Vai al contenuto

L’Agenzia Ue per i diritti fondamentali: punire i regimi, non i migranti. La linea rossa che l’Europa finge di ignorare

Il 23 luglio 2025 l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (Fra) ha pubblicato un rapporto che mette l’Ue davanti a un bivio: continuare a militarizzare le frontiere e violare i diritti fondamentali, oppure applicare la propria stessa Carta dei diritti colpendo i veri responsabili della cosiddetta “strumentalizzazione dei migranti”. È un documento che non lascia spazio all’ambiguità. Secondo la Fra, “gli Stati devono smettere di punire i rifugiati sfruttati a fini politici” e rivolgere le misure repressive “agli attori ostili”, siano essi governi, milizie o reti di traffico sponsorizzate da Stati terzi.

La “strumentalizzazione”, così come definita dal diritto dell’Ue, si verifica quando un Paese terzo usa i migranti per destabilizzare uno Stato membro, mettendo a rischio funzioni essenziali dello Stato. Ma – sottolinea la Fra – i migranti non sono complici di questa strategia, bensì vittime inconsapevoli. Eppure le risposte degli Stati membri, Polonia e Lituania in testa, si sono concentrate proprio su di loro: respingimenti illegali, detenzione automatica, uso della forza al confine, famiglie separate, minori incarcerati.

Il Patto migratorio e l’ipocrisia dell’Ue

Il paradosso è che molte di queste pratiche – già condannate dalla Corte di Giustizia e documentate dalla Fra – vengono ora legittimate dal Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, che entrerà in vigore a metà 2026. La Commissione Europea promuove il Patto come strumento di equilibrio, ma nella pratica incorpora procedure accelerate, trattenimenti prolungati e “finzioni giuridiche” che permettono agli Stati di aggirare diritti garantiti, come l’accesso all’asilo e il principio di non-refoulement.

Il ruolo della Fra – priva di poteri sanzionatori, ma dotata di autorità morale e scientifica – è quello di coscienza critica dell’UE. La direttrice Sirpa Rautio, giurista finlandese con esperienza presso Onu e Consiglio d’Europa, ha chiarito che la risposta alla strumentalizzazione non può essere l’erosione del diritto d’asilo. Anche nei casi di crisi, la Carta dei diritti fondamentali vieta esplicitamente la tortura, i trattamenti degradanti e il respingimento verso luoghi di rischio. Eppure queste garanzie sono sistematicamente sospese nei territori di frontiera.

Deterrenza e propaganda

Nel quadro europeo, l’Italia si distingue per la doppia strategica. Da un lato la “dottrina Piantedosi”, che punta a “fermare le partenze” con accordi di contenimento nei Paesi di transito. Dall’altro, il “Piano Mattei per l’Africa”, che promette cooperazione e sviluppo. Ma le missioni diplomatiche in Libia e Tunisia – tra fallimenti e ambiguità – mostrano che la priorità resta impedire gli sbarchi, non costruire alternative legali e dignitose.

Il Decreto Flussi, che prevede l’ingresso programmato di oltre 180.000 lavoratori stranieri nel 2025, è la foglia di fico di un sistema che continua a negare protezione a chi fugge da guerre e povertà. Il governo distingue tra migranti “buoni”, funzionali al mercato, e “clandestini” da respingere, anche a costo di violare la legge. Eppure la Fra ricorda che meno del 20% delle espulsioni è eseguito, rendendo il sistema inefficace anche sul piano pratico.

Una scelta politica, non tecnica

La militarizzazione delle frontiere, i muri, le armi puntate sui disperati, le intimidazioni contro le Ong non sono misure “necessarie”, ma scelte politiche. La Fra propone un’alternativa chiara: sanzioni mirate contro gli Stati che usano i migranti come arma ibrida, azioni legali contro compagnie di trasporto compiacenti, cooperazione internazionale fondata sul rispetto del diritto, non sul baratto di vite umane.

L’Ue ha gli strumenti per agire senza tradire i suoi principi. La domanda è se voglia farlo. Se preferisca restare fedele alla propria Carta dei diritti o piegarsi alla logica dei fili spinati. Se abbia il coraggio di guardare i migranti negli occhi, non come minaccia, ma come persone.

L’articolo L’Agenzia Ue per i diritti fondamentali: punire i regimi, non i migranti. La linea rossa che l’Europa finge di ignorare sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cento morti di fame. Ma la diplomazia è a cena

Non è una guerra. È una catastrofe scientificamente organizzata. È il genocidio trasmesso in diretta, mentre i governi d’Europa barattano la diplomazia con la viltà e fingono di non vedere le foto dei bambini morti di fame. Centoundici. Centoundici esseri umani morti per fame a Gaza secondo il bilancio di ieri. Dieci solo nelle ultime ventiquattro ore. Una fame che non è frutto di siccità o carestie naturali, ma di un assedio totale imposto da Israele, come conferma Amnesty International. Nessun aiuto entra. Nessuno esce. Neanche i giornalisti, che ora muoiono insieme alle storie che non possono più raccontare.

Il governo israeliano bombarda ospedali, campi profughi e famiglie in fila per una razione di pane. Ventuno uccisi nell’ultimo raid. Oltre metà donne e bambini. L’Idf colpisce la sola chiesa cattolica di Gaza, e ora ammette “un errore” e poi prolunga la detenzione del direttore degli ospedali locali. Intanto, secondo Haaretz, più di mille persone sono state ammazzate mentre cercavano cibo.

E ieri, a Roma, si è giocata la pantomima della pace: Steve Witkoff, emissario di Trump, incontra Qatar e Israele in un negoziato che sa di lavata di coscienza, mentre a Gaza i corpi si moltiplicano e la verità viene seppellita sotto le macerie.

C’è un nome per tutto questo: sterminio. E chi oggi continua a parlare di “conflitto” o “operazioni militari” è complice. Tacere è collaborare. Minimizzare è mentire. Fingere equilibrio è scegliere la parte del carnefice.

Il tempo dei giri di parole è finito. A Gaza si muore. Di fame, sotto le bombe, nel silenzio. E chi non lo urla ora, non potrà mai più dire: “Non lo sapevamo”.

L’articolo Cento morti di fame. Ma la diplomazia è a cena sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dedicato a Berlusconi

Separare i pubblici ministeri dai giudici per “disarticolare le correnti”. Così il governo ha impacchettato la sua riforma della giustizia: con la carta della modernità e il fiocco della retorica anticasta. Il risultato, però, non è un sistema più equo, ma una magistratura più esposta al potere politico. Lo dice con chiarezza Gherardo Colombo: “Danneggia i cittadini, non i magistrati”. Perché un pm che perde la cultura del giudice diventa una parte, e basta. Lotta per vincere, non per accertare la verità.

Dietro il voto in Senato – con brindisi, buffet e dediche a Berlusconi – c’è l’inizio di un’altra stagione: quella della sottomissione silenziosa del potere giudiziario. Con un Csm svuotato e selezionato a sorteggio, con una “Alta Corte” che giudicherà i magistrati in un clima avvelenato, con una separazione che isola chi dovrebbe cercare anche le prove a favore. Il garantismo evocato dai banchi della maggioranza è il travestimento di chi ha un conto in sospeso con la magistratura.

Opposizioni, magistrati e giuristi lo denunciano: è una torsione autoritaria. E ora si punta al referendum. La destra sogna di vendicare anni di inchieste. Ma chi ha ancora a cuore la giustizia come diritto, e non come favore, dovrà rispondere. L’ultima parola sarà degli italiani. E potrebbe fare molto più male di un avviso di garanzia. Perché il referendum non sarà solo su una riforma, ma su un’idea di Paese: quello in cui il potere si processa o quello in cui il potere si protegge.

Buon mercoledì.

 

Foto AS

L’articolo proviene da Left.it qui

Gaza svuotata di umani e riempita di vergogna

Due bambini morti di fame nella stessa mattina. Uno aveva 40 giorni. Nessuno li ha contati tra le vittime ufficiali. All’ospedale Al-Quds di Gaza, altri 118 feriti si erano messi in fila per un aiuto che non è mai arrivato, colpiti mentre aspettavano gli aiuti umanitari. L’AFP lancia un appello disperato: i suoi giornalisti rischiano di morire di stenti. “Non posso più lavorare – scrive Bashar, 30 anni – il mio corpo è troppo magro”. Il fratello è morto di fame. Gli operatori dell’informazione, unici testimoni rimasti, consumati come i civili che raccontano.

Il capo dell’IDF annuncia “risultati significativi” nella guerra più complessa mai combattuta. L’obiettivo resta lo “smantellamento di Hamas”. Intanto, l’esercito israeliano uccide civili disarmati in attesa di cibo, bombarda ospedali, vieta ai media internazionali l’accesso alla Striscia. Il fotografo muore di fame, il bambino muore nel sonno, e il mondo continua a parlare d’altro.

Ogni giorno che passa segna un passo oltre il confine che separa la guerra dal genocidio. Non è un’accusa: è un dato. Le Nazioni Unite denunciano la carestia indotta, i crimini di guerra, l’annientamento deliberato della popolazione. Gaza è diventata il luogo dove si sperimenta l’impunità in diretta.

Nel frattempo, gli Stati Uniti versano milioni per costruire nuove basi militari israeliane, e l’82% degli ebrei israeliani – secondo un sondaggio – sostiene l’espulsione dei palestinesi da Gaza. Anche questo è un fatto. La morte non fa più rumore. La fame, ancora meno. Ma la Storia, quella sì, terrà memoria di ogni omissione.

L’articolo Gaza svuotata di umani e riempita di vergogna sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ex Ilva, il futuro si gioca su un tavolo zoppo: l’offerta di Jindal e il nodo del futuro di Taranto

Il futuro dell’ex Ilva si gioca su un tavolo zoppo, mentre i pezzi dello stabilimento più grande d’Europa iniziano a essere spartiti tra chi può permetterselo e chi sa aspettare. Sfumata la pista azera – archiviata con toni amichevoli ma inequivocabili dal presidente Ilham Aliyev – resta in piedi una sola proposta industriale: quella del gruppo indiano Jindal Steel. Ma a Taranto, dove ogni promessa è già stata disattesa almeno una volta, le parole non bastano più.

Jindal, il piano verde che odora di esuberi

Jindal propone un investimento complessivo da 4 miliardi: 1 per acquisire gli asset, 3 per riconvertirli. La strategia si regge su un’operazione di decarbonizzazione radicale, con la chiusura progressiva degli altoforni, l’installazione di due forni elettrici e la produzione di acciaio “green” tramite un impianto Dri. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 6 milioni di tonnellate annue entro il 2030. Un piano ambizioso, che piace a chi osserva da lontano. Molto meno a chi lavora a Taranto.

I sindacati denunciano l’assenza di tutele occupazionali concrete. I numeri parlano di almeno 4.000 esuberi e di una riconversione industriale che parte dalla chiusura delle cokerie, senza che siano ancora state costruite le alternative. “Una chiusura mascherata”, avverte la Uilm, ricordando il precedente di Piombino: anche lì fu promesso un rilancio, mai realizzato.

Il governo ha scelto la via dell’amministrazione straordinaria dopo la rottura con ArcelorMittal, evitando la nazionalizzazione diretta. Ma il risultato è stato un crollo verticale della produzione e un aumento delle perdite. L’impianto è in dissesto finanziario conclamato, con oltre 5 miliardi di passività e una produzione annua sotto i 3 milioni di tonnellate. Lo Stato ha stanziato 200 milioni: una pezza per una voragine.

A Taranto si continua a morire. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro: incidenza tumorale tripla rispetto alla media nazionale, picchi di mesotelioma e tumori infantili, una presenza stimata di 4.000 tonnellate di amianto ancora da smaltire. Ogni ritardo nella transizione è una condanna che si rinnova ogni giorno.

Lo spezzatino che piace al governo

Nonostante l’unicità dell’offerta indiana, dentro il governo si fa largo l’ipotesi di riaprire il bando a settembre. Il rischio, in questo scenario, è già noto: la vendita a spezzatino. Diversi soggetti hanno espresso interesse per singoli pezzi dell’impianto – banchine, laminatoi, impianti secondari – senza alcuna visione integrata. Il polo siderurgico rischia di frantumarsi in attività scollegate, inadatte a reggere il peso di una transizione complessa.

Intanto, la maggioranza di governo mostra tutte le sue crepe. L’emendamento che dirottava 150 milioni dalle bonifiche alla decarbonizzazione è stato bocciato a causa delle spaccature tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. La regione, il sindaco, la magistratura ambientale e la cittadinanza continuano a essere esclusi dalle decisioni strategiche. In questo vortice di accuse incrociate, i comitati locali minacciano ricorsi legali mentre si istituzionalizza la frattura tra centro e periferia.

L’offerta Jindal, oggi unica sul tavolo, viene presentata come l’ultima ancora di salvezza. Ma per Taranto accettare per disperazione significa accettare l’ennesima subordinazione. Senza un ruolo forte dello Stato nella governance futura, senza garanzie scritte su lavoro e ambiente, senza un cronoprogramma certo, la transizione ecologica rischia di diventare l’alibi perfetto per dismettere.

Taranto ha già dato. In lavoro, in salute, in fiducia. Quello che resta non si può svendere, né diluire. Perché se c’è un prezzo più alto del fallimento industriale, è quello del cinismo politico. E stavolta, nessuno potrà dire di non sapere.

L’articolo Ex Ilva, il futuro si gioca su un tavolo zoppo: l’offerta di Jindal e il nodo del futuro di Taranto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Laura Santi, una morte che obbliga il Parlamento: il vuoto legislativo non è più una risposta

La morte di Laura Santi ha posto, ancora una volta, una domanda precisa alla politica italiana: chi difende davvero il diritto a decidere sul proprio fine vita Nel messaggio lasciato prima di autosomministrarsi il farmaco letale, Laura ha chiesto ai vivi di non fermarsi al dolore: “Pretendete una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni”. È a partire da questa frase che il mondo politico si è misurato con la propria coerenza, le proprie omissioni e la qualità delle risposte.

Dal fronte progressista: il nodo della responsabilità

Emma Bonino, che da anni denuncia l’immobilismo legislativo, ha parlato di “una donna libera e coraggiosa, lasciata sola dallo Stato”. Più ancora, ha aggiunto: “In un Paese civile non si deve arrivare alla Corte Costituzionale per esercitare un diritto”. Un’amara constatazione che trova eco nelle parole di Marco Cappato, da sempre in prima linea: “Laura è morta legalmente, ma dopo anni di battaglie giudiziarie. È assurdo che ci sia voluta una sentenza della Consulta e un pronunciamento del Tribunale per affermare ciò che dovrebbe essere ovvio”.

Dal Partito Democratico, Elly Schlein ha definito la vicenda “una ferita che interpella profondamente la politica”, sottolineando che “Laura Santi ha chiesto una cosa semplice: libertà. Ed è nostro dovere ascoltarla”. Netta la posizione della capogruppo al Senato, Cecilia D’Elia: “Chiudere gli occhi e non legiferare significa lasciare soli i più fragili. Serve subito una legge sul fine vita, che sia all’altezza della dignità di ogni persona”.

Dura anche la reazione di Nicola Fratoianni (AVS): “Una sconfitta per lo Stato. Un Parlamento che non riesce a dare una risposta concreta a chi soffre sceglie l’indifferenza”. Angelo Bonelli ha aggiunto: “Laura non ha chiesto la morte. Ha chiesto di essere libera. E questa libertà deve diventare un diritto riconosciuto”.

Dal Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte ha dichiarato che “Laura Santi ha lasciato una testimonianza di grande forza civile. La politica ha il dovere di non rimanere in silenzio”. Antonio Federico, capogruppo M5S in commissione Affari Sociali, ha ribadito la necessità di una legge “giusta, che non imponga a nessuno una sofferenza insopportabile e che rispetti la volontà di ciascuno, nel pieno delle proprie facoltà mentali”.

Dal governo, prudenza e restrizione

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha espresso cordoglio per la scomparsa di Laura, ribadendo però che “il tema del fine vita è molto complesso e va affrontato con equilibrio”. Nessun riferimento diretto alla richiesta di legge, né alla possibilità di rivedere l’impianto del disegno normativo attualmente in discussione. Una cautela che si è tradotta, negli atti parlamentari, in un testo restrittivo, sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, che limita il suicidio medicalmente assistito ai soli pazienti in condizioni terminali e con trattamenti salvavita in corso.

Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, ha dichiarato: “La vera sfida non è facilitare la morte, ma accompagnare i malati”. Parole già ascoltate, che rimandano a un modello assistenzialista in cui la volontà individuale resta secondaria. Il testo di legge promosso dal centrodestra escluderebbe casi come quello di Laura Santi. A ricordarlo è stata lei stessa, pochi giorni prima di morire: “Con quella proposta, io non avrei avuto diritto a nulla. L’avrei subita”.

Maurizio Gasparri ha ribadito la posizione di Forza Italia: “Siamo contrari al suicidio assistito. Non possiamo legalizzare la cultura dello scarto. Bisogna potenziare le cure palliative e l’assistenza domiciliare”. Posizioni analoghe sono arrivate da Fratelli d’Italia, che rivendica la linea della “difesa della vita in ogni sua fase” e definisce le scelte individuali come “derive”.

La legge promessa, la legge negata

La Commissione Affari Sociali della Camera ha licenziato un testo che di fatto restringe le maglie già strette della sentenza 242/2019. Esclude i malati non terminali, ignora chi vive dipendenze cliniche non meccaniche, non definisce tempi certi per le valutazioni delle ASL, e affida ogni decisione finale a un comitato etico non vincolante. È questa la “risposta normativa” che si intende dare alle parole di Laura

In un Paese dove la Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio già nel 2019, sei anni fa, il vuoto legislativo è diventato un atto politico. E la scelta di Laura Santi ha messo a nudo quel vuoto. Alcuni hanno ascoltato. Altri continuano a voltarsi dall’altra parte.

L’articolo Laura Santi, una morte che obbliga il Parlamento: il vuoto legislativo non è più una risposta sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Laura Santi: “Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”. Addio all’attivista malata di sclerosi multipla: si è autosomministrata un farmaco letale

Il 21 luglio 2025, in una stanza silenziosa della sua casa di Perugia, Laura Santi ha compiuto l’ultimo atto di una battaglia durata anni. Con il solo movimento di tre dita della mano destra, si è autosomministrata un farmaco letale. Era affetta da sclerosi multipla progressiva, una malattia che le aveva tolto tutto tranne la lucidità e la determinazione. Aveva 50 anni. Accanto a lei, il marito Stefano. Sul comodino, una lettera: “Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”.

Giornalista, attivista, consigliera dell’Associazione Luca Coscioni, Laura Santi non ha scelto la morte. Ha rivendicato la libertà di non subire la sofferenza come condanna. La sua è stata un’azione politica, non ideologica. Una dichiarazione d’amore per la vita, resa insopportabile da una condizione che lei stessa ha descritto come “una routine feroce”, fatta di cateterismi, immobilità, spasticità notturne, dolore non trattabile e totale dipendenza per ogni minimo gesto quotidiano.

Una vita piena, prima della malattia

La diagnosi arrivò a 25 anni. Per altri quindici, Laura tenne testa alla malattia: lavorava, nuotava, viaggiava. Era giornalista, addetta stampa, viaggiatrice curiosa e impegnata, soprattutto in ambito sociale. Aveva lavorato per Il Messaggero, Il Corriere dell’Umbria, televisioni locali e organizzazioni non profit. Raccontava storie di disabilità prima ancora di viverla sulla propria pelle, intuendo forse che la parola scritta è l’unico argine contro la sparizione sociale. Non c’era rifiuto della vita, ma una resistenza tenace.

Poi, dal 2014, il tracollo: sclerosi multipla progressiva, sedia a rotelle, perdita dell’autonomia. Da allora, la progressione è stata “inarrestabile”, con un peggioramento feroce nell’ultimo anno. In quel corpo diventato trappola, Laura conservava uno “sguardo in più”, come lo definiva lei stessa: sapeva vedere ancora una rosa nel giardino del vicino, e considerarla un viaggio. Amava la vita. È la vita che non l’amava più.

Il muro della burocrazia

Nel 2022 ha avviato l’iter per il suicidio medicalmente assistito, previsto dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. L’Asl Umbria 1 ha però respinto la richiesta: secondo l’azienda sanitaria, Laura non era “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale”. Come se il catetere, la gestione intestinale, la nutrizione assistita non fossero trattamenti, ma solo dettagli trascurabili.

Inizia così una guerra legale durata oltre due anni: due denunce, due diffide, un ricorso d’urgenza, un reclamo, centinaia di pagine di perizie, burocrazia e silenzi. Solo a novembre 2024 arriva il riconoscimento formale dei requisiti. A giugno 2025, la procedura viene finalmente autorizzata.

“Se davvero avessi avuto così fretta di morire, non avrei aspettato due anni e mezzo”, aveva scritto. Era la prova che non cercava la morte. Pretendeva il diritto di scegliere quando e come finire una vita che non riconosceva più come propria. Una battaglia che ha condotto con un linguaggio laico, civile, implacabile: “Non crediate che sia una resa. Ho vinto sulla sofferenza. Custodite la mia memoria e non siate tristi: io sono già altrove”.

Una legge che manca, un Parlamento che tace

Laura non è morta per una legge che non c’è. È morta malgrado l’assenza di una legge. Ha forzato i confini di un diritto esistente, ma costantemente negato da una burocrazia che confonde il formalismo con l’etica. La sua storia ha prodotto un precedente. La sua battaglia ha contribuito alla sentenza 135/2024, che ha esteso il concetto di “sostegno vitale” oltre la ventilazione meccanica, riconoscendo la realtà di pazienti come lei. Ha costretto il sistema a guardarsi allo specchio.

Eppure, a distanza di sei anni dalla sentenza della Corte, nessuna legge organica è stata approvata. Il Parlamento tace. Il governo propone norme restrittive che, come Laura ha denunciato pochi giorni prima di morire, “avrebbero negato a me quel diritto”. Un testo che esclude pazienti con patologie non terminali, non connessi a macchinari, che non prevede tempistiche certe, né garanzie procedurali. Una legge che punisce la sofferenza con l’attesa.

Il testamento politico di Laura Santi

L’ultima parola di Laura è un mandato: “E nel ricordarmi, non vi stancate mai di combattere. Pretendete una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi, non restate a guardare”. Chi la conosceva la descriveva come una donna piena di ironia, tenerezza e bellezza. Ha chiesto un funerale civile. Aveva preparato una playlist musicale e le letture. “Voglio essere ricordata per la bellezza che ho amato, non per la malattia che ho subito”.

La sua morte è la denuncia di un Paese che scarica sulle spalle dei malati le omissioni della politica. È il volto di un’Italia che, per paura ideologica, preferisce il silenzio al coraggio normativo. Ma è anche una lezione di libertà, che non ammette interpretazioni. “La mia vita appartiene a me”, ha scritto. A chi, se non a lei?

L’articolo Laura Santi: “Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”. Addio all’attivista malata di sclerosi multipla: si è autosomministrata un farmaco letale sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Non fu il mare, fu lo Stato

Ci sarà un processo. È una notizia. Una sconfitta per chi sognava di seppellire anche le responsabilità insieme ai corpi. Il giudice di Crotone ha rinviato a giudizio sei ufficiali – quattro della Guardia di Finanza, due della Guardia Costiera – per la strage di Cutro. Naufragio colposo e omicidio colposo plurimo: novantaquattro morti, trentacinque bambini.

La notte del 26 febbraio 2023 il caicco Summer Love si è schiantato davanti alla costa, mentre la macchina dei soccorsi restava immobile. Il piano Sar non fu attivato. I comandi sapevano. Non fu un errore: fu una scelta.

La procura parla di ritardi, sottovalutazioni, negligenze. E sarà lo Stato, datore di lavoro degli imputati, a dover rispondere dei danni. Le Ong sono state ammesse parte civile, perché salvare vite non è propaganda. È dovere.

La Regione Calabria, invece, ha ritirato la sua costituzione: voleva colpire gli scafisti, non chi ha lasciato annegare. Un errore “materiale”, hanno detto. Politico, si dovrebbe dire.

Il processo inizierà il 14 gennaio 2026. Arriva tardi, come tutto in Italia quando riguarda i migranti. Ma arriva. E questo basta a turbare il sonno di chi sperava che il mare inghiottisse tutto: i cadaveri, le omissioni, le domande. Invece no. Galleggiano. E bussano in aula.

Per mesi si è cercato di archiviare Cutro come un destino avverso, una burrasca fatale, un evento da commemorare senza mai indagare. Ora, almeno, qualcuno dovrà spiegare perché quelle vite non sono state salvate. Perché i segnali sono stati ignorati. Perché la burocrazia ha vinto sulla pietà.

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Lavoro, in Europa non basta più: il 26% dei cittadini Ue costretto a tagliare sui beni essenziali

C’è un’Europa che lavora e taglia. Taglia le spese superflue, poi quelle importanti, infine quelle necessarie. Secondo un nuovo rapporto di LiveCareer, piattaforma specializzata in orientamento professionale, il 26% dei lavoratori europei è costretto oggi a ridurre anche i beni essenziali: cibo, utenze, affitti. Non un dato marginale, ma il segno di un sistema in affanno. Il sondaggio, condotto su un campione di mille persone tra Germania, Francia, Spagna e Italia, restituisce l’immagine nitida di un continente in cui l’ascensore sociale è fermo, il salario reale è in retromarcia, e l’impegno lavorativo non basta più a garantire la sopravvivenza.

Il 64% dei rispondenti si dichiara favorevole all’introduzione di un reddito di base universale. Non per ideologia, ma per necessità: solo il 18% afferma che il proprio stipendio ha tenuto il passo con l’inflazione, mentre il 34% denuncia di essere stato abbandonato a una progressiva erosione del potere d’acquisto. E così, per arrivare a fine mese, si cercano lavori extra (11%), si accendono nuovi debiti (8%), si ridimensionano i progetti di vita. Il 14% rinuncia alla riqualificazione professionale per motivi economici, il 5% è tornato a vivere con i genitori, il 4% ha rinviato la decisione di allargare la famiglia.

La fine della promessa meritocratica

Il dato più significativo del rapporto, però, è quello che riguarda la percezione del lavoro come strumento di emancipazione. Il 69% degli intervistati dubita che l’impegno professionale garantisca sicurezza economica. È la smentita definitiva di una delle promesse fondative del modello europeo post-bellico, erosa negli anni dalla precarietà strutturale, dalla compressione salariale, dall’aumento del costo della vita. Il 59% prova ansia finanziaria almeno una volta a settimana, quasi uno su due teme un’ondata di licenziamenti nel 2025, e il 70% è preoccupato per l’arrivo di una nuova recessione. In questo clima, la paura prende il posto dell’ambizione.

Il 53% dichiara che potrebbe sopravvivere senza stipendio per non più di tre mesi. Eppure, nonostante le difficoltà, il 59% non sarebbe disposto a trasferirsi per un impiego migliore: un segno di immobilità territoriale, radicamento locale o, forse, semplice consapevolezza che “meglio” non è una prospettiva così realistica. Solo il 12% investe in formazione per adattarsi ai cambiamenti in arrivo. Il resto guarda l’intelligenza artificiale con inquietudine crescente: il 44% teme un impatto negativo sul proprio lavoro, e il 5% dichiara che questo impatto è già in corso.

Una crisi generazionale e sistemica

Non è solo la crisi di un’economia in affanno. È un cortocircuito politico e culturale che attraversa generazioni e confini nazionali. Il 91% dei lavoratori europei teme che le tensioni geopolitiche faranno aumentare ulteriormente il costo della vita. L’inflazione è il primo pensiero per il 59% degli intervistati, seguita dall’instabilità globale (34%), dalle spese sanitarie (24%), dall’assenza di risparmi (23%) e dal costo dell’alloggio (21%). Il timore di perdere il lavoro riguarda un quinto della popolazione attiva.

Secondo Jasmine Escalera, esperta di carriera di LiveCareer, “cresce l’ansia per il futuro, sia finanziario che professionale. Sempre più persone chiedono soluzioni collettive, che vadano oltre la responsabilità individuale. La pressione economica sta spingendo verso riforme sistemiche”. È un messaggio chiaro, che disegna una frattura tra un presente insostenibile e un futuro ancora senza risposte. Il lavoro, da solo, non basta più. La fatica, da sola, non basta più. E continuare a far finta che sia una questione individuale serve solo a rinviare l’inevitabile: o si cambia sistema, o il sistema smetterà di reggere.

L’articolo Lavoro, in Europa non basta più: il 26% dei cittadini Ue costretto a tagliare sui beni essenziali sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Alligator Alcatraz: due migranti italiani detenuti nel carcere duro della Florida, nessuna voce da Roma

Gaetano Mirabella Costa e Fernando Eduardo Artese sono due cittadini italiani detenuti nel centro Ice noto come “Alligator Alcatraz”, in Florida. Un nome da fiction, un carcere reale. Ci sono finiti per reati minori o per questioni amministrative: Mirabella, residente da anni negli Usa, è stato arrestato per possesso di farmaci senza prescrizione; Artese, iscritto all’Aire, è stato fermato dopo aver saltato un’udienza su una multa. Nessuno dei due ha precedenti gravi. Nessuno dei due ha avuto accesso regolare a un avvocato. Entrambi sono finiti in gabbia.

Il carcere è stato costruito in otto giorni. Un ex aeroporto militare convertito in lager tropicale: tende, container, 8.500 metri di filo spinato, 200 telecamere, 400 agenti. La struttura è diventata simbolo della politica trumpiana sull’immigrazione, coccolata dal governatore DeSantis. Trump, in visita, ha scherzato: “Meglio insegnare ai migranti a correre a zigzag per sfuggire agli alligatori”. E il procuratore della Florida ha dichiarato che “non c’è molto ad attenderli là fuori, se non pitoni e rettili velenosi”.

Trattati come cani, ignorati come numeri

La testimonianza di Mirabella è precisa: “Trentadue in una gabbia, tre bagni all’aperto. Siamo trattati come cani. Catene ai polsi e alle caviglie per andare in udienza, nessun contatto con un giudice, nessuna informazione sul rimpatrio”. I racconti si allineano perfettamente con le denunce di Amnesty International e di altre organizzazioni: sovraffollamento, cibo scadente, Bibbie sequestrate, acqua razionata, detenzione prolungata usata come forma di pressione psicologica.

Il governo della Florida respinge tutto come “fake news”. Ma i documenti parlano chiaro: detenuti costretti a dormire su pavimenti in cemento, manette anche durante i pasti, negazione di farmaci essenziali, luci artificiali accese 24 ore al giorno. Un sistema disegnato per far crollare le persone. E farle autodeportare.

Dalla passerella per Forti al silenzio per gli altri

A Roma, nel frattempo, si monitora. La Farnesina ha confermato “attenzione massima”, “contatto costante con le famiglie”, “interlocuzione in corso con Ice”. Ma senza mai condannare pubblicamente la detenzione, né le condizioni. Nessuna Meloni si è espressa, nessun ministro ha preteso pubblicamente risposte. Nessuna missione ufficiale. Nessun tweet.

Eppure non è sempre così. Quando si è trattato di riportare in Italia Chico Forti – condannato per omicidio, ma diventato icona mediatica – il governo ha sfoderato tutto l’arsenale della propaganda: volo di Stato, dichiarazioni trionfanti, premier sulla pista d’atterraggio. “Promessa mantenuta”, “fiera del governo”.

Prima gli italiani, ma non tutti

Il caso di Mirabella e Artese rompe la vetrina dello slogan “Prima gli italiani”. Perché il governo, stavolta, tace. Perché i due detenuti non sono funzionali al racconto. Perché sono migranti. Perché criticare il trattamento loro riservato dagli Usa di Trump vuol dire attaccare la politica di un alleato ideologico.

E l’opposizione attacca. Angelo Bonelli ha accusato: “Patrioti a parole, vassalli nei fatti”. Il Partito democratico ha accusato l’esecutivo di usare il nazionalismo come facciata. L’allusione è chiara: la protezione vale solo per chi può essere speso in campagna elettorale, per la serie, il patriottismo come marketing.

Due cittadini italiani sono detenuti in una struttura denunciata dalle Ong come illegale. E il governo che aveva promesso di difendere ogni italiano tace.

E allora resta una domanda, che pesa più delle catene che stringono Mirabella: per chi vale lo slogan “Prima gli italiani”? Chi decide se sei uno da proteggere o uno da nascondere? Chi è italiano abbastanza per meritarsi una passerella Chi resta chiuso nella gabbia mentre a Roma si recita il patriottismo?

Finché non ci sarà una risposta, la gabbia non sarà solo in Florida. Sarà anche qui.

L’articolo Alligator Alcatraz: due migranti italiani detenuti nel carcere duro della Florida, nessuna voce da Roma sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui