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Mancia elettorale pre-ferie: le Marche diventano Zes

Nel suo ultimo giorno utile prima della pausa estiva, Giorgia Meloni ha acceso i riflettori ad Ancona per annunciare l’estensione della Zes – la Zona Economica Speciale – alle Marche e all’Umbria. Primo beneficiario, Francesco Acquaroli, presidente uscente della Regione e candidato alla riconferma per Fratelli d’Italia alle regionali del 28 e 29 settembre. In quello che assomiglia più a un comizio di coalizione che a un atto di governo, Meloni e Tajani hanno ufficializzato il provvedimento poche ore prima del Consiglio dei ministri. A porte ancora aperte e urne già in mente.

Un regalo su misura

Il disegno di legge – quattro articoli, tecnicamente blindati – modifica la normativa sulla Zes unica del Sud, istituita nel 2023, per includere anche Marche e Umbria tra le regioni che beneficiano di agevolazioni fiscali, semplificazioni amministrative e incentivi agli investimenti. Le due regioni dovranno presentare entro 60 giorni un piano di sviluppo, ma intanto il messaggio è già servito: la premier premia chi è fedele e in corsa. Il tutto mentre Salvini interviene in collegamento e Tajani rassicura sul fatto che “senza le Pmi marchigiane non ci sarebbe il Made in Italy che conosciamo”.

L’opposizione: “Fuffa elettorale”

Per l’opposizione si tratta dell’ennesima marchetta elettorale camuffata da scelta strategica. Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, liquida l’operazione come “una mossa spudorata” fatta “senza pudore, senza vergogna”, ricordando che il governo ha respinto per mesi la stessa richiesta avanzata in Parlamento, salvo sbloccarsi adesso che le urne si avvicinano. Più esplicita ancora Alessia Morani, candidata del Pd alle regionali, che denuncia “un provvedimento fuffa”, senza coperture, senza tempi certi, rinviato – guarda caso – a dopo il 29 settembre. Per la dem, è un remake delle promesse sulle liste d’attesa fatte prima delle europee.

Lo Zen del potere

Acquaroli sorride, Meloni sorride, Tajani sorride. Il governo appare più come un comitato elettorale itinerante che come un esecutivo in carica. A ben vedere, l’inserimento delle Marche nella Zes non è affatto il frutto di una strategia di riequilibrio territoriale. Il Sud era stato riconosciuto come area strutturalmente svantaggiata; l’inserimento delle Marche – che non sono Sud – altera quell’equilibrio in modo palese. È un’operazione che serve ad Acquaroli per poter dire, in campagna elettorale, di aver portato a casa un risultato “storico”, come lo definisce il sottosegretario Lucia Albano (FdI). Poco importa se mancano ancora i decreti attuativi, i fondi, i cronoprogrammi e le garanzie sugli effetti reali.

Tra propaganda e precedenti

L’impressione, per chi conosce le dinamiche romane, è che si stia inaugurando un precedente pericoloso. La Zes nata per il Sud si sta trasformando in uno strumento a discrezione del governo centrale, usato come leva politica per sostenere alleati in difficoltà. E mentre Meloni accarezza la campagna elettorale con la mano del potere, la credibilità dello strumento viene diluita nel mare delle promesse. La domanda, legittima, è: che senso ha una Zona Economica Speciale, se può diventarlo qualunque regione sotto elezioni?

Il sospetto è che a Giorgia Meloni non interessi il senso, ma l’effetto. Una foto con Acquaroli, una conferenza stampa con Tajani, un decreto nel cassetto. E poi si vedrà. Magari dopo il voto. Come già accaduto per le liste d’attesa, per il Ponte sullo Stretto, per la riforma della sanità, per i fondi del Pnrr. Slogan prima, sostanza magari poi.

In attesa che il decreto venga attuato – e che le imprese marchigiane vedano davvero i benefici promessi – resta una certezza: la campagna elettorale di Fratelli d’Italia ha ricevuto una spinta di Stato. E lo Stato, ancora una volta, ha deciso che il confine tra consenso e governance è flessibile. A patto che serva.

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A Gaza gli ostaggi sono il trucco, non il fine

Ci hanno detto che la guerra finirà quando torneranno a casa gli ostaggi. Ce lo ripetono ogni giorno, come fosse un pegno morale da esigere con le bombe. Ma chiunque segua con onestà i fatti sa che è una menzogna funzionale: la liberazione degli ostaggi non è mai stata il fine. È il pretesto.

La linea del governo è chiara, ed è ben più ampia della liberazione degli ostaggi. Il ministro Itamar Ben Gvir lo ha detto senza infingimenti: «Conquistare tutta Gaza, incentivare l’emigrazione volontaria, ricostruire gli insediamenti. Solo così riporteremo gli ostaggi e vinceremo la guerra». Non una liberazione, ma una sostituzione.

Netanyahu non si oppone. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, «sta mostrando apertura verso l’idea di incoraggiare la migrazione dei palestinesi da Gaza», sotto pressione della sua ala più estrema. E il suo ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, propone ufficialmente di reinsediare coloni israeliani nella Striscia.

Intanto, Gaza muore di fame: 180 vittime accertate per malnutrizione, 93 sono bambini. Le forze israeliane hanno sparato su civili in fila per gli aiuti: 7 morti e 20 feriti solo il 4 agosto, vicino al centro GHF di Gaza City. Hamas – riferisce il Jerusalem Post – ha chiesto almeno 250 camion di aiuti al giorno come precondizione per tornare a trattare. La risposta israeliana è stata più fuoco e più fame.

È in questo contesto che oltre 600 ex funzionari del Mossad e dello Shin Bet hanno scritto a Trump: «Hamas non è più una minaccia strategica. Questa guerra non è più giusta». Chi parla ancora solo di ostaggi, mente. O è complice.

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Lo Stato come un palco

C’è chi vola nei sondaggi e chi in elicottero. Giorgia Meloni ha scelto il secondo mezzo per atterrare ad Ancona e inaugurare la sua personale tournée elettorale, mascherata da “conferenza istituzionale“. Obiettivo: sostenere Francesco Acquaroli, in affanno nei consensi. Regalo di giornata: l’estensione della Zes (Zona economica speciale) unica a Marche e Umbria. Sul palco, tra i dolci tunisini portati in dono e i falsi affreschi da fiera paesana, va in scena l’ennesimo episodio di propaganda camuffata da governo. Nessuno si nasconde, nemmeno Salvini, che da uno schermo invita apertamente a votare il governatore uscente.

Il copione è noto: si annuncia un decreto, si allestiscono passerelle, si dispensano promesse, si usano gli strumenti dello Stato come fondale per un comizio. Intanto Tajani sbaglia i numeri sull’industria marchigiana e Meloni si fa anticipare dal suo stesso alleato sull’annuncio clou. L’unità, evocata a parole, si sbriciola nei dettagli. Mentre i cittadini arrancano tra inflazione e sanità in macerie, la maggioranza si divide su nomi, poltrone e sgambetti interni. E intanto fa finta di governare. Nessuna sintesi, nessuna visione: solo scena.

A pochi chilometri da lì, i territori colpiti da sisma e alluvioni aspettano ancora risposte vere. Ma il palco è già stato smontato, l’elicottero è ripartito, e la recita si sposta altrove. L’unica cosa che funziona davvero è la macchina elettorale, alimentata a carburante pubblico e tenuta insieme da una finzione permanente di efficienza.

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La vacanza che costa quattro anni di debiti

Una settimana al mare, un paio di notti in un agriturismo, una fuga con gli amici: tutto normale, se non fosse che oggi, per un numero crescente di italiani, il prezzo di quelle ferie non si misura più in euro ma in anni. Secondo i dati dell’osservatorio Facile.it/Prestiti.it rielaborati da Legge3.it, solo nel primo trimestre del 2025 sono stati richiesti oltre 100 milioni di euro in prestiti personali finalizzati alle vacanze, con un balzo del 18% rispetto al 2024. La stima sale a oltre 220 milioni considerando il periodo gennaio-maggio. Il prestito medio richiesto? Circa 5.700 euro. La durata media di rimborso? Quattro anni.

Non si tratta di un segmento marginale. L’età media dei richiedenti è 37 anni, con un picco tra gli under 30. A prevalere sono nettamente gli uomini (72%), che chiedono anche importi più alti rispetto alle donne (+13%). La rata mensile, in media, sfiora i 144 euro. Un impegno fisso che, sommato ad altri, può diventare il primo passo verso il sovraindebitamento.

Instagram, tassi e conti vuoti

Come si spiega questa corsa al debito per una spesa che, fino a pochi anni fa, si cercava di coprire con i risparmi? Le ragioni sono almeno tre. La prima è la pressione sociale: l’«effetto Instagram» spinge molti giovani a sentirsi esclusi se non condividono il proprio tempo libero in località fotogeniche. Una vacanza non è più solo un diritto o un piacere, ma un segno identitario. La seconda ragione è finanziaria: il TAEG medio dei prestiti personali online è sceso dal 10,5% al 10,17%, rendendo il credito al consumo leggermente più accessibile. La terza è strutturale: i bilanci familiari restano sotto pressione. Secondo l’ISTAT, nonostante un aumento nominale del reddito del +2,7% nel 2024, il potere d’acquisto reale è cresciuto solo dell’1,3%, e i salari sono ancora sotto i livelli del 2021. Intanto, l’inflazione colpisce soprattutto i beni essenziali.

A completare il paradosso, c’è l’aumento della propensione al risparmio, salita al 9%. Ma si tratta di una media fuorviante: chi può risparmiare lo fa, mentre altri, per non rinunciare alle vacanze, preferiscono accendere un debito piuttosto che toccare i pochi risparmi accumulati. Così, la vacanza a rate si trasforma in un meccanismo di autoinganno finanziario.

Il prezzo del relax

Nel frattempo, oltre 8 milioni di italiani rinunceranno del tutto alle vacanze. Il 69% di chi resta a casa lo fa per motivi economici, mentre una parte crescente sceglie di partire comunque, accettando l’idea di indebitarsi. In Italia, secondo Eurostat, il 31,4% della popolazione non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, contro il 27% della media europea. Peggio di noi, solo Romania, Grecia e Bulgaria.

«Riceviamo sempre più richieste da persone che hanno iniziato con piccoli prestiti, spesso per spese non essenziali, e che oggi non riescono più a uscire dal tunnel del debito» – spiega Gianmario Bertollo di Legge3.it. «Il problema non è fare le vacanze, ma farle senza una reale sostenibilità economica. La serenità non si compra a rate».

Il problema non è più solo individuale. È collettivo. La cultura del «buy now, pay later», la frammentazione dei costi in rate leggere, la normalizzazione del debito per spese voluttuarie creano una fragilità strutturale che nessun indicatore aggregato riesce a catturare. Il sistema appare stabile, ma migliaia di famiglie si muovono sull’orlo della crisi.

La rete invisibile

La Legge 3/2012, oggi parte del Codice della Crisi e dell’Insolvenza, offre una via d’uscita a chi si trova intrappolato. Pochi la conoscono, ancora meno la utilizzano. Eppure consente, in presenza di determinati requisiti, di ristrutturare o addirittura cancellare i debiti accumulati, sotto controllo del tribunale. Un diritto spesso ignorato, perché l’indebitamento, in Italia, è ancora visto come una colpa, non come una condizione da gestire.

Intanto le agenzie di viaggio offrono pagamenti in 4 comode rate, le pubblicità promettono vacanze indimenticabili «senza pensieri» e le piattaforme digitali riducono l’accesso al credito a pochi clic. Ma quando le rate scadono, non basta un filtro per nasconderne gli effetti.

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Il grande freddo della spesa: 27% in quattro anni, zero risposte

Entri al supermercato e ogni etichetta è un promemoria di sconfitta. Le pesche sfiorano i 5 euro al chilo, l’olio d’oliva viaggia verso i 10, il prosciutto crudo può costare più di una visita specialistica. In quattro anni, il carrello della spesa è aumentato del 27%. Ma non è inflazione: è un cambio di status. Non sei più un cittadino che compra: sei un povero che fa la spesa.

L’Istat misura, i governi rassicurano, le famiglie resistono. L’indice dei prezzi alimentari, dal luglio 2021 a oggi, è passato da 105 a 134. Alcuni prodotti di base – burro, patate, riso – hanno raddoppiato il loro prezzo. In compenso i salari reali in Italia sono crollati del 7,5%, peggior dato OCSE. Con 30 euro oggi compri quello che nel 2021 pagavi poco più di 23. Il carrello è sempre più leggero, le borse sempre più vuote, i conti sempre più rossi.

Nel frattempo, mentre i bonus una tantum vengono sventolati come miracoli e le accise restano intatte, il costo di casa, elettricità e gas è salito del 32%. I pacchetti vacanza nazionali segnano +74%, i voli interni +208%. E il dato forse più sincero arriva dalle vendite: crescono in valore, calano in volume. Si spende di più, si mangia di meno.

Eppure nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola giusta: emergenza. Non energetica, non climatica. Sociale. La fame non è un problema da Terzo Mondo, è diventata una questione logistica in una delle prime potenze industriali d’Europa. Ma, nell’agenda politica, la priorità resta la crociata contro le merendine etniche a scuola.

Buon lunedì. 

 

Foto adobstock

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Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga – Lettera43

Non è vero che il settore degli alloggi sociali sia senza profitti, come sembra far intendere l’inchiesta sull’urbanistica. C’è la domanda, manca però il mercato. Eppure quando la cornice normativa è chiara, le imprese partecipano. Ottenendo margini adeguati. All’estero il modello funziona. Serve una regia politica anche in Italia.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga

Le recenti inchieste sull’urbanistica milanese hanno riacceso una questione tanto cruciale quanto fraintesa: l’edilizia popolare è davvero un settore anti-economico? O si tratta di una falsa dicotomia, utile a difendere l’egemonia speculativa del mercato libero? A giudicare dai numeri, la risposta è chiara. L’idea che costruire case accessibili significhi rinunciare al profitto è smentita dai dati, dall’esperienza concreta delle città europee e, sempre più spesso, anche dalla realtà italiana.

Le costruzioni restano economicamente sostenibili

A Milano, nel 2023, il Comune ha ricevuto 24 manifestazioni d’interesse per otto nuovi progetti di edilizia sociale. Il dato smentisce il luogo comune secondo cui le imprese non sarebbero interessate a costruire se i margini non fossero speculativi. La chiave non sta nella “quota sociale” – che può arrivare al 50 per cento – ma nella pianificazione. Se il terreno pubblico è messo a disposizione a valore calmierato, l’operazione resta economicamente sostenibile: cala la rendita, non il profitto.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
A Milano c’è un problema di sostenibilità abitativa (foto Ansa).

Il progetto “Redo Merezzate”, con 615 unità abitative e un mix di vendite a prezzo di mercato e affitti agevolati, ha generato rendimenti significativi grazie al meccanismo del cross-subsidy: i ricavi degli alloggi venduti finanziano quelli a canone contenuto.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Rendering del progetto “Redo Merezzate”.

I margini “socialmente compatibili” esistono

Un altro esempio emblematico è l’intervento cooperativo su aree ex-industriali analizzato nello studio “Milano come caso paradigmatico”: 9.256 metri quadrati, il 34 per cento di edilizia sociale, e margini economici che restano robusti anche senza rincorrere i 7 mila euro al metro quadrato del mercato libero. Questo dimostra che i margini “socialmente compatibili” esistono, e non sono trascurabili.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Uno dei cantieri sotto sequestro a Milano (foto Ansa)

Come si possono offrire canoni e prezzi sotto mercato

A chiarire il meccanismo è l’economista Raffaele Lungarella in un’analisi pubblicata su lavoce.info il 30 luglio 2025: la sostenibilità economica dell’edilizia sociale dipende dalla compressione della rendita fondiaria – cioè del valore “gonfiato” del suolo edificabile –, non dal taglio del profitto d’impresa. Se il terreno è pubblico o convenzionato, si possono offrire canoni e prezzi sotto mercato, pur mantenendo margini industriali adeguati.

A Milano diverse famiglie scoperte dall’offerta edilizia

In Italia, 4,9 milioni di famiglie – quasi una su cinque – faticano ad accedere a un alloggio adeguato. Non si tratta solo di povertà estrema: è la fascia “grigia” della popolazione, troppo ricca per l’edilizia pubblica tradizionale, troppo povera per reggere il mercato. A Milano si stimano almeno 146.500 nuclei con capacità di spesa tra 50 e 80 euro al metro quadro annuo, una fascia oggi scoperta dall’offerta edilizia. Il mercato, semplicemente, non produce per loro.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Il panorama urbanistico di Milano, con un po’ di nebbia Anni 80 (foto Ansa).

Non per carenza di convenienza, ma per rigidità del sistema. I progetti falliscono o non partono perché mancano strumenti stabili. La fiscalità penalizza gli alloggi da locazione sociale, trattandoli come beni speculativi invece che strumentali all’attività d’impresa. Il risultato? I costi di gestione non si possono dedurre, rendendo l’operazione insostenibile per chi affitta a lungo termine.

Perché allora così tanti bandi vanno deserti?

Il paradosso è che molti bandi per l’edilizia convenzionata restano senza candidati. Non per mancanza di interesse economico, ma per un contesto troppo incerto. Il rischio d’impresa – già alto di per sé – viene aggravato da burocrazia macchinosa, normative frammentate, incentivi inadeguati. A questo si aggiunge una contraddizione tipicamente italiana: le amministrazioni, da un lato, vogliono alloggi sociali; dall’altro, puntano a massimizzare l’incasso dalla vendita dei terreni, cancellando in partenza le condizioni per un margine sano.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Palazzoni a Milano: l’urbanistica della città è finita sotto inchiesta (foto Ansa).

Quando la cornice è chiara, le imprese partecipano

Eppure, quando la cornice è chiara, le imprese partecipano. Le cooperative edilizie – formalmente no-profit – operano secondo logiche di mercato. I fondi immobiliari etici cercano rendimenti modesti, ma sicuri, come dimostrano i 2,8 miliardi del programma PinQuA finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). I dati parlano di un rendimento tra il 2 e il 3 per cento su 30 anni per fondi pensione, banche e assicurazioni che investono nel settore.

Cosa funziona in Europa: i modelli virtuosi

Vienna, Amsterdam, Aarhus: tre esempi diversi, una lezione comune. In Austria, il 60 per cento degli alloggi è calmierato, finanziato con una tassa del 3 per cento sugli stipendi e affidato a cooperative a profitto limitato. Nei Paesi Bassi, le woningcorporaties gestiscono il 30 per cento del patrimonio abitativo nazionale, finanziandosi con canoni, rotazione degli immobili e garanzie statali che azzerano il rischio. In Danimarca, il progetto Saltholmsgade ad Aarhus mostra come edilizia sociale e qualità architettonica possano andare insieme, attraendo anche capitali privati.

Edilizia popolare a Milano: il falso mito che costruire case accessibili non convenga
Lo skyline di Porta Nuova a Milano (foto Ansa).

Tutti questi modelli condividono un presupposto: la politica urbana è un investimento, non un costo. E il ritorno non è solo economico. Uno studio del Wifo su Salisburgo mostra che affitti eccessivi riducono la mobilità lavorativa, ostacolano la creazione d’impresa e innalzano i tassi di posti vacanti. Una buona politica abitativa, al contrario, aumenta la produttività e la coesione sociale.

Serve una regia politica e nazionale

L’Italia non ha bisogno di miracoli, ma di una regia politica. Bisogna smettere di considerare la casa un lusso per pochi o una voce di bilancio da tagliare. Occorre una strategia nazionale che metta in sinergia Comuni, Regioni, privati e fondazioni, e garantisca continuità normativa, incentivi fiscali stabili, una pianificazione urbanistica che privilegi il riuso dei suoli pubblici. Il modello c’è. Gli attori anche. Manca solo la volontà di mettere a sistema ciò che già funziona. Finché la casa resterà una rendita per pochi, non sarà mai un diritto per tutti. Ma se si comprime la rendita, il profitto resta. E costruire case accessibili diventa non solo possibile, ma conveniente. Per chi le abita. E per chi le costruisce.

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La Torre Milano, un grattacielo residenziale di 24 piani (foto Ansa).

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Lo schiaffo europeo a Meloni dimostra che Apostolico aveva ragione

Lo chiamarono attivismo giudiziario. Le affibbiarono un’etichetta politica. Diffusero video privati, la accusarono di faziosità, di sabotaggio, di militanza mascherata. Ma oggi la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dice una cosa sola: Iolanda Apostolico aveva ragione. Aveva ragione nel ritenere che la Tunisia non potesse essere considerata “Paese sicuro” senza un esame serio. Aveva ragione nel difendere il diritto di ogni giudice a valutare, in autonomia, la fondatezza delle designazioni governative. Aveva ragione nel non piegarsi al decreto Cutro.

Lo schiaffo è netto, formale, irrevocabile. La Corte ha stabilito che gli Stati possono redigere liste di Paesi sicuri, sì, ma solo se quelle liste sono sottoponibili a “controllo giurisdizionale effettivo”. Non un dettaglio: un principio cardine del diritto europeo. Principio che il governo Meloni ha tentato di aggirare, bollando come “incredibile” il lavoro della giudice, e minando la sua credibilità professionale con una pressione politica che ha raggiunto il livello del dossieraggio.

L’infamia di una campagna politica

Il 2023 è stato l’anno della caccia ad Apostolico. Salvini rilanciava un video del 2018 in cui la giudice manifestava contro le politiche migratorie del governo. Meloni attaccava pubblicamente la sua decisione di non convalidare un trattenimento a Porto Empedocle. Nordio avviava accertamenti ispettivi definiti dall’ANM come un tentativo di intimidazione. I media di area montavano il caso, insinuando incompatibilità, mancanza d’imparzialità, abuso di ruolo.

Nessuna di queste accuse ha trovato conferma in sede disciplinare. Ma Apostolico, esposta alla gogna pubblica e istituzionale, ha anticipato la sua uscita dalla magistratura. Una sconfitta dello Stato di diritto, consumata nel silenzio colpevole delle istituzioni. Ora, la Corte europea riconosce la legittimità di quel gesto che le costò l’isolamento: disapplicare la presunzione di sicurezza per uno Stato che non garantisce diritti fondamentali a tutta la popolazione.

La sentenza che restituisce verità

Nel pronunciarsi sul protocollo Italia-Albania, la Corte ha stabilito che un Paese terzo può essere considerato sicuro solo se rispetta i diritti fondamentali per tutte le categorie di persone. E soprattutto: che tale classificazione non può essere sottratta al vaglio dei tribunali. Tradotto: nessuna lista blindata, nessuna immunità ministeriale, nessun automatismo amministrativo può prevalere sull’indipendenza della giurisdizione.

È esattamente quello che Apostolico rivendicava nella sua ordinanza: la possibilità per il giudice di valutare, caso per caso, la fondatezza della “sicurezza” dichiarata. Oggi la massima autorità giuridica europea le dà ragione. E dà torto al governo, che aveva fatto della Tunisia l’emblema della sua politica dei respingimenti accelerati.

L’umiliazione politica di un’intera maggioranza

Il verdetto colpisce al cuore l’ideologia del decreto Cutro, la logica dei trattenimenti arbitrari, il modello Albania e il mito del “controllo totale” sui migranti. Meloni sperava in una sentenza favorevole per legittimare retroattivamente le sue scelte. Ha ricevuto invece una bocciatura che smonta giuridicamente l’intera impalcatura politica del suo operato.

È una disfatta istituzionale: il governo viene smentito nel merito, dai fatti e dal diritto. Ma soprattutto, viene inchiodato alla responsabilità di aver perseguitato una giudice per aver applicato la legge. Di aver trasformato l’autonomia della magistratura in un capro espiatorio. Di aver cercato vendetta, e non giustizia.

Chi ripagherà il danno?

Oggi Apostolico non siede più su uno scranno. La sua carriera è stata piegata da una pressione politica indegna di una democrazia costituzionale. Ma la sua posizione giuridica, quella sì, è stata pienamente confermata. Chi le ha dato della faziosa, chi ha montato il caso per delegittimare un potere indipendente, chi ha chiesto la sua testa per accontentare un’agenda politica, oggi tace.

Tace davanti a una sentenza che certifica l’abuso. Tace perché ha perso. Ma resta una domanda, amara e urgente: chi restituirà ad Apostolico la dignità istituzionale che le è stata strappata

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Tra decreti Frankenstein e Matrioska, la strategia del fare e disfare adottata dal governo umilia il Parlamento

Tra matrioske e minotauri, l’arte di governare si è trasformata in una partita in cui l’arbitro – il Parlamento – non fischia più. A documentare l’ennesima torsione della decretazione d’urgenza è Pagella Politica, che ha analizzato come il governo Meloni stia abusando di tecniche legislative tanto ingegnose quanto pericolose per l’equilibrio democratico.

Il caso più emblematico è la trasformazione del disegno di legge “Sicurezza” in un decreto-legge. Un testo che era già stato approvato alla Camera e bloccato al Senato, e che il governo ha deciso di riscrivere da capo nella forma di decreto per aggirare i tempi. Fare e disfare, appunto. Con il vantaggio procedurale dei 60 giorni per la conversione, ma con un costo istituzionale altissimo: il messaggio è che il Parlamento è un orpello, utile solo quando non intralcia.

Il gioco delle tre carte

Ma non è solo questione di furbizia procedurale. Secondo l’analisi di Pagella Politica, il governo ha fatto ricorso per ben 12 volte nella legislatura alla tecnica del cosiddetto “minotauro”: prendere un decreto-legge, lasciarlo decadere, e infilarne il contenuto dentro un altro decreto in corso di conversione. La legge finale diventa così una matrioska: ciò che era nato come atto autonomo finisce assorbito da un altro, spesso senza nemmeno arrivare al vaglio di entrambe le Camere.

Il Comitato per la legislazione della Camera ha descritto questa pratica come «una delle prassi più controverse» della decretazione d’urgenza. E non si tratta solo di forma: la Corte Costituzionale ha già ammonito che questi “decreti Frankenstein” mettono a rischio la chiarezza normativa e compromettono l’intelligibilità dell’ordinamento. Leggi scritte così sono fatte per non essere comprese, né dai cittadini né dagli operatori del diritto.

Emblematico il caso del decreto sui Paesi “sicuri”, utile a rendere operativi i centri per migranti in Albania. Il testo è decaduto in Senato ed è stato subito riciclato in un altro decreto già in esame alla Camera, dedicato a tutt’altro: i flussi migratori regolari e la lotta al caporalato. Ne è uscito un ibrido normativo che il deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo ha definito “una matrioska”, ammettendo pubblicamente che “poteva andare meglio”. Dichiarazione rara, in un Parlamento ormai ridotto a notaio.

Norme usa e getta

L’intreccio tra velocizzazione e opacità normativa ha raggiunto livelli strutturali. Un altro esempio è il decreto-legge sugli impianti industriali strategici, che è stato inglobato in quello sull’ex Ilva di Taranto. Per giustificare la scelta, la sottosegretaria Fausta Bergamotto ha parlato di “affinità tematica”. Una giustificazione di comodo, perché è il metodo a prevalere sul merito.

Il problema è che queste tecniche comprimono il tempo di discussione parlamentare. Lo ha spiegato con chiarezza il costituzionalista Marco Ruotolo: inserire un decreto in un altro può ridurre “fino ad annullare” i tempi di esame per la seconda Camera. Nel caso del decreto sui Paesi “sicuri”, il tempo disponibile è stato tagliato di 12 giorni. Il Parlamento, che secondo la Costituzione dovrebbe disporre di 60 giorni per la conversione, ne ha avuti molti meno. A perdere, ancora una volta, è la qualità della democrazia.

Una cultura dell’urgenza permanente

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani difende la pratica parlando di “scelte necessarie”. Ma la necessità non può diventare la regola. Quando ogni urgenza è trattata come emergenza, la Costituzione finisce schiacciata. Il governo ha ormai istituzionalizzato il monocameralismo alternato: un ramo discute, l’altro ratifica. L’effetto è che solo una parte del Parlamento può modificare i testi, mentre l’altra si limita a prenderne atto. Eppure non era questo il disegno dei costituenti.

A preoccupare è anche il segnale culturale: il potere esecutivo non si limita più a governare, ma ridisegna i confini della propria legittimità. Quando un governo riscrive i suoi stessi decreti pur di evitare ostacoli, non sta solo forzando la prassi sta riscrivendo, di fatto, le regole.

Come nota Pagella Politica, non è la prima volta che succede. Ma è la frequenza, oggi, a segnare la differenza. A forza di fare e disfare, questo governo rischia di sfilacciare la tela costituzionale. Il punto non è la furbizia, ma l’idea di potere che la guida: un potere che non sopporta limiti, che si reinventa all’infinito, come un decreto trasformato in decreto. E che intanto lascia al Parlamento solo l’illusione di contare.

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La carestia calcolata: a Gaza la fame è un’arma

L’idea di “mettere i palestinesi a dieta” non è una provocazione, ma una strategia pianificata. Lo diceva già nel 2006 un consigliere dell’allora premier israeliano Ehud Olmert, e oggi lo confermano i numeri ufficiali. Secondo i dati riportati dal Guardian il 31 luglio 2025, Israele ha calcolato scientificamente quanto cibo serve per tenere in vita la popolazione di Gaza. Poi ha smesso di fornirlo.

Tra marzo e giugno, Israele ha fatto entrare nella Striscia solo 56.000 tonnellate di cibo, a fronte di un fabbisogno minimo mensile di 62.000. Nello stesso periodo, il mondo ha assistito — impotente e complice — alla trasformazione della fame in carestia. Non per catastrofi naturali. Per scelta politica.

La guerra ha reso impossibile l’agricoltura e la pesca. Ogni caloria disponibile a Gaza deve entrare da fuori. Lo sa bene Cogat, l’agenzia militare israeliana che gestisce gli accessi. Eppure, mentre gli esperti ONU certificavano il “peggiore scenario possibile”, il governo israeliano minimizzava, incolpava Hamas, la burocrazia umanitaria, l’ONU, chiunque tranne sé stesso.

Ma è tutto scritto. In passato Cogat stimava 2.279 calorie al giorno per persona, equivalenti a 1,8 kg di cibo. Oggi ne entra meno della metà. Anche durante il cessate il fuoco di gennaio e febbraio, bastarono pochi giorni di rifornimenti regolari per invertire il corso della fame. Eppure a maggio, mentre la crisi esplodeva, Netanyahu si è limitato a riaprire i rubinetti a goccia. Ora promette “aiuti minimi”. Per contenere l’indignazione internazionale, non la carestia.

Nel frattempo, si lanciano airdrop dal cielo, costosissimi e inefficaci. In due anni di guerra, 104 voli hanno garantito cibo per appena quattro giorni. Una messinscena umanitaria utile solo a mascherare il vero colpevole dietro una cortina di logistica. La fame, in Gaza, non è un fallimento. È un’arma. E Israele ne conosce ogni formula.

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Alta velocità cancellata, propaganda in corsia di sorpasso

In Calabria non ci sarà l’alta velocità. Ci sarà, invece, il Ponte sullo Stretto. Così ha deciso il governo, con la stessa leggerezza con cui si taglia una spesa da 9,4 miliardi dal PNRR-PNC e la si ricolloca in un capitolo indefinito. È tutto scritto nero su bianco nel rapporto intermedio del Cresme, presentato in Commissione ambiente alla Camera. Mentre si moltiplicano i video del presidente Occhiuto che descrive la Calabria come un cantiere aperto, nella realtà i lavori finanziati dal Piano in quella regione sono fermi al 15%. Ma tanto, nell’Italia governata dalla destra, la propaganda corre veloce. I treni no.

Il definanziamento dell’alta velocità Salerno–Reggio Calabria è un doppio schiaffo. È uno schiaffo ai cittadini calabresi, ancora condannati a viaggi da terzo mondo e a una mobilità da secolo scorso. Ed è uno schiaffo al principio stesso del PNRR, nato per colmare i divari territoriali e rilanciare l’equità infrastrutturale. Invece, quei fondi sono stati “rimodulati” per rincorrere sogni faraonici come il Ponte, che costa meno in appalti immediati e rende di più in termini elettorali. Un classico esempio di “scippo politico”, come l’ha definito il Pd calabrese.

Le parole dell’assessora regionale ai lavori pubblici, che prova a rassicurare parlando di “copertura con altri fondi”, suonano come una presa in giro. Se non sono più quelli del PNRR, quali sarebbero questi fondi alternativi? Per ora, l’unica certezza è che il governo ha stornato anche 3,5 miliardi di fondi di coesione per Calabria e Sicilia, usandoli per “rimpolpare” il budget del collegamento stabile sullo Stretto.

L’alta velocità in Calabria diventa così il simbolo di una strategia precisa: far pagare al Sud il prezzo della messinscena sovranista, mentre si regala la scena a un Salvini che pretende infrastrutture di bandiera senza neppure riuscire a garantire quelle di base. Se il PNRR doveva segnare un cambio di passo, qui è stato ridotto a un passo indietro. Accelerato.

Buon venerdì.  

foto wikipedia

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