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Condividilove

Negli stessi giorni in cui dall’America echeggiava il messaggio “Legalize Love” ispirato dalle parole del presidente Barack Obama, in Italia i maggiori rappresentanti di un partito che dovrebbe dirsi “progressista” etichettavano come estremista e illusoria la sola possibilità che nel nostro paese due persone dello stesso sesso vengano mai unite in matrimonio. Mai.

È ispirandosi a questi fatti che alcuni liberi cittadini di ogni orientamento sessuale hanno deciso di mettersi insieme per una causa che dovrebbe appartenere a tutti, al di là di ogni differenza.

“CONDIVIDILOVE” è un progetto totalmente libero, il cui marchio è a disposizione per ogni iniziativa che voglia portare avanti la rivendicazione di pari diritti per le coppie di ogni orientamento sessuale.

Perché in un paese come l’Italia non possiamo aspettarci che siano i leader politici a chiedere al loro popolo il coraggio di supportare i cambiamenti necessari a sanare le diseguaglianze ancora presenti nella legislazione. Pensiamo non solo a premier socialisti come Zapatero o Hollande, ma persino a un conservatore come il premier britannico Cameron che proprio in questi giorni ha dichiarato: “il matrimonio mi appassiona molto e penso che se funziona per gli eterosessuali come me, dovrebbe funzionare per tutti; per questo dovremmo avere i matrimoni gay e per questo li introdurremo.”

In un paese come l’Italia il cambiamento non ha alcun illustre testimonial. Deve quindi partire dal basso, con tutti i mezzi di cui dispone. Il primo, mai come oggi, è la condivisione.

Il matrimonio è un diritto di tutti. CONDIVIDILOVE.

Noi domani ne parliamo in Regione Lombardia.

Le primarie dove non te le aspetti

Primarie per Regione Lombardia (insistiamo, sì) e per le liste elettorati. Del PD ( come Civati e altri dicono da sempre) ma anche per SEL. E perché no, tutta la coalizione. Per superare il porcellum. Si può fare?

Odetta ne parla su Non Mi Fermo.

E noi ci torneremo. Sicuro.

Loro abitano qui

La notizia così nuda e cruda sembra la solita notizia da omicidio. Nemmeno troppo interessante visto che la vittima è albanese e i morti ammazzati se sono albanesi sono meno interessanti, si sa. Poi il luogo dell’omicidio è Casorate Primo, in provincia di Pavia, e capite che il nome non aiuta per aprirci una mitologia.

Però Sali Kutelli (si chiama così l’albanese morto ammazzato) è stato ucciso a colpi di pistola, quella sera del 14 gennaio, mentre camminava nella via principale del paese. Ha cominciato a correre. Correva lui e quelli dietro con la pistola che l’hanno ammazzato come si ammazzano i cani per strada appena scende la sera sull’attenzione, la paura e nel cielo. E un morto ammazzato nella via del centro non è proprio un morto ammazzato da finire nel cassonetto delle storie di cui non occuparsi, forse.

Poi mettici che i due che lo rincorrevano oggi hanno un nome:  Giuseppe Trimboli, 28 anni, e Alessandro Notarangelo, 39 anni, residenti a Casorate Primo. Anche loro. Omicidio in casa loro. Come i cani che pisciano per tenersi il territorio. Le indagini condotte dai carabinieri di Pavia, e coordinate dal sostituto procuratore Paolo Mazza e dal procuratore capo Gustavo Cioppa dicono che si tratta di problemi di droga: gestione dello spaccio nelle zone di Pavia e Milano. E l’albanese con la droga qui in Lombardia quasi te lo aspetti. C’è gente che ci ha costruito una carriera politica, anche.

Eppure Giuseppe Trimboli è proprio della famiglia Trimboli che spicca tra le famiglie che contano in questioni di ‘ndrangheta. La famiglia di Rocco Trimboli, “un irrinunciabile punto di riferimento per le collegate ‘ndrine piemontesi e lombarde”, dicono le carte che hanno portato al suo arresto.

E così albanesi, mafia e droga si mescolano e (finalmente) rendono tutto più difficile per chi si ostina a volere dividere i crimini e i criminali per ostentare controllo e infondere sicurezza. Anche perché la cocaina che vendeva Kutelli (c’è da scommetterci) era per lombardi lombardissimi. E così ci entrano anche gli indigeni: quelli del nord. Quelli che non hanno visto e sentito lo sparo. Quelli che ci abitano vicino, al Trimboli di “quei Trimboli lì che in Calabria fanno i mafiosi”.

E invece il morto ammazzato è qui. Loro abitano qui. Vivono qui. Lavorano qui. E’ una notizia nostra. Per intendersi.

E’ un episodio isolato, aveva detto il sindaco.

 

Secondi anche alla Democrazia Cristiana di San Marino

Coppie gay d’Italia non riconosciute, chiedete asilo a San Marino. La piccola repubblica ha schiaffeggiato l’Italia per quanto riguarda questa controversa tematica. E il bello è che lo ha fatto col placetdella locale Democrazia Cristiana (qui lo scudo crociato continua ad esistere e a macinare voti), che poi è stata redarguita dal vescovo e adesso si barcamena tra aneliti di laicismo e osservanza religiosa. Come avveniva, un tempo, in Italia.

Il parlamento sammarinese ha approvato a larga maggioranza (a favore tutti i partiti di ispirazione socialista, la Dc ha lasciato libertà di voto) una mozione in cui si estende la possibilità di richiedere il permesso di soggiorno, e quindi la residenza, ai conviventi anche se dello stesso sesso. In pratica è il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto poiché un sammarinese potrà dichiarare di fare famiglia con una persona dello stesso sesso, di Rimini o della Scandinavia, e quest’ultimo sarà riconosciuto cittadino di San Marino.

Per questo martedì noi portiamo la questione in Regione Lombardia. Con la nostra mozione che arriva in aula. Ne vedremo delle belle. Sicuro.

Il pifferaio magico e la cristiana pazienza

“Presto, il pifferaio magicò tornerà a incantare il Paese, come ha fatto per vent’anni. Con l’annuncio di facili promesse: toglierà l’Imu e metterà i sigilli a Equitalia. Nel pacchetto, magari, ci sarà un pezzo del Colosseo per tutti. Come regalo e ricordo”.

Lo scrive Famiglia Cristiana, su Silvio Berlusconi. Per dire.

Sono contento, c’è stato tutto.

Ho messo in valigia un ristorante intero, di Foligno, dove per la prima volta compresi che forse qualcuno stava pensando a me per allenare la Squadra Nazionale del mio paese.

Porto con me una bandiera tricolore che sogno di poter rappresentare non solo con dignità ma con l’orgoglio feroce di chi vuole dimostrare che questo paese è mille volte meglio di quello che gli altri (e qualche volta anche noi stessi) pensano e pensiamo sia.

Ho messo in valigia un cartellino giallo preso nella finale dell’Europeo e un album pieno di emozioni che questa Squadra Nazionale mi ha regalato in 14 mesi meravigliosi.

Ho messo in valigia tutto quello che la pallavolo mi ha dato e anche quello che mi ha tolto. Ho messo in valigia urli di gioia e lacrime di tristezza. Felicità pura e arrabbiature da star male. Abbracci, litigate, pugni al cielo di felicità e pugni sbattuti contro un muro dalla rabbia.

Ho messo in valigia un televisore in bianco e nero, sopra al frigo, che trasmette le immagini del “perfect ten” di Nadia Comanaci ai Giochi Olimpici di Montreal del 1976 ed è uno dei primi ricordi strutturati della mia vita. Pazzesco come un’immagine in bianco e nero possa sembrare così colorata.

Le persone del mio staff e 12 atleti straordinari non li porto io. Sono loro che portano me e sono quelli che devo ringraziare se questa valigia l’ho potuta riempire. Sogno di poter restituire loro qualcosa, in qualunque modo e a qualunque costo.

Porto tutto con me.

Tutto.

Tutti.

E anche le foto di due bimbi tenuti entrambi in braccio per poche ore nel loro primo giorno di vita, prima di tornare di corsa dalle mie squadre.

Adesso vado, arrivo in anticipo a Linate, visto che temo di dover pagare un po’ di bagaglio extra.

Non voglio perdere l’aereo. E’ una vita che lo aspetto.

Mauro Berruto e la sua valigia da allenatore della nazionale di pallavolo alle Olimpiadi. Raccontata sul suo sito.

 

Il Teatro Sfollato che vince sul terremoto

“Quest’anno ad esempio – dice Nicolò Cecchella, un altro dei soci fondatori – ci siamo trovati senza un soldo e con il bisogno di restaurare la struttura. E allora ci siamo inventati un cantiere aperto: abbiamo immaginato il teatro come una nave in secca che si ferma per lavorare. Lo abbiamo chiamato “Teatro in rada” e abbiamo lanciato un appello: venite a darci una mano”. Il risultato? La prima sera di lavori non c’erano abbastanza utensili per tutti: spettatori, cittadini e amici sono arrivati da tutte le zone dell’Emilia e non solo, semplicemente per ricostruire un teatro, un progetto culturale nato dal basso, da mani giovani che non sembrano volersi fermare.

Quando il Teatro si prende la responsabilità di scrivere le storie per le persone e non per gli spettatori scrive copioni così.

Primarie come vaccino al cafone istituzionale

il cafone istituzionale non e’ interessato alle cose che dovrebbe fare quale rappresentante dei cittadini nelle istituzioni, ma agli emolumenti, ai rimborsi spese, all’accumulo delle cariche nei Cda di enti pubblici e ai relativi cachet, alle possibili mazzette che in essi può accumulare, facendo affari grazie alle sue posizioni di potere. Il tutto, sempre in accordo con il dominus e per conto dello stesso.

Sebastiano William Arillotta su Non Mi Fermo ci racconta che le primarie fanno bene anche per l’estinzione di questi tipi. Anche in Lombardia.

Una notte, nel bosco, riempii un bicchiere di lucciole e corsi felice a posarle sul braccio la magia

Paolo Vilaggio. In un’intervista per Il Fatto Quotidiano:

Gli amici più intelligenti sono tutti morti. Gassman, depresso, non usciva più, Risi idem, Monicelli mi costringeva a lunghe passeggiate romane, Fellini fingeva di essere felice. Il più intelligente di tutti era Tognazzi. Le racconto una cosa. 

Prego. 
Ugo era selvaggio, spiritoso, fumava come un pazzo. Era capace di affogare la cicca nel Whisky e poi tracannare la mistura con indifferenza. Una volta, da Costanzo, escluso dal loro italiano cuneiforme, si trovò tra Zecchi e Sgarbi. Tacque per 40 minuti. Poi venne interpellato: “Dottor Costanzo, data la mia ignoranza, non ho capito un cazzo”. Boato, 12 minuti di applausi. Le casalinghe impazzirono. “Viva el Tugnass, grande el Tugnass”. 

Grande seduttore. 
Io ero il contrario, con De André tentavamo di conquistare le fanciulle con il maoismo. Una tragedia. Alle feste, con l’altro sesso, estraneità assoluta, logorrea diffusa, corteggiamenti estenuanti. Alla fine, sconvolte, mi chiedevano sempre: “Sei mai stato con una donna?”. 

Poi arrivò sua moglie. 
Una notte, nel bosco, riempii un bicchiere di lucciole e corsi felice a posarle sul braccio la magìa. Non sono mai più stato così felice, ma ho sempre disperatamente tentato di esserlo. 

Il momento più doloroso? 
L’addio a De André. Non ho il coraggio di andare a vedere quelli che muoiono, non so mai che dire. Indosso la mia maschera migliore. Entro e non vedo Fabrizio, ma uno scheletro. Prima che possa parlare, lo fa lui: “No, Paolo, smonta quell’espressione. So benissimo cosa mi sta accadendo e ho una paura fottuta”. Morì dieci giorni dopo. Prima di salutarmi fece testamento. 

Se lo ricorda? 
Se parlerai di me, di’ che non sono stato né un menestrello né un cantautore, ma un grande poeta. Fabrizio, bugie, non ne racconto.

Sì, lo voglio

Lui avrà avuto forse trent’anni, quasi quaranta, sicuramente non più di quarantacinque. Portati male, comunque. Di troppo o troppo poco.

Stavano a Roma in un ristorante troppo imbucato per non essere scientificamente un ristorante costruito apposta con quella forma lì per inghiottirsi tutti i viaggiatori con una predisposizione all’imbuco. Tavolini fuori, sì, ma con siepi altissime, come un cubo di edera. Camerieri riservati da sembrare timidi da almeno un paio di secoli. Nessun orario di apertura o chiusura: se apri un ristorante così introvabile soffri l’orario dei mondi paralleli, degli alieni per salvarsi, dei non-luoghi senza bisogno di aerei o centri commerciali. Insomma un ristorante che esiste solo se si incrociano perfettamente gli appuntamenti: luogo, ora, imprevisti e tutto quel cumulo delle probabilità.

Lei deve essere stata accondiscendente tutto il pranzo. Lo scalino più irto era stata la scelta del vino. Cosa da poco. Hanno finto di metterci la testa per quell’abitudine alle complicazioni come una malattia.

Poi lei deve avere fatto una di quelle domande definitive. Perché lui si è guardato in giro. Per sbaglio ha incrociato anche uno dei riservatissimi camerieri dalla riservatissima postura. Che per poco non ha rischiato il lavoro per quell’errore di mira di sguardi.

Poi si è bloccato. Ha pagato il conto come se dovesse morire ogni secondo e lasciare le cose a posto. Lei ha sorriso prima. Poi si è indispettita. E alla fine si è alzata mentre il rumore di elettrocardiogramma sputava lo scontrino. Dietro l’angolo della strada si sono incrociati di nuovo. Ciechi a tutti. Un sciogliersi di ombre a forma di macchia sul marciapiede per quel sole così matematicamente verticale.

Sono giovani, mi ha detto un carabiniere. Non hanno ancora imparato a non pensare al domani. Un ‘sì, lo voglio’ come il rosario prima di andare a dormire.