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Il crimine perfetto ha sponsor occidentali

Sessantamila morti. Sessantamila. Lo scriviamo tutto in lettere, perché è così che si contano i crimini storici: con parole che restano. La fame – che secondo l’Integrated Food Security Phase Classification sta “già realizzando lo scenario peggiore” – non è un effetto collaterale: è una scelta deliberata. Martedì a Gaza sono morti “per errore” quelli che aspettavano cibo: perché è così che si muore, a Gaza. Non sotto le bombe, ma per una bottiglia d’acqua.

Donald Trump, tra una buca e l’altra nel suo nuovo golf club scozzese, promette che “il cibo arriverà presto”. Parole vuote, dette come si parla di forniture di lattine alla Casa Bianca. Nel frattempo, il Regno Unito annuncia che riconoscerà lo Stato di Palestina se Israele non accetta una tregua. E Israele, con una faccia che ha smesso da tempo di vergognarsi, grida che è un premio a Hamas. Come se ogni diritto dei palestinesi dovesse essere sottoposto al permesso del loro carceriere.

Due milioni di persone intrappolate, private di tutto. Le Nazioni Unite parlano chiaro: “Il mondo sta guardando un genocidio in tempo reale”. Ma la parola “genocidio” fa paura ai palazzi: preferiscono “crisi umanitaria”. Come se la complicità occidentale non grondasse sangue.

E l’Italia Un sussurro. Tajani balbetta “sconcerto”. Meloni tace. E mentre le agenzie raccontano bambini scheletrici, noi scegliamo di voltare la faccia. Per viltà, per calcolo, per convenienza elettorale. E allora sì: è anche colpa nostra. Ma più ancora di chi tace, è colpa di chi mente. Di chi parla di civiltà mentre finanzia l’assedio. Di chi firma accordi commerciali con le mani sporche di fame.

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Liste d’attesa in Sanità, la Piattaforma nazionale non garantisce trasparenza. L’Osservatorio Cpi: “Dati solo a livello nazionali, poco utile per il cittadino”

Una Piattaforma nazionale online, una media statistica e una conferenza stampa. Così il governo ha deciso di raccontare il collasso del Servizio Sanitario Nazionale. Il nuovo portale dedicato ai tempi di attesa, presentato come uno strumento di trasparenza, in realtà oscura tutto ciò che conta: non indica i tempi massimi reali, non consente di sapere dove si aspetta di più, non permette di confrontare le strutture.

“Una prima osservazione sui dati disponibili dalla Piattaforma è che, nonostante i dati vengano trasmessi dalle regioni, questi sono disponibili soltanto a livello nazionale – scrive l’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università cattolica, diretto da Carlo Cottarelli -. Non potendo consultare i tempi nelle specifiche strutture o perlomeno a livello locale o regionale, la Piattaforma risulta quindi ancora poco utile per il cittadino”.

La fotografia ufficiale dei primi mesi del 2025 è un quadro in cui il ritardo si normalizza, la rinuncia si privatizza, la responsabilità evapora.

Dietro la piattaforma si muove un impianto normativo presentato come riforma strutturale. Il decreto-legge 73/2024 ha previsto misure in gran parte non attuate. L’Organismo nazionale di controllo è stato formalmente istituito, ma non ha ancora strumenti per intervenire. Il Centro Unico di Prenotazione (Cup) continua a escludere molti operatori, soprattutto tra i privati accreditati. E il tetto di spesa per il personale sanitario, che doveva essere superato, resta intatto. Nessun nuovo medico, nessun infermiere in più.

La piattaforma, così com’è, serve soprattutto a evitare lo scontro con le Regioni. Non indica dove si accumulano i ritardi, non dice quali Asl falliscono sistematicamente gli obiettivi. È una trasparenza apparente costruita per non disturbare nessuno. Dietro l’aggregazione statistica, il diritto alla salute diventa una scommessa geografica.

Dati e disuguaglianze

Il tempo medio nazionale per una visita specialistica, come scrive businessonline.it analizzando i dati raccolti dalla Piattaforma nazionale liste d’attesa tra gennaio e maggio 2025, varia tra 105 e 126 giorni; solo l’8% delle prestazioni viene erogato entro dieci giorni; oltre il 21% dei pazienti aspetta più di sei mesi; per le prestazioni differibili o programmabili – la maggioranza – la soglia del 75% di prestazioni nei tempi è pura utopia. I tempi massimi non sono indicati, ma dai dati raccolti da Federconsumatori e stampa locale emergono attese fino a 330 giorni per una colonscopia in Lombardia, 463 giorni per un elettrocardiogramma programmato a Milano, 748 per una visita ginecologica in Friuli.

Nel frattempo, quasi 4 milioni di persone nel 2024 hanno rinunciato a una prestazione per i tempi troppo lunghi. Un altro 5% ha rinunciato per motivi economici. La somma racconta una realtà fuori controllo: chi può paga, chi non può aspetta. Oppure rinuncia. E anche il meccanismo di tutela previsto dalla legge – che obbligherebbe le strutture a garantire la prestazione in intramoenia o presso il privato convenzionato senza costi aggiuntivi – si trasforma in una giungla burocratica. Ogni Regione ha regole diverse. I Cup non rilasciano certificazioni. Il paziente, lasciato solo, deve dimostrare di essere stato abbandonato.

Un diritto trasformato in eccezione

Il decreto-legge, nella sua architettura, ha replicato il vizio di origine del sistema: affastellare norme senza dotarle di strumenti, promettere obiettivi senza costruire le condizioni per raggiungerli. Il risultato è una riforma annunciata che produce esattamente il contrario di ciò che dichiara. Una sanità pubblica che non riesce a garantire i tempi è una sanità che non garantisce più niente. Non misura le attese: misura quanto ancora possiamo aspettare.

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Corsa al riarmo, l’Europa arruola pure il risparmio: da costo a investimento con il bollino della sostenibilità, anche i fondi pensione includono aziende produttrici di armi nei loro portafogli

C’è un nuovo lessico nella finanza europea e non è più quello del “verde”, ma quello della “sicurezza”. Sotto la sigla “ReArm Europe”, la Commissione europea ha lanciato un piano da 800 miliardi di euro che rovescia il paradigma economico continentale: la difesa non è più un costo, ma un investimento. E non è solo lo Stato a doverlo finanziare: è l’intero sistema finanziario europeo, dai fondi pensione alle banche pubbliche, dai titoli Esg (Environmental, social and corporate governance) ai conti correnti dei cittadini. Il motore di questa trasformazione è la deroga alle regole fiscali che consente di escludere le spese militari dal calcolo del deficit. Ma il vero cambio di passo sta nell’apertura esplicita al capitale privato e nella mobilitazione dei risparmi popolari. La difesa diventa un “bene pubblico”, le armi un “asset strategico” e la stabilità economica una scusa per ridefinire l’intera idea di sostenibilità.

Armi con il bollino della sostenibilità

Nel 2025 Allianz Global Investors ha ufficializzato un cambiamento di rotta che segna il passo. Ha incluso nei propri fondi Esg anche aziende produttrici di armi, comprese quelle nucleari se conformi al Trattato di non proliferazione. Il tutto con la benedizione dell’autorità europea Esma, che ha ristretto la definizione di “armi controverse”. Allianz non è sola: Ubs, Dws, AkademikerPension e Pfa Pension hanno seguito la stessa strada. E se i fondi “Articolo 9” restano più stringenti, gli “Articolo 8” – la grande maggioranza del mercato – si sono dimostrati sufficientemente porosi da legittimare, sotto etichetta “green”, investimenti bellici puri.

La finanza etica parla di “war-washing”: l’uso della retorica Esg per lavare la reputazione degli armamenti. Banca Etica, Gabv, Etica Sgr lo dicono apertamente: finanziare la guerra non sarà mai compatibile con la sostenibilità, a meno di riscrivere il significato stesso di etica.

Il paradosso dei fondi pensione

Questa trasformazione è tutt’altro che teorica. Milioni di cittadini europei, spesso ignari, stanno già finanziando l’industria della difesa. In Italia accade soprattutto attraverso i fondi pensione negoziali che affidano la gestione a colossi come Allianz, BlackRock e Amundi, i cui portafogli ora includono esplicitamente aziende belliche. Le policy di investimento sono generiche o deliberatamente ambigue. E le quote di esposizione non vengono comunicate in modo chiaro ai sottoscrittori.

È una catena di comando opaca: il lavoratore delega al fondo, che delega al gestore, che sceglie titoli di imprese belliche in Etf (Exchange Traded Funds) tematici o fondi Esg.

E poi c’è la Cassa Depositi e Prestiti: braccio finanziario dello Stato. La sua policy lo dichiara esplicitamente: “Il Settore della Difesa e Sicurezza rappresenta un settore strategico per garantire la sicurezza dei paesi ed è al contempo uno tra i settori più dibattuti in termini di compatibilità con i criteri Esg”. La soluzione? “Orientare l’operatività di CDP nel Settore della Difesa e Sicurezza stabilendo criteri di trattamento, di limitazione ed esclusione”.

Anche alcuni dei principali gruppi bancari italiani forniscono supporto diretto all’export di armamenti. Il risultato è un sistema chiuso: lo Stato è cliente, regolatore e azionista; le banche finanziano; i risparmiatori forniscono capitale. Senza saperlo.

La breccia della doppia materialità

C’è però un punto di rottura. Dal 2024 è in vigore la direttiva europea Csrd, che impone il principio di “doppia materialità”: le aziende devono rendicontare non solo come la sostenibilità incide sui loro conti, ma anche come le loro attività impattano sull’ambiente e sulle persone. Una rendicontazione seria imporrebbe alle imprese belliche di raccontare i danni delle loro armi, le vittime civili, la distruzione delle infrastrutture, l’inquinamento bellico. Difficile pensare che possano, senza conseguenze, mettere nero su bianco gli effetti “materiali” dei loro prodotti.

Ma proprio per questo il rischio è che si apra la strada a una “doppia materialità di comodo”: un reporting selettivo, concentrato su aspetti neutri (emissioni in sede, parità di genere) e capace di ignorare la funzione distruttiva primaria del prodotto. Un rischio che svuota la direttiva stessa e richiede una vigilanza costante da parte della società civile.

Risparmi armati

La finanziarizzazione della difesa non è più una tendenza, è un fatto. Spinta dal piano ReArm Europe, legittimata da regolatori compiacenti, giustificata con la narrativa della sicurezza, sostenuta dai risparmi dei cittadini. Il confine tra finanza pubblica e privata è saltato, e con esso la distinzione tra investimento e complicità. In questo scenario, la trasparenza non è un orpello ma una necessità politica. Chi gestisce fondi pensione deve essere chiamato a rispondere delle proprie scelte. Chi investe in nome dei cittadini deve sapere, e dire, dove finiscono quei soldi. Chi sventola la bandiera della sostenibilità deve dimostrare coerenza.

Perché il rischio, ormai evidente, è che un’etichetta Esg basti a lavare via anche il sangue.

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Report decapitato: ecco la Rai che vuole il governo

La Rai ha deciso: a Sigfrido Ranucci viene tolta la responsabilità della firma per Report. Contratti, trasferte, acquisti, rapporti legali: tutto riassegnato a un altro dirigente. Non è solo una questione organizzativa. È l’ennesimo tassello di una strategia di contenimento. Dopo i tagli al programma, dopo il caso del provvedimento disciplinare per la sua presenza a “Otto e mezzo” (smentito dall’azienda, ma annunciato dal diretto interessato), ora si passa a depotenziare chi da anni incarna uno dei pochi esempi di vero servizio pubblico.

Ranucci lo dice chiaramente: “Per motivi noti”. Motivi che non sono tecnici ma politici. In un’azienda normale, un audit superato e l’efficienza di una squadra coesa sarebbero motivo di fiducia. In Rai, nel 2025, diventano un problema se il coraggio editoriale mette in imbarazzo il potere. “Continueremo a fare il nostro lavoro”, promette il conduttore. Ma sarà sempre più difficile, sempre più ostacolato, sempre più condizionato.

La gestione Meloni ha già dimostrato cosa intende per pluralismo: lottizzazione sfacciata, censura strisciante, promozione del servilismo. Oggi è toccato a Ranucci. Domani a chiunque osi ancora confondere la televisione di Stato con il giornalismo. Il fatto che la Rai smentisca ogni intento punitivo mentre smonta pezzo dopo pezzo la macchina di Report è solo il segno di quanto la doppiezza sia diventata sistema.

Non è una faida tra colleghi, non è una banale riorganizzazione interna. È una spoliazione consapevole di una delle rare isole di inchiesta rimaste nella tv pubblica. E riguarda tutti: riguarda l’idea stessa di cosa debba essere un servizio pubblico. Se obbediente, prono e innocuo, o libero, scomodo e trasparente. Se raccontare la realtà significhi rischiare il posto o essere premiati. E oggi, in Rai, la risposta è fin troppo chiara.

Buon mercoledì.

L’appuntamento: Left incontra Sigfrido Ranucci al Percorsi Festival  il 23 agosto a Santo Stefano di Magra , il giornalista di Report sarà intervistato live dalla direttrice di Left Simona Maggiorelli

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La fame a Gaza non esiste? Netanyahu nega l’evidenza

Netanyahu dice che a Gaza non c’è carestia. Che nessuno muore di fame. È la stessa voce che nega i crimini, che chiama “terroristi” i bambini, che bombarda i convogli dell’Unrwa e poi accusa l’Onu di non fare abbastanza. Ora arriva a negare l’evidenza, con il sangue ancora fresco tra le macerie.

Il nuovo rapporto dell’Ipc, sostenuto da Onu, Wfp e Unicef, dice l’esatto contrario: il 39% della popolazione di Gaza passa giorni interi senza mangiare. Oltre 500.000 persone vivono condizioni “simil-carestia”. L’intera popolazione sotto i cinque anni, 320mila bambini, è a rischio di malnutrizione acuta. Bambini che muoiono. Neonati emaciati che non hanno acqua né latte. Famiglie ridotte a nulla che seppelliscono figli senza nemmeno una bara.

A Gaza si muore di fame e lo si fa nel silenzio di chi si volta dall’altra parte. Le tre soglie tecniche che definiscono una carestia – consumo di cibo, malnutrizione acuta, decessi correlati – sono tutte superate in alcune aree. Ma Netanyahu dice che va tutto bene. Perché dire la verità significherebbe assumersi la responsabilità del blocco degli aiuti, della distruzione sistematica dei servizi, della guerra che uccide anche senza sparare.

E l’Occidente? Sta zitto. Troppo occupato a giustificare l’indifendibile o a giocare a equidistanze impossibili. Intanto 62.000 tonnellate di aiuti restano bloccate ogni mese. Ogni giorno che passa è una condanna a morte per centinaia di innocenti.

Chi nega la fame mentre la infligge non è un capo di Stato. È un criminale da tribunale penale internazionale. E chi lo sostiene, chi lo applaude, chi lo finanzia è complice.

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Zone rosse, la sentenza del Tar Campania boccia la direttiva del Viminale. I legali delle associazioni: “Il potere straordinario non può diventare regola ordinaria”

Il Tar della Campania ha messo nero su bianco ciò che giuristi, amministratori locali e attivisti avevano denunciato per mesi: l’ordinanza che istituiva le cosiddette “zone rosse” a Napoli è illegittima. Non per un vizio di forma, ma perché rappresenta un abuso sistematico di poteri straordinari per gestire situazioni ordinarie, come la malamovida, il degrado urbano e la microcriminalità. Una censura formale e politica che colpisce al cuore la misura ispirata da una direttiva del ministero dell’Interno, guidato da Matteo Piantedosi.

Con la quale il prefetto veniva invitato a delimitare aree sensibili della città e ad allontanare soggetti “problematici” sulla base di semplici segnalazioni. Il tutto fondato sull’articolo 2 del Tulps, un residuato del 1931 che consente provvedimenti urgenti “per grave necessità pubblica”. Secondo i legali che hanno promosso il ricorso, “la sentenza dichiara apertamente che non vi era alcuna emergenza eccezionale, né alcuna motivazione nuova, idonea a giustificare l’uso reiterato di poteri prefettizi straordinari”. E aggiungono: “Un richiamo forte e definitivo alla legalità costituzionale, contro ogni tentativo di trasformare l’eccezione in prassi”.

Quattro quartieri – Chiaia, Vomero, Decumani e Stazione Garibaldi – erano stati sottoposti a una sorta di coprifuoco selettivo, con divieti di stazionamento e presidi fissi delle forze dell’ordine. Ma la sentenza del Tar, definita da Andrea Chiappetta e Stella Arena, gli avvocati delle associazioni che hanno promosso il ricorso, come “una vittoria dello Stato di diritto”, ha riconosciuto che “le ordinanze del Prefetto erano illegittime e violavano principi costituzionali“, sancendo un principio fondamentale: “Il potere straordinario non può diventare regola ordinaria. Il diritto non può piegarsi a logiche di emergenza permanente”.

Legalità a geometria variabile

Dall’altra parte ci sono i numeri diffusi dal Viminale: 600 mila controlli e 5 mila allontanamenti. Che non sono evidentemente bastati alla pronuncia di una sentenza favorevole per il ministero.

La reazione della società civile è stata determinante. Una rete di associazioni – tra cui ASGI, A Buon Diritto e realtà napoletane – ha impugnato l’ordinanza, portando il caso davanti al Tar con argomenti solidi: violazione della libertà di circolazione (art. 16 Cost.), della libertà personale (art. 13) e della presunzione di innocenza (art. 27). A sostenere il ricorso anche due consiglieri municipali, che hanno denunciato l’esclusione totale delle istituzioni locali da ogni fase decisionale.

Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, da tempo scettico, ha parlato di “commissariamento” dei Comuni. Ed è significativo che, dopo la pronuncia del Tar, si siano attivati strumenti alternativi: ordinanze sindacali sugli orari, limiti alla musica nei locali, sentenze civili che impongono risarcimenti per rumori e disturbi. Soluzioni ordinarie per problemi ordinari, come richiede lo Stato di diritto.

Insomma, con la vicenda napoletana, la magistratura amministrativa ha tracciato una linea invalicabile: non si governa in stato d’eccezione permanente.

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La stessa ditta, lo stesso vuoto

Nel 2015, Giuseppe Iaquinangelo è precipitato da dieci metri. Nessuna protezione, nessuna imbracatura, nessuna sicurezza. Da allora vive su una sedia a rotelle. La ditta per cui lavorava era la stessa. Esattamente la stessa. Quella che oggi conta altri tre morti: Ciro Pierro, Vincenzo Del Grosso e Luigi Romano, caduti da un cestello elevatore a Napoli. Anche loro senza imbracature. Anche loro senza ritorno.

Potrebbe sembrare una coincidenza e invece è un sistema che si ripete. La prima volta la giustizia è arrivata con sei mesi di condanna in primo grado, poi prescrizione. La ditta ha continuato a lavorare. Nessun risarcimento. Nessuna interdizione. Nessun freno. Dieci anni dopo, siamo ancora a contare i corpi. Stessa ditta, stesse omissioni, stessa impunità.

E allora la domanda non è come siano morti. La domanda è: perché nessuno li ha salvati prima Perché nessuno ha fermato chi aveva già dimostrato di non rispettare le regole? Perché le vite degli operai valgono così poco da essere consegnate alla statistica e alla prescrizione?

In Italia, morire sul lavoro è diventato una variabile accettabile. Le leggi esistono, ma la lentezza le svuota. Gli ispettori arrivano, ma i processi non concludono. E le imprese seriali, anche quando lasciano disabili o orfani, continuano a firmare appalti.

Quando lo Stato abdica, non è lo Stato a fallire. Sono i lavoratori a cadere. Uno dopo l’altro. Nello stesso vuoto. E alla fine la morale della storia è terribile: a disinteressarsi della sicurezza in Italia ci si guadagna. 

Buon martedì. 

Foto di Pop & Zebra su Unsplash

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Da Ursula un altro flop annunciato

Il 28 luglio 2025 segna un punto di non ritorno per la presidenza di Ursula von der Leyen. L’annuncio dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, salutato da Trump come “il più grande di tutti”, ha posto fine alle ambizioni di autonomia strategica dell’Unione europea. L’intesa prevede dazi al 15% sulla maggior parte delle esportazioni dai Paesi Ue e impegni capestro per Bruxelles: 750 miliardi di dollari di energia americana, 600 miliardi di investimenti industriali negli Usa e una quantità non dichiarata di forniture militari acquistate dall’industria bellica statunitense.

Non è una politica commerciale, ma una subordinazione geopolitica. Von der Leyen, che a inizio anno aveva promesso “contromisure credibili” contro l’unilateralismo di Washington, si presenta oggi come il volto istituzionale di un’Europa che accetta le condizioni di Trump in cambio di una tregua apparente. Il Regno Unito, negoziando da solo, ha ottenuto dazi al 10%. L’Ue guidata da von der Leyen accetta il 15%, lasciando fuori dal tavolo settori chiave come il farmaceutico, l’acciaio e l’agroalimentare, quest’ultimo già in crisi in Italia.

Le reazioni sono state durissime. Il Pd – peraltro reduce dalla recente conferma della fiducia a von der Leyen al Parlamento Ue – ha parlato apertamente di “resa senza condizioni”, con Alessandro Alfieri che ha denunciato la “sottomissione a Trump”. Carlo Calenda ne ha chiesto le dimissioni. Perfino Juncker ha definito la risposta “lenta e debole”.

Green Deal, amputato per convenienza

Ma l’elenco dei flop e degli impegni traditi non finisce qui. Poi c’è il Green Deal. Era stato il fiore all’occhiello del primo mandato. Oggi è il simbolo di un’opportunità mancata. Il Green Deal europeo, definito nel 2019 “la nuova strategia di crescita” dell’Ue, è stato smontato pezzo per pezzo. Prima è caduta la direttiva sui pesticidi. Poi quella sulle dichiarazioni ecologiche, ritirata a pochi giorni dalla firma. La rendicontazione ambientale aziendale è stata drasticamente ridotta. Il divieto di vendita dei motori a combustione interna è stato annacquato. E i fondi per la tutela della biodiversità sono evaporati.

Non si tratta di semplici rinvii tecnici. È una strategia deliberata: von der Leyen ha accettato la narrazione del Ppe e delle destre europee, cancellando i riferimenti stessi al Green Deal nei documenti ufficiali. In cambio, ha ottenuto il sostegno per la propria rielezione. E ha perso il sostegno politico di chi quel progetto lo aveva voluto e costruito.

Il gruppo S&D, i Verdi, il Wwf, Oxfam, la vicepremier spagnola Teresa Ribera: tutti denunciano lo svuotamento del Green Deal come un cedimento sistemico alle pressioni delle lobby industriali e agricole. Elly Schlein ha definito la manovra “un tradimento”, chiarendo che “i nostri voti non sono garantiti”.

Dal silenzio su Gaza all’opacità del potere

La frattura con i progressisti non riguarda solo l’ambiente. La gestione della crisi a Gaza ha mostrato una Commissione silenziosa, reticente e parziale. Le uniche parole di von der Leyen – “immagini insopportabili”, “triplichiamo gli aiuti” – sono state giudicate da Oxfam e Medici Senza Frontiere “vuote”, “troppo poco, troppo tardi”. Mentre il massacro proseguiva, oltre 800 funzionari europei firmavano una lettera pubblica contro il silenzio della Commissione.

Non si tratta di una svista diplomatica, ma di una scelta. E non è la sola. Il rinvio politico della pubblicazione del rapporto Ue sullo Stato di Diritto, per evitare critiche al governo Meloni prima del voto sulla rielezione di von der Leyen, ha mostrato il volto di una Commissione piegata alla convenienza. E ancora il caso Pfizergate, con la negoziazione privata via Sms del più grande contratto vaccinale europeo, ha sancito la crisi della trasparenza istituzionale.

Anche la politica migratoria ha subito una virata netta: la narrativa umanitaria è stata abbandonata in favore di una retorica securitaria mutuata dalla destra. Von der Leyen parla oggi di “decidere chi entra in Europa”, sostenendo centri di deportazione esterni all’Ue e modelli come quello ruandese adottato dal Regno Unito.

La peggiore per i progressisti

Ursula von der Leyen è stata eletta per la prima volta nel 2019 con i voti decisivi di Socialisti, Verdi, Liberali e perfino dei 5 Stelle. Oggi, al secondo mandato, governa invece grazie ai consensi del Ppe, dei Conservatori e, di fatto, con il sostegno esterno della destra radicale. Il Green Deal, l’autonomia strategica, i diritti sociali, l’agenda migratoria: tutto ciò che rappresentava l’ambizione progressista dell’Europa è stato sacrificato per calcoli di potere.

Il bilancio è amaro. Il secondo mandato è iniziato con un trattato che vincola l’Europa all’energia americana, è proseguito con lo smantellamento delle politiche climatiche e con una gestione personalistica e opaca del potere. E continua con l’assenza di una visione etica sulla scena globale.

Von der Leyen potrebbe entrare nella storia dell’Ue non come la prima donna presidente della Commissione, né come l’artefice del Green Deal, ma come la figura che ha trasformato un programma progressista in un’operazione di sopravvivenza politica. E i partiti che ancora oggi la sostengono senza condizioni – in primis il Pd – dovranno spiegare ai propri elettori perché continuano a farlo.

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Dazi, il prezzo della resa: così la linea tenuta dall’Italia ha aiutato Trump a vincere la guerra commerciale

La narrazione del governo italiano – “accordo sostenibile”, “guerra commerciale evitata”, “successo per l’Italia” – non regge alla prova dei dati. Il compromesso raggiunto il 27 luglio tra Unione Europea e Stati Uniti, accolto con favore da Giorgia Meloni e Antonio Tajani, stabilisce dazi uniformi al 15% su gran parte delle esportazioni europee verso gli Usa e impegna l’Europa ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia e armi statunitensi e 600 miliardi in investimenti transatlantici. Nessuna garanzia di reciprocità, nessuna clausola protettiva per le filiere vulnerabili, nessuna esclusione per i settori chiave del Made in Italy.

Mentre la Francia ha ottenuto esenzioni per i distillati, per l’Italia l’intesa priva non prevede salvaguardie per vino, olio d’oliva e agroalimentare trasformato. Il comparto vitivinicolo, da solo, rischia danni superiori ai 317 milioni di euro annui. Il carico combinato del dazio e del rafforzamento del dollaro comporta, secondo CNA, 23 miliardi di export in meno e fino a 100.000 posti di lavoro in bilico.

Rinunce strategiche e silenzi operativi

Il governo italiano ha svolto un ruolo attivo nell’orientare la trattativa verso la linea più morbida. Tajani e Meloni hanno appoggiato il rinvio dell’attivazione delle contromisure europee contro i dazi Usa su acciaio e alluminio, già approvate ad aprile. Hanno inoltre ostacolato l’utilizzo dello strumento anti-coercizione (Aci), ritenuto “non necessario”. Durante l’intera trattativa, l’Italia si è presentata come parte collaborativa più che controparte negoziale.

Il comunicato del 27 luglio – firmato da Meloni, Tajani e Salvini – rivendica “la soluzione negoziata” come frutto di “grande impegno” italiano. L’indomani, da Addis Abeba, Meloni ha parlato di “esito positivo”, ammettendo “qualche nodo da sciogliere sull’agricoltura”, mentre il ministro degli Esteri ha definito “sostenibile” il dazio al 15%. Una posizione che ha contribuito a consolidare l’intesa sulle condizioni dettate da Washington.

Tra “sudditanza” e “allarme economico”

Le opposizioni hanno denunciato la natura asimmetrica dell’accordo. Elly Schlein ha definito l’intesa “una resa senza condizioni che costerà miliardi all’Italia”. Giuseppe Conte ha parlato di “un trionfo per Trump, un Ko per Meloni e von der Leyen”. Angelo Bonelli ha ricordato che “sono a rischio 100.000 posti di lavoro”, mentre Carlo Calenda ha descritto l’intesa come una “capitolazione” dell’Europa. Nicola Zingaretti ha sintetizzato: “Sovranisti amici tra loro, nemici degli italiani”. Il senatore PD Francesco Boccia ha sottolineato che “nella guerra tra sovranisti Trump ha umiliato Meloni e i suoi amici”.

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la convocazione urgente di Meloni in Parlamento per riferire sull’accordo. La vice presidente del Senato, Mariolina Castellone, ha dichiarato: “Il governo si è arreso. Ora eviti almeno che qualcuno paghi con il proprio lavoro”. Il deputato Lorefice ha elencato in un decalogo le criticità dell’intesa, mentre per Marco Furfaro “Meloni è passata da sovranista a zerbino”.

Le associazioni di categoria condividono la preoccupazione. Federvini ha definito il 15% una soglia “preoccupante”, Assitol ha parlato di “tariffe ancora sostenibili, ma con incognite per l’olio d’oliva”, e Unionfood ha espresso “grande incertezza per la filiera della pasta”. Coldiretti ha chiesto “compensazioni immediate per i comparti penalizzati”. Confartigianato stima che siano 25.000 le imprese italiane direttamente esposte. La Cgil parla di “accordo suicida” per la manifattura, Confesercenti denuncia “la mancanza di un piano compensativo”.

Una strategia che legittima la coercizione

Il contesto politico europeo spiega ma non giustifica la posizione italiana. La Commissione ha evitato l’escalation commerciale, ma ha accettato condizioni fortemente sbilanciate. Il commissario Maroš Šefčovič ha dichiarato che “senza intesa gli scambi Ue-Usa sarebbero crollati”. Ma c’è chi, come la Cina, ha ottenuto concessioni opponendosi alla strategia coercitiva americana. L’Europa, al contrario, ha confermato la validità di quella stessa strategia, cedendo sotto minaccia.

L’Italia ha svolto un ruolo determinante in questa dinamica. La rinuncia preventiva a strumenti negoziali, la minimizzazione del rischio e l’adesione convinta a una linea di conciliazione hanno indebolito il fronte europeo, rafforzato la posizione americana e prodotto un precedente. Il rischio, ora, è che questo paradigma si consolidi: minacciare per ottenere, cedere per evitare. Con buona pace della “sovranità economica”.

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Ursula von der Leyen, cronaca di un fallimento annunciato

Il 28 luglio 2025 segna un punto di non ritorno per la presidenza di Ursula von der Leyen. L’annuncio dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, salutato da Trump come “il più grande di tutti”, ha posto fine alle ambizioni di autonomia strategica dell’Unione europea. L’intesa prevede dazi al 15% sulla maggior parte delle esportazioni dai Paesi Ue e impegni capestro per Bruxelles: 750 miliardi di dollari di energia americana, 600 miliardi di investimenti industriali negli Usa e una quantità non dichiarata di forniture militari acquistate dall’industria bellica statunitense.

Non è una politica commerciale, ma una subordinazione geopolitica. Von der Leyen, che a inizio anno aveva promesso “contromisure credibili” contro l’unilateralismo di Washington, si presenta oggi come il volto istituzionale di un’Europa che accetta le condizioni di Trump in cambio di una tregua apparente. Il Regno Unito, negoziando da solo, ha ottenuto dazi al 10%. L’Ue guidata da von der Leyen accetta il 15%, lasciando fuori dal tavolo settori chiave come il farmaceutico, l’acciaio e l’agroalimentare, quest’ultimo già in crisi in Italia.

Le reazioni sono state durissime. Il Pd – peraltro reduce dalla recente conferma della fiducia a von der Leyen al Parlamento Ue – ha parlato apertamente di “resa senza condizioni”, con Alessandro Alfieri che ha denunciato la “sottomissione a Trump”. Carlo Calenda ne ha chiesto le dimissioni. Perfino Juncker ha definito la risposta “lenta e debole”.

Green Deal, amputato per convenienza

Ma l’elenco dei flop e degli impegni traditi non finisce qui. Poi c’è il Green Deal. Era stato il fiore all’occhiello del primo mandato. Oggi è il simbolo di un’opportunità mancata. Il Green Deal europeo, definito nel 2019 “la nuova strategia di crescita” dell’Ue, è stato smontato pezzo per pezzo. Prima è caduta la direttiva sui pesticidi. Poi quella sulle dichiarazioni ecologiche, ritirata a pochi giorni dalla firma. La rendicontazione ambientale aziendale è stata drasticamente ridotta. Il divieto di vendita dei motori a combustione interna è stato annacquato. E i fondi per la tutela della biodiversità sono evaporati.

Non si tratta di semplici rinvii tecnici. È una strategia deliberata: von der Leyen ha accettato la narrazione del Ppe e delle destre europee, cancellando i riferimenti stessi al Green Deal nei documenti ufficiali. In cambio, ha ottenuto il sostegno per la propria rielezione. E ha perso il sostegno politico di chi quel progetto lo aveva voluto e costruito.

Il gruppo S&D, i Verdi, il Wwf, Oxfam, la vicepremier spagnola Teresa Ribera: tutti denunciano lo svuotamento del Green Deal come un cedimento sistemico alle pressioni delle lobby industriali e agricole. Elly Schlein ha definito la manovra “un tradimento”, chiarendo che “i nostri voti non sono garantiti”.

Dal silenzio su Gaza all’opacità del potere

La frattura con i progressisti non riguarda solo l’ambiente. La gestione della crisi a Gaza ha mostrato una Commissione silenziosa, reticente e parziale. Le uniche parole di von der Leyen – “immagini insopportabili”, “triplichiamo gli aiuti” – sono state giudicate da Oxfam e Medici Senza Frontiere “vuote”, “troppo poco, troppo tardi”. Mentre il massacro proseguiva, oltre 800 funzionari europei firmavano una lettera pubblica contro il silenzio della Commissione.

Non si tratta di una svista diplomatica, ma di una scelta. E non è la sola. Il rinvio politico della pubblicazione del rapporto Ue sullo Stato di Diritto, per evitare critiche al governo Meloni prima del voto sulla rielezione di von der Leyen, ha mostrato il volto di una Commissione piegata alla convenienza. E ancora il caso Pfizergate, con la negoziazione privata via Sms del più grande contratto vaccinale europeo, ha sancito la crisi della trasparenza istituzionale.

Anche la politica migratoria ha subito una virata netta: la narrativa umanitaria è stata abbandonata in favore di una retorica securitaria mutuata dalla destra. Von der Leyen parla oggi di “decidere chi entra in Europa”, sostenendo centri di deportazione esterni all’Ue e modelli come quello ruandese adottato dal Regno Unito.

La peggiore per i progressisti

Ursula von der Leyen è stata eletta per la prima volta nel 2019 con i voti decisivi di Socialisti, Verdi, Liberali e perfino dei 5 Stelle. Oggi, al secondo mandato, governa invece grazie ai consensi del Ppe, dei Conservatori e, di fatto, con il sostegno esterno della destra radicale. Il Green Deal, l’autonomia strategica, i diritti sociali, l’agenda migratoria: tutto ciò che rappresentava l’ambizione progressista dell’Europa è stato sacrificato per calcoli di potere.

Il bilancio è amaro. Il secondo mandato è iniziato con un trattato che vincola l’Europa all’energia americana, è proseguito con lo smantellamento delle politiche climatiche e con una gestione personalistica e opaca del potere. E continua con l’assenza di una visione etica sulla scena globale.

Von der Leyen potrebbe entrare nella storia dell’Ue non come la prima donna presidente della Commissione, né come l’artefice del Green Deal, ma come la figura che ha trasformato un programma progressista in un’operazione di sopravvivenza politica. E i partiti che ancora oggi la sostengono senza condizioni – in primis il Pd – dovranno spiegare ai propri elettori perché continuano a farlo.

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