interessi, e Netanyahu passa per amichevole discolo.

Strada, con la precisione di chi ha suturato corpi, ci lasciò istruzioni semplici: “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo senza che questo avesse delle ricadute sull’Europa e sul nostro Paese. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte nella società”. “I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi”. “La guerra rappresenta la più grande vergogna dell’umanità”.

Queste non sono frasi fatte: sono un metodo di lavoro, che chiede di guardare la realtà dal punto di vista delle vittime, far coincidere il diritto con la pratica, rifiutare l’ipocrisia delle parole che disinfettano i crimini. In questi quattro anni, mentre il fronte scivolava verso l’economia di guerra, la politica ha smesso di nominare l’abolizione della guerra come progetto; l’ha sostituita con la “gestione del conflitto”, cioè con l’arte di farlo durare. Il risultato è un impoverimento culturale che diventa sociale: più spesa militare, meno scuola e sanità; più propaganda, meno verità; più paura, meno comunità.

Ricordare Strada non significa santificarlo. Significa prendere sul serio la sua proposta e farne un criterio per giudicare alleanze, bilanci, notizie. “Abolire la guerra” non è una bandiera per anime belle: è un dispositivo politico, verificabile nei fatti: evacuazioni, diplomazia, trattati, investimenti sulla cura. Se ieri abbiamo detto “ciao Gino”, la risposta è provarci: non è facile; l’alternativa è un secolo di regressione. E il conto, alla fine, lo pagano gli ultimi.

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Se Sala è colpevole, Salvini è colpevolissimo

Roberto Vannacci ha deciso che il sindaco di Milano porta una «responsabilità morale enorme» per la morte di Cecilia De Astis, investita da un’auto pirata guidata da quattro minorenni. Perché governa la città. Applicando la stessa aritmetica politica, il suo segretario Matteo Salvini si ritroverebbe un inventario di tragedie. Da ministro dell’Interno durante il crollo del Ponte Morandi (43 morti) e la strage di Corinaldo (6 morti). Nei mesi dei “porti chiusi”, oltre 3.500 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo, con naufragi come quello del 1° settembre 2018 (più di 100 morti) o del 25 luglio 2019 (circa 150 dispersi). Da ministro delle Infrastrutture nel governo Meloni, il naufragio di Cutro (94 morti, 35 minori), l’alluvione in Emilia-Romagna (15 morti) e l’incidente ferroviario di Brandizzo (5 morti). E poi le migliaia di vittime della strada negli anni di governo, nonostante codici riscritti e annunci di svolte epocali.

So bene che la responsabilità politica non si misura con il pallottoliere dei cadaveri e che la realtà è più complessa di un titolo a effetto. Ma quando un parlamentare decide di piegare una tragedia privata in arma da scagliare, l’unico modo per svelarne l’impostura è riprodurne lo schema fino a mostrarne il ridicolo. Se davvero volessimo misurare il valore di chi governa contando i morti, il metro finirebbe per scottare tra le mani di chi lo impugna. Ho dovuto quindi scrivere un editoriale così stupido per smascherare la stupidità, sapendo che la stupidità, come certe erbacce, prospera proprio nel terreno che la espone.

Buon mercoledì

 

foto Gov

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