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Calo demografico, disagio sociale e miopia politica: l’Italia non è un Paese per giovani

Il rischio più grande non è il declino demografico. È l’irrilevanza politica che ne consegue. L’Italia si sta rapidamente trasformando in un paese dove i giovani non sono solo sempre meno: sono anche sempre meno ascoltati, visti, considerati. E il paradosso è che proprio mentre avremmo bisogno di loro – delle loro energie, del loro sguardo – li stiamo lasciando soli.

Secondo le proiezioni Istat elaborate da Openpolis, entro il 2030 i giovani tra i 10 e i 19 anni diminuiranno del 9,5%. In alcune province, come Caltanissetta ed Enna, il calo supererà il 18%. In numeri assoluti, significa che tra cinque anni il paese perderà più di mezzo milione di adolescenti. E se diminuiscono, rischiano di contare ancora meno. È questo il vero bivio: trasformare la fragilità demografica in fragilità politica.

Il disagio normalizzato dei giovani

I dati sul disagio giovanile parlano chiaro. Nel 2023, 1,3 milioni di minori vivevano in famiglie in povertà assoluta, il livello più alto dal 2014: quasi il 14% del totale. Ma ridurre tutto alla dimensione economica è miope. La pandemia ha segnato una frattura educativa che non si è più ricomposta. Nel 2025, solo il 59% degli alunni raggiunge i traguardi previsti in italiano al termine del primo ciclo scolastico; in matematica siamo al 56%. Nel 2019 erano rispettivamente il 65% e il 60%. È una caduta secca, senza risalita.

Più che una crisi educativa, è una crisi di orizzonte. Il disagio mentale – ansia, depressione, sintomi da stress – è diventato la prima causa di carico di malattia tra gli adolescenti. Lo rileva la seconda commissione Lancet sul benessere giovanile: nel 2030 si perderanno 42 milioni di anni di vita in salute per disturbi psichici e suicidi. Il dato è globale, ma in Italia trova conferma nei segnali di sofferenza quotidiana. Non è un fenomeno improvviso. È il risultato di un decennio di rarefazione sociale, dove la solitudine è diventata la regola e la partecipazione l’eccezione.

Un capitale che non vogliamo investire

Eppure, sarebbe possibile un altro racconto. Quello di una generazione che, pur nel disincanto, partecipa. Nel 2024, oltre il 10% dei 18-19enni italiani ha preso parte ad attività di volontariato. Il 3,3% si è impegnato in associazioni ambientaliste o per i diritti civili, quasi il doppio della media nazionale. Sono cifre modeste, ma parlano di una voglia di esserci. Di un desiderio di agire, di cambiare.

Questo potenziale ha un nome: “triplice vantaggio”, lo chiama la Lancet Commission. Investire nei giovani significa rafforzare chi sono oggi, chi diventeranno da adulti, e i figli che metteranno al mondo. È un effetto moltiplicatore. Ma servono scelte. E servono subito.

Nel frattempo, la percezione è quella di un’esclusione sistemica. Solo il 37% dei giovani italiani pensa di avere voce sulle decisioni locali, contro una media UE del 44%. Eppure, sono anche quelli che esprimono maggiore fiducia nel futuro (47,5% contro il 42% Ue) e più rabbia (19,6% contro 14%). Due sentimenti che, insieme, dicono: non rassegnazione, ma urgenza.

Una generazione controvento

Il rischio è che questo patrimonio vada disperso, fagocitato da un sistema che, di fronte alla riduzione numerica dei giovani, smetta semplicemente di considerarli. È già accaduto: basti pensare al modo in cui la scuola è stata trattata durante la pandemia. O al progressivo abbandono degli spazi pubblici di socialità, partecipazione, aggregazione. La stessa retorica sui giovani – sfaccendati, assenti, pigri – è parte del problema.

Ma se c’è una verità che questo paese fatica a vedere, è che i giovani italiani non sono il problema. Sono la cartina di tornasole. Ci stanno dicendo che non si può vivere in una società senza futuro se a non avere futuro sono proprio loro.

Serve, soprattutto, un atto di fiducia istituzionale: riconoscere nei giovani un soggetto politico, non un problema demografico. Perché, continuando a trattarli come una voce a margine, presto ci accorgeremo che è il Paese intero a essere fuori campo.

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Gaza muore per la fame d’Israele

Fanno finta di cadere dal pero, ma è tutto nero su bianco. L’occupazione totale della Striscia da parte di Israele non è un’ipotesi: è un piano. Netanyahu l’ha deciso e lo ha detto, mentre convocava il gabinetto di sicurezza. Non è la deriva di un fanatico isolato, è l’obiettivo dichiarato di un governo che al fanatismo ha affidato le leve del potere. E non c’è bisogno di leggere tra le righe: i ministri Smotrich e Ben Gvir l’avevano già invocata a ottobre. Oggi ne discutono solo i dettagli.

Nel frattempo, Gaza muore. Ieri almeno 74 vittime nei raid. Tre palestinesi sono stati uccisi mentre aspettavano gli aiuti. Altri otto sono morti di fame, secondo il ministero locale della Salute. Si muore per le bombe e per il blocco. Si muore per la fame, ma è la fame d’Israele a uccidere. Una fame di terra, di cancellazione, di dominio. Il finto stupore degli editorialisti, degli analisti, dei diplomatici che si fingono sorpresi è il contorno grottesco di questa pulizia. Fingono di non sapere ciò che Netanyahu e soci vanno ripetendo da mesi: che non esiste Gaza senza Israele, che Hamas è solo un alibi, che gli ostaggi servono solo per procrastinare lo sterminio.

Chi si ostina a parlare di soluzione politica mentre si moltiplicano gli eccidi, chi chiede garanzie sul “dopoguerra” mentre Gaza viene polverizzata, è complice. Le dichiarazioni di Ben Gvir, la convocazione del gabinetto militare, gli elogi di Trump, le tensioni con l’Idf: tutto mostra che non c’è alcun interesse per la pace, solo l’ansia di completare la distruzione. Il crimine non è futuro: è in corso. E chi lo scopre oggi, troppo tardi, dovrebbe almeno avere il pudore di tacere.

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Italia e Ue in ginocchio da Trump

Con Donald Trump alla Casa Bianca, l’Unione Europea ha smesso anche di fingere fermezza. Di fronte alla minaccia di nuovi dazi al 35% se Bruxelles non investirà negli Stati Uniti “come promesso”, la Commissione sospende le contromisure e si aggrappa all’illusione di un “testo congiunto in fase avanzata”. Nel frattempo, Trump ribadisce che i 600 miliardi di dollari europei potranno essere usati “per qualsiasi cosa io voglia”. Un’umiliazione plateale, resa ancor più grottesca dal silenzio di chi dovrebbe difendere gli interessi europei.

Nessuna deroga per vino, alcolici, semiconduttori o farmaci: solo dazi, con punte previste fino al 250%. Berlino insorge, parla di resa, e da Bruxelles si dicono “sorpresi”. Ma la verità è che gli Stati membri hanno firmato a occhi aperti un’intesa sbilanciata, incapace di difendere i settori strategici e priva di meccanismi di garanzia. Un funzionario ammette: “Ci saranno ulteriori turbolenze”. Traduzione: ci siamo messi nelle mani del presidente americano, e ora speriamo che non le stringa troppo.

In Italia, lo spettacolo è persino più desolante. Giorgia Meloni continua la sua tournée elettorale travestita da presidenza del Consiglio, tra elicotteri, dolcetti e promesse. I suoi ministri rassicurano, minimizzano, sorvolano. Davanti all’aggressività trumpiana, si propongono come interlocutori moderati. In realtà, sono comparse in un teatrino dove il copione è già scritto a Washington.

L’Europa è sotto scacco, e l’Italia recita con diligenza il suo ruolo di comparsa entusiasta. Ma basta guardare bene: non è una scena diplomatica. È una resa. 

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Comando io, anche sui criminali

Giorgia Meloni ha deciso di togliersi la maschera: «Rivendico ogni scelta. Non sono Alice nel Paese delle Meraviglie». Lo dice lei stessa, con orgoglio. A differenza dei suoi ministri sotto accusa – Piantedosi, Nordio, Mantovano – lei è stata archiviata. Ma la vera notizia è un’altra: non si difende, rivendica. Apre la porta alla verità che finora avevano provato a coprire con gli omissis. E la verità è questa: il governo italiano ha liberato un criminale libico ricercato dalla giustizia internazionale. E l’ha fatto per «interessi di Stato» che nessuno ha mai avuto il coraggio di nominare.

Meloni vuole essere ricordata come una che comanda, non come una che governa. E allora si prende la scena, reclama per sé anche la responsabilità penale, se serve. Mette la faccia su una scelta che dovrebbe imbarazzare qualunque democrazia. Ma non è un’ammissione: è una sfida. Sfida i giudici, sfida l’opposizione, sfida la verità. Promette di sedersi in Aula accanto ai suoi accusati per «difendere l’operato del governo». E in nome della «sicurezza degli italiani» pretende anche l’archiviazione morale. Come se tutto si potesse derubricare a questione di fermezza. Come se la giustizia fosse una comparsa, e non un potere dello Stato.

Intanto, la liberazione del torturatore libico passa in secondo piano, occultata da una messinscena in cui la premier si erge a martire istituzionale, senza mai spiegare perché. La narrazione del governo coeso diventa così lo scudo perfetto per evitare di dire la verità. La verità, cioè, che a decidere non è stata una distrazione burocratica. È stata una scelta. E Meloni ce la sta raccontando come una medaglia. Ora la politica ha il dovere di chiederle perché. Davvero. Senza più omissis.

Buon martedì. 

foto gov

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Mancia elettorale pre-ferie: le Marche diventano Zes

Nel suo ultimo giorno utile prima della pausa estiva, Giorgia Meloni ha acceso i riflettori ad Ancona per annunciare l’estensione della Zes – la Zona Economica Speciale – alle Marche e all’Umbria. Primo beneficiario, Francesco Acquaroli, presidente uscente della Regione e candidato alla riconferma per Fratelli d’Italia alle regionali del 28 e 29 settembre. In quello che assomiglia più a un comizio di coalizione che a un atto di governo, Meloni e Tajani hanno ufficializzato il provvedimento poche ore prima del Consiglio dei ministri. A porte ancora aperte e urne già in mente.

Un regalo su misura

Il disegno di legge – quattro articoli, tecnicamente blindati – modifica la normativa sulla Zes unica del Sud, istituita nel 2023, per includere anche Marche e Umbria tra le regioni che beneficiano di agevolazioni fiscali, semplificazioni amministrative e incentivi agli investimenti. Le due regioni dovranno presentare entro 60 giorni un piano di sviluppo, ma intanto il messaggio è già servito: la premier premia chi è fedele e in corsa. Il tutto mentre Salvini interviene in collegamento e Tajani rassicura sul fatto che “senza le Pmi marchigiane non ci sarebbe il Made in Italy che conosciamo”.

L’opposizione: “Fuffa elettorale”

Per l’opposizione si tratta dell’ennesima marchetta elettorale camuffata da scelta strategica. Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, liquida l’operazione come “una mossa spudorata” fatta “senza pudore, senza vergogna”, ricordando che il governo ha respinto per mesi la stessa richiesta avanzata in Parlamento, salvo sbloccarsi adesso che le urne si avvicinano. Più esplicita ancora Alessia Morani, candidata del Pd alle regionali, che denuncia “un provvedimento fuffa”, senza coperture, senza tempi certi, rinviato – guarda caso – a dopo il 29 settembre. Per la dem, è un remake delle promesse sulle liste d’attesa fatte prima delle europee.

Lo Zen del potere

Acquaroli sorride, Meloni sorride, Tajani sorride. Il governo appare più come un comitato elettorale itinerante che come un esecutivo in carica. A ben vedere, l’inserimento delle Marche nella Zes non è affatto il frutto di una strategia di riequilibrio territoriale. Il Sud era stato riconosciuto come area strutturalmente svantaggiata; l’inserimento delle Marche – che non sono Sud – altera quell’equilibrio in modo palese. È un’operazione che serve ad Acquaroli per poter dire, in campagna elettorale, di aver portato a casa un risultato “storico”, come lo definisce il sottosegretario Lucia Albano (FdI). Poco importa se mancano ancora i decreti attuativi, i fondi, i cronoprogrammi e le garanzie sugli effetti reali.

Tra propaganda e precedenti

L’impressione, per chi conosce le dinamiche romane, è che si stia inaugurando un precedente pericoloso. La Zes nata per il Sud si sta trasformando in uno strumento a discrezione del governo centrale, usato come leva politica per sostenere alleati in difficoltà. E mentre Meloni accarezza la campagna elettorale con la mano del potere, la credibilità dello strumento viene diluita nel mare delle promesse. La domanda, legittima, è: che senso ha una Zona Economica Speciale, se può diventarlo qualunque regione sotto elezioni?

Il sospetto è che a Giorgia Meloni non interessi il senso, ma l’effetto. Una foto con Acquaroli, una conferenza stampa con Tajani, un decreto nel cassetto. E poi si vedrà. Magari dopo il voto. Come già accaduto per le liste d’attesa, per il Ponte sullo Stretto, per la riforma della sanità, per i fondi del Pnrr. Slogan prima, sostanza magari poi.

In attesa che il decreto venga attuato – e che le imprese marchigiane vedano davvero i benefici promessi – resta una certezza: la campagna elettorale di Fratelli d’Italia ha ricevuto una spinta di Stato. E lo Stato, ancora una volta, ha deciso che il confine tra consenso e governance è flessibile. A patto che serva.

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A Gaza gli ostaggi sono il trucco, non il fine

Ci hanno detto che la guerra finirà quando torneranno a casa gli ostaggi. Ce lo ripetono ogni giorno, come fosse un pegno morale da esigere con le bombe. Ma chiunque segua con onestà i fatti sa che è una menzogna funzionale: la liberazione degli ostaggi non è mai stata il fine. È il pretesto.

La linea del governo è chiara, ed è ben più ampia della liberazione degli ostaggi. Il ministro Itamar Ben Gvir lo ha detto senza infingimenti: «Conquistare tutta Gaza, incentivare l’emigrazione volontaria, ricostruire gli insediamenti. Solo così riporteremo gli ostaggi e vinceremo la guerra». Non una liberazione, ma una sostituzione.

Netanyahu non si oppone. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, «sta mostrando apertura verso l’idea di incoraggiare la migrazione dei palestinesi da Gaza», sotto pressione della sua ala più estrema. E il suo ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, propone ufficialmente di reinsediare coloni israeliani nella Striscia.

Intanto, Gaza muore di fame: 180 vittime accertate per malnutrizione, 93 sono bambini. Le forze israeliane hanno sparato su civili in fila per gli aiuti: 7 morti e 20 feriti solo il 4 agosto, vicino al centro GHF di Gaza City. Hamas – riferisce il Jerusalem Post – ha chiesto almeno 250 camion di aiuti al giorno come precondizione per tornare a trattare. La risposta israeliana è stata più fuoco e più fame.

È in questo contesto che oltre 600 ex funzionari del Mossad e dello Shin Bet hanno scritto a Trump: «Hamas non è più una minaccia strategica. Questa guerra non è più giusta». Chi parla ancora solo di ostaggi, mente. O è complice.

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Lo Stato come un palco

C’è chi vola nei sondaggi e chi in elicottero. Giorgia Meloni ha scelto il secondo mezzo per atterrare ad Ancona e inaugurare la sua personale tournée elettorale, mascherata da “conferenza istituzionale“. Obiettivo: sostenere Francesco Acquaroli, in affanno nei consensi. Regalo di giornata: l’estensione della Zes (Zona economica speciale) unica a Marche e Umbria. Sul palco, tra i dolci tunisini portati in dono e i falsi affreschi da fiera paesana, va in scena l’ennesimo episodio di propaganda camuffata da governo. Nessuno si nasconde, nemmeno Salvini, che da uno schermo invita apertamente a votare il governatore uscente.

Il copione è noto: si annuncia un decreto, si allestiscono passerelle, si dispensano promesse, si usano gli strumenti dello Stato come fondale per un comizio. Intanto Tajani sbaglia i numeri sull’industria marchigiana e Meloni si fa anticipare dal suo stesso alleato sull’annuncio clou. L’unità, evocata a parole, si sbriciola nei dettagli. Mentre i cittadini arrancano tra inflazione e sanità in macerie, la maggioranza si divide su nomi, poltrone e sgambetti interni. E intanto fa finta di governare. Nessuna sintesi, nessuna visione: solo scena.

A pochi chilometri da lì, i territori colpiti da sisma e alluvioni aspettano ancora risposte vere. Ma il palco è già stato smontato, l’elicottero è ripartito, e la recita si sposta altrove. L’unica cosa che funziona davvero è la macchina elettorale, alimentata a carburante pubblico e tenuta insieme da una finzione permanente di efficienza.

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La vacanza che costa quattro anni di debiti

Una settimana al mare, un paio di notti in un agriturismo, una fuga con gli amici: tutto normale, se non fosse che oggi, per un numero crescente di italiani, il prezzo di quelle ferie non si misura più in euro ma in anni. Secondo i dati dell’osservatorio Facile.it/Prestiti.it rielaborati da Legge3.it, solo nel primo trimestre del 2025 sono stati richiesti oltre 100 milioni di euro in prestiti personali finalizzati alle vacanze, con un balzo del 18% rispetto al 2024. La stima sale a oltre 220 milioni considerando il periodo gennaio-maggio. Il prestito medio richiesto? Circa 5.700 euro. La durata media di rimborso? Quattro anni.

Non si tratta di un segmento marginale. L’età media dei richiedenti è 37 anni, con un picco tra gli under 30. A prevalere sono nettamente gli uomini (72%), che chiedono anche importi più alti rispetto alle donne (+13%). La rata mensile, in media, sfiora i 144 euro. Un impegno fisso che, sommato ad altri, può diventare il primo passo verso il sovraindebitamento.

Instagram, tassi e conti vuoti

Come si spiega questa corsa al debito per una spesa che, fino a pochi anni fa, si cercava di coprire con i risparmi? Le ragioni sono almeno tre. La prima è la pressione sociale: l’«effetto Instagram» spinge molti giovani a sentirsi esclusi se non condividono il proprio tempo libero in località fotogeniche. Una vacanza non è più solo un diritto o un piacere, ma un segno identitario. La seconda ragione è finanziaria: il TAEG medio dei prestiti personali online è sceso dal 10,5% al 10,17%, rendendo il credito al consumo leggermente più accessibile. La terza è strutturale: i bilanci familiari restano sotto pressione. Secondo l’ISTAT, nonostante un aumento nominale del reddito del +2,7% nel 2024, il potere d’acquisto reale è cresciuto solo dell’1,3%, e i salari sono ancora sotto i livelli del 2021. Intanto, l’inflazione colpisce soprattutto i beni essenziali.

A completare il paradosso, c’è l’aumento della propensione al risparmio, salita al 9%. Ma si tratta di una media fuorviante: chi può risparmiare lo fa, mentre altri, per non rinunciare alle vacanze, preferiscono accendere un debito piuttosto che toccare i pochi risparmi accumulati. Così, la vacanza a rate si trasforma in un meccanismo di autoinganno finanziario.

Il prezzo del relax

Nel frattempo, oltre 8 milioni di italiani rinunceranno del tutto alle vacanze. Il 69% di chi resta a casa lo fa per motivi economici, mentre una parte crescente sceglie di partire comunque, accettando l’idea di indebitarsi. In Italia, secondo Eurostat, il 31,4% della popolazione non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, contro il 27% della media europea. Peggio di noi, solo Romania, Grecia e Bulgaria.

«Riceviamo sempre più richieste da persone che hanno iniziato con piccoli prestiti, spesso per spese non essenziali, e che oggi non riescono più a uscire dal tunnel del debito» – spiega Gianmario Bertollo di Legge3.it. «Il problema non è fare le vacanze, ma farle senza una reale sostenibilità economica. La serenità non si compra a rate».

Il problema non è più solo individuale. È collettivo. La cultura del «buy now, pay later», la frammentazione dei costi in rate leggere, la normalizzazione del debito per spese voluttuarie creano una fragilità strutturale che nessun indicatore aggregato riesce a catturare. Il sistema appare stabile, ma migliaia di famiglie si muovono sull’orlo della crisi.

La rete invisibile

La Legge 3/2012, oggi parte del Codice della Crisi e dell’Insolvenza, offre una via d’uscita a chi si trova intrappolato. Pochi la conoscono, ancora meno la utilizzano. Eppure consente, in presenza di determinati requisiti, di ristrutturare o addirittura cancellare i debiti accumulati, sotto controllo del tribunale. Un diritto spesso ignorato, perché l’indebitamento, in Italia, è ancora visto come una colpa, non come una condizione da gestire.

Intanto le agenzie di viaggio offrono pagamenti in 4 comode rate, le pubblicità promettono vacanze indimenticabili «senza pensieri» e le piattaforme digitali riducono l’accesso al credito a pochi clic. Ma quando le rate scadono, non basta un filtro per nasconderne gli effetti.

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Il grande freddo della spesa: 27% in quattro anni, zero risposte

Entri al supermercato e ogni etichetta è un promemoria di sconfitta. Le pesche sfiorano i 5 euro al chilo, l’olio d’oliva viaggia verso i 10, il prosciutto crudo può costare più di una visita specialistica. In quattro anni, il carrello della spesa è aumentato del 27%. Ma non è inflazione: è un cambio di status. Non sei più un cittadino che compra: sei un povero che fa la spesa.

L’Istat misura, i governi rassicurano, le famiglie resistono. L’indice dei prezzi alimentari, dal luglio 2021 a oggi, è passato da 105 a 134. Alcuni prodotti di base – burro, patate, riso – hanno raddoppiato il loro prezzo. In compenso i salari reali in Italia sono crollati del 7,5%, peggior dato OCSE. Con 30 euro oggi compri quello che nel 2021 pagavi poco più di 23. Il carrello è sempre più leggero, le borse sempre più vuote, i conti sempre più rossi.

Nel frattempo, mentre i bonus una tantum vengono sventolati come miracoli e le accise restano intatte, il costo di casa, elettricità e gas è salito del 32%. I pacchetti vacanza nazionali segnano +74%, i voli interni +208%. E il dato forse più sincero arriva dalle vendite: crescono in valore, calano in volume. Si spende di più, si mangia di meno.

Eppure nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola giusta: emergenza. Non energetica, non climatica. Sociale. La fame non è un problema da Terzo Mondo, è diventata una questione logistica in una delle prime potenze industriali d’Europa. Ma, nell’agenda politica, la priorità resta la crociata contro le merendine etniche a scuola.

Buon lunedì. 

 

Foto adobstock

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Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga – Lettera43

Non è vero che il settore degli alloggi sociali sia senza profitti, come sembra far intendere l’inchiesta sull’urbanistica. C’è la domanda, manca però il mercato. Eppure quando la cornice normativa è chiara, le imprese partecipano. Ottenendo margini adeguati. All’estero il modello funziona. Serve una regia politica anche in Italia.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga

Le recenti inchieste sull’urbanistica milanese hanno riacceso una questione tanto cruciale quanto fraintesa: l’edilizia popolare è davvero un settore anti-economico? O si tratta di una falsa dicotomia, utile a difendere l’egemonia speculativa del mercato libero? A giudicare dai numeri, la risposta è chiara. L’idea che costruire case accessibili significhi rinunciare al profitto è smentita dai dati, dall’esperienza concreta delle città europee e, sempre più spesso, anche dalla realtà italiana.

Le costruzioni restano economicamente sostenibili

A Milano, nel 2023, il Comune ha ricevuto 24 manifestazioni d’interesse per otto nuovi progetti di edilizia sociale. Il dato smentisce il luogo comune secondo cui le imprese non sarebbero interessate a costruire se i margini non fossero speculativi. La chiave non sta nella “quota sociale” – che può arrivare al 50 per cento – ma nella pianificazione. Se il terreno pubblico è messo a disposizione a valore calmierato, l’operazione resta economicamente sostenibile: cala la rendita, non il profitto.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
A Milano c’è un problema di sostenibilità abitativa (foto Ansa).

Il progetto “Redo Merezzate”, con 615 unità abitative e un mix di vendite a prezzo di mercato e affitti agevolati, ha generato rendimenti significativi grazie al meccanismo del cross-subsidy: i ricavi degli alloggi venduti finanziano quelli a canone contenuto.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Rendering del progetto “Redo Merezzate”.

I margini “socialmente compatibili” esistono

Un altro esempio emblematico è l’intervento cooperativo su aree ex-industriali analizzato nello studio “Milano come caso paradigmatico”: 9.256 metri quadrati, il 34 per cento di edilizia sociale, e margini economici che restano robusti anche senza rincorrere i 7 mila euro al metro quadrato del mercato libero. Questo dimostra che i margini “socialmente compatibili” esistono, e non sono trascurabili.

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Uno dei cantieri sotto sequestro a Milano (foto Ansa)

Come si possono offrire canoni e prezzi sotto mercato

A chiarire il meccanismo è l’economista Raffaele Lungarella in un’analisi pubblicata su lavoce.info il 30 luglio 2025: la sostenibilità economica dell’edilizia sociale dipende dalla compressione della rendita fondiaria – cioè del valore “gonfiato” del suolo edificabile –, non dal taglio del profitto d’impresa. Se il terreno è pubblico o convenzionato, si possono offrire canoni e prezzi sotto mercato, pur mantenendo margini industriali adeguati.

A Milano diverse famiglie scoperte dall’offerta edilizia

In Italia, 4,9 milioni di famiglie – quasi una su cinque – faticano ad accedere a un alloggio adeguato. Non si tratta solo di povertà estrema: è la fascia “grigia” della popolazione, troppo ricca per l’edilizia pubblica tradizionale, troppo povera per reggere il mercato. A Milano si stimano almeno 146.500 nuclei con capacità di spesa tra 50 e 80 euro al metro quadro annuo, una fascia oggi scoperta dall’offerta edilizia. Il mercato, semplicemente, non produce per loro.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Il panorama urbanistico di Milano, con un po’ di nebbia Anni 80 (foto Ansa).

Non per carenza di convenienza, ma per rigidità del sistema. I progetti falliscono o non partono perché mancano strumenti stabili. La fiscalità penalizza gli alloggi da locazione sociale, trattandoli come beni speculativi invece che strumentali all’attività d’impresa. Il risultato? I costi di gestione non si possono dedurre, rendendo l’operazione insostenibile per chi affitta a lungo termine.

Perché allora così tanti bandi vanno deserti?

Il paradosso è che molti bandi per l’edilizia convenzionata restano senza candidati. Non per mancanza di interesse economico, ma per un contesto troppo incerto. Il rischio d’impresa – già alto di per sé – viene aggravato da burocrazia macchinosa, normative frammentate, incentivi inadeguati. A questo si aggiunge una contraddizione tipicamente italiana: le amministrazioni, da un lato, vogliono alloggi sociali; dall’altro, puntano a massimizzare l’incasso dalla vendita dei terreni, cancellando in partenza le condizioni per un margine sano.

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Palazzoni a Milano: l’urbanistica della città è finita sotto inchiesta (foto Ansa).

Quando la cornice è chiara, le imprese partecipano

Eppure, quando la cornice è chiara, le imprese partecipano. Le cooperative edilizie – formalmente no-profit – operano secondo logiche di mercato. I fondi immobiliari etici cercano rendimenti modesti, ma sicuri, come dimostrano i 2,8 miliardi del programma PinQuA finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). I dati parlano di un rendimento tra il 2 e il 3 per cento su 30 anni per fondi pensione, banche e assicurazioni che investono nel settore.

Cosa funziona in Europa: i modelli virtuosi

Vienna, Amsterdam, Aarhus: tre esempi diversi, una lezione comune. In Austria, il 60 per cento degli alloggi è calmierato, finanziato con una tassa del 3 per cento sugli stipendi e affidato a cooperative a profitto limitato. Nei Paesi Bassi, le woningcorporaties gestiscono il 30 per cento del patrimonio abitativo nazionale, finanziandosi con canoni, rotazione degli immobili e garanzie statali che azzerano il rischio. In Danimarca, il progetto Saltholmsgade ad Aarhus mostra come edilizia sociale e qualità architettonica possano andare insieme, attraendo anche capitali privati.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Lo skyline di Porta Nuova a Milano (foto Ansa).

Tutti questi modelli condividono un presupposto: la politica urbana è un investimento, non un costo. E il ritorno non è solo economico. Uno studio del Wifo su Salisburgo mostra che affitti eccessivi riducono la mobilità lavorativa, ostacolano la creazione d’impresa e innalzano i tassi di posti vacanti. Una buona politica abitativa, al contrario, aumenta la produttività e la coesione sociale.

Serve una regia politica e nazionale

L’Italia non ha bisogno di miracoli, ma di una regia politica. Bisogna smettere di considerare la casa un lusso per pochi o una voce di bilancio da tagliare. Occorre una strategia nazionale che metta in sinergia Comuni, Regioni, privati e fondazioni, e garantisca continuità normativa, incentivi fiscali stabili, una pianificazione urbanistica che privilegi il riuso dei suoli pubblici. Il modello c’è. Gli attori anche. Manca solo la volontà di mettere a sistema ciò che già funziona. Finché la casa resterà una rendita per pochi, non sarà mai un diritto per tutti. Ma se si comprime la rendita, il profitto resta. E costruire case accessibili diventa non solo possibile, ma conveniente. Per chi le abita. E per chi le costruisce.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
La Torre Milano, un grattacielo residenziale di 24 piani (foto Ansa).

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