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Cambiamento climatico, l’inazione è un illecito: il verdetto della Corte dell’Aia che riscrive la mappa della responsabilità globale

Il 23 luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha pronunciato un verdetto destinato a riscrivere la mappa della responsabilità globale sul clima. Per la prima volta, i tribunali internazionali affermano che l’inazione climatica non è solo una colpa morale o una scelta politica, ma un atto giuridicamente illecito. Chi inquina viola il diritto internazionale. Chi protegge gli inquinatori, anche.

Obblighi universali, non più negoziabili

Fino a oggi gli Stati potevano firmare accordi sul clima con la stessa disinvoltura con cui si disattendono. L’Accordo di Parigi, con i suoi impegni volontari, ha fornito più foglie di fico che vincoli reali. La Corte ha spezzato questo impianto, stabilendo che gli obblighi climatici non derivano solo dai trattati ambientali, ma anche dal diritto consuetudinario e dai diritti umani. In pratica, non ci si può più sfilare: anche chi non ha ratificato l’Accordo di Parigi, anche chi ne è uscito, resta obbligato a prevenire i danni climatici.

La sentenza codifica tre doveri fondamentali: prevenire danni ambientali significativi, cooperare attivamente nella riduzione delle emissioni, e risarcire pienamente i danni causati. La novità cruciale è che questi doveri devono essere esercitati con “dovuta diligenza” e sulla base della “migliore scienza disponibile”, ovvero secondo quanto stabilito dal consenso scientifico internazionale. Non basta più dire “stiamo facendo il possibile”: sarà un tribunale a giudicare se è vero.

Dal danno ambientale alla violazione dei diritti umani

Nel cuore della decisione c’è una presa di posizione netta: il diritto a un ambiente sano è un diritto umano fondamentale. Di conseguenza, ogni politica ambientale inefficace diventa un attacco alla salute, alla vita e alla dignità umana. Questo legame giuridico spalanca ai cittadini la porta dei tribunali per chiamare in causa i governi, anche laddove prima la giustizia veniva esclusa per “difetto di giurisdizione”. È il caso dell’Italia, dove la Cassazione ha appena rovesciato la decisione che aveva bloccato il “Giudizio Universale” contro lo Stato, riaffermando che le politiche climatiche possono essere oggetto di sindacato giuridico.

Le imprese non sono più al riparo

Il parere consultivo della Corte si rivolge formalmente agli Stati, ma colpisce in pieno l’industria dei combustibili fossili. Il dovere statale di prevenire i danni implica anche la regolazione efficace delle imprese private. Se uno Stato tollera o addirittura sovvenziona attività inquinanti, può essere trascinato in giudizio. Di riflesso, le aziende stesse si trovano esposte a cause civili, disinvestimenti e sanzioni economiche. Il principio “chi inquina paga” ha trovato il suo tribunale.

Non si tratta solo di responsabilità etica o reputazionale: ora c’è un rischio legale strutturale per chi finanzia, costruisce o autorizza nuovi progetti fossili. Un rischio che coinvolge consigli di amministrazione, autorità di regolazione finanziaria e investitori istituzionali. Ogni nuovo giacimento, ogni pipeline, ogni centrale a carbone può tradursi in una violazione del diritto internazionale.

Una nuova stagione di contenziosi

La Corte ha stabilito che la mancata prevenzione dei danni climatici costituisce un atto internazionalmente illecito. E come ogni illecito, comporta conseguenze. Lo Stato responsabile dovrà cessare l’attività dannosa, garantire che non si ripeta e risarcire i danni. A partire dalle nazioni più vulnerabili, che potranno ora esigere giuridicamente ciò che finora potevano solo implorare nei negoziati politici.

È finita l’era in cui le conferenze sul clima (COP) si svolgevano nel vuoto giuridico. Il prossimo ciclo negoziale si svolgerà “all’ombra della legge”, con gli Stati costretti a confrontarsi con obblighi non negoziabili. I piccoli Stati insulari, le comunità indigene e le ONG non avranno più solo appelli morali da esibire: avranno sentenze da far valere.

La sentenza della Corte dell’Aia ha trasformato l’azione climatica da opzione politica a obbligo giuridico. Ha unificato le giurisdizioni globali, ha consolidato la convergenza con il diritto dei diritti umani e ha alzato l’asticella per governi, imprese e investitori. Chi credeva che bastasse firmare un accordo, presentare un NDC simbolico o piantare qualche albero per lavarsi la coscienza, oggi si scopre potenzialmente colpevole.

La giustizia climatica non è più uno slogan. È un dovere legale. E chi lo viola, pagherà.

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Lavoro in carcere, cinquant’anni di una legge tradita tra Costituzione e inerzia

Il 26 luglio 1975 entrava in vigore la legge n. 354 sull’Ordinamento Penitenziario. L’articolo 15 di quella legge fu, all’epoca, un passaggio di rottura: “Il lavoro è uno degli elementi del trattamento rieducativo” e “salvo casi di impossibilità, ai condannati è assicurato il lavoro”. La norma si fondava sull’articolo 27 della Costituzione e imponeva una visione radicalmente diversa della detenzione: non più solo pena, ma percorso. Cinquant’anni dopo, il bilancio è una cronaca continuata di omissioni, distorsioni, fallimenti strutturali.

Una legge chiara, sistematicamente disapplicata

La formulazione dell’art. 15 non lascia spazio ad ambiguità. Il lavoro deve essere rieducativo, non afflittivo, retribuito almeno per due terzi del corrispettivo previsto dai contratti collettivi, dotato delle stesse tutele assicurative e previdenziali del lavoro libero. Eppure, oggi come ieri, questi principi restano largamente disattesi. I dati più aggiornati (DAP 2024) dicono che solo il 34,3% dei 61.861 detenuti svolge un’attività lavorativa. Di questi, l’85% è impiegato in mansioni interne – pulizia, cucina, manutenzione – offerte direttamente dall’amministrazione penitenziaria, con compensi che si aggirano intorno ai 150 euro al mese. Niente minimi contrattuali. Niente tutele effettive.

E fuori? Appena il 3,3% lavora con soggetti esterni. I progetti qualificati con cooperative e aziende sono l’eccezione virtuosa, non la regola. E non bastano a ribaltare il quadro: una legge che dovrebbe essere norma universale si è ridotta a privilegio territoriale e selettivo.

Il paradosso penitenziario: più carceri, meno lavoro

Il fallimento dell’articolo 15 è anche il prodotto di precise scelte politiche. Il sovraffollamento strutturale – 62.400 presenze su 50.000 posti regolamentari nel 2025 – rende impraticabile qualsiasi progettualità. Gli spazi sono inadeguati, il personale educativo insufficiente, le figure specializzate assenti. L’emergenza continua ha divorato la progettazione: si investe in nuove celle, non in nuove possibilità. Il cosiddetto “Piano Sfolla Carceri”, varato dal governo Meloni, prevede 10.000 nuovi posti detentivi entro il 2027. Nessuna misura analoga per il lavoro.

In parallelo, si riducono i fondi per gli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia, che dovrebbe incentivare le imprese ad assumere detenuti. Il credito d’imposta è sceso da 21 a 19 milioni di euro, segnale plastico di una disattenzione che è, ormai, disinvestimento strutturale.

Il lavoro che rieduca esiste. Ma solo per pochi

Le esperienze positive non mancano: Bollate, Rieti, le cooperative sociali che operano dentro e fuori le mura, i progetti in collaborazione con le università e con il mondo produttivo. Ma i numeri sono minimi. E il sistema è talmente fragile che basta un cambio di direzione, un taglio di fondi o una circolare restrittiva a smontare anni di lavoro.

Eppure, la letteratura scientifica è inequivocabile. Uno studio del CNEL mostra che il tasso di recidiva si riduce al 2-10% nei casi in cui il detenuto è coinvolto in un percorso lavorativo qualificato, contro il 60-68% del carcere tradizionale. Ogni euro investito nel lavoro produce un risparmio di 4,80 euro in costi giudiziari, detentivi e sociali. È la più efficace politica di sicurezza che abbiamo – eppure è trattata come opzionale.

La clausola “salvo casi di impossibilità”, concepita per casi eccezionali, è diventata la normalità giustificativa. La carenza di fondi, di spazi, di progettazione è stata elevata a fatto ineluttabile. E così il diritto al lavoro è stato degradato a concessione: discrezionale, episodica, geograficamente diseguale. Chi entra in carcere, oggi, non ha davanti un percorso. Ha davanti un contenitore.

Le riforme legislative si sono succedute – dalla legge Gozzini alla Smuraglia fino ai decreti del 2018 – ma senza un investimento strutturale, il mosaico normativo ha prodotto solo frammenti e disillusioni. Nessun piano nazionale per il lavoro penitenziario, nessun dipartimento dedicato, nessun monitoraggio pubblico dell’attuazione dell’art. 15.

Il punto politico

La cultura punitiva ha progressivamente svuotato la visione costituzionale. L’art. 27 parla di pena come rieducazione. L’attuale narrazione politica parla di pena come neutralizzazione. Ogni proposta di rafforzamento del lavoro in carcere è oggi vista con sospetto, come debolezza. Il caso del femminicidio di Milano (maggio 2025) è stato usato per invocare lo smantellamento delle misure alternative. È il riflesso di un populismo penale che sacrifica i diritti sull’altare della paura.

Cinquant’anni dopo, l’articolo 15 resta una promessa. Lavoro in carcere non è gentilezza, non è premio, non è clemenza. È diritto, è strategia di sicurezza pubblica, è dignità. Ma finché la politica non lo tratterà come tale, sarà solo una formula vuota incisa nella legge. Un anniversario da archiviare, non da celebrare.

La vera commemorazione sarà il giorno in cui, in ogni carcere d’Italia, il lavoro sarà garantito come il pane. Fino ad allora, non si tratta di ricordare una riforma, ma di contare ogni giorno i suoi morti, i suoi suicidi, i suoi recidivi, il suo fallimento.

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Guide turistiche, il concorso tra proteste e ricorsi: rischio boomerang in 9000 domande a quiz per il ministero di Santanchè

Doveva essere la svolta. Invece è diventato l’ennesimo inciampo. Il concorso nazionale per guide turistiche, bandito a maggio 2024 dopo oltre dieci anni di stallo, a sentire le associazioni di categoria, rischia di svuotare la professione. Un’occasione mancata, diventata un boomerang per il Ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè.

Un bando in cerca di senso

L’idea era nobile: riorganizzare la professione di guida turistica in linea con le direttive europee, creare un elenco nazionale, contrastare l’abusivismo. Ma il bando – messo a punto di gran carriera per rispettare le scadenze del Pnrr – si è rivelato un concentrato di burocrazia. Novemila quesiti a risposta multipla, prove su 537 siti da memorizzare. E la critica delle associazioni che lamentano la prevalenza del “nozionismo” sulla valorizzazione della professione.

Il paradosso è evidente: si abbassano i requisiti di accesso (basta un diploma, non serve più la laurea) ma si costruisce una prova dura da superare anche per i più titolati.

Un esame nazionale che cancella l’Italia

A farne le spese è la specificità culturale. Il concorso, centralizzato e con abilitazione valida su tutto il territorio nazionale, disinnesca le competenze locali. Figure con decenni di esperienza rischiano di essere escluse perché non conoscono la storia di un museo in un’altra regione.

La stessa legge istitutiva, la 190/2023, prevede che l’esame verta su “materie” e non su “siti”. Eppure l’allegato A elenca solo luoghi da studiare a memoria, ignorando qualsiasi criterio di efficacia formativa. Non è un caso che l’AGTA (Associazione Guide Turistiche Abilitate) abbia parlato di “assurdità” puntando il dito sulla sproporzione tra requisiti e contenuti.

Una professione sacrificata sull’altare del Pnrr

Il concorso è frutto di una corsa contro il tempo: rispettare le scadenze europee per non perdere i fondi. Di qui il rifiuto del ministero di sospendere la procedura nonostante oltre 2.000 esclusi abbiano firmato un appello e sia pendente un ricorso al Tar che dovrebbe pronunciarsi in autunno.

Nel frattempo, le associazioni si dividono. L’ANGT vuole bloccare tutto, mentre Confguide e Federagit chiedono modifiche senza fermare il processo. In mezzo, decine di migliaia di aspiranti guide in balia di un meccanismo paradossale e guide già abilitate, riconosciute su base regionale, che rischiano l’oblio.

Dietro il caos, un sistema che – come spesso accade – finisce per favorire chi può permettersi mesi di studio mnemonico, corsi a pagamento, simulazioni a ripetizione. Chi lavora davvero nei musei, nelle piazze, nei parchi archeologici viene escluso per formalismi o errori tecnici. E il patrimonio culturale rischia di svuotarsi di voce, mentre la visita guidata diventa quiz.

Nel frattempo, si aprono crepe anche nella lotta all’abusivismo. L’articolo 3 della legge prevede deroghe che permettono a soggetti del terzo settore di organizzare visite con personale non iscritto all’albo. Il rischio – denunciato da Federagit – è che l’abusivismo si trasformi in “volontariato legalizzato”, con guide improvvisate in camicia bianca e badge provvisorio.

Un’occasione tradita

Così il concorso che doveva restituire dignità alla professione ha prodotto confusione, conflitto e precarietà. Il modello imposto dalla riforma non valorizza, secondo le associazioni, né la qualità né la preparazione territoriale. La guida turistica italiana, anziché essere rilanciata come figura culturale centrale nel racconto del Paese, viene stritolata da un impianto che confonde memoria e merito.

Alla fine, il vero fallimento è quello di un’idea di Stato che invece di formare professionisti, li filtra a caso. E che alla cultura chiede tutto, senza davvero capirla.

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Dire Palestina fa paura solo agli ipocriti

Forse conviene ripassare le proporzioni. Perché mentre gli opinionisti dell’equidistanza misurano il coraggio politico con il metro della convenienza e i politici della prudenza diplomatica affogano in formule svuotate da ogni senso, la realtà si incarica di ricordare chi sta dalla parte giusta della storia.

Il riconoscimento della Palestina da parte della Francia non è un atto rivoluzionario: 147 Paesi Onu lo hanno già fatto, tra cui la Svezia dal 2014, la Spagna, l’Irlanda, la Slovenia, l’Armenia e persino lo Stato del Vaticano.

È una scelta che avrebbe dovuto essere ovvia. E invece oggi, nel pieno di una carneficina sistematica, ha un peso politico enorme. Perché oggi non si può far finta di niente. O si sta. O si tace. O si è complici.

Macron ha scelto di stare. L’Italia no. L’Italia è quella che tiene in piedi memorandum militari con un governo che assedia ospedali, bombarda tende, affama bambini e chiama tutto questo “sicurezza”. L’Italia è quella dove il ministro degli Esteri riesce a dire che “il riconoscimento della Palestina deve avvenire in contemporanea con quello di Israele”, ignorando che Israele è riconosciuto dal 1949, e che la Palestina, tramite l’Olp, lo ha fatto già nel 1993. Non è cautela: è fuga dalla realtà.

Nel 1948 l’Algeria fu il primo Paese a riconoscere la Palestina. Poi seguirono 80 nazioni. Oggi sono tre quarti dell’Onu. E se questo non basta, ci pensi chi in Italia si aggrappa al falso equilibrio per lavarsi la coscienza: la Spagna, con Pedro Sánchez, ha scelto di riconoscere la Palestina dopo i raid a Gaza. Lo stesso ha fatto la Norvegia. Il Messico ha accolto l’ambasciatrice palestinese. Il mondo si muove, l’Italia si inginocchia.

Non è tempo di sfumature, né di cavilli diplomatici. Quando un popolo viene spogliato della propria terra, murato vivo, bombardato e poi accusato di esistere, non serve cautela. Serve giustizia. Chi oggi esita davanti a un riconoscimento simbolico, domani dovrà giustificare la propria viltà davanti alla Storia. E non ci sarà nota diplomatica che tenga.

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Ci meriteremo il disprezzo dei vivi

Gaza non è più solo una strage. Gaza è uno specchio. E quello che ci rimanda è insopportabile. Non ci dice solo che stanno morendo dei bambini, ci dice che siamo il tipo di civiltà che guarda un bambino morire di fame e gira la faccia dall’altra parte. Ci dice che siamo capaci di imbastire vertici e risoluzioni, ma non di far passare un camion con sacchi di riso.
Non è più il genocidio di Gaza. È il nostro suicidio morale.

Le statistiche sono un pugno in pieno volto: almeno 115 morti di fame, secondo le autorità sanitarie locali. L’UNICEF denuncia che l’80% delle vittime da malnutrizione sono bambini. Medici Senza Frontiere ha contato un quarto di bambini e donne incinte malnutriti nelle sue strutture. La stampa internazionale – AP, BBC, AFP, Reuters – ha lanciato un appello congiunto: “fate passare gli aiuti”.

E intanto, mentre Gaza agonizza, il governo israeliano si barrica in dichiarazioni ambigue. Un ministro parla di “Gaza tutta ebraica”, Netanyahu finge sconcerto.Macron annuncia che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina, Israele lo accusa di premiare Hamas.

E noi? Dov’eravamo, quando i bambini morivano? Dov’eravamo mentre si discuteva di “cessate il fuoco” come fosse un’opzione diplomatica, non un’urgenza umana

La verità è che Gaza morirà anche per colpa nostra. Perché l’unica arma che avremmo avuto era lo scandalo, e l’abbiamo messo via. Gaza morirà e noi resteremo qui, con i nostri silenzi, i nostri distinguo, le nostre frasi passive. Indifendibili.

E per la prima volta, avremo ciò che ci meritiamo: il disprezzo dei vivi.

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Salari giù, ministri su: il teatrino romano davanti alla voragine Ocse

Al netto della propaganda da rotocalco, dei teatrini tra ministri vacui e degli ossimori riformisti a uso e consumo di talk show, l’Italia reale sta in fondo a una tabella Ocse. Dal 2021, i salari reali sono scesi del 7,5%: il peggior dato tra i Paesi avanzati. È il prezzo della stagnazione strutturale, camuffata da “record occupazionali” che reggono solo se si ignora che il 33% dei lavoratori privati ha ancora un contratto scaduto. Il tasso di occupazione è del 62,9% contro una media Ocse del 70,4%, e il lavoro cresce solo sopra i 55 anni.

In un’Italia dove si lavora di più e si guadagna meno, la forbice generazionale si allarga. I baby boomer godono di redditi più alti dei giovani, rovesciando il rapporto del 1995. Nel 2016 il reddito degli over 55 ha superato del 13,8% quello dei lavoratori più giovani. Il Pil pro capite, a produttività costante, è destinato a calare dello 0,67% all’anno fino al 2060. Eppure si continua a parlare di crescita come se fosse un destino, mentre l’unico trend stabile è quello della fatica: il 42% dei lavori è fisicamente impegnativo, e si chiede agli anziani di restare in servizio e ai giovani di accettare l’erosione delle prospettive.

Dietro gli slogan, resta un Paese che invecchia senza rigenerarsi, che occupa senza emancipare, che racconta occupazione mentre comprime diritti. È questa l’Italia che i numeri raccontano: un Paese dove l’austerità è diventata sistema, e l’equità un ricordo. Un Paese che assiste al declino, mentre i suoi governanti fingono di non vedere. E neppure arrossiscono.

Buon venerdì.

foto gov.

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Verso le Regionali, la difficile scalata del centrosinistra ostaggio di sé stesso

La tornata di elezioni regionali del 2025, che inizialmente appariva favorevole al centrosinistra, si è trasformata in una prova a ostacoli per l’intera opposizione. Il modello del “campo largo”, indicato da molti come strategia vincente dopo la vittoria unitaria in Sardegna, ha mostrato limiti strutturali già nelle sconfitte in Abruzzo e Basilicata. La successiva “doppietta” in Emilia–Romagna e Umbria ha ridato fiato al Pd, ma ha anche evidenziato la sproporzione nei rapporti di forza: mentre il Partito democratico toccava il 41%, il M5S restava sotto soglia.

Il quadro che ne emerge è disomogeneo. L’alleanza si dimostra più solida quando il Movimento 5 Stelle rivendica una propria centralità, più fragile quando viene percepito come semplice supporto. È una dinamica che condiziona le trattative in tutte le regioni al voto: non c’è un equilibrio stabile, ma un continuo negoziato su nomi, programmi e ruoli. Il “campo largo”, più che un progetto politico, appare come un’intesa tattica variabile, piegata a convenienze locali e rapporti di forza mutevoli.

La mina interna del Partito democratico

A rendere il percorso ancora più accidentato sono le divisioni interne al Partito democratico. La linea tracciata da Elly Schlein – netta, progressista, orientata su giustizia sociale e climatica – trova resistenze profonde tra i dirigenti di lungo corso e negli amministratori locali. In Puglia, il conflitto tra il presidente uscente Michele Emiliano e la presidente del Consiglio Regionale Loredana Capone si è trasformato in un caso giudiziario interno, con un esposto in Procura che ha paralizzato il partito.

In Campania, la transizione post-De Luca è segnata da equilibri instabili: l’accordo su Roberto Fico come possibile candidato arriva solo dopo trattative riservate e precise garanzie sulla continuità programmatica. Anche qui, la gestione delle alleanze passa attraverso la sopravvivenza politica dei potentati locali, che condizionano la segreteria nazionale. In Toscana, Eugenio Giani è sotto assedio per le infrastrutture strategiche e per le perplessità sollevate internamente allo stesso Pd.

La tenuta del partito risente della frattura mai sanata tra l’elettorato che ha sostenuto Schlein alle primarie e gli iscritti che avrebbero preferito Bonaccini. Il risultato è un partito attraversato da diffidenze reciproche, in cui ogni scelta strategica rischia di trasformarsi in contesa identitaria.

Equilibri precari e incognite locali

Sul piano territoriale, ogni regione rappresenta un caso a sé. Nelle Marche, l’inchiesta “Affidopoli” che coinvolge Matteo Ricci ha congelato l’alleanza, mettendo in discussione una candidatura fino a quel momento considerata forte. Il Pd si trova ora nella posizione di dover decidere se confermare Ricci (che ieri ha replicato ai 5 Stelle: “I cinquestelle hanno giustamente chiesto di vedere le carte, cosa che ho fatto. Ho spiegato le mie ragioni. Non credo di dover prendere lezioni di onestà da parte di nessuno, su questi temi abbiamo gli stessi valori. In quindici anni di attività politica non ho mai avuto problemi”), esponendosi al rischio politico, o cercare un’alternativa a pochi mesi dal voto. In Puglia, l’assenza di un nome condiviso e la guerra aperta tra le componenti del partito lasciano spazio al M5S per rivendicare la guida della coalizione.

In Campania, l’intesa tra Schlein e De Luca ha permesso di riaprire il dialogo con il Movimento 5 Stelle, ma l’accordo resta fragile: pesano le condizioni poste sul piano programmatico e la possibilità che l’ex governatore giochi partite parallele con una propria lista civica. In Toscana, la candidatura di Giani è ancora oggetto di trattative: le richieste del M5S su ambiente e grandi opere si scontrano con le linee dell’attuale amministrazione e con i timori del mondo imprenditoriale.

In questo contesto, le elezioni regionali diventano molto più di una consultazione locale: sono un test per la segreteria Schlein, una verifica degli equilibri interni al centrosinistra e, soprattutto, un laboratorio nazionale della futura opposizione. Non è in gioco solo la somma dei voti, ma la tenuta di una proposta alternativa al centrodestra capace di presentarsi credibile, coesa e riconoscibile. E il tempo per dimostrarlo si sta esaurendo.

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Rimpatri, il buco nero del Cpr albanese di Gjader: un fallimento 114mila euro al giorno

Nel 2024 i rimpatri di stranieri irregolari hanno raggiunto il minimo storico dal 2014, mentre i costi della detenzione amministrativa sono saliti a livelli senza precedenti. A certificare il fallimento annunciato della politica dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è il nuovo rapporto Trattenuti, frutto del lavoro congiunto tra ActionAid Italia e il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari. I numeri – aggiornati alla fine del 2024 – raccontano un sistema che costa moltissimo, funziona poco e incide in modo drammatico sui diritti fondamentali delle persone coinvolte.

Cpr Albania: flop da 114mila euro al giorno

L’esperimento simbolo di questo sistema si chiama Gjader, il primo Cpr italiano realizzato fuori dai confini nazionali, in Albania. Dal suo avvio tra ottobre e dicembre 2024 ha operato per soli cinque giorni, durante i quali sono state trattenute appena 20 persone, tutte liberate poche ore dopo. Costo totale: 570mila euro, pari a 114mila euro al giorno. E questo senza considerare i 528mila euro spesi in ospitalità e ristorazione per il solo personale di polizia, sempre in quei cinque giorni. Il costo per l’allestimento di un singolo posto letto nel centro di Gjader ha superato i 153mila euro. In confronto, il centro di Porto Empedocle – inaugurato nel 2024 – è costato un milione per 50 posti, poco più di 21mila euro a posto. Un rapporto di 1 a 7.

Nonostante ciò, tra affidamenti diretti e cantieri ancora incompleti, al marzo 2025 risultano già firmati contratti per 74,2 milioni. È l’operazione più costosa, inefficiente e opaca mai registrata nel settore, secondo gli analisti del rapporto.

Rimpatri al minimo, detenzione al massimo

La funzione originaria dei Cpr sarebbe quella di facilitare i rimpatri. Ma i numeri del 2024 raccontano altro: solo il 41,8% delle 6.164 persone entrate in un centro di detenzione è stato effettivamente rimpatriato. Peggio ancora il dato relativo alle persone con provvedimento di allontanamento: solo il 10,4% è stato effettivamente espulso.

Nel frattempo, i costi lievitano. Solo nel 2024, il sistema ha bruciato quasi 96 milioni di euro, più dell’intera spesa cumulata nei sei anni precedenti (93 milioni tra 2018 e 2023). E tutto ciò senza produrre risultati, né in termini di efficacia né di deterrenza. In sette anni, il costo complessivo del sistema ha superato i 188 milioni di euro, ma oltre il 58% di questi sono stati assorbiti da spese per allestimenti e manutenzioni straordinarie, spesso legate a rivolte, danneggiamenti o chiusure temporanee.

Detenuti senza motivo, giudici che liberano

Il trattenimento, nel tempo, ha cambiato scopo. I richiedenti asilo rappresentano ormai oltre il 45% degli ingressi nei centri: persone che non dovrebbero nemmeno essere lì, in assenza di un provvedimento di allontanamento. Il 21% di loro è stato trattenuto solo in quanto richiedente asilo. Una deriva che porta con sé conseguenze legali e sociali. Le uscite per mancata convalida o proroga del trattenimento da parte dei giudici sono passate dal 9% del 2021 al 29% nel 2024. In due anni, 186 persone sono state liberate perché avevano diritto all’accoglienza: il 89% di tutti i richiedenti asilo entrati nei nuovi Ctra.

Secondo Giuseppe Campesi (Università di Bari), “la detenzione amministrativa sta diventando uno strumento improprio della politica d’asilo, senza alcun effetto tangibile sulla sicurezza e con un impatto devastante sui diritti“. Un “cambio di paradigma” che ha portato alla crescita dei ricorsi accolti e a un uso sempre più discutibile dello strumento detentivo.

Un sistema ingovernabile e patogeno

A fine 2024, l’intero sistema di trattenimento contava 14 strutture (11 Cpr e 3 Ctra), per una capienza ufficiale di 2.555 posti. Ma l’effettiva disponibilità si è fermata a 1.164, il 46% del totale. Strutture fatiscenti, sovraccariche o semivuote, segnate da rivolte, atti di autolesionismo e tre morti solo tra il 2024 e i primi mesi del 2025. Per la prima volta, la piattaforma Trattenuti include anche un monitoraggio puntuale degli eventi critici, per documentare il costo umano – non solo economico – di queste politiche.

“Alla luce di 263 posti vuoti e milioni spesi per una detenzione che non produce rimpatri, risulta sempre più evidente il cortocircuito. L’idea di utilizzare Gjader per trattenere gli irregolari presenti in Italia è del tutto irrazionale e illogica“, spiega Fabrizio Coresi di ActionAid. Eppure si insiste.

Nata con la promessa di rafforzare il controllo delle frontiere, la rete dei Cpr si è trasformata in un’industria fallimentare, tanto più redditizia quanto più inefficace. Un ingranaggio dove i diritti si perdono, i fondi pubblici evaporano e nessuno chiede conto dei risultati.

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Gaza muore, la Cisgiordania sparisce: cronaca di un genocidio legalizzato

C’è una parola che la comunità internazionale continua a evitare, come se nominarla rompesse un incantesimo: annessione. Eppure è ciò che è appena accaduto. Il parlamento israeliano ha approvato una mozione che proclama Giudea, Samaria e Valle del Giordano “parte inscindibile della patria storica del popolo ebraico” e chiede di estendere su questi territori la sovranità israeliana. In Cisgiordania, insomma, si cambia status: da occupazione a possesso, da disputa a conquista.

Un atto gravissimo, che se pronunciato da altri paesi avrebbe provocato sanzioni, convocazioni d’urgenza dell’ONU, aperture dei telegiornali. Invece qui domina il silenzio, interrotto solo da qualche timido appello umanitario. Intanto, a Gaza, si consuma una tragedia senza precedenti: oltre cento organizzazioni denunciano una carestia di massa, con centinaia di bambini morti di fame. Ospedali assediati, aiuti umanitari respinti, giornalisti affamati come i civili che raccontano.

Il diritto internazionale è ridotto a una foglia di fico. Israele rigetta ogni parere delle Nazioni Unite e afferma che “gli ebrei non possono essere occupanti nella propria patria”. Un’affermazione che rovescia secoli di diritto e legittima l’apartheid, come denuncia Ramallah. Le parole hanno un peso: e quando si consacra l’ideologia coloniale nella legge, non si è più davanti a una guerra. È un progetto.

La fame, l’assedio, l’annessione: tutto grida, ma chi ascolta L’Europa balbetta, gli Stati Uniti trattano tregue da uno yacht. Intanto, un’intera popolazione viene cancellata dalla mappa. Prima dai territori, poi dal linguaggio. Domani, dai libri.

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Epstein batte Trump: il boomerang è tornato indietro

Trump voleva smascherare il complotto. Ora rischia di finirci dentro. Non nel senso della persecuzione giudiziaria che lui grida da anni, ma nel senso più grottesco: il complottismo su Epstein, la “lista dei pedofili” che secondo QAnon guiderebbe il mondo, rischia di esplodergli in mano. E di travolgerlo. Perché in quella lista- che ufficialmente non esiste, ma che la sua base pretende – ci sarebbe anche il suo nome. Così dicono i file del Dipartimento di Giustizia, così ha ammesso la sua stessa procuratrice Pam Bondi, che a maggio lo ha avvertito: il tuo nome salta fuori troppe volte.

Trump, che aveva promesso di desecretare tutto per far vedere le colpe dei democratici, ha tirato il freno. Ha spento la macchina del fango. Ha cominciato a lanciare diversivi a raffica: un video AI con Obama in manette, dossier su JFK e Martin Luther King, minacce ai Commanders della NFL e a Powell della Fed. Tutto pur di non parlare di Epstein. Ma i suoi lo vogliono sapere. I teorici del complotto che l’hanno eletto non gli credono più. Pensavano di combattere l’élite dei pedofili, e ora scoprono che il loro eroe ci andava a cena.

Il risultato? Un paradosso perfetto. Trump inseguito da quel complotto che ha alimentato per anni. Con l’alt-right che lo scruta, sospetta, si prepara al tradimento. Il boomerang è partito. E fa un rumore che non si può censurare con una diretta su Truth. Nemmeno la convocazione di Ghislaine Maxwell da parte della Camera potrà salvarlo: più lui nega, più i sospetti crescono. E se l’America è ancora un reality, questa è la puntata in cui il protagonista viene eliminato dal televoto del suo stesso pubblico.

Buon giovedì

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