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La fame a Gaza non esiste? Netanyahu nega l’evidenza

Netanyahu dice che a Gaza non c’è carestia. Che nessuno muore di fame. È la stessa voce che nega i crimini, che chiama “terroristi” i bambini, che bombarda i convogli dell’Unrwa e poi accusa l’Onu di non fare abbastanza. Ora arriva a negare l’evidenza, con il sangue ancora fresco tra le macerie.

Il nuovo rapporto dell’Ipc, sostenuto da Onu, Wfp e Unicef, dice l’esatto contrario: il 39% della popolazione di Gaza passa giorni interi senza mangiare. Oltre 500.000 persone vivono condizioni “simil-carestia”. L’intera popolazione sotto i cinque anni, 320mila bambini, è a rischio di malnutrizione acuta. Bambini che muoiono. Neonati emaciati che non hanno acqua né latte. Famiglie ridotte a nulla che seppelliscono figli senza nemmeno una bara.

A Gaza si muore di fame e lo si fa nel silenzio di chi si volta dall’altra parte. Le tre soglie tecniche che definiscono una carestia – consumo di cibo, malnutrizione acuta, decessi correlati – sono tutte superate in alcune aree. Ma Netanyahu dice che va tutto bene. Perché dire la verità significherebbe assumersi la responsabilità del blocco degli aiuti, della distruzione sistematica dei servizi, della guerra che uccide anche senza sparare.

E l’Occidente? Sta zitto. Troppo occupato a giustificare l’indifendibile o a giocare a equidistanze impossibili. Intanto 62.000 tonnellate di aiuti restano bloccate ogni mese. Ogni giorno che passa è una condanna a morte per centinaia di innocenti.

Chi nega la fame mentre la infligge non è un capo di Stato. È un criminale da tribunale penale internazionale. E chi lo sostiene, chi lo applaude, chi lo finanzia è complice.

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Zone rosse, la sentenza del Tar Campania boccia la direttiva del Viminale. I legali delle associazioni: “Il potere straordinario non può diventare regola ordinaria”

Il Tar della Campania ha messo nero su bianco ciò che giuristi, amministratori locali e attivisti avevano denunciato per mesi: l’ordinanza che istituiva le cosiddette “zone rosse” a Napoli è illegittima. Non per un vizio di forma, ma perché rappresenta un abuso sistematico di poteri straordinari per gestire situazioni ordinarie, come la malamovida, il degrado urbano e la microcriminalità. Una censura formale e politica che colpisce al cuore la misura ispirata da una direttiva del ministero dell’Interno, guidato da Matteo Piantedosi.

Con la quale il prefetto veniva invitato a delimitare aree sensibili della città e ad allontanare soggetti “problematici” sulla base di semplici segnalazioni. Il tutto fondato sull’articolo 2 del Tulps, un residuato del 1931 che consente provvedimenti urgenti “per grave necessità pubblica”. Secondo i legali che hanno promosso il ricorso, “la sentenza dichiara apertamente che non vi era alcuna emergenza eccezionale, né alcuna motivazione nuova, idonea a giustificare l’uso reiterato di poteri prefettizi straordinari”. E aggiungono: “Un richiamo forte e definitivo alla legalità costituzionale, contro ogni tentativo di trasformare l’eccezione in prassi”.

Quattro quartieri – Chiaia, Vomero, Decumani e Stazione Garibaldi – erano stati sottoposti a una sorta di coprifuoco selettivo, con divieti di stazionamento e presidi fissi delle forze dell’ordine. Ma la sentenza del Tar, definita da Andrea Chiappetta e Stella Arena, gli avvocati delle associazioni che hanno promosso il ricorso, come “una vittoria dello Stato di diritto”, ha riconosciuto che “le ordinanze del Prefetto erano illegittime e violavano principi costituzionali“, sancendo un principio fondamentale: “Il potere straordinario non può diventare regola ordinaria. Il diritto non può piegarsi a logiche di emergenza permanente”.

Legalità a geometria variabile

Dall’altra parte ci sono i numeri diffusi dal Viminale: 600 mila controlli e 5 mila allontanamenti. Che non sono evidentemente bastati alla pronuncia di una sentenza favorevole per il ministero.

La reazione della società civile è stata determinante. Una rete di associazioni – tra cui ASGI, A Buon Diritto e realtà napoletane – ha impugnato l’ordinanza, portando il caso davanti al Tar con argomenti solidi: violazione della libertà di circolazione (art. 16 Cost.), della libertà personale (art. 13) e della presunzione di innocenza (art. 27). A sostenere il ricorso anche due consiglieri municipali, che hanno denunciato l’esclusione totale delle istituzioni locali da ogni fase decisionale.

Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, da tempo scettico, ha parlato di “commissariamento” dei Comuni. Ed è significativo che, dopo la pronuncia del Tar, si siano attivati strumenti alternativi: ordinanze sindacali sugli orari, limiti alla musica nei locali, sentenze civili che impongono risarcimenti per rumori e disturbi. Soluzioni ordinarie per problemi ordinari, come richiede lo Stato di diritto.

Insomma, con la vicenda napoletana, la magistratura amministrativa ha tracciato una linea invalicabile: non si governa in stato d’eccezione permanente.

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La stessa ditta, lo stesso vuoto

Nel 2015, Giuseppe Iaquinangelo è precipitato da dieci metri. Nessuna protezione, nessuna imbracatura, nessuna sicurezza. Da allora vive su una sedia a rotelle. La ditta per cui lavorava era la stessa. Esattamente la stessa. Quella che oggi conta altri tre morti: Ciro Pierro, Vincenzo Del Grosso e Luigi Romano, caduti da un cestello elevatore a Napoli. Anche loro senza imbracature. Anche loro senza ritorno.

Potrebbe sembrare una coincidenza e invece è un sistema che si ripete. La prima volta la giustizia è arrivata con sei mesi di condanna in primo grado, poi prescrizione. La ditta ha continuato a lavorare. Nessun risarcimento. Nessuna interdizione. Nessun freno. Dieci anni dopo, siamo ancora a contare i corpi. Stessa ditta, stesse omissioni, stessa impunità.

E allora la domanda non è come siano morti. La domanda è: perché nessuno li ha salvati prima Perché nessuno ha fermato chi aveva già dimostrato di non rispettare le regole? Perché le vite degli operai valgono così poco da essere consegnate alla statistica e alla prescrizione?

In Italia, morire sul lavoro è diventato una variabile accettabile. Le leggi esistono, ma la lentezza le svuota. Gli ispettori arrivano, ma i processi non concludono. E le imprese seriali, anche quando lasciano disabili o orfani, continuano a firmare appalti.

Quando lo Stato abdica, non è lo Stato a fallire. Sono i lavoratori a cadere. Uno dopo l’altro. Nello stesso vuoto. E alla fine la morale della storia è terribile: a disinteressarsi della sicurezza in Italia ci si guadagna. 

Buon martedì. 

Foto di Pop & Zebra su Unsplash

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Da Ursula un altro flop annunciato

Il 28 luglio 2025 segna un punto di non ritorno per la presidenza di Ursula von der Leyen. L’annuncio dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, salutato da Trump come “il più grande di tutti”, ha posto fine alle ambizioni di autonomia strategica dell’Unione europea. L’intesa prevede dazi al 15% sulla maggior parte delle esportazioni dai Paesi Ue e impegni capestro per Bruxelles: 750 miliardi di dollari di energia americana, 600 miliardi di investimenti industriali negli Usa e una quantità non dichiarata di forniture militari acquistate dall’industria bellica statunitense.

Non è una politica commerciale, ma una subordinazione geopolitica. Von der Leyen, che a inizio anno aveva promesso “contromisure credibili” contro l’unilateralismo di Washington, si presenta oggi come il volto istituzionale di un’Europa che accetta le condizioni di Trump in cambio di una tregua apparente. Il Regno Unito, negoziando da solo, ha ottenuto dazi al 10%. L’Ue guidata da von der Leyen accetta il 15%, lasciando fuori dal tavolo settori chiave come il farmaceutico, l’acciaio e l’agroalimentare, quest’ultimo già in crisi in Italia.

Le reazioni sono state durissime. Il Pd – peraltro reduce dalla recente conferma della fiducia a von der Leyen al Parlamento Ue – ha parlato apertamente di “resa senza condizioni”, con Alessandro Alfieri che ha denunciato la “sottomissione a Trump”. Carlo Calenda ne ha chiesto le dimissioni. Perfino Juncker ha definito la risposta “lenta e debole”.

Green Deal, amputato per convenienza

Ma l’elenco dei flop e degli impegni traditi non finisce qui. Poi c’è il Green Deal. Era stato il fiore all’occhiello del primo mandato. Oggi è il simbolo di un’opportunità mancata. Il Green Deal europeo, definito nel 2019 “la nuova strategia di crescita” dell’Ue, è stato smontato pezzo per pezzo. Prima è caduta la direttiva sui pesticidi. Poi quella sulle dichiarazioni ecologiche, ritirata a pochi giorni dalla firma. La rendicontazione ambientale aziendale è stata drasticamente ridotta. Il divieto di vendita dei motori a combustione interna è stato annacquato. E i fondi per la tutela della biodiversità sono evaporati.

Non si tratta di semplici rinvii tecnici. È una strategia deliberata: von der Leyen ha accettato la narrazione del Ppe e delle destre europee, cancellando i riferimenti stessi al Green Deal nei documenti ufficiali. In cambio, ha ottenuto il sostegno per la propria rielezione. E ha perso il sostegno politico di chi quel progetto lo aveva voluto e costruito.

Il gruppo S&D, i Verdi, il Wwf, Oxfam, la vicepremier spagnola Teresa Ribera: tutti denunciano lo svuotamento del Green Deal come un cedimento sistemico alle pressioni delle lobby industriali e agricole. Elly Schlein ha definito la manovra “un tradimento”, chiarendo che “i nostri voti non sono garantiti”.

Dal silenzio su Gaza all’opacità del potere

La frattura con i progressisti non riguarda solo l’ambiente. La gestione della crisi a Gaza ha mostrato una Commissione silenziosa, reticente e parziale. Le uniche parole di von der Leyen – “immagini insopportabili”, “triplichiamo gli aiuti” – sono state giudicate da Oxfam e Medici Senza Frontiere “vuote”, “troppo poco, troppo tardi”. Mentre il massacro proseguiva, oltre 800 funzionari europei firmavano una lettera pubblica contro il silenzio della Commissione.

Non si tratta di una svista diplomatica, ma di una scelta. E non è la sola. Il rinvio politico della pubblicazione del rapporto Ue sullo Stato di Diritto, per evitare critiche al governo Meloni prima del voto sulla rielezione di von der Leyen, ha mostrato il volto di una Commissione piegata alla convenienza. E ancora il caso Pfizergate, con la negoziazione privata via Sms del più grande contratto vaccinale europeo, ha sancito la crisi della trasparenza istituzionale.

Anche la politica migratoria ha subito una virata netta: la narrativa umanitaria è stata abbandonata in favore di una retorica securitaria mutuata dalla destra. Von der Leyen parla oggi di “decidere chi entra in Europa”, sostenendo centri di deportazione esterni all’Ue e modelli come quello ruandese adottato dal Regno Unito.

La peggiore per i progressisti

Ursula von der Leyen è stata eletta per la prima volta nel 2019 con i voti decisivi di Socialisti, Verdi, Liberali e perfino dei 5 Stelle. Oggi, al secondo mandato, governa invece grazie ai consensi del Ppe, dei Conservatori e, di fatto, con il sostegno esterno della destra radicale. Il Green Deal, l’autonomia strategica, i diritti sociali, l’agenda migratoria: tutto ciò che rappresentava l’ambizione progressista dell’Europa è stato sacrificato per calcoli di potere.

Il bilancio è amaro. Il secondo mandato è iniziato con un trattato che vincola l’Europa all’energia americana, è proseguito con lo smantellamento delle politiche climatiche e con una gestione personalistica e opaca del potere. E continua con l’assenza di una visione etica sulla scena globale.

Von der Leyen potrebbe entrare nella storia dell’Ue non come la prima donna presidente della Commissione, né come l’artefice del Green Deal, ma come la figura che ha trasformato un programma progressista in un’operazione di sopravvivenza politica. E i partiti che ancora oggi la sostengono senza condizioni – in primis il Pd – dovranno spiegare ai propri elettori perché continuano a farlo.

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Dazi, il prezzo della resa: così la linea tenuta dall’Italia ha aiutato Trump a vincere la guerra commerciale

La narrazione del governo italiano – “accordo sostenibile”, “guerra commerciale evitata”, “successo per l’Italia” – non regge alla prova dei dati. Il compromesso raggiunto il 27 luglio tra Unione Europea e Stati Uniti, accolto con favore da Giorgia Meloni e Antonio Tajani, stabilisce dazi uniformi al 15% su gran parte delle esportazioni europee verso gli Usa e impegna l’Europa ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia e armi statunitensi e 600 miliardi in investimenti transatlantici. Nessuna garanzia di reciprocità, nessuna clausola protettiva per le filiere vulnerabili, nessuna esclusione per i settori chiave del Made in Italy.

Mentre la Francia ha ottenuto esenzioni per i distillati, per l’Italia l’intesa priva non prevede salvaguardie per vino, olio d’oliva e agroalimentare trasformato. Il comparto vitivinicolo, da solo, rischia danni superiori ai 317 milioni di euro annui. Il carico combinato del dazio e del rafforzamento del dollaro comporta, secondo CNA, 23 miliardi di export in meno e fino a 100.000 posti di lavoro in bilico.

Rinunce strategiche e silenzi operativi

Il governo italiano ha svolto un ruolo attivo nell’orientare la trattativa verso la linea più morbida. Tajani e Meloni hanno appoggiato il rinvio dell’attivazione delle contromisure europee contro i dazi Usa su acciaio e alluminio, già approvate ad aprile. Hanno inoltre ostacolato l’utilizzo dello strumento anti-coercizione (Aci), ritenuto “non necessario”. Durante l’intera trattativa, l’Italia si è presentata come parte collaborativa più che controparte negoziale.

Il comunicato del 27 luglio – firmato da Meloni, Tajani e Salvini – rivendica “la soluzione negoziata” come frutto di “grande impegno” italiano. L’indomani, da Addis Abeba, Meloni ha parlato di “esito positivo”, ammettendo “qualche nodo da sciogliere sull’agricoltura”, mentre il ministro degli Esteri ha definito “sostenibile” il dazio al 15%. Una posizione che ha contribuito a consolidare l’intesa sulle condizioni dettate da Washington.

Tra “sudditanza” e “allarme economico”

Le opposizioni hanno denunciato la natura asimmetrica dell’accordo. Elly Schlein ha definito l’intesa “una resa senza condizioni che costerà miliardi all’Italia”. Giuseppe Conte ha parlato di “un trionfo per Trump, un Ko per Meloni e von der Leyen”. Angelo Bonelli ha ricordato che “sono a rischio 100.000 posti di lavoro”, mentre Carlo Calenda ha descritto l’intesa come una “capitolazione” dell’Europa. Nicola Zingaretti ha sintetizzato: “Sovranisti amici tra loro, nemici degli italiani”. Il senatore PD Francesco Boccia ha sottolineato che “nella guerra tra sovranisti Trump ha umiliato Meloni e i suoi amici”.

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la convocazione urgente di Meloni in Parlamento per riferire sull’accordo. La vice presidente del Senato, Mariolina Castellone, ha dichiarato: “Il governo si è arreso. Ora eviti almeno che qualcuno paghi con il proprio lavoro”. Il deputato Lorefice ha elencato in un decalogo le criticità dell’intesa, mentre per Marco Furfaro “Meloni è passata da sovranista a zerbino”.

Le associazioni di categoria condividono la preoccupazione. Federvini ha definito il 15% una soglia “preoccupante”, Assitol ha parlato di “tariffe ancora sostenibili, ma con incognite per l’olio d’oliva”, e Unionfood ha espresso “grande incertezza per la filiera della pasta”. Coldiretti ha chiesto “compensazioni immediate per i comparti penalizzati”. Confartigianato stima che siano 25.000 le imprese italiane direttamente esposte. La Cgil parla di “accordo suicida” per la manifattura, Confesercenti denuncia “la mancanza di un piano compensativo”.

Una strategia che legittima la coercizione

Il contesto politico europeo spiega ma non giustifica la posizione italiana. La Commissione ha evitato l’escalation commerciale, ma ha accettato condizioni fortemente sbilanciate. Il commissario Maroš Šefčovič ha dichiarato che “senza intesa gli scambi Ue-Usa sarebbero crollati”. Ma c’è chi, come la Cina, ha ottenuto concessioni opponendosi alla strategia coercitiva americana. L’Europa, al contrario, ha confermato la validità di quella stessa strategia, cedendo sotto minaccia.

L’Italia ha svolto un ruolo determinante in questa dinamica. La rinuncia preventiva a strumenti negoziali, la minimizzazione del rischio e l’adesione convinta a una linea di conciliazione hanno indebolito il fronte europeo, rafforzato la posizione americana e prodotto un precedente. Il rischio, ora, è che questo paradigma si consolidi: minacciare per ottenere, cedere per evitare. Con buona pace della “sovranità economica”.

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Ursula von der Leyen, cronaca di un fallimento annunciato

Il 28 luglio 2025 segna un punto di non ritorno per la presidenza di Ursula von der Leyen. L’annuncio dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, salutato da Trump come “il più grande di tutti”, ha posto fine alle ambizioni di autonomia strategica dell’Unione europea. L’intesa prevede dazi al 15% sulla maggior parte delle esportazioni dai Paesi Ue e impegni capestro per Bruxelles: 750 miliardi di dollari di energia americana, 600 miliardi di investimenti industriali negli Usa e una quantità non dichiarata di forniture militari acquistate dall’industria bellica statunitense.

Non è una politica commerciale, ma una subordinazione geopolitica. Von der Leyen, che a inizio anno aveva promesso “contromisure credibili” contro l’unilateralismo di Washington, si presenta oggi come il volto istituzionale di un’Europa che accetta le condizioni di Trump in cambio di una tregua apparente. Il Regno Unito, negoziando da solo, ha ottenuto dazi al 10%. L’Ue guidata da von der Leyen accetta il 15%, lasciando fuori dal tavolo settori chiave come il farmaceutico, l’acciaio e l’agroalimentare, quest’ultimo già in crisi in Italia.

Le reazioni sono state durissime. Il Pd – peraltro reduce dalla recente conferma della fiducia a von der Leyen al Parlamento Ue – ha parlato apertamente di “resa senza condizioni”, con Alessandro Alfieri che ha denunciato la “sottomissione a Trump”. Carlo Calenda ne ha chiesto le dimissioni. Perfino Juncker ha definito la risposta “lenta e debole”.

Green Deal, amputato per convenienza

Ma l’elenco dei flop e degli impegni traditi non finisce qui. Poi c’è il Green Deal. Era stato il fiore all’occhiello del primo mandato. Oggi è il simbolo di un’opportunità mancata. Il Green Deal europeo, definito nel 2019 “la nuova strategia di crescita” dell’Ue, è stato smontato pezzo per pezzo. Prima è caduta la direttiva sui pesticidi. Poi quella sulle dichiarazioni ecologiche, ritirata a pochi giorni dalla firma. La rendicontazione ambientale aziendale è stata drasticamente ridotta. Il divieto di vendita dei motori a combustione interna è stato annacquato. E i fondi per la tutela della biodiversità sono evaporati.

Non si tratta di semplici rinvii tecnici. È una strategia deliberata: von der Leyen ha accettato la narrazione del Ppe e delle destre europee, cancellando i riferimenti stessi al Green Deal nei documenti ufficiali. In cambio, ha ottenuto il sostegno per la propria rielezione. E ha perso il sostegno politico di chi quel progetto lo aveva voluto e costruito.

Il gruppo S&D, i Verdi, il Wwf, Oxfam, la vicepremier spagnola Teresa Ribera: tutti denunciano lo svuotamento del Green Deal come un cedimento sistemico alle pressioni delle lobby industriali e agricole. Elly Schlein ha definito la manovra “un tradimento”, chiarendo che “i nostri voti non sono garantiti”.

Dal silenzio su Gaza all’opacità del potere

La frattura con i progressisti non riguarda solo l’ambiente. La gestione della crisi a Gaza ha mostrato una Commissione silenziosa, reticente e parziale. Le uniche parole di von der Leyen – “immagini insopportabili”, “triplichiamo gli aiuti” – sono state giudicate da Oxfam e Medici Senza Frontiere “vuote”, “troppo poco, troppo tardi”. Mentre il massacro proseguiva, oltre 800 funzionari europei firmavano una lettera pubblica contro il silenzio della Commissione.

Non si tratta di una svista diplomatica, ma di una scelta. E non è la sola. Il rinvio politico della pubblicazione del rapporto Ue sullo Stato di Diritto, per evitare critiche al governo Meloni prima del voto sulla rielezione di von der Leyen, ha mostrato il volto di una Commissione piegata alla convenienza. E ancora il caso Pfizergate, con la negoziazione privata via Sms del più grande contratto vaccinale europeo, ha sancito la crisi della trasparenza istituzionale.

Anche la politica migratoria ha subito una virata netta: la narrativa umanitaria è stata abbandonata in favore di una retorica securitaria mutuata dalla destra. Von der Leyen parla oggi di “decidere chi entra in Europa”, sostenendo centri di deportazione esterni all’Ue e modelli come quello ruandese adottato dal Regno Unito.

La peggiore per i progressisti

Ursula von der Leyen è stata eletta per la prima volta nel 2019 con i voti decisivi di Socialisti, Verdi, Liberali e perfino dei 5 Stelle. Oggi, al secondo mandato, governa invece grazie ai consensi del Ppe, dei Conservatori e, di fatto, con il sostegno esterno della destra radicale. Il Green Deal, l’autonomia strategica, i diritti sociali, l’agenda migratoria: tutto ciò che rappresentava l’ambizione progressista dell’Europa è stato sacrificato per calcoli di potere.

Il bilancio è amaro. Il secondo mandato è iniziato con un trattato che vincola l’Europa all’energia americana, è proseguito con lo smantellamento delle politiche climatiche e con una gestione personalistica e opaca del potere. E continua con l’assenza di una visione etica sulla scena globale.

Von der Leyen potrebbe entrare nella storia dell’Ue non come la prima donna presidente della Commissione, né come l’artefice del Green Deal, ma come la figura che ha trasformato un programma progressista in un’operazione di sopravvivenza politica. E i partiti che ancora oggi la sostengono senza condizioni – in primis il Pd – dovranno spiegare ai propri elettori perché continuano a farlo.

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Ora è scritto anche nero su bianco: a Gaza è genocidio

C’è una parola che l’Occidente continua ad aggirare come un ordigno inesploso: genocidio. Eppure il nuovo rapporto di B’Tselem, “Our Genocide”, non lascia più margini all’ambiguità. Non si tratta solo di una campagna militare, ma della sistematica distruzione della società palestinese a Gaza, attuata con l’intento di annientarla “in tutto o in parte”. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha trasformato il diritto internazionale in carta straccia: 58.000 morti, ospedali rasi al suolo, fame usata come arma, campi profughi bombardati, bambini mutilati senza anestesia. La Corte internazionale dell’Aia indaga, ma l’indifferenza è già sentenza.

Non è un’escalation accidentale: è una politica, costruita in anni di apartheid e impunità, e oggi divenuta esplicita. Le dichiarazioni dei leader israeliani, raccolte e analizzate nel rapporto, non mascherano l’obiettivo: cancellare Gaza. Il crimine non è solo nei numeri, ma nell’intenzionalità. E il dato più atroce è che la società israeliana, nel suo insieme, lo legittima: lo sostiene, lo giustifica, lo ignora.

Nel rapporto, B’Tselem documenta anche l’espansione di questa violenza genocidaria in Cisgiordania e in Israele: stessa catena di comando, stesso impianto ideologico, stessi strumenti. Non è un’eccezione: è un modello. Il genocidio non si confina, si propaga.

la ripetizione della storia con gli occhi ben chiusi. È un crimine collettivo che si compie con il consenso implicito di chi guarda altrove.

B’Tselem ci chiede di guardare. Di non aspettare il verdetto postumo di una corte. Di dire ora ciò che è evidente: questa non è una guerra. È un genocidio. E il silenzio è complicità.

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Il ferro va in Algeria, il rischio resta in Italia

Il 24 luglio il governo italiano ha firmato con l’Algeria un’intesa da un miliardo di euro per costruire un impianto per la produzione di Dri (Direct reduced iron) nella zona industriale di Annaba. L’operazione, celebrata come tassello fondamentale del Piano Mattei, prevede la nascita di una joint venture italo-algerina, con il possibile utilizzo delle garanzie pubbliche offerte da Sace. Ma dietro la retorica del partenariato “alla pari” si addensano dubbi pesanti.

Un impianto senza vantaggi tecnici

Dal punto di vista tecnico-industriale, la localizzazione ad Annaba non regge il confronto con alternative più razionali. L’Algeria non possiede giacimenti di minerale ferroso di qualità: il ferro verrà importato da paesi terzi, preridotto in loco con gas naturale e poi spedito via mare in Italia in forma di HBI (Hot Briquetted Iron). Una catena logistica lunga, costosa e, soprattutto, inefficiente.

Secondo Midrex Technologies, la principale azienda produttrice di impianti Dri, il vero vantaggio di questo processo sta nella “carica a caldo”: usare il preridotto direttamente nei forni elettrici, ancora a temperature elevate. In questo modo si risparmiano tra i 120 e i 150 kWh per tonnellata e si ottiene un incremento della produttività fino al 35%. Tenova, produttrice della tecnologia Energiron, conferma che il beneficio esiste solo se produzione e fusione avvengono nello stesso sito. La logistica navale, che impone il raffreddamento del Dri e il successivo ri-riscaldamento in Italia, rende vano l’intero processo.

Anche l’aspetto ambientale ne esce depotenziato. Eurofer, la federazione europea dell’acciaio, ha segnalato nel 2022 che la lunga filiera logistica dell’Hbi annulla parte rilevante del vantaggio ambientale rispetto al ciclo integrale tradizionale. Sulla carta è acciaio “green”. Nei fatti, molto meno.

Una localizzazione che favorisce il rischio

Annaba non è un territorio neutro. La regione è classificata da Freedom House come “non libera”. La Banca Mondiale registra una burocrazia tra le più lente e opache del continente. Non esiste un accordo bilaterale di protezione giuridica degli investimenti. Eppure, l’Italia sta per impegnare fondi pubblici per costruire una parte della sua filiera industriale in un contesto così fragile.

Senza contare il metodo. Il Parlamento non è stato coinvolto. Nessuna analisi costi-benefici è stata resa pubblica. Secondo Milano Finanza (23 luglio), all’interno del governo sarebbero emerse riserve da parte del Ministero dell’Economia e di quello dell’Ambiente, proprio sulla solidità dell’operazione. Almeno che non si tratti più di un’iniziativa diplomatica che industriale. Con benefici concentrati e rischi condivisi.

Le alternative mai considerate

Eppure, alternative industrialmente più solide e già discusse negli ambienti tecnici e sindacali ci sarebbero: un impianto Dri in Italia, alimentato dallo stesso gas algerino che oggi attraversa il Mediterraneo via gasdotto. Piombino e Taranto sono sedi industriali esistenti, dotate di infrastrutture, manodopera e prossimità ai forni elettrici. L’impianto resterebbe sotto giurisdizione italiana. Creerebbe occupazione diretta. E offrirebbe benefici industriali immediati. La stessa Federacciai ha sostenuto pubblicamente questa ipotesi.

Al contrario, si procede verso una struttura offshore, in un contesto instabile, con un impatto ambientale incerto, finanziata da garanzie pubbliche e priva di verifiche indipendenti. L’Italia si assume il rischio, ma non ha voce sulle condizioni. L’Algeria, primo fornitore di gas dell’Italia, ottiene un impianto, occupazione e know-how. L’Italia rinuncia alla possibilità di rafforzare la propria filiera industriale.

Il Piano Mattei avrebbe dovuto promuovere “una cooperazione tra pari”, secondo le parole del governo. Ma in questo caso, l’unica cosa bilanciata è il racconto. Per il resto, il progetto sembra un tipico caso in cui le perdite si socializzano, e i vantaggi si concentrano. E tutto senza che nessuno abbia potuto discuterne. Nemmeno in aula.

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L’Europa in ginocchio davanti a Trump

Il patto sui dazi siglato tra Unione Europea e Stati Uniti è la fotografia di un’Europa smarrita, divisa e incapace di esercitare una propria sovranità. Un accordo presentato come un successo diplomatico è, nei fatti, una resa senza condizioni che legittima l’unilateralismo aggressivo di Donald Trump e scarica il costo sui cittadini europei. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen accetta una “reciprocità” che di reciproco non ha nulla: dazi al 15% sulle esportazioni europee, a fronte di zero tasse per le Big Tech americane, acquisti forzati di armi e gas statunitensi, investimenti europei per 600 miliardi negli USA.

Per l’Italia, secondo esportatore europeo verso gli Stati Uniti, il colpo sarà durissimo. A rischio, secondo le stime, ci sono oltre 100 mila posti di lavoro nei settori agroalimentare, meccanico e automotive, e 23 miliardi di export bruciati. Mentre la premier Meloni si affanna a parlare di “stabilità”, la realtà è quella di un Paese che si scopre irrilevante, che accetta ogni diktat in nome di un malinteso atlantismo che confonde fedeltà con sottomissione.

La verità è che l’Europa ha negoziato divisa e timorosa, inchinandosi a un’America che alza la voce e detta condizioni fondate su falsi pretesti commerciali. Il risultato è una partita truccata, in cui le regole internazionali – dal WTO agli accordi GATT – vengono accantonate per compiacere un leader che disprezza ogni vincolo multilaterale.

Questa non è politica commerciale. È una capitolazione. E l’Italia, ancora una volta, paga il prezzo dell’assenza

Buon lunedì. 

In foto Donald Trump e Ursula von der Leyen a Davos

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Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia – Lettera43

A Torino un cittadino marocchino ha scoperto che il permesso di soggiorno appena ritirato era scaduto da un mese. No, non è un errore: è la prassi. La legge permette di retrodatare la validità del titolo al giorno della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. Un cortocircuito kafkiano che spezza vite e progetti. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.

Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia

Accade a Torino, ma potrebbe succedere ovunque. Un cittadino marocchino di 42 anni, arrivato in Italia nel 2024 con il decreto flussi, assunto regolarmente per un lavoro stagionale, si reca in questura per ritirare il suo permesso di soggiorno. Quando lo riceve, il documento risulta già scaduto da un mese. Sembra un errore e invece è la prassi. Ed è perfettamente legale, almeno secondo l’interpretazione dominante dell’art. 5, comma 9 del Testo Unico sull’Immigrazione, che permette di retrodatare la validità del titolo alla data della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. L’uomo si ritrova così “irregolare” il giorno stesso in cui avrebbe dovuto ottenere la piena cittadinanza giuridica. Esposto al rischio di fermo, trattenimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio e la deportazione. La Cgil di Torino ha definito il caso «kafkiano». Un aggettivo ricorrente, ormai necessario. Il sindacato ha annunciato un ricorso al Tar del Piemonte, chiedendo che venga applicato il principio stabilito dalla sentenza n. 783/2025 del Tar dell’Emilia-Romagna: la validità di un permesso deve decorrere dal momento della consegna, non dalla presentazione della domanda. Semplice buon senso, direbbe quel tal ministro. E invece serve un ricorso giudiziario per affermarlo.

Rete siciliana contro il confinamento,
Il Cpr di Milo (da Meltingpot.org).

Si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato

Non è un caso isolato. È un vero e proprio sistema. La retrodatazione sistematica, i ritardi cronici e l’assenza di indicazioni uniformi da parte del ministero dell’Interno creano una condizione giuridica che l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha definito «legalità potenziale negata»: si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato. Un cortocircuito istituzionale che trasforma la burocrazia in produttore attivo di marginalità. Il caso torinese è solo la punta dell’iceberg. Secondo i dati dell’associazione Anolf, i tempi medi di attesa per il rilascio o il rinnovo di un permesso superano ormai i sette mesi. E non si tratta solo di lavoro: le pratiche di regolarizzazione, ricongiungimento familiare e conversione accumulano ritardi equivalenti. In alcune città, le attese sfiorano i due anni. La regolarizzazione straordinaria del 2020, promossa con grande enfasi dall’allora governo Conte, ha prodotto 220.528 domande. Di queste, almeno 90 mila risultano ancora pendenti. E chi è in attesa, spesso, non può né lavorare né curarsi né viaggiare. Perché la ricevuta della domanda – il famoso “cedolino” – garantisce formalmente i diritti, ma nella pratica viene ignorata da datori di lavoro, uffici pubblici e forze dell’ordine.

Gli Uffici immigrazione sono al collasso

Il caso di Torino è emblematico. L’uomo, entrato in Italia con regolare contratto di lavoro, si è ritrovato “scoperto” per effetto dell’amministrazione. Ha perso il titolo di soggiorno prima ancora di poterlo usare. Ora dovrà ricominciare da capo l’intera procedura, come se fosse appena arrivato nel Paese. Con un’aggravante: essendo formalmente irregolare, rischia che una pattuglia lo fermi, che venga identificato come “clandestino”, che finisca in un Cpr in attesa di un rimpatrio. Se gli andrà male, si meriterà perfino qualche post indignato di qualche ministro. Da lavoratore regolare a “problema di ordine pubblico”, nel tempo di una timbratura. Nessun reato, nessuna frode. Solo un permesso già scaduto. La stessa Cgil ha già denunciato più volte la situazione dell’Ufficio Immigrazione di Torino, parlando apertamente di «collasso cronico». File interminabili, sistemi di prenotazione online fuori uso, carenza strutturale di personale. E l’assenza totale di trasparenza sulle tempistiche. La questura non è tenuta a comunicare entro quando rilascerà il documento, né subisce conseguenze in caso di ritardi. Il termine previsto dalla legge – 60 giorni – è considerato «meramente indicativo», quindi nessuno può farci affidamento.

Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia
Migranti in coda davanti l’ufficio immigrazione della questura per richiedere il permesso di soggiorno a Torino (Ansa).

Nell’attesa le vite di centinaia di persone si spezzano

Nel frattempo, le vite si spezzano. Il sindacato ha raccolto casi di pensioni sospese per mancanza di documento, genitori impossibilitati a viaggiare per far visita ai figli, studenti esclusi da viaggi scolastici all’estero. Tutti regolari, tutti in attesa. Alcuni con ricevute che non bastano più nemmeno a dimostrare la presenza legale. E a nulla serve citare il principio costituzionale di buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Il diritto alla regolarità viene annullato dalla lentezza. E la lentezza non ha responsabili. A rendere tutto ancora più grottesco c’è l’inadeguatezza del sistema informatico. Come denunciato da sindacati e funzionari, le piattaforme non dialogano tra loro, i software sono obsoleti, le banche dati spesso incomplete. In alcuni casi, le questure inseriscono a mano le date, senza alcun automatismo. La discrezionalità regna. E, come sempre, chi paga è chi non ha voce.

In Italia se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi

In questo caso la Cgil ha annunciato che accompagnerà legalmente il lavoratore marocchino fino in fondo. Ma per ogni caso che arriva a giudizio, ce ne sono decine che si perdono nei meandri. Le pronunce dei Tar, come quella di Bologna, non bastano. Servirebbe un intervento normativo: una circolare ministeriale che imponga a tutte le questure di far decorrere la validità dalla data effettiva di consegna. Serve personale formato. Serve trasparenza. Serve, soprattutto, che lo Stato non tradisca i suoi stessi decreti. Perché oggi l’Italia invita manodopera dall’estero, ne certifica il bisogno economico, ma poi la punisce per non essere in grado di gestirne i diritti. Il messaggio è chiaro: puoi entrare, puoi lavorare, ma non aspettarti di essere riconosciuto. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.

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