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Ora è scritto anche nero su bianco: a Gaza è genocidio

C’è una parola che l’Occidente continua ad aggirare come un ordigno inesploso: genocidio. Eppure il nuovo rapporto di B’Tselem, “Our Genocide”, non lascia più margini all’ambiguità. Non si tratta solo di una campagna militare, ma della sistematica distruzione della società palestinese a Gaza, attuata con l’intento di annientarla “in tutto o in parte”. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha trasformato il diritto internazionale in carta straccia: 58.000 morti, ospedali rasi al suolo, fame usata come arma, campi profughi bombardati, bambini mutilati senza anestesia. La Corte internazionale dell’Aia indaga, ma l’indifferenza è già sentenza.

Non è un’escalation accidentale: è una politica, costruita in anni di apartheid e impunità, e oggi divenuta esplicita. Le dichiarazioni dei leader israeliani, raccolte e analizzate nel rapporto, non mascherano l’obiettivo: cancellare Gaza. Il crimine non è solo nei numeri, ma nell’intenzionalità. E il dato più atroce è che la società israeliana, nel suo insieme, lo legittima: lo sostiene, lo giustifica, lo ignora.

Nel rapporto, B’Tselem documenta anche l’espansione di questa violenza genocidaria in Cisgiordania e in Israele: stessa catena di comando, stesso impianto ideologico, stessi strumenti. Non è un’eccezione: è un modello. Il genocidio non si confina, si propaga.

la ripetizione della storia con gli occhi ben chiusi. È un crimine collettivo che si compie con il consenso implicito di chi guarda altrove.

B’Tselem ci chiede di guardare. Di non aspettare il verdetto postumo di una corte. Di dire ora ciò che è evidente: questa non è una guerra. È un genocidio. E il silenzio è complicità.

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Il ferro va in Algeria, il rischio resta in Italia

Il 24 luglio il governo italiano ha firmato con l’Algeria un’intesa da un miliardo di euro per costruire un impianto per la produzione di Dri (Direct reduced iron) nella zona industriale di Annaba. L’operazione, celebrata come tassello fondamentale del Piano Mattei, prevede la nascita di una joint venture italo-algerina, con il possibile utilizzo delle garanzie pubbliche offerte da Sace. Ma dietro la retorica del partenariato “alla pari” si addensano dubbi pesanti.

Un impianto senza vantaggi tecnici

Dal punto di vista tecnico-industriale, la localizzazione ad Annaba non regge il confronto con alternative più razionali. L’Algeria non possiede giacimenti di minerale ferroso di qualità: il ferro verrà importato da paesi terzi, preridotto in loco con gas naturale e poi spedito via mare in Italia in forma di HBI (Hot Briquetted Iron). Una catena logistica lunga, costosa e, soprattutto, inefficiente.

Secondo Midrex Technologies, la principale azienda produttrice di impianti Dri, il vero vantaggio di questo processo sta nella “carica a caldo”: usare il preridotto direttamente nei forni elettrici, ancora a temperature elevate. In questo modo si risparmiano tra i 120 e i 150 kWh per tonnellata e si ottiene un incremento della produttività fino al 35%. Tenova, produttrice della tecnologia Energiron, conferma che il beneficio esiste solo se produzione e fusione avvengono nello stesso sito. La logistica navale, che impone il raffreddamento del Dri e il successivo ri-riscaldamento in Italia, rende vano l’intero processo.

Anche l’aspetto ambientale ne esce depotenziato. Eurofer, la federazione europea dell’acciaio, ha segnalato nel 2022 che la lunga filiera logistica dell’Hbi annulla parte rilevante del vantaggio ambientale rispetto al ciclo integrale tradizionale. Sulla carta è acciaio “green”. Nei fatti, molto meno.

Una localizzazione che favorisce il rischio

Annaba non è un territorio neutro. La regione è classificata da Freedom House come “non libera”. La Banca Mondiale registra una burocrazia tra le più lente e opache del continente. Non esiste un accordo bilaterale di protezione giuridica degli investimenti. Eppure, l’Italia sta per impegnare fondi pubblici per costruire una parte della sua filiera industriale in un contesto così fragile.

Senza contare il metodo. Il Parlamento non è stato coinvolto. Nessuna analisi costi-benefici è stata resa pubblica. Secondo Milano Finanza (23 luglio), all’interno del governo sarebbero emerse riserve da parte del Ministero dell’Economia e di quello dell’Ambiente, proprio sulla solidità dell’operazione. Almeno che non si tratti più di un’iniziativa diplomatica che industriale. Con benefici concentrati e rischi condivisi.

Le alternative mai considerate

Eppure, alternative industrialmente più solide e già discusse negli ambienti tecnici e sindacali ci sarebbero: un impianto Dri in Italia, alimentato dallo stesso gas algerino che oggi attraversa il Mediterraneo via gasdotto. Piombino e Taranto sono sedi industriali esistenti, dotate di infrastrutture, manodopera e prossimità ai forni elettrici. L’impianto resterebbe sotto giurisdizione italiana. Creerebbe occupazione diretta. E offrirebbe benefici industriali immediati. La stessa Federacciai ha sostenuto pubblicamente questa ipotesi.

Al contrario, si procede verso una struttura offshore, in un contesto instabile, con un impatto ambientale incerto, finanziata da garanzie pubbliche e priva di verifiche indipendenti. L’Italia si assume il rischio, ma non ha voce sulle condizioni. L’Algeria, primo fornitore di gas dell’Italia, ottiene un impianto, occupazione e know-how. L’Italia rinuncia alla possibilità di rafforzare la propria filiera industriale.

Il Piano Mattei avrebbe dovuto promuovere “una cooperazione tra pari”, secondo le parole del governo. Ma in questo caso, l’unica cosa bilanciata è il racconto. Per il resto, il progetto sembra un tipico caso in cui le perdite si socializzano, e i vantaggi si concentrano. E tutto senza che nessuno abbia potuto discuterne. Nemmeno in aula.

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L’Europa in ginocchio davanti a Trump

Il patto sui dazi siglato tra Unione Europea e Stati Uniti è la fotografia di un’Europa smarrita, divisa e incapace di esercitare una propria sovranità. Un accordo presentato come un successo diplomatico è, nei fatti, una resa senza condizioni che legittima l’unilateralismo aggressivo di Donald Trump e scarica il costo sui cittadini europei. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen accetta una “reciprocità” che di reciproco non ha nulla: dazi al 15% sulle esportazioni europee, a fronte di zero tasse per le Big Tech americane, acquisti forzati di armi e gas statunitensi, investimenti europei per 600 miliardi negli USA.

Per l’Italia, secondo esportatore europeo verso gli Stati Uniti, il colpo sarà durissimo. A rischio, secondo le stime, ci sono oltre 100 mila posti di lavoro nei settori agroalimentare, meccanico e automotive, e 23 miliardi di export bruciati. Mentre la premier Meloni si affanna a parlare di “stabilità”, la realtà è quella di un Paese che si scopre irrilevante, che accetta ogni diktat in nome di un malinteso atlantismo che confonde fedeltà con sottomissione.

La verità è che l’Europa ha negoziato divisa e timorosa, inchinandosi a un’America che alza la voce e detta condizioni fondate su falsi pretesti commerciali. Il risultato è una partita truccata, in cui le regole internazionali – dal WTO agli accordi GATT – vengono accantonate per compiacere un leader che disprezza ogni vincolo multilaterale.

Questa non è politica commerciale. È una capitolazione. E l’Italia, ancora una volta, paga il prezzo dell’assenza

Buon lunedì. 

In foto Donald Trump e Ursula von der Leyen a Davos

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Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia – Lettera43

A Torino un cittadino marocchino ha scoperto che il permesso di soggiorno appena ritirato era scaduto da un mese. No, non è un errore: è la prassi. La legge permette di retrodatare la validità del titolo al giorno della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. Un cortocircuito kafkiano che spezza vite e progetti. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.

Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia

Accade a Torino, ma potrebbe succedere ovunque. Un cittadino marocchino di 42 anni, arrivato in Italia nel 2024 con il decreto flussi, assunto regolarmente per un lavoro stagionale, si reca in questura per ritirare il suo permesso di soggiorno. Quando lo riceve, il documento risulta già scaduto da un mese. Sembra un errore e invece è la prassi. Ed è perfettamente legale, almeno secondo l’interpretazione dominante dell’art. 5, comma 9 del Testo Unico sull’Immigrazione, che permette di retrodatare la validità del titolo alla data della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. L’uomo si ritrova così “irregolare” il giorno stesso in cui avrebbe dovuto ottenere la piena cittadinanza giuridica. Esposto al rischio di fermo, trattenimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio e la deportazione. La Cgil di Torino ha definito il caso «kafkiano». Un aggettivo ricorrente, ormai necessario. Il sindacato ha annunciato un ricorso al Tar del Piemonte, chiedendo che venga applicato il principio stabilito dalla sentenza n. 783/2025 del Tar dell’Emilia-Romagna: la validità di un permesso deve decorrere dal momento della consegna, non dalla presentazione della domanda. Semplice buon senso, direbbe quel tal ministro. E invece serve un ricorso giudiziario per affermarlo.

Rete siciliana contro il confinamento,
Il Cpr di Milo (da Meltingpot.org).

Si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato

Non è un caso isolato. È un vero e proprio sistema. La retrodatazione sistematica, i ritardi cronici e l’assenza di indicazioni uniformi da parte del ministero dell’Interno creano una condizione giuridica che l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha definito «legalità potenziale negata»: si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato. Un cortocircuito istituzionale che trasforma la burocrazia in produttore attivo di marginalità. Il caso torinese è solo la punta dell’iceberg. Secondo i dati dell’associazione Anolf, i tempi medi di attesa per il rilascio o il rinnovo di un permesso superano ormai i sette mesi. E non si tratta solo di lavoro: le pratiche di regolarizzazione, ricongiungimento familiare e conversione accumulano ritardi equivalenti. In alcune città, le attese sfiorano i due anni. La regolarizzazione straordinaria del 2020, promossa con grande enfasi dall’allora governo Conte, ha prodotto 220.528 domande. Di queste, almeno 90 mila risultano ancora pendenti. E chi è in attesa, spesso, non può né lavorare né curarsi né viaggiare. Perché la ricevuta della domanda – il famoso “cedolino” – garantisce formalmente i diritti, ma nella pratica viene ignorata da datori di lavoro, uffici pubblici e forze dell’ordine.

Gli Uffici immigrazione sono al collasso

Il caso di Torino è emblematico. L’uomo, entrato in Italia con regolare contratto di lavoro, si è ritrovato “scoperto” per effetto dell’amministrazione. Ha perso il titolo di soggiorno prima ancora di poterlo usare. Ora dovrà ricominciare da capo l’intera procedura, come se fosse appena arrivato nel Paese. Con un’aggravante: essendo formalmente irregolare, rischia che una pattuglia lo fermi, che venga identificato come “clandestino”, che finisca in un Cpr in attesa di un rimpatrio. Se gli andrà male, si meriterà perfino qualche post indignato di qualche ministro. Da lavoratore regolare a “problema di ordine pubblico”, nel tempo di una timbratura. Nessun reato, nessuna frode. Solo un permesso già scaduto. La stessa Cgil ha già denunciato più volte la situazione dell’Ufficio Immigrazione di Torino, parlando apertamente di «collasso cronico». File interminabili, sistemi di prenotazione online fuori uso, carenza strutturale di personale. E l’assenza totale di trasparenza sulle tempistiche. La questura non è tenuta a comunicare entro quando rilascerà il documento, né subisce conseguenze in caso di ritardi. Il termine previsto dalla legge – 60 giorni – è considerato «meramente indicativo», quindi nessuno può farci affidamento.

Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia
Migranti in coda davanti l’ufficio immigrazione della questura per richiedere il permesso di soggiorno a Torino (Ansa).

Nell’attesa le vite di centinaia di persone si spezzano

Nel frattempo, le vite si spezzano. Il sindacato ha raccolto casi di pensioni sospese per mancanza di documento, genitori impossibilitati a viaggiare per far visita ai figli, studenti esclusi da viaggi scolastici all’estero. Tutti regolari, tutti in attesa. Alcuni con ricevute che non bastano più nemmeno a dimostrare la presenza legale. E a nulla serve citare il principio costituzionale di buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Il diritto alla regolarità viene annullato dalla lentezza. E la lentezza non ha responsabili. A rendere tutto ancora più grottesco c’è l’inadeguatezza del sistema informatico. Come denunciato da sindacati e funzionari, le piattaforme non dialogano tra loro, i software sono obsoleti, le banche dati spesso incomplete. In alcuni casi, le questure inseriscono a mano le date, senza alcun automatismo. La discrezionalità regna. E, come sempre, chi paga è chi non ha voce.

In Italia se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi

In questo caso la Cgil ha annunciato che accompagnerà legalmente il lavoratore marocchino fino in fondo. Ma per ogni caso che arriva a giudizio, ce ne sono decine che si perdono nei meandri. Le pronunce dei Tar, come quella di Bologna, non bastano. Servirebbe un intervento normativo: una circolare ministeriale che imponga a tutte le questure di far decorrere la validità dalla data effettiva di consegna. Serve personale formato. Serve trasparenza. Serve, soprattutto, che lo Stato non tradisca i suoi stessi decreti. Perché oggi l’Italia invita manodopera dall’estero, ne certifica il bisogno economico, ma poi la punisce per non essere in grado di gestirne i diritti. Il messaggio è chiaro: puoi entrare, puoi lavorare, ma non aspettarti di essere riconosciuto. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.

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Cambiamento climatico, l’inazione è un illecito: il verdetto della Corte dell’Aia che riscrive la mappa della responsabilità globale

Il 23 luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha pronunciato un verdetto destinato a riscrivere la mappa della responsabilità globale sul clima. Per la prima volta, i tribunali internazionali affermano che l’inazione climatica non è solo una colpa morale o una scelta politica, ma un atto giuridicamente illecito. Chi inquina viola il diritto internazionale. Chi protegge gli inquinatori, anche.

Obblighi universali, non più negoziabili

Fino a oggi gli Stati potevano firmare accordi sul clima con la stessa disinvoltura con cui si disattendono. L’Accordo di Parigi, con i suoi impegni volontari, ha fornito più foglie di fico che vincoli reali. La Corte ha spezzato questo impianto, stabilendo che gli obblighi climatici non derivano solo dai trattati ambientali, ma anche dal diritto consuetudinario e dai diritti umani. In pratica, non ci si può più sfilare: anche chi non ha ratificato l’Accordo di Parigi, anche chi ne è uscito, resta obbligato a prevenire i danni climatici.

La sentenza codifica tre doveri fondamentali: prevenire danni ambientali significativi, cooperare attivamente nella riduzione delle emissioni, e risarcire pienamente i danni causati. La novità cruciale è che questi doveri devono essere esercitati con “dovuta diligenza” e sulla base della “migliore scienza disponibile”, ovvero secondo quanto stabilito dal consenso scientifico internazionale. Non basta più dire “stiamo facendo il possibile”: sarà un tribunale a giudicare se è vero.

Dal danno ambientale alla violazione dei diritti umani

Nel cuore della decisione c’è una presa di posizione netta: il diritto a un ambiente sano è un diritto umano fondamentale. Di conseguenza, ogni politica ambientale inefficace diventa un attacco alla salute, alla vita e alla dignità umana. Questo legame giuridico spalanca ai cittadini la porta dei tribunali per chiamare in causa i governi, anche laddove prima la giustizia veniva esclusa per “difetto di giurisdizione”. È il caso dell’Italia, dove la Cassazione ha appena rovesciato la decisione che aveva bloccato il “Giudizio Universale” contro lo Stato, riaffermando che le politiche climatiche possono essere oggetto di sindacato giuridico.

Le imprese non sono più al riparo

Il parere consultivo della Corte si rivolge formalmente agli Stati, ma colpisce in pieno l’industria dei combustibili fossili. Il dovere statale di prevenire i danni implica anche la regolazione efficace delle imprese private. Se uno Stato tollera o addirittura sovvenziona attività inquinanti, può essere trascinato in giudizio. Di riflesso, le aziende stesse si trovano esposte a cause civili, disinvestimenti e sanzioni economiche. Il principio “chi inquina paga” ha trovato il suo tribunale.

Non si tratta solo di responsabilità etica o reputazionale: ora c’è un rischio legale strutturale per chi finanzia, costruisce o autorizza nuovi progetti fossili. Un rischio che coinvolge consigli di amministrazione, autorità di regolazione finanziaria e investitori istituzionali. Ogni nuovo giacimento, ogni pipeline, ogni centrale a carbone può tradursi in una violazione del diritto internazionale.

Una nuova stagione di contenziosi

La Corte ha stabilito che la mancata prevenzione dei danni climatici costituisce un atto internazionalmente illecito. E come ogni illecito, comporta conseguenze. Lo Stato responsabile dovrà cessare l’attività dannosa, garantire che non si ripeta e risarcire i danni. A partire dalle nazioni più vulnerabili, che potranno ora esigere giuridicamente ciò che finora potevano solo implorare nei negoziati politici.

È finita l’era in cui le conferenze sul clima (COP) si svolgevano nel vuoto giuridico. Il prossimo ciclo negoziale si svolgerà “all’ombra della legge”, con gli Stati costretti a confrontarsi con obblighi non negoziabili. I piccoli Stati insulari, le comunità indigene e le ONG non avranno più solo appelli morali da esibire: avranno sentenze da far valere.

La sentenza della Corte dell’Aia ha trasformato l’azione climatica da opzione politica a obbligo giuridico. Ha unificato le giurisdizioni globali, ha consolidato la convergenza con il diritto dei diritti umani e ha alzato l’asticella per governi, imprese e investitori. Chi credeva che bastasse firmare un accordo, presentare un NDC simbolico o piantare qualche albero per lavarsi la coscienza, oggi si scopre potenzialmente colpevole.

La giustizia climatica non è più uno slogan. È un dovere legale. E chi lo viola, pagherà.

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Lavoro in carcere, cinquant’anni di una legge tradita tra Costituzione e inerzia

Il 26 luglio 1975 entrava in vigore la legge n. 354 sull’Ordinamento Penitenziario. L’articolo 15 di quella legge fu, all’epoca, un passaggio di rottura: “Il lavoro è uno degli elementi del trattamento rieducativo” e “salvo casi di impossibilità, ai condannati è assicurato il lavoro”. La norma si fondava sull’articolo 27 della Costituzione e imponeva una visione radicalmente diversa della detenzione: non più solo pena, ma percorso. Cinquant’anni dopo, il bilancio è una cronaca continuata di omissioni, distorsioni, fallimenti strutturali.

Una legge chiara, sistematicamente disapplicata

La formulazione dell’art. 15 non lascia spazio ad ambiguità. Il lavoro deve essere rieducativo, non afflittivo, retribuito almeno per due terzi del corrispettivo previsto dai contratti collettivi, dotato delle stesse tutele assicurative e previdenziali del lavoro libero. Eppure, oggi come ieri, questi principi restano largamente disattesi. I dati più aggiornati (DAP 2024) dicono che solo il 34,3% dei 61.861 detenuti svolge un’attività lavorativa. Di questi, l’85% è impiegato in mansioni interne – pulizia, cucina, manutenzione – offerte direttamente dall’amministrazione penitenziaria, con compensi che si aggirano intorno ai 150 euro al mese. Niente minimi contrattuali. Niente tutele effettive.

E fuori? Appena il 3,3% lavora con soggetti esterni. I progetti qualificati con cooperative e aziende sono l’eccezione virtuosa, non la regola. E non bastano a ribaltare il quadro: una legge che dovrebbe essere norma universale si è ridotta a privilegio territoriale e selettivo.

Il paradosso penitenziario: più carceri, meno lavoro

Il fallimento dell’articolo 15 è anche il prodotto di precise scelte politiche. Il sovraffollamento strutturale – 62.400 presenze su 50.000 posti regolamentari nel 2025 – rende impraticabile qualsiasi progettualità. Gli spazi sono inadeguati, il personale educativo insufficiente, le figure specializzate assenti. L’emergenza continua ha divorato la progettazione: si investe in nuove celle, non in nuove possibilità. Il cosiddetto “Piano Sfolla Carceri”, varato dal governo Meloni, prevede 10.000 nuovi posti detentivi entro il 2027. Nessuna misura analoga per il lavoro.

In parallelo, si riducono i fondi per gli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia, che dovrebbe incentivare le imprese ad assumere detenuti. Il credito d’imposta è sceso da 21 a 19 milioni di euro, segnale plastico di una disattenzione che è, ormai, disinvestimento strutturale.

Il lavoro che rieduca esiste. Ma solo per pochi

Le esperienze positive non mancano: Bollate, Rieti, le cooperative sociali che operano dentro e fuori le mura, i progetti in collaborazione con le università e con il mondo produttivo. Ma i numeri sono minimi. E il sistema è talmente fragile che basta un cambio di direzione, un taglio di fondi o una circolare restrittiva a smontare anni di lavoro.

Eppure, la letteratura scientifica è inequivocabile. Uno studio del CNEL mostra che il tasso di recidiva si riduce al 2-10% nei casi in cui il detenuto è coinvolto in un percorso lavorativo qualificato, contro il 60-68% del carcere tradizionale. Ogni euro investito nel lavoro produce un risparmio di 4,80 euro in costi giudiziari, detentivi e sociali. È la più efficace politica di sicurezza che abbiamo – eppure è trattata come opzionale.

La clausola “salvo casi di impossibilità”, concepita per casi eccezionali, è diventata la normalità giustificativa. La carenza di fondi, di spazi, di progettazione è stata elevata a fatto ineluttabile. E così il diritto al lavoro è stato degradato a concessione: discrezionale, episodica, geograficamente diseguale. Chi entra in carcere, oggi, non ha davanti un percorso. Ha davanti un contenitore.

Le riforme legislative si sono succedute – dalla legge Gozzini alla Smuraglia fino ai decreti del 2018 – ma senza un investimento strutturale, il mosaico normativo ha prodotto solo frammenti e disillusioni. Nessun piano nazionale per il lavoro penitenziario, nessun dipartimento dedicato, nessun monitoraggio pubblico dell’attuazione dell’art. 15.

Il punto politico

La cultura punitiva ha progressivamente svuotato la visione costituzionale. L’art. 27 parla di pena come rieducazione. L’attuale narrazione politica parla di pena come neutralizzazione. Ogni proposta di rafforzamento del lavoro in carcere è oggi vista con sospetto, come debolezza. Il caso del femminicidio di Milano (maggio 2025) è stato usato per invocare lo smantellamento delle misure alternative. È il riflesso di un populismo penale che sacrifica i diritti sull’altare della paura.

Cinquant’anni dopo, l’articolo 15 resta una promessa. Lavoro in carcere non è gentilezza, non è premio, non è clemenza. È diritto, è strategia di sicurezza pubblica, è dignità. Ma finché la politica non lo tratterà come tale, sarà solo una formula vuota incisa nella legge. Un anniversario da archiviare, non da celebrare.

La vera commemorazione sarà il giorno in cui, in ogni carcere d’Italia, il lavoro sarà garantito come il pane. Fino ad allora, non si tratta di ricordare una riforma, ma di contare ogni giorno i suoi morti, i suoi suicidi, i suoi recidivi, il suo fallimento.

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Guide turistiche, il concorso tra proteste e ricorsi: rischio boomerang in 9000 domande a quiz per il ministero di Santanchè

Doveva essere la svolta. Invece è diventato l’ennesimo inciampo. Il concorso nazionale per guide turistiche, bandito a maggio 2024 dopo oltre dieci anni di stallo, a sentire le associazioni di categoria, rischia di svuotare la professione. Un’occasione mancata, diventata un boomerang per il Ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè.

Un bando in cerca di senso

L’idea era nobile: riorganizzare la professione di guida turistica in linea con le direttive europee, creare un elenco nazionale, contrastare l’abusivismo. Ma il bando – messo a punto di gran carriera per rispettare le scadenze del Pnrr – si è rivelato un concentrato di burocrazia. Novemila quesiti a risposta multipla, prove su 537 siti da memorizzare. E la critica delle associazioni che lamentano la prevalenza del “nozionismo” sulla valorizzazione della professione.

Il paradosso è evidente: si abbassano i requisiti di accesso (basta un diploma, non serve più la laurea) ma si costruisce una prova dura da superare anche per i più titolati.

Un esame nazionale che cancella l’Italia

A farne le spese è la specificità culturale. Il concorso, centralizzato e con abilitazione valida su tutto il territorio nazionale, disinnesca le competenze locali. Figure con decenni di esperienza rischiano di essere escluse perché non conoscono la storia di un museo in un’altra regione.

La stessa legge istitutiva, la 190/2023, prevede che l’esame verta su “materie” e non su “siti”. Eppure l’allegato A elenca solo luoghi da studiare a memoria, ignorando qualsiasi criterio di efficacia formativa. Non è un caso che l’AGTA (Associazione Guide Turistiche Abilitate) abbia parlato di “assurdità” puntando il dito sulla sproporzione tra requisiti e contenuti.

Una professione sacrificata sull’altare del Pnrr

Il concorso è frutto di una corsa contro il tempo: rispettare le scadenze europee per non perdere i fondi. Di qui il rifiuto del ministero di sospendere la procedura nonostante oltre 2.000 esclusi abbiano firmato un appello e sia pendente un ricorso al Tar che dovrebbe pronunciarsi in autunno.

Nel frattempo, le associazioni si dividono. L’ANGT vuole bloccare tutto, mentre Confguide e Federagit chiedono modifiche senza fermare il processo. In mezzo, decine di migliaia di aspiranti guide in balia di un meccanismo paradossale e guide già abilitate, riconosciute su base regionale, che rischiano l’oblio.

Dietro il caos, un sistema che – come spesso accade – finisce per favorire chi può permettersi mesi di studio mnemonico, corsi a pagamento, simulazioni a ripetizione. Chi lavora davvero nei musei, nelle piazze, nei parchi archeologici viene escluso per formalismi o errori tecnici. E il patrimonio culturale rischia di svuotarsi di voce, mentre la visita guidata diventa quiz.

Nel frattempo, si aprono crepe anche nella lotta all’abusivismo. L’articolo 3 della legge prevede deroghe che permettono a soggetti del terzo settore di organizzare visite con personale non iscritto all’albo. Il rischio – denunciato da Federagit – è che l’abusivismo si trasformi in “volontariato legalizzato”, con guide improvvisate in camicia bianca e badge provvisorio.

Un’occasione tradita

Così il concorso che doveva restituire dignità alla professione ha prodotto confusione, conflitto e precarietà. Il modello imposto dalla riforma non valorizza, secondo le associazioni, né la qualità né la preparazione territoriale. La guida turistica italiana, anziché essere rilanciata come figura culturale centrale nel racconto del Paese, viene stritolata da un impianto che confonde memoria e merito.

Alla fine, il vero fallimento è quello di un’idea di Stato che invece di formare professionisti, li filtra a caso. E che alla cultura chiede tutto, senza davvero capirla.

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Dire Palestina fa paura solo agli ipocriti

Forse conviene ripassare le proporzioni. Perché mentre gli opinionisti dell’equidistanza misurano il coraggio politico con il metro della convenienza e i politici della prudenza diplomatica affogano in formule svuotate da ogni senso, la realtà si incarica di ricordare chi sta dalla parte giusta della storia.

Il riconoscimento della Palestina da parte della Francia non è un atto rivoluzionario: 147 Paesi Onu lo hanno già fatto, tra cui la Svezia dal 2014, la Spagna, l’Irlanda, la Slovenia, l’Armenia e persino lo Stato del Vaticano.

È una scelta che avrebbe dovuto essere ovvia. E invece oggi, nel pieno di una carneficina sistematica, ha un peso politico enorme. Perché oggi non si può far finta di niente. O si sta. O si tace. O si è complici.

Macron ha scelto di stare. L’Italia no. L’Italia è quella che tiene in piedi memorandum militari con un governo che assedia ospedali, bombarda tende, affama bambini e chiama tutto questo “sicurezza”. L’Italia è quella dove il ministro degli Esteri riesce a dire che “il riconoscimento della Palestina deve avvenire in contemporanea con quello di Israele”, ignorando che Israele è riconosciuto dal 1949, e che la Palestina, tramite l’Olp, lo ha fatto già nel 1993. Non è cautela: è fuga dalla realtà.

Nel 1948 l’Algeria fu il primo Paese a riconoscere la Palestina. Poi seguirono 80 nazioni. Oggi sono tre quarti dell’Onu. E se questo non basta, ci pensi chi in Italia si aggrappa al falso equilibrio per lavarsi la coscienza: la Spagna, con Pedro Sánchez, ha scelto di riconoscere la Palestina dopo i raid a Gaza. Lo stesso ha fatto la Norvegia. Il Messico ha accolto l’ambasciatrice palestinese. Il mondo si muove, l’Italia si inginocchia.

Non è tempo di sfumature, né di cavilli diplomatici. Quando un popolo viene spogliato della propria terra, murato vivo, bombardato e poi accusato di esistere, non serve cautela. Serve giustizia. Chi oggi esita davanti a un riconoscimento simbolico, domani dovrà giustificare la propria viltà davanti alla Storia. E non ci sarà nota diplomatica che tenga.

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Ci meriteremo il disprezzo dei vivi

Gaza non è più solo una strage. Gaza è uno specchio. E quello che ci rimanda è insopportabile. Non ci dice solo che stanno morendo dei bambini, ci dice che siamo il tipo di civiltà che guarda un bambino morire di fame e gira la faccia dall’altra parte. Ci dice che siamo capaci di imbastire vertici e risoluzioni, ma non di far passare un camion con sacchi di riso.
Non è più il genocidio di Gaza. È il nostro suicidio morale.

Le statistiche sono un pugno in pieno volto: almeno 115 morti di fame, secondo le autorità sanitarie locali. L’UNICEF denuncia che l’80% delle vittime da malnutrizione sono bambini. Medici Senza Frontiere ha contato un quarto di bambini e donne incinte malnutriti nelle sue strutture. La stampa internazionale – AP, BBC, AFP, Reuters – ha lanciato un appello congiunto: “fate passare gli aiuti”.

E intanto, mentre Gaza agonizza, il governo israeliano si barrica in dichiarazioni ambigue. Un ministro parla di “Gaza tutta ebraica”, Netanyahu finge sconcerto.Macron annuncia che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina, Israele lo accusa di premiare Hamas.

E noi? Dov’eravamo, quando i bambini morivano? Dov’eravamo mentre si discuteva di “cessate il fuoco” come fosse un’opzione diplomatica, non un’urgenza umana

La verità è che Gaza morirà anche per colpa nostra. Perché l’unica arma che avremmo avuto era lo scandalo, e l’abbiamo messo via. Gaza morirà e noi resteremo qui, con i nostri silenzi, i nostri distinguo, le nostre frasi passive. Indifendibili.

E per la prima volta, avremo ciò che ci meritiamo: il disprezzo dei vivi.

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Salari giù, ministri su: il teatrino romano davanti alla voragine Ocse

Al netto della propaganda da rotocalco, dei teatrini tra ministri vacui e degli ossimori riformisti a uso e consumo di talk show, l’Italia reale sta in fondo a una tabella Ocse. Dal 2021, i salari reali sono scesi del 7,5%: il peggior dato tra i Paesi avanzati. È il prezzo della stagnazione strutturale, camuffata da “record occupazionali” che reggono solo se si ignora che il 33% dei lavoratori privati ha ancora un contratto scaduto. Il tasso di occupazione è del 62,9% contro una media Ocse del 70,4%, e il lavoro cresce solo sopra i 55 anni.

In un’Italia dove si lavora di più e si guadagna meno, la forbice generazionale si allarga. I baby boomer godono di redditi più alti dei giovani, rovesciando il rapporto del 1995. Nel 2016 il reddito degli over 55 ha superato del 13,8% quello dei lavoratori più giovani. Il Pil pro capite, a produttività costante, è destinato a calare dello 0,67% all’anno fino al 2060. Eppure si continua a parlare di crescita come se fosse un destino, mentre l’unico trend stabile è quello della fatica: il 42% dei lavori è fisicamente impegnativo, e si chiede agli anziani di restare in servizio e ai giovani di accettare l’erosione delle prospettive.

Dietro gli slogan, resta un Paese che invecchia senza rigenerarsi, che occupa senza emancipare, che racconta occupazione mentre comprime diritti. È questa l’Italia che i numeri raccontano: un Paese dove l’austerità è diventata sistema, e l’equità un ricordo. Un Paese che assiste al declino, mentre i suoi governanti fingono di non vedere. E neppure arrossiscono.

Buon venerdì.

foto gov.

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